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Lecco, 25 marzo: “Sui binari della guerra”. Assemblea pubblica sulla militarizzazione delle ferrovie
Riceviamo e diffondiamo: Assemblea pubblica Mercoledì 25 marzo 2026 ore 20:30 presso Sala civica “Gabriella Malgarini Zenini”, via seminario 39, Lecco SUI BINARI DELLA GUERRA La militarizzazione delle ferrovie in Italia e in Europa Come assemblea permanente contro le guerre da oltre due anni lottiamo contro la produzione militare lecchese, fiore all’occhiello della filiera del proiettile e dell’ormai onnipresente riconversione al militare di molte aziende locali. Pensiamo che per fermare le guerre sia necessario bloccare la produzione che viene effettuata qua, sui nostri territori. Ma oltre alla produzione, le armi hanno bisogno di essere portate nei territori in cui verranno usate, qui entra in campo la logistica. Per questo vogliamo allargare lo sguardo ai progetti di guerra in atto nella militarizzazione delle ferrovie, che sta procedendo in tutta Europa con massicci interventi per adeguare le infrastrutture al trasporto di materiale militare su larga scala, esplicitamente in previsione di scenari bellici. In Italia un passaggio fondamentale è stato l’annuncio, nell’aprile del 2024, dell’accordo tra Leonardo S.p.a. e Rete Ferroviaria Italiana proprio a tale scopo. A partire da quel momento i ferrovieri attivi nel sindacalismo di base hanno costituito il Coordinamento ferrovieri contro la guerra, che da oltre un anno e mezzo si mobilita con bollettini specifici, presidi nelle stazioni e negli impianti attrezzati per i passaggi di convogli militari, campagne di sensibilizzazione sulla necessità che i lavoratori si mobilitino contro l’economia di guerra. Grazie al contributo di un promotore di questo percorso di lotta, approfondiremo la tematica della logistica di guerra e di come lottare per incepparla.
March 19, 2026
il Rovescio
graficAttac: chiamata alle armi grafiche contro la propaganda bellica
Riceviamo e diffondiamo: Qui il blog del progetto: https://graficattac.noblogs.org/   “Se l’Europa vuole evitare la guerra l’Europa deve prepararsi alla guerra” -Ursula Von Der Leyen, discorso alla Royal Danish Military Academy, marzo 2025 “Si vis pacem, para bellum” – Publius Flavius Vegetius Renatus, Dē Rē Mīlitārī, s. IV AD Giustificare la guerra come strumento per vivere in pace è un discorso tanto vecchio quanto ridicolo.  Tuttavia, la propaganda bellica specifica di ogni epoca è spesso riuscita a convincere parte della sua popolazione e a raggiungere, così, una soglia critica di soldati e di adesione popolare sufficiente per guerreggiare davvero. L’Europa si sta armando e le armi, una volta prodotte, devono essere usate. La guerra è infatti, da sempre, un rilancio dell’economia. Chi ha interesse alla guerra ha bisogno dunque, anche oggi, di instillare tra le menti l’idea della stessa come inevitabile strumento di pace e di creare il desiderio di arruolarsi. Ci stanno lavorando da decenni in modo ricercato, ultra finanziato e incrementale: la presenza nelle strade dei militari, l’ampliamento delle loro competenze, le attività belliche per le scuole, l’esaltazione del militare nel discorso pubblico, nei film, nei giochi sono aumentati poco a poco, permettendo un’assuefazione lenta. Oggi la propaganda lavora anche nel mondo online, ottimizzando, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale i contenuti di messaggi, immagini e video in modo che questi siano quanto più manipolativi possibile; attraverso altri algoritmi scelgono il modo migliore per diffonderli tra i vari social media e, a volte, li generano anche artificialemente. L’Esercito Italiano, per esempio, produce almeno un video online al giorno, in cui non ci sono né morti né nemici, ma opportunità esperienziali e di lavoro, per convincere ad iscriversi ai concorsi per essere reclutati tra i 6000 VFI (Volontari in Ferma Ininizale) messi al bando per quest’anno. Scommettiamo, invece, sull’intelligenza collettiva per creare una contro narrazione capace di smantellare la macchina della propaganda bellica e di avere effetto nel mondo reale. Infatti, di fronte all’esproprio delle capacità pratiche e intellettuali che caratterizza le società nel “nord” globale, riappropriarsi della creatività è uno dei passi necessari verso la possibilità concreta di lottare per un mondo diverso. Inoltre, davanti alla virtualizzazione quasi totale della comunicazione, sembra che i muri siano uno dei pochi luoghi rimasti dove si può ancora combattere ad armi pari. GraficAttac è uno spazio per: – condividere grafiche di manifesti, adesivi, volantini, scritte in contrasto con la propaganda bellica, in ogni suo processo persuasivo, per decifrarne e smantellarne i subdoli meccanismi di fabbricazione di consenso/asservimento sociale e di colonizzazione dell’immaginario – Interrompere il flusso mediatico e di discorso a sostegno degli eserciti e della militarizzazione della società, contro la ricerca di consenso alla repressione, al riarmo, all’arruolamento, all’industria bellica e alla guerra – agire nelle strade con attacchinaggi, strappando i muri alla propaganda bellica – liberare, affilare e conservare affilate, le lame del pensiero critico con cui, definitivamente, rompere le righe! Invia il materiale a graficattac@autoproduzioni.net entro il 25 aprile 2026 I contenuti saranno aggiornati sul blog graficattac.noblogs.org e (a)periodicamente usciranno altre chiamate. L’invito è quello di scaricare i contenuti ed attacchinarli massicciamente ovunque.
March 18, 2026
il Rovescio
Genova, 24 gennaio 2026. Su una giornata di lotta contro Leonardo SPA
Riceviamo e diffondiamo: Qui in pdf: corteo vs leonardo Genova 24/01/2026 – Una giornata di lotta contro Leonardo spa Sabato 24 gennaio in una fredda e ventosa giornata invernale, si è tenuta un’iniziativa a contrasto della presenza a Genova dell’industria italiana che più di qualunque altra ha contribuito e contribuisce alle stragi che il capitalismo compie nel mondo e in particolare a Gaza a partire dall’ottobre 2023. Questa azienda si chiama Leonardo, già Finmeccanica, un colosso industriale a controllo pubblico, un nome che vorrebbe mascherare o addolcire la sua funzione mortifera, facendo riferimento al talento ingegneristico di Leonardo Da Vinci. Ma non c’è alcun genio nella progettazione di tecnologie utilizzate per l’assassinio indiscriminato di persone (aerei, elicotteri, droni, missili e cannoni) e nel simultaneo controllo capillare (la chiamano elettronica per la sicurezza e la difesa) di ogni forma di opposizione e critica alle stesse stragi perpetrate nel nome del profitto e dell’imperialismo occidentale. Il presidio convocato a Sampierdarena, zona Fiumara, ha comunicato le proprie istanze e volantinato ai passanti, ricordando la presenza di Leonardo poco distante. L’impianto di amplificazione riproduceva il sibilo sinistro dei missili e l’urlo delle sirene prima dell’esplosione: un insieme di suoni terrificanti che per i palestinesi di Gaza sono quotidianità da oltre due anni. Le persone della società occidentale pacificata reagiscono solitamente con un’espressione che si colloca tra lo stupore e la vergogna, come se scoprissero solo in quel momento che le “operazioni militari” descritte asetticamente dai media sono, per chi le subisce, un incubo che atterrisce, un massacro senza pietà. Il presidio si è poi mosso in corteo, raggiungendo la sede dell’azienda già presidiata da un blindato della celere a protezione degli interessi nazionali, ovvero del capitale globalizzato che trae profitto stroncando vite e sfruttando esseri umani nelle sue sedi produttive. Il corteo, composto da una settantina di persone ha attraversato le strade di Sampierdarena, esponendo due striscioni che sfidavano la forza della tramontana genovese chiarendo il ruolo che Leonardo svolge nelle strategie di dominio e controllo dell’Occidente in tutto il mondo: FERMIAMO LA LEONARDO, CONTRO GUERRA E SORVEGLIANZA. Avvertiamo che quell’ondata di mobilitazione in solidarietà alla Palestina si è infranta, finendo nell’oblio dopo la finta pace in cui i massacri continuano, nella stessa Palestina come altrove; ma il nemico è in casa nostra, nel quartiere dove tutti ci troveremo ad affrontare gli effetti diretti, sulla nostra vita, dell’espansione di un’infrastruttura militare che si allarga. Le energie di quelle lotte dovranno convergere a contrastare i dispositivi e i sistemi di sorveglianza che oltre a sorvegliarci, ci reprimono. Per questo è fondamentale l’organizzazione, la contro-informazione, la presenza tra le persone: è necessario smuovere la passività, risvegliare l’intelligenza e la partecipazione, ma anche semplicemente conoscersi, permettere una visione globale del contesto storico in cui siamo immersi. Capire che il lavoro è subalterno agli interessi degli stati e dell’imperialismo e rende i lavoratori spesso complici degli obbrobri del potere e dei governanti. Questo è ciò che l’Assemblea genovese contro Leonardo sta facendo da quando si è costituita, consapevole del fatto che ci vuole molto di più per intralciare o, meglio ancora, impedire i piani del capitalismo. L’organizzazione Palestine Action – tramite una lotta radicale che ha fatto coraggiosamente ricorso allo strumento dello sciopero della fame nelle carceri britanniche – è riuscita a contrastare la criminalizzazione della solidarietà attiva nei confronti degli oppressi palestinesi (il governo inglese considera terrorismo ogni riferimento all’organizzazione Palestine Action) e ha ottenuto la rinuncia ad una commessa milionaria del Regno Unito all’industria di armamenti israeliana Elbit System. Questo sforzo, sostenuto da compagne e compagni in carcere, ha spezzato la morsa criminale dell’Occidente a sostegno di Israele e ha indicato la via a chi odia il potere e non sopporta lo sterminio che, ancora oggi, è in corso a Gaza. Nota a margine: lungo il tragitto del corteo sono state tracciate, sui muri di Sampierdarena, molte scritte solidali con Palestine Action e per sollecitare l’attacco a Leonardo: una forma comunicativa immediata e importante… Il giorno dopo il corteo le scritte sono state prontamente cancellate. Una domanda (superflua) e una considerazione a riguardo: da che parte sta l’amministrazione comunale genovese? Evidentemente quelle scritte colpivano nel segno sottolineando ciò che lo Stato e il suo apparato mediatico-repressivo non vogliono che sia diffuso. Quindi avanti così! Assemblea Genovese contro Leonardo
March 17, 2026
il Rovescio
Israele-UE: relazioni tecnologiche e plasmazione della repressione (dal convegno di Viterbo)
Pubblichiamo un nuovo capitolo del convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio: Anche con audio su https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/12/israele-ue-relazioni-tecnologiche-e-plasmazione-della-repressione/ Qui in pdf: plasmazione della tecnologia e repressione – corretto (1) Israele-UE: relazioni tecnologiche e plasmazione della repressione Un saluto a tutti i presenti, mi dispiace di non essere potuto venire per ascoltare anche gli altri interventi. Sono Francesco Cibele di Radio Blackout. Cercherò di delineare alcune modalità di interferenza tra apparato tecnico militare sorvegliante israeliano e apparati repressivi europei. Ovviamente, come oramai è già stato definito in modo molto chiaro, Israele utilizza i territori palestinesi come laboratorio di ricerca, sviluppo, perfezionamento e marketing dei suoi prodotti, sia in ambito bellico, sia sorvegliante. La letalità e la sorveglianza di fatto si fondono costantemente. Sappiamo anche benissimo che questa unità di signal intelligence, sorveglianza avanzata dell’esercito israeliano, l’ “unità 8200” è anche un incubatore di startup. La sua finanziaria si chiama 8200 EISP (Enterpreneurship and Innovation Support Program) finanzia startup per veterani e veterane dell”‘unità 8200″. Questi aspetti, appunto, li diamo abbastanza per scontati. Cerchiamo di andare a vedere come operino intanto a livello di plasmazione determinate aziende. Non facciamo un elenco, ma stiamo cercando di osservare più che altro delle traiettorie di trasformazione e in parte anche come operi la formazione, la cooperazione tra apparati repressivi e via dicendo. Intanto è chiaro che Israele, al di là degli accordi di cooperazione militare, quindi degli accordi con i governi di turno, seppure dotati di una certa stabilità, e gli accordi con le forze dell’ordine per la formazione, soprattutto in ambito di antiterrorismo, cyber-sicurezza e via dicendo, abbia una fortissima diplomazia industriale all’opera. Non c’è bisogno dei governi che stringono accordi: Israele porta avanti una diplomazia sotterranea con accordi industriali, sostanzialmente sia di partnership con aziende del settore, sia di presenza proprio di stabilimenti delle sue aziende in altri paesi. Pensiamo a tutto il caso di Elbit System nel Regno Unito, dove si crea questa rete di diplomazia industriale sostanzialmente molto forte. Al di là di questo, Israele accede ai fondi europei per la ricerca e questo è un aspetto molto importante. Israele e le aziende militari, anche israeliane, accedono ai fondi europei Horizon. Diciamo che Israele, associato ai programmi quadro di ricerca e innovazione europei dal ’96, inizia a partecipare agli accordi e ai programmi Horizon (quindi finanziati con i fondi Horizon) dal 2014. I programmi Horizon spaziano in diversi generi di contesti, vanno dal medicale all’ambientale, alle tecnologie ambientali, al restauro, alla farmaceutica, eccetera. Quelli che ci interessano maggiormente sono l’ambito della robotica e dell’informatica. Dicevamo che formalmente i programmi militari non possono entrare all’interno dei finanziamenti Horizon. Eppure aziende militari israeliane riescono a bypassare questi limiti. Per esempio, c’è un programma di Elbit System che si occupa dello sviluppo di head-up display (quindi di visori che sovrappongono dati alla realtà) che è passato all’interno del capitolo “Sfide della società – Trasporti green” e via dicendo: come se fosse una tecnologia neutralmente applicabile all’aeronautica. Elbit System, Israeli Aerospace Industries e altre compagnie di scala diversa dell’apparato tecnomilitare israeliano partecipano a questi programmi finanziati dai fondi europei. In particolare, riescono a entrare proprio aziende militari, soprattutto all’interno del portafoglio dell’Internal Security Fund e del Civil Security for Society; sono fondi che si occupano di finanziare ricerca tecnologica in ambito di sorveglianza interna e controllo delle frontiere, quindi biometria, varchi biometrici alle frontiere, accoppiamento di dati raccolti dal volto di una persona rispetto al suo storico di documenti e altre informazioni che riguardano l’individuo. Al di là di questo, appunto, già si evidenzia molto chiaramente come ci siano delle aree veramente molto liminali tra guerra e repressione. Queste aziende sono settore bellico sorvegliante: sostanzialmente si occupano di tecnologie applicate sia alla letalità sia al controllo e alla repressione. I programmi dual-use di Horizon non sono solo quelli degli esempi citati dove hanno partecipato aziende israeliane, ma anche contesti quasi incredibili da raccontare: cioè programmi per l’antincendio, droni che calcolano la traiettoria di caduta di oggetti dall’alto: “liquidi antincendio” ovviamente… Peccato che siano aziende come Israely Aerospace Industries che si occupano poi di fare cadere esplosivi addosso alla popolazione di Gaza. Altri programmi molto importanti sono quelli che riguardano la robotica e l’informatica. Attualmente sono in corso diverse partecipazioni di Israele nei programmi finanziati dai pacchetti dei fondi Horizon (che potete trovare su Cordis, che è il portale in cui vengono pubblicati tutti i progetti e i loro avanzamenti) dove Israele partecipa a diversi progetti in ambito di quantum computing e soprattutto di crittografia. Perché è importante la crittografia? Come i Large Language Models, i chatbot sostanzialmente, programmi importanti perché fanno parte dell’arsenale operativo israeliano per modificare, diciamo, il consenso attraverso la moltiplicazione di pareri, opinioni favorevoli online attraverso chatbot e via dicendo… ma soprattutto perché la maggior parte dei prodotti che Israele vende all’apparato repressivo riguardano proprio il “bucare” le protezioni dei dispositivi. Diciamo che ci sono due grandi famiglie di prodotti di questo tipo: ci sono quelli come Cellebrite che si chiamano Mobile Devices Forensic Tools, quindi dispositivi per l’analisi forense delle tecnologie mobili dei telefonini, e in questo caso Cellebrite è il prodotto più noto, che abbiamo visto venire progressivamente sempre più impiegato, il cui l’uso viene sempre più normalizzato in Italia. E se Cellebrite viene definita una tecnologia di grado militare, adesso vediamo che molte forze di polizia locale e di polizia stradale, hanno licenze Cellebrite in Italia – per esempio – per entrare nei dispositivi dopo gli incidenti e vedere se una persona era al telefonino mentre si è schiantata contro un lampione. Cellebrite non si occupa solo di quella parte, cioè di estrarre i dati con un cavo USB da un telefono, si occupa anche poi di organizzare questi dati, di elaborarli, di conservarli, e quindi vende strumenti alle forze dell’ordine basati su intelligenza artificiale per osservare ricorrenze, ad esempio all’interno dei dati: vedere all’interno di un set di dati, raccolto magari all’interno anche di indagini diverse, se ci sono corrispondenze tra immagini, tra indirizzi, tra messaggi, tra persone citate nei messaggi su WhatsApp, per esempio. Tutto questo compone appunto un’architettura informatica che va a plasmare l’operatività stessa delle forze dell’ordine grazie a questi strumenti. Ovviamente un altro contesto importantissimo (poi arriveremo anche agli spyware, appunto ai malware di Stato, gli strumenti per prendere il controllo dei dispositivi) e fondamentale è quello della biometria: trasformare il corpo (l’immagine) in dati, trasformare di fatto un individuo in un codice che lo rende riconoscibile appena supera un varco biometrico. L’attore più interessante da studiare in ambito di aziende israeliane di sorveglianza biometrica è Corsight. Corsight nasce nel 2019 in quel contesto, appunto, come dicevamo prima, di incubazione di startup militari sorveglianti per il riconoscimento biometrico, non solo riconoscimento facciale. Inizia con il riconoscimento facciale, vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine in giro per il mondo; sviluppa progressivamente testandoli proprio in West Bank, in Cisgiordania, degli algoritmi di analisi biometrica delle condotte, quindi analisi delle immagini non solo per riconoscere chi sia una persona, ma per capire che cosa stia facendo in modo automatico, visto che per osservare la mole di dati prodotti dai flussi video costanti di centinaia di telecamere, servirebbero molti operatori umani. L’automazione serve proprio a quello. L’automazione serve, così come per i sistemi d’arma autonomi, a disaccoppiare quantità di umani da quantità di letalità allo stesso modo, in ambito sorvegliante-repressivo, l’automazione serve a disaccoppiare operatori umani, che devono guardarsi degli schermi, rispetto invece a delle intelligenze artificiali che ti mandano una segnalazione. Corsight fa analisi biometrica delle condotte: dove sta guardando un individuo, se sta afferrando degli oggetti, se più individui si stanno radunando, si stanno accorpando, se si sta per esempio per formare un corteo. Tutti questi sono parametri che questi software analizzano e riconoscono in modo automatico e possono così mandare delle segnalazioni automatizzate a forze di intervento, forze di sicurezza umane. Le tecnologie di questo tipo di Corsight, non pensiamo siano circoscritte all’antiterrorismo più oscuro, col passamontagna che ti piomba in casa con la corda. No, vengono sviluppate in un contesto di oppressione e di forza letali, vengono poi vendute in giro per il mondo. Per esempio, la suite di Corsight sul riconoscimento biometrico viene utilizzata nei casinò per osservare condotte fraudolente. Vende tantissimi dei prodotti nel contesto dell’antitaccheggio: quindi vedere come una persona in un negozio si sta comportando, se ha delle condotte sospette, se si sta infilando qualcosa sotto la giacca, addirittura per quello che si definisce sweethearting (cuore d’oro), ovvero se i commessi fanno dei regalini impropri a dei loro amici, o trattano in modo preferenziale alcuni clienti. Tutto questo tipo di condotte all’interno dei negozi può essere controllato da tecnologie Corsight, che appunto nascono, vengono testate e hanno come spinta di marketing la letalità oppressiva dei territori palestinesi e finiscono poi nelle catene di negozi, per esempio nel Regno Unito, nei casinò in Australia e via dicendo. Il sistema di riconoscimento facciale di Corsight si chiama Fortify (usato dal DHS), e vende ad ICE la versione Mobile Fortify [nota: attribuita a NEC] che sta appunto all’interno dei dispositivi dei miliziani di ICE per i rastrellamenti all’interno dei territori statunitensi. La ministra degli interni britannica, la Home Secretary, ha appena pubblicato le linee guida per la riforma delle forze dell’ordine britanniche in chiave di normazione dell’utilizzo (già in corso da anni, ma che esce da una zona grigia e si moltiplica) del riconoscimento biometrico e dell’intelligenza artificiale. Tecnologie predittive per riformare appunto le forze dell’ordine britanniche: è uno dei cambiamenti più radicali nella storia recente delle forze dell’ordine in generale, perché viene appunto progettato nell’insieme questo corpo di trasformazione. All’interno di questo corpo di trasformazione, di questa traiettoria, un ruolo centrale ce l’avrà appunto Corsight, come già emerso. Dagli elementi preliminari sappiamo anche che i carabinieri italiani utilizzano tecnologia di riconoscimento facciale Corsight, come è uscito, anche se con pochi dati, da una recente inchiesta su Fanpage. Oltre appunto però alla biometria, torniamo al discorso degli spyware. Abbiamo visto che all’interno dei fondi di ricerca europei Horizon, Israele partecipa a programmi per la crittografia e il quantum computing: gli strumenti più venduti dell’apparato industriale sorvegliante israeliano sono appunto gli spyware. All’interno del mondo degli spyware ci sono quelli di Candiru, ci sono quelli di NSO Group… NSO Group sono un po’ i cattivi, sono quelli che sono balzati maggiormente all’onore delle cronache perché vendono le loro licenze per questo strumento – teoricamente antiterrorismo – più o meno a chiunque gliele chieda, per monitorare giornalisti, attivisti, e via dicendo. Il software Pegasus di NSO Group è stato trovato nel telefono della moglie del giornalista Khashoggi, prima che appunto venisse smembrato in un consolato saudita ad Istanbul. E poi c’è Paragon Solutions. Paragon Solutions, invece, cercano di porsi un po’ come quelli corretti, come i buoni nel mercato degli Spyware rispetto ai cattivi di NSO Group. Paragon Solution, ricordiamo, in Italia è stato al centro di questo teatrino: il suo software di spionaggio dei dispositivi Graphite è stato trovato sui telefoni di giornalisti di Fanpage invisi al governo Meloni per le inchieste su Gioventù Nazionale, oltre che trovato sui dispositivi di attivisti di ONG per il soccorso di migranti, e di fronte a ciò, Mantovano, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha detto: «Noi non possiamo dire nulla, diciamo che alcuni fenomeni riguardano la sicurezza nazionale, altri no. Non abbiamo mai acquistato licenze per spiare i giornalisti. Provate il contrario». Sarebbe abbastanza semplice provare il contrario, perché Paragon Solutions evidentemente avrà un registro di cosa è avvenuto. Ad acquistare le licenze dicono che magari non sia stata l’Italia… Di fatto, comunque, Paragon Solutions vende i suoi prodotti alle forze dell’ordine e se fino a qualche anno fa l’utilizzo dei captatori informatici, appunto degli spyware, era limitato, sia perché il mercato era meno esteso, sia perché non c’era una normazione chiara a riguardo, adesso vengono sostanzialmente equiparate alle intercettazioni ambientali. Sono in grado di attivare e disattivare i microfoni e le videocamere dei telefoni in momenti specifici, sono in grado di controllare tutta la corrispondenza delle telecomunicazioni. Perché è interessante proprio Paragon Solutions? Non solo perché il suo software spia è stato trovato in contesti di – diciamo – repressione del dissenso in Italia in particolar modo, mentre invece l’altra gamma in cui sicuramente opera è per il discorso della “sicurezza nazionale” e come tendono a definire loro i fenomeni… Ma Paragon Solution è fondata non da un militare qualunque dell’esercito israeliano, è fondata da Ehud Barak. Ehud Barak è sia un ex militare, sia un ex primo ministro israeliano. Ehud Barak, tra l’altro, è una persona che ha dei canali di collegamento con l’apparato di sicurezza italiano, oltre a essere tra l’altro probabilmente uno dei burattinai dietro l’asset Jeffrey Epstein come asset di dossieraggio e ricatto delle persone più potenti al mondo, visto che appunto ci sono contatti dimostrati tra Ehud Barak e Jeffrey Epstein… Ehud Barak che fonda un’azienda di spyware che vende alle forze dell’ordine anche italiane. Barak è anche una persona che lo stragista miliardario dell’amianto Schmidt Diney, ha contattato per essere assolto (ed è stato poi assolto in Italia) dalla strage dell’amianto che ha compiuto. Al di là di tutto questo, per concludere, un contesto veramente importante sono le forze dell’ordine locali. Le forze dell’ordine locali, perché sono molto permeabili sia al lobbying, sia all’introduzione di nuove tecnologie. Per esempio, una tecnologia che si sta diffondendo all’interno dei comuni italiani è Safer Place. Vi leggo un breve estratto di un articolo del 2023 del prestigioso quotidiano “La Provincia di Cremona”: «Il Comune di Cremona doterà una parte delle auto della polizia municipale con questo sistema derivato dal settore militare (non si specifica settore militare israeliano), nel quale viene utilizzato in particolare nella lotta contro il terrorismo. A Cremona, anziché monitorare situazioni di potenziale pericolo legato ad attentati, Safer Place sarà utilizzato per individuare e nel caso sanzionare comportamenti scorretti alla guida; il dispositivo è già in utilizzo in vari capoluoghi italiani». Siamo nel 2023… grazie alla connessione tra quanto registrato dalle videocamere e il software di elaborazione, la capacità di scansionare tutte le targhe visibili, di collegarsi al database ministeriale e di controllare in automatico se dovessero esserci problemi per la mancanza di revisione, assicurazione o addirittura auto nelle liste nere, quindi auto – per esempio – che possono essere veicoli che devono essere bloccati perché sospetti di essere stati coinvolti in dei reati. Sostanzialmente questo sistema si basa sulla lettura di targhe e la lettura di targhe è quella forma di riconoscimento degli oggetti molto affine al riconoscimento facciale: se il nostro volto viene trasformato in un codice, il nostro volto diventa la nostra targa. Sostanzialmente, adesso si stanno normalizzando all’interno dei comuni italiani degli strumenti di riconoscimento automatizzato. I primi sono stati attivati con le ZTL semplicemente per riconoscere se determinati veicoli potevano accedere a delle “zone rosse”. Si stanno moltiplicando le Zone Rosse per umani e stanno moltiplicando tecnologie in grado di automatizzare il riconoscimento e l’analisi dei dati che riguardano un veicolo. Ci sarebbe poi tutta una parte sulla formazione delle forze dell’ordine, i corsi antiterrorismo, i contatti, appunto, tra forze dell’ordine e l’ apparato sionista, o per esempio i corsi di indottrinamento recentemente emersi per – di fatto – formare le forze dell’ordine in un’ottica di rappresentazione delle mobilitazioni per Gaza come eterodirette dal Qatar e dai Fratelli Musulmani, sostenendo che il genocidio non è mai avvenuto. Ci sono poi dei corsi professionali di formazione del comando interforze (e quindi funzionari di polizia, carabinieri, Guardia di Finanza) che vanno in Israele a farsi addestrare dalle truppe delle forze speciali israeliane, e ci sono anche quei corsi privati fatti da aziende della formazione israeliana. Per esempio, c’è questa azienda che si chiama Cherries (come “ciliegie”) Counter Terror, che rilascia attestati con il grado di «addestramento israeliano per il riconoscimento dei comportamenti». Il loro motto è: «una delle differenze fondamentali nella metodologia israeliana di sicurezza è che noi non cerchiamo armi, ma cerchiamo terroristi» e quindi tutta una formazione sulla lettura della comunicazione non verbale e via dicendo. Non mi dilungo oltre. Grazie mille per questa iniziativa veramente importante. Buona lotta a tutte le compagne e i compagni. Ciao.  
March 13, 2026
il Rovescio
Ferrovieri contro la guerra: bollettino n. 7
Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo l’ultimo numero del “Bollettino dei ferrovieri contro la guerra”. I piani europei per la mobilità militare, a cui si sta lavorando alacremente anche in Italia, confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che i finanziamenti bellici non sono affatto una “bolla speculativa”, ma degli interventi concreti di preparazione alla guerra. Quanto mai preziosa, allora, la puntuale denuncia fatta da questi ferrovieri, soprattutto perché inquadrata in una chiara proposta di lotta: «Non c’è più tempo. I ferrovieri e le ferroviere devono proporre e aderire a un concreto percorso sull’obiezione di coscienza ma, allo stesso tempo, tutto questo non sarebbe sufficiente a fermare la spirale guerrafondaia. Per interrompere il trasporto militarizzato su ferrovia e i lavori sull’infrastruttura serve molto di più. La mobilitazione già in essere sui contratti e accordi a perdere deve diventare tutt’uno con la mobilitazione antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra». fcg7 fcg8promo
March 11, 2026
il Rovescio
Banda di assassini, giù le mani dall’Iran e dal Libano!
Volantino distribuito a Trento durante il corteo contro l’aggressione all’Iran dello scorso sabato 7 marzo: Banda di assassini, giù le mani dall’Iran e dal Libano! La potenza tecno-militare porta a considerare il mondo intero come un insieme di forze inerti da manovrare a piacimento. L’ideologia suprematista spinge a considerare milioni di persone come dei subumani a cui si può fare tutto ciò che si vuole. La concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa genera una propaganda sempre più sfacciata (con le menzogne della sera che contraddicono platealmente quelle del mattino). Un simile delirio di onnipotenza ci può condurre, sotto l’effetto domino dei propri gesti sconsiderati, nell’abisso di un conflitto mondiale. Il governo genocida di Israele sarebbe mosso da spirito “umanitario” nei confronti del popolo iraniano per liberarlo dalla tirannia! Le centocinquanta bambine di una scuola iraniana uccise sotto le bombe israelo-statunitensi sono lì a dimostrarlo. Il regime statunitense, che ha organizzato il più alto numero di golpe della storia e finanziato i più sanguinari terrorismi di Stato (nelle Filippine, in Brasile, Guatemala, Indonesia, Cile, Argentina, Messico, Honduras, Venezuela, Colombia…), definisce “principale sponsor del terrorismo” il governo iraniano… Il problema per lorsignori è che l’Iran – un Paese di 90 milioni di abitanti, sei volte più grande dell’Italia, dotato di un potente apparato militare – non è né l’Afghanistan né la Libia, come si vede dai missili che piovono su Tel Aviv e dal numero delle basi militari statunitensi già colpite in tutto il Golfo. Se poi dalla geopolitica passiamo al piano sociale (l’unico che davvero ci interessa), l’odio che le masse del mondo intero provano nei confronti dell’imperialismo occidentale non potrà essere contenuto a lungo dalle petromonarchie e dagli altri regimi a libro paga degli USA. Le folle che assaltano le ambasciate statunitensi in Pakistan, in Barhein o in Iraq si trovano di fronte il fuoco assassino dei marines. E non sarà certo la borghesia della diaspora iraniana (che scende in piazza con le immagini dello Scià e che ringrazia il genocida Netanyahu) a far credere ai popoli del Medio Oriente che sotto il tallone dell’imperialismo israelo-occidentale le loro vite diventerebbero più libere. Quanto alla pretesa moralità delle élite occidentali, ancora non basta quel vero e proprio castello degli orrori allestito da Epstein, ricettacolo di predatori sessuali, tecnocrati, transumanisti, eugenisti e servizi segreti israeliani? Mentre si ipotizza l’intervento europeo per dei droni che hanno attaccato una base britannica a Cipro, le basi dell’UNIFIL – cioè i militari dell’ONU coordinati dall’esercito italiano – vengono colpite in Libano da Israele senza che si levi nemmeno una nota di biasimo… Non abbiamo nessun campo da difendere tra i poteri capitalistici che si stanno scontrando. Solo l’unione tra il moto internazionale in solidarietà con la resistenza palestinese e la ribellione delle masse oppresse del Medio Oriente può fermare questa spirale di distruzione e di morte. L’Iran che sosteniamo è quello che vuole liberarsi di un regime reazionario senza farsi servo dell’imperialismo occidentale e senza chiudere gli occhi di fronte all’immane violenza perpetrata da Israele contro il popolo palestinese. Il nostro compito è fermare qui la mano assassina dell’imperialismo e del colonialismo. Se il governo Meloni-Mattarella pensa di schierare basi e truppe con i bombardatori di Washington e di Tel Aviv, dobbiamo essere di nuovo pronte e pronti a bloccare tutto, come è successo nei mesi di settembre e ottobre. Assemblea in solidarietà con la resistenza palestinese – Trento
March 10, 2026
il Rovescio
UNA PROPOSTA CHIARA – Sulle iniziative a Viterbo degli scorsi 7 e 8 febbraio
Da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/06/una-proposta-chiara-sul-convegno-di-viterbo-del-7-e-8-febbraio/ UNA PROPOSTA CHIARA Sulle iniziative di Viterbo del 7 e 8 febbraio Sabato 7 e domenica 8 febbraio si sono tenute due giornate di mobilitazione e di approfondimento contro la guerra in tutte le sue espressioni, su tutti i fronti, compreso quello interno della repressione. Il 7 febbraio più di 150 persone sono scese in piazza a Viterbo per una manifestazione dai contenuti radicali che ha indicato come sia possibile e necessario tenere assieme il tema della guerra con quello della repressione: con la resistenza palestinese, per il disfattismo rivoluzionario nella guerra fra NATO e Russia in Ucraina, contro la repressione quale espressione delle politiche di guerra sul fronte interno, contro il 41-bis come carcere di guerra e in solidarietà con Alfredo Cospito. Un’operazione sicuramente ambiziosa, vista la complessità dei contenuti trattati. Non solo nel contesto di calo della mobilitazione a sostegno della popolazione palestinese a seguito del cosiddetto “cessate il fuoco” (ovvero della prosecuzione del genocidio con altri mezzi, durante il quale ci sono già stati oltre un migliaio di morti), peraltro scendendo in piazza con posizioni radicali che rivendicavano la natura rivoluzionaria degli eventi del 7 ottobre 2023, ma anche prendendo posizione su un conflitto ben diverso, come quello NATO-Russia, dove, se non intendiamo farci arruolare in nessuna delle due fazioni capitaliste in guerra, assumiamo l’unica posizione possibile per dei rivoluzionari coerenti: dare addosso alla nostra. E ancora, collegando a questi argomenti il tema della repressione, essa stessa espressione delle politiche di guerra, come manifestazione della guerra nel fronte interno, la guerra che lo Stato porta avanti contro la nostra classe. Una serie di passaggi, sicuramente logici, come abbiamo indicato nel corso dei numerosi interventi che si sono succeduti, ma certamente non così popolari come la mera presa di posizione dal carattere umanitaristico a sostegno di una popolazione sottoposta a sterminio e vittimizzata. Se a questo quadro di clima politico aggiungiamo le condizioni climatiche in senso stretto, con i compagni e le compagne sferzati da condizioni meteorologiche a tratti proibitive, il livello della partecipazione è stato buono. Il corteo è passato davanti all’università, dove sono state ricordate le complicità con l’apparato militare e col genocidio in Palestina, per poi snodarsi per le vie del centro storico, con diversi interventi che hanno comunicato le ragioni della manifestazione nelle varie piazze in cui si è sostati. Significativo che sia finalmente tornato ad attraversare le strade uno spezzone con decine di compagni, anarchici e non solo, che gridava “Fuori Alfredo Cospito dal 41-bis”, dopo l’importante mobilitazione del 2022-’23 e a pochi mesi dal possibile rinnovo della misura (la scadenza del primo ciclo di quattro anni sarà a maggio). Ciò con un certo dispiacere per reazionari e benpensanti. E infatti sin dall’indomani mattina stampa e apparato politico di centrodestra, prevalentemente locale, gridava allo scandalo per la “convergenza di anarchici e propal” che hanno deciso di unire le lotte per liberare Cospito e Hannoun. In un qualche modo comprendendo, sia pure riportato in uno spartito scandalistico e confusionistico, il senso di fondo di questa manifestazione: la natura sostanzialmente unitaria della dinamica guerra-repressione e la necessità di unire le lotte di chi vi si oppone. Domenica 8 febbraio un ricchissimo convegno militante ha approfondito quegli stessi argomenti. Un convegno che probabilmente si è dimostrato tanto più ricco proprio perché animato da compagni e compagne, senza il bisogno di dare la parola ai professori, agli esperti e ai “tecnici” della materia trattata. Le relazioni sono state profuse da militanti che provengono dalle lotte, riuscendo a coniugare con una certa naturalezza (come dovrebbe essere) la concretezza che proviene dal conflitto di classe con un elevato livello di approfondimento teorico, analitico e finanche “tecnico” (senza scadere in tecnicismi). Abbiamo già pubblicato i contributi giunti dalle carceri italiane, da parte di Juan Sorroche e Anna Beniamino, e i saluti giunti dall’Irlanda da parte di Acton for Palestine Ireland. Nelle prossime settimane pubblicheremo altri materiali, raggruppandoli in base al loro contenuto e alla disponibilità. A questo link (in aggiornamento) si possono leggere i testi e ascoltare gli audio degli interventi: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/02/26/sabotiamo-la-guerra-e-la-repressione-7-8-viterbo/ Dal punto di vista della partecipazione, al convegno sono intervenute un centinaio di persone. Si può quindi ritenere che nelle due giornate le nostre iniziative siano state attraversate da circa 200 tra compagni e osservatori. Una dimostrazione che la nostra iniziativa abbia colto nel segno la possiamo dedurre dalla campagna mediatica che settimane dopo si è scatenata contro di essa. A differenza degli articoli usciti all’indomani del corteo si è trattato, questa volta, di una provocazione programmata a tavolino e con un’ambizione di eco nazionale. E infatti venerdì 20 febbraio – ben due settimane dopo le nostre manifestazioni viterbesi – la prima pagina del quotidiano “Il Tempo” apriva col titolo allarmistico: “Chiamata alle armi – Attacco allo Stato”. Il riferimento è alla lettera che Anna Beniamino ci ha inviato dal carcere di Rebibbia come contributo al convegno. Nonostante le settimane impiegate per ordire la provocazione, il quotidiano romano diretto da Daniele Capezzone non ha potuto citare niente di più pericoloso da quel testo che espressioni come “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo”. Contenuti sui quali l’indomani il giornalaccio dell’onorevole Angelucci – organo di stampa che soventemente fa da ventriloquo delle fazioni di estrema destra dei servizi segreti italiani – continuava a ricamare con un’intervista al sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, così da occupare per un’altra mattina le prime pagine su questa vicenda. Alla domanda su come evitare che fatti così gravi potessero ripetersi – cioè che un prigioniero osasse scrivere “lotta alla repressione” e “gentaglia al governo” – Delmastro rispondeva: “implementando le misure carcerarie per questo tipo di persone, inserendole nei circuiti giusti al fine di renderle inoffensive”. Un suggerimento esplicito di trasferimento in 41 bis, o forse un’anticipazione di una ristrutturazione generale dei circuiti differenziati. Conosciamo bene il personaggio. È lo stesso che tre anni fa, mentre il governo cercava disperatamente un modo per arginare la mobilitazione a fianco dello sciopero della fame di Alfredo Cospito (e l’ampia simpatia che suscitava nella popolazione), prima faceva trasferire Alfredo in una diversa sezione, con la sola compagnia di tre persone condannate come boss della criminalità organizzata, e poi imbastiva il teorema della “alleanza tra Cospito e la mafia”, tutto basato su generiche frasi di incoraggiamento rivolte ad Alfredo dagli altri detenuti. Ovvero… le uniche persone che il compagno poteva vedere a parte le guardie! Una spregevole manovra spettacolare che, se a suo tempo ha permesso al governo di contrattaccare sul piano mediatico, è costata a Delmastro una condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Oggi come allora Delmastro mette in campo una strategia della confusione, fondamentalmente perché debole sul terreno delle ragioni. Se è vero che non c’è un pericolo fascista in questo periodo storico, ma una svolta autoritaria di diversa natura connessa con la tendenza alla guerra, ciò non toglie che certi personaggi davvero sono usciti dalle fogne del neofascismo. Lo sono da un punto di vista biografico e come caratura morale. La menzogna, la congiura e il manganello sono nella loro cassetta degli attrezzi. Nel mentre rinnoviamo la nostra solidarietà alla compagna, osserviamo che questo tipo di reazioni isteriche sono un segno di debolezza piuttosto che di forza da parte dello Stato. Se si sente “sotto attacco” (come ha titolato “Il Tempo”) per via di un convegno è perché evidentemente barcolla. D’altronde, cari signori, in questo pasticcio vi ci siete infilati da soli. Le convergenze e le saldature che evocate con orrore sono quelle che avete creato con le vostre politiche. Uno Stato che estende sempre di più la legislazione antiterrorismo contro le lotte sociali è uno Stato che in un certo senso aiuta i rivoluzionari a uscire dall’isolamento. Se la DNAA si presta a ogni tipo di iniziativa repressiva, anche sperimentale – dal 41 bis utilizzato contro i rivoluzionari alle inchieste per la redazione di un giornale, fino agli arresti di palestinesi su espressa indicazione di Israele – è proprio essa che sta costruendo la saldatura di un fronte contro se stessa. E ancora, la stampa dabbene si lamenta della pericolosità per lorsignori della divulgazione delle idee anarchiche, ma è proprio l’aver messo Cospito in 41-bis ad aver fornito agli anarchici una tribuna con un’eco senza precedenti. E potremmo continuare. Difficilmente si potrebbe fare diversamente, in quanto il precipitare della contraddizioni internazionali in una Grande Guerra – di cui gli eventi delle ultime ore, a seguito dell’attacco sionista e statunitense all’Iran, sono un potente acceleratore – sarà sempre più accompagnato dalla stretta repressiva, non solo per i fatti ma anche per le idee: d’altronde la censura è un classico di guerra. Ma questa contraddizione di sistema indica anche la strada per chi vuole abbatterlo: inserire la resistenza contro la repressione dentro una cornice di opposizione internazionalista alla guerra, perché la repressione altro non è che l’espressione della guerra sul fronte interno. In conclusione, anche questi attacchi sguaiati sono il segno del discreto successo della nostra iniziativa. Che il messaggio che abbiamo voluto lanciare sia risultato indigesto per chi ci governa indica semmai che siamo sulla strada giusta. D’altro canto, parliamo di una classe dirigente – politici, giornalisti, magistrati – che è infangata di fronte alla storia come complice di un genocidio. E che non può davvero permettersi di darci lezioni morali. Assemblea Sabotiamo la Guerra Rete dei comitati e collettivi di lotta
March 6, 2026
il Rovescio
[it, ru] La diserzione in Ucraina non si arresta – Intervento di “Assembly” al convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio
Riprendiamo da https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/il-rifiuto-della-guerra-in-ucraina-tra-diserzioni-attacchi-ai-reclutatori-e-solidarieta-diffusa/ Qui alcuni interventi precedenti di “Assembly” già usciti sul giornale “disfare” utili a contestualizzare la situazione: https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/files/2026/03/assembly_disfare-2.pdf IL RIFIUTO DELLA GUERRA IN UCRAINA, TRA DISERZIONI, ATTACCHI AI RECLUTATORI E SOLIDARIETÀ DIFFUSA   Buongiorno a tutti, cari compagni! * Abbiamo iniziato quest’anno in un momento interessante. L’esercito ucraino si sta sciogliendo sotto i nostri occhi. Come ha dichiarato questa settimana Alina Mikhailova del Consiglio comunale di Kiev, dei 30.000 mobilitati ogni mese, 20.000 finiscono in SZČ (abbandono non autorizzato del servizio) e solo 10.000, «storti e malandati», non riescono a «scappare oltre la recinzione» e restano nell’esercito. Inoltre, alcuni giorni fa, il capo della Polizia nazionale Ivan Vygovskij ha riconosciuto «la riluttanza della maggioranza ad arruolarsi nell’esercito» e l’aumento dei casi di resistenza ai reclutatori. Ha anche affermato che «quasi ogni giorno si registrano episodi di aggressione contro i militari dei centri di reclutamento». * Cosa dire, se persino il giornale del Partito Democratico degli Stati Uniti scrive che «i sondaggi mostrano una crescente disponibilità a concessioni territoriali tra una popolazione stanca della guerra, a condizione che all’Ucraina vengano fornite garanzie di sicurezza affidabili» e che «ciò rappresenta un notevole cambiamento nella coscienza della popolazione ucraina stanca della guerra» * https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war-donbas-region.html * Questo significa che siamo sull’orlo di una rivoluzione sociale? No, non lo significa. Per ora la classe lavoratrice dell’Ucraina e della Russia è ancora molto più disposta ad andare al macello che anche solo a unirsi minimamente nella lotta per i propri interessi immediati. Non esiste alcuna situazione rivoluzionaria nemmeno all’orizzonte, e persino il crollo del fronte ucraino — che potrebbe rappresentare il modo più semplice per restituire a tutti la libertà di movimento e la possibilità di scegliere il luogo dove stare — continua a essere rinviato a un futuro indefinito. Al posto di coloro che sono fuggiti o sono finiti in prigione, lo Stato ne cattura di nuovi, e non se ne vede la fine. * Alla generazione precedente, finita nelle trincee della guerra di posizione, sono bastati appena tre anni dall’inizio per realizzare la Rivoluzione di Febbraio attraverso lo sciopero generale e la conquista della capitale da parte dei soldati rivoltosi, nonché per minare la posizione di Kerenskij, che insisteva sulla prosecuzione della guerra. A ciò non impedirono né l’assenza di Internet, né l’analfabetismo della maggior parte della popolazione, né il sostegno alla continuazione della guerra da parte degli alleati della triplice intesa. * In queste condizioni vediamo il momento ideale per sviluppare forme di mutuo aiuto orizzontale nella questione oggi più urgente: come uscire dal più grande campo di concentramento del mondo. Una delle principali scoperte dello scorso anno è stata l’iniziativa «La solidarietà è la via», lanciata un paio di mesi fa e ispirata dai nostri reportage e dalle interviste con ucraini che sono riusciti a fuggire all’estero attraversando montagne e fiumi. Per saperne di più, potete visitare il sito: https://solidarityactivities.noblogs.org * Come noi, questa rete non si identifica formalmente con l’anarchismo, che in Ucraina ha ormai praticamente smesso di significare qualcosa, così come le parole «socialismo», «comunismo», «fascismo», «antifascismo» e così via. Vale a dire,che il nostro rifiuto di questa etichetta (senza modificare la nostra linea editoriale) è legato alla totale assenza di qualsiasi attività antimilitarista da parte di coloro che in Russia si definiscono anarchici internazionalisti. Come si suol dire, a questo gioco si gioca in due. Se per loro il mantenimento di tale auto-identificazione sembra essere un modo per risolvere problemi psicologici personali, noi non abbiamo tali esigenze. Preferiamo quindi unirci attorno a cause e pratiche comuni, piuttosto che a parole. * Un altro motivo per cui è così importante creare reti di questo tipo è che oggi, su entrambi i lati della linea di demarcazione che divide la nostra regione slobožana (Il territorio, che era al confine sudoccidentale del Regno russo, corrisponde all’intero oblast’ di Kharkiv e parzialmente agli oblast’ ucraini di Sumy, Donec’k e Luhansk, e agli oblast’ russi di Kursk e Voronež), l’attivismo di strada della sinistra internazionalista è praticamente impossibile. L’esempio più vicino a Kharkiv di cui siamo a conoscenza è l’Organizzazione dei marxisti di Voronež * (https://t.me/communistvrn/369),a quasi 700 km dalla nostra città. Questo è il risultato della fuga massiccia di molte persone attive e dell’inasprimento dei controlli su quelle rimaste. Tuttavia, ciò non significa che la situazione non possa cambiare improvvisamente. Costruendo ora queste reti, saremo pronti alle opportunità che si apriranno e potremo mobilitarci rapidamente per agire in nuove condizioni. * In sostanza, è più o meno così come stanno le cose. Grazie per l’invito, seguite i nostri aggiornamenti su https://libcom.org/tags/assemblyorgua e scriveteci se avete bisogno di qualcosa! * -------------------------------------------------------------------------------- * Всем доброго времени суток, уважаемые товарищи! Начало этого года мы встретили в интересный момент. Украинская армия тает на глазах. Как сказала на этой неделе Алина Михайлова из Киевсовета, из 30 тыс. ежемесячно мобилизованных 20 тысяч уходят в СЗЧ и только 10 тысяч «кривых и косых» не могут «убежать за забор» и остаются в армии. Также несколько дней назад глава Нацполиции Иван Выговский признал «нежелание большинства идти в армию» и рост числа случаев сопротивления людоловам. И что «почти ежедневно есть факты нападения на военнослужащих центров комплектования». Что говорить, если даже газета Демпартии США пишет, что «опросы показывают растущую готовность к территориальным уступкам среди уставшего от войны населения при условии предоставления Украине надежных гарантий безопасности» и что «это представляет собой заметный сдвиг в сознании уставшего от войны украинского населения» (https://www.nytimes.com/2026/02/04/world/europe/ukraine-russia-war donbas-region.html) Значит ли это, что мы на пороге социальной революции? Нет, не значит. Пока что трудящиеся Украины и России всё еще готовы шагать на убой гораздо больше, чем даже минимально объединяться в борьбе за самые насущные интересы. Революционной ситуации нет даже на горизонте, и даже обрушение украинского фронта (которое могло бы стать самым простым способом для всех вернуть себе свободу передвижения и выбора места проживания) всё сдвигается куда-то вдаль. На смену сбежавшим и посаженным в тюрьмы государство отлавливает новых, и конца-края этому не видно. Предыдущему поколению, попавшему в окопы позиционной мясорубки, трех лет с момента её начала оказалось достаточно, чтобы совершить Февральскую революцию посредством всеобщей забастовки и захвата столицы восставшими солдатами, а также расшатать кресло под требовавшим воевать дальше Керенским. Не помешали ни отсутствие интернета, ни неграмотность большей части населения, ни поддержка продолжения войны союзниками по Антанте. В этих условиях мы видим идеальное время для развития горизонтальной взаимопомощи в наиболее остром на данный момент вопросе – как покинуть крупнейший в мире коцлагерь. Одним из главных открытий прошлого года стала появившаяся пару месяцев назад инициатива «Солидарность это путь», вдохновленная нашими репортами и интервью с вышедшими за границу через горы и реки украинцами. Больше о ней вы можете узнать на сайте: https://solidarityactivities.noblogs.org/ Как и мы, эта сеть формально не причисляет себя к анархизму, который в Украине практически перестал уже что-то означать, как и слова «социализм», «коммунизм», «фашизм», «антифашизм» и пр. Не в последнюю очередь наш отказ от этого ярлыка (без изменения редакционной политики) связан с полным отсутствием какой-то либо антивоенной деятельности со стороны тех, кто причисляет себя к анархистам-интернационалистам в России. Как говорится, в эту игру нужно играть вдвоем. Если для них поддержание такой самоидентификации, похоже, является способом решения каких-то личных психологических проблем, то мы таких потребностей не имеем. Поэтому предпочитаем объединяться вокруг общих дел, а не общих слов. Еще одна причина, почему так важно создание таких сетей – если сейчас с обеих сторон нашего разделенного линией фронта Слобожанского региона практически невозможен уличный активизм для интернационалистских левых (ближайший к Харькову примеру, о котором мы знаем – это Организация воронежских марксистов: https://t.me/communistvrn/369, почти 700 км от нашего города) из-за массового выезда одних активных людей и ужесточения контроля за оставшимися, это не значит, что ситуация не способна внезапно измениться. Таким образом мы будем готовы к открывшимся возможностям и сможем оперативно мобилизоваться для действий в новых условиях. В общем, как-то так. Спасибо вам за приглашение, следите за нашими обновлениями на
March 6, 2026
il Rovescio
Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»
Pubblichiamo questo intervento per il convegno di Viterbo dello scorso 8 febbraio, pubblicato anche sul quarto numero di “disfare – per la lotta contro il mondo-guerra”. Anche all’indirizzo https://sabotiamolaguerra.noblogs.org/post/2026/03/03/futuro-anteriore-note-sulla-non-sottomissione/ Qui il pdf: Futuro anteriore.   Futuro anteriore. Note sulla «non-sottomissione»   Il primo a chiamarla così, mutuando l’espressione dagli antimilitaristi della penisola iberica, fu, credo, Agostino Manni. In genere la si definiva «obiezione totale», a indicare il rifiuto sia del servizio militare sia di quello civile sostitutivo. «Non-sottomissione» chiariva meglio che non si trattava di un’obiezione di coscienza più “completa” di quella prevista dalla legge, ma di un’insubordinazione a un ordine dello Stato. Quelle componenti pacifiste, non-violente, cristiane che si rifiutavano di indossare una divisa e di impugnare un fucile furono in genere “soddisfatte” dall’introduzione, nel 1972, del diritto all’obiezione di coscienza. A quel punto per alcuni di loro la battaglia continuò sotto forma di auto-riduzione del servizio civile (che durava venti mesi contro i dodici di quello militare) e di rifiuto del «congedo militare» al termine del servizio civile. Il «sacro dovere di difendere la Patria» (art. 52 della Costituzione) non veniva messo in discussione. Solo si voleva compierlo senza armi. Il nostro, invece, era l’antimilitarismo dei «senzapatria» (come infatti si chiamava il bimestrale fondato nel 1978), perché «quando lo Stato si prepara ad assassinare si fa chiamare patria». La non-sottomissione agli obblighi di leva prevedeva il carcere militare (di tali strutture in Italia ce n’erano, se non ricordo male, sette). Trascorso l’anno di carcere – a cui spesso si aggiungeva qualche mese supplementare per il rifiuto di tagliarsi i capelli, mettersi sull’attenti o fare il «cubo», cioè ripiegare lenzuola e coperte come in caserma), la Patria non era soddisfatta. Se il tribunale militare non riconosceva le ragioni dell’obiezione, e la condanna veniva emessa per «mancanza alla chiamata» o per «diserzione», scontato l’anno di carcere arrivava di nuovo la cartolina-precetto. In caso di ulteriore rifiuto, si aprivano di nuovo le porte della prigione militare, a meno che lo Stato non trovasse qualche pretesto per “congedare” l’antimilitarista – come è successo a qualche compagno. Altrimenti, per legge la spirale cartolina-rifiuto-carcere-cartolina poteva continuare fino al compimento del 45° anno di età, a partire dal quale decadevano gli obblighi di leva. La legge fu poi cambiata con una sentenza della Corte Costituzionale, in base alla quale il non-sottomesso non poteva essere condannato per più di tre volte e la pena non poteva superare complessivamente l’anno di carcere. È nota come “sentenza Cospito”, perché fu pronunciata in seguito a uno sciopero della fame condotto per oltre cinquanta giorni da Alfredo Cospito nel carcere militare – se non ricordo male – di Forte Boccea a Roma. Era il 1991. Alfredo era già stato in carcere militare qualche anno prima ed era stato riarrestato per «diserzione» (per essere definiti disertori non era necessario aver abbandonato il servizio militare; anche la «mancanza alla chiamata», se ripetuta, diventava «diserzione»). Lo sciopero di Alfredo – attorno a cui si mobilitò un discreto movimento antimilitarista – ci parve all’epoca lunghissimo. Ma fu in fondo “poca cosa” rispetto a quello, davvero impressionante, che ha condotto tre anni fa contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo. Per anni non fummo mai più di 4 o 5 a fare contemporaneamente la scelta della non-sottomissione. Solo nella seconda metà degli anni Novanta – dopo la “sentenza Cospito” e un certo allentamento nei tempi dei processi e delle condanne – arrivammo ad essere più di venti. Come noto, nel 2005 la leva fu “sospesa” (non abolita) e i casi di non-sottomissione in corso furono “congedati”. Preziosi nel sostenere i non-sottomessi furono il giornale «senzapatria» – che pubblicava le dichiarazioni di “obiezione totale” e le lettere dal carcere insieme alle azioni antimilitariste in giro per il mondo – e la Cassa di solidarietà antimilitarista, che stampava manifesti e volantoni e sosteneva economicamente i non-sottomessi nei giri di propaganda, nei periodi di latitanza e poi in carcere militare (la latitanza era in genere vissuta come sfida pubblica, con l’obiettore totale ricercato dalla polizia che prendeva parola durante le manifestazioni per farsi arrestare in modo plateale). Eravamo quasi tutti anarchici (esclusi i Testimoni di Geova, per cui andrebbe fatto un discorso a parte). La diserzione, negli ambiti dell’Autonomia e in quelli marxisti-leninisti, era una sorta di tabù. Il riferimento di quelle aree era ancora l’esperienza dei «Proletari in divisa», ma senza più quell’atteggiamento concretamente «disfattista» da mantenere in caserma. Per cui quei pochi casi di non-sottomessi che si definivano comunisti – ricordo con affetto Salvo e Guido, passati poi entrambi all’anarchia – ricevettero appoggio e solidarietà solo dal movimento anarchico. Lo stesso vale per Gianni, un simpaticissimo veneziano che si definiva «liberal-socialista» e «gobettiano», autore di una splendida lettera ai suoi coetanei (specie di sinistra) che deridevano il suo gesto perché «individuale». Come si può immaginare, la scelta della non-sottomissione – tra dichiarazioni pubbliche, periodi di latitanza e compagni detenuti da sostenere – ci univa molto anche sul piano umano. In queste parabole esistenziali ci sono stati due eventi storici che hanno fatto della non-sottomissione una sorta di precipitato collettivo e, con gli occhi di oggi, di anticipazione del futuro: la guerra nel Golfo del 1991 e poi la guerra in ex-Jugoslavia, soprattutto con i bombardamenti del 1999. Personalmente, non mi presentati alla visita di leva nel luglio del 1990. Non sottoporsi alla visita militare comportava l’accusa di «renitenza alla leva» (un reato civile per cui era previsto il carcere civile). Per una delle non poche coincidenze fortunate della mia vita, proprio quell’estate fu cambiata la legge, che prima prevedeva l’arresto immediato del renitente. Quando decisi di rispondere «signornò!» (fummo, in un lustro, quattro compagni a fare tale scelta) c’era ancora il rischio di essere subito arrestato e quindi di non finire il liceo. Tra compagne e compagni di classe, professori, amici e solidali si creò di conseguenza un certo interesse, date anche le dimensioni della città di Rovereto. Ricordo, per fare un paio di esempi, un professore che presentò una mozione di solidarietà al Collegio docenti e una sala gremita quando spiegai pubblicamente le ragioni della mia scelta. Fui, da prassi, arruolato d’ufficio, processato e condannato a 6 mesi di carcere per «renitenza alla leva» (pena sospesa con la condizionale). La cartolina con cui lo Stato mi “invitava” a presentarmi in una caserma di Casale Monferrato giunse nel gennaio del 1991, in piena guerra del Golfo. Ecco allora che la mia «mancanza alla chiamata», poi «mancanza alla chiamata aggravata» e infine «diserzione» avvenne in un contesto storico in cui la guerra non sembrava affatto lontana (giova qui ricordare che alla coalizione dei bombardatori dell’Iraq partecipò anche l’URSS). Infatti, in quanto non-sottomessi venivamo invitati a parlare ovunque – scuole, università, circoli di paese, piazze. Il nostro ragionamento era che sottrarsi individualmente all’esercito era tanto necessario quanto insufficiente, per cui quel gesto d’insubordinazione andava visto come parte di un più ampio sabotaggio della guerra. Quello contro la guerra in Iraq – chi c’era se lo ricorda bene – fu un movimento di massa, i cui momenti più significativi furono senz’altro i blocchi ferroviari per impedire il passaggio dei carri armati che dalla Germania dovevano arrivare a Livorno, per poi essere imbarcati per il Golfo. Ma a differenziare quel movimento da quelli successivi – lo spartiacque fu in tal senso la guerra in Jugoslavia – era il sentimento diffuso che la guerra avrebbe sconvolto le vite quotidiane. Mi ricordo la vera e propria trepidazione negli animi in piazza la sera – credo il 16 gennaio – in cui scadeva l’ultimatum del governo italiano a quello iracheno. Nei giorni dopo, quando le scuole e le università erano occupate, e anche le fabbriche erano in agitazione, la gente si precipitava nei supermercati a fare incetta di pasta, farina, zucchero, caffè ecc. Per una società dove in molti avevano ancora un ricordo diretto del secondo conflitto mondiale, guerra voleva dire penuria di cibo e figli al fronte. La foglia di fico della «operazione di polizia internazionale» usata dal governo Andreotti non illudeva nessuno. Per dire: che per un mese e mezzo non avessi messo piede a scuola non era sembrato strano né ai miei professori né ai miei famigliari. Mi è capitato di recente di leggere un’eccellente tesi di laurea scritta da una compagna, dedicata ai diari di alcune donne trentine sui bombardamenti del ’43-45. Una di queste donne era stata intervistata proprio nel 1991. Ebbene, raccontava di aver paura di uscire di casa e di guardare il cielo (su quest’ultimo aspetto tornerò dopo). Le guerre successive hanno invece fatto emergere che si potevano bombardare popoli in giro per il mondo senza che la nostra esistenza quotidiana ne venisse sconvolta; che in gioco erano, in fondo, le vite degli altri. Senza trascurare l’infame ruolo giocato dalla sinistra istituzionale – dal governo D’Alema in avanti – nel paralizzare una parte significativa della società, credo che sia stato soprattutto questo «choc rientrato» ad invisibilizzare la guerra. Le manifestazioni del 2003 furono sì oceaniche, ma non avevano né la composizione né l’intensità emotiva di quelle del 1991. Ricordo, durante la guerra del Golfo, la gente più “improbabile” che si lanciava con foga sui binari per fermare i treni della morte, come se da quel gesto dipendessero le sorti dell’umanità. E ricordo che, denunciati a decine, fummo tutti assolti per aver agito in «stato di necessità putativo» – tanta era la gente dentro e fuori l’aula. Uno scrittore parlava degli agguati che ci tende il futuro. In tal senso, il tempo verbale di quel sentire era il futuro anteriore. Molto più vicino, insomma, al nostro presente, segnato contemporaneamente dal moto internazionale in solidarietà con il popolo palestinese e dalla guerra mondiale come orizzonte. Il ritorno della leva obbligatoria, da un lato, e la diserzione come fenomeno di massa in Ucraina, dall’altro, tolgono ogni carattere storiografico alle riflessioni sulla non-sottomissione. Alla fine non sono andato in carcere per diserzione. Di rinvio in rinvio, la condanna a un anno era diventata esecutiva proprio a ridosso della professionalizzazione delle forze armate. Dopo un breve periodo di latitanza, al mandato di cattura si è sostituito il «congedo illimitato». Se paragono il me stesso non ancora diciottenne alle prese con la renitenza alla leva con il me stesso di oggi alle prese con il cosa e il come fare di fronte alla guerra tecno-capitalista totale, noto che in realtà in questi trentasei anni mi sono posto sempre lo stesso problema (formulato, agli albori dell’epoca moderna, dal giovane Étienne de La Boétie nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria). Se immaginiamo il potere come un fuoco (oggi potenzialmente termonucleare), possiamo pensare la non-collaborazione come rifiuto di fornire la legna che lo alimenta, e l’azione diretta come quell’insieme di secchiate d’acqua rese necessarie dal fatto che la non-collaborazione da sola non riesce a spegnere le fiamme. Dovremo affrontare prove molto difficili, e per tanti aspetti inedite. Di alcune cose, tuttavia, possiamo essere abbastanza certi. Scelte individuali e sconvolgimenti storici saranno sempre più intrecciati, come capita quando le tempeste non risparmiano l’ordinarietà dei giorni. La non-collaborazione con i «signori dello sfruttamento e della guerra» – come li chiamava Franco Leggio – tornerà ad essere un’opzione collettiva, a cui dare tutto il nostro contributo internazionalista (come quando, durante la guerra in Jugoslavia, fornivamo appoggio ai disertori serbi, croati, sloveni ecc.). Tale non-sottomissione non sarà sufficiente per sabotare un apparato scientifico-militare-industriale che, incorporando l’alienazione sociale estorta nei secoli, tende a sostituire la variante umana e a congelarne il futuro. Il lavoro di preparazione rivoluzionaria avrà bisogno di sperimentazioni concrete e non di proclami. Dalla guerra al carcere di guerra, un passo avanti sarebbe già quello di sentirsi, materialmente e spiritualmente, parte di un moto internazionale. Una cosa che mi ha colpito leggendo quei diari di guerra scritti da donne poco scolarizzate è come cambiava ai loro occhi la dimensione del cielo. Un cielo stravolto, là dove chi stava in basso si augurava che facesse brutto tempo (condizione atmosferica che rendeva più difficili i bombardamenti), ma soprattutto ambivalente: contemporaneamente luogo immaginario di invocazione ai Santi protettori e spazio reale da cui giungevano terrore, distruzione e morte. Come non pensare a Gaza e al profondo sentimento religioso che soccorre e anima un’umanità «per tre quarti annegata». Dal lato del dominio come da quello degli oppressi, il futuro si carica d’intensità escatologica. Anche l’ateo si fa forza, quando è all’angolo, recitando le proprie poesie preferite (non certo i passi legnosi dei suoi manuali politici). La rivoluzione è sempre stata l’ultima santa a cui votarsi. Carcere di Trento, 11 gennaio 2026 Massimo Passamani
March 6, 2026
il Rovescio