Wu Ming 2 / Macchine, sortilegi, rituali
Dopo Timira (Einaudi, con Antar Mohamed), Il sentiero luminoso (Ediciclo) e
Veglione Rosso (Panozzo), da poco in libreria Mensaleri, nuovo romanzo solista
di Wu Ming 2, nom de plume di Giovanni Cattabriga. Parte del collettivo Luther
Blisset e in seguito Wu Ming (ultima opera a sei mani UFO 78, sempre Einaudi),
frontman e paroliere dell’esperienza poetico-musicale Wu Ming contingent,
narratore camminatore, autore e interprete di teatro militante, l’autore
raccoglie la somma di tutte le sue esperienze in questo romanzo unico in cui si
incontrano il regno animale del molto piccolo, la natura naturans, l’uomo che
rispetta e venera e l’”uomo industriale”.
Mensaleri è un romanzo scritto nell’antropocene e in quanto tale porta
l’attenzione sull’interrogativo più importante: è possibile un equilibrio tra i
viventi? La risposta a questa domanda e le vie per arrivarci tuttavia non sono
lineari. Forze arcane operano nelle catene causali delle trame e gli effetti
spesso sono imprevisti, determinati da un destino iniziato altrove, come nel
proverbiale effetto farfalla.
Lo scenario è l’isola di Parpai, che, da luogo ameno e ricco di specie
particolari diviene sede di una cartiera, creatura di Nazzaro Mensa, poi del
figlio Celso e del nipote Alberto. Quello che a un industriale può sembrare una
tela bianca dove installare la propria impresa sembra solo una cosa a chi c’era
da prima: casa propria e poco importa che a pensarla così siano miriadi di
bruchi e farfalle o personaggi “poco raccomandabili”. L’isola che diventerà una
cartiera con villaggio operaio annesso nasconde un antico segreto che ha legato
spiritualmente e fisicamente intere generazioni di adepti. Come si dipana nei
secoli questa relazione è l’argomento del romanzo.
Il racconto si svolge su più piani temporali, dall’evento leggendario che rende
l’isola speciale (1363) alla rinascita della fabbrica intorno agli anni 2000
passando per la storia della cartiera, del villaggio operaio e della famiglia
Mensa, (“l’età dell’oro” 1868-1950 circa). Lo strumento per far incontrare
queste anime dello stesso posto e della stessa comunità è il teatro che una
combattiva regista “applica” alla situazione su mandato della stessa famiglia
Mensa. Lo sguardo per certi versi esterno, ma in grado di far nascere con una
sorta di maieutica la verità, è una meravigliosa metafora di come l’arte, la
performance e la scrittura possano far emergere storie passate che hanno
ricadute sul presente.
Non sarebbe un libro dei Wu Ming se mancasse l’azione e infatti tra le pagine
troviamo inseguimenti e movimenti, viaggi lisergici e trappole artigianali,
cortei e piccoli furti…non ci si annoia proprio leggendo le quasi cinquecento
pagine di questo libro. Tuttavia, ragionando per affinità c’è un solo lavoro a
cui questo si può accostare ed è Il fungo alla fine del mondo di Anna Lowenhaupt
Tsing (Keller). Se il libro dedicato all’incredibile matsutake (il fungo venduto
a peso d’oro in Giappone) dimostra con dovizia di particolari la necessità di
una simbiosi uomo-fungo-foresta (e attenzione la foresta è qui intesa come un
luogo post-industriale) con le “armi” della saggistica, Mensaleri lo fa con il
colpo d’ala della narrativa. L’esito è in entrambi i casi la consapevolezza di
come l’infinitamente piccolo (bruchi e farfalle in un caso, funghi nell’altro),
la natura (boschi, fiumi e foreste) e le comunità di umani con i loro sistemi
simbolici, di produzione e riproduzione debbano trovare modi per cooperare per
scongiurare l’estinzione. Un’ultima nota: su Wu Ming foundation si trovano
materiali di approfondimento del libro, “titoli di coda” da abbinare alla
lettura che tratteggiano le ispirazioni reali della vicenda immaginata nel
romanzo. Cito solo una frase che aiuta a entrare nelle atmosfere “mensaleresi”:
«Ci dicemmo che qualunque città ideale, edificata dal nulla, ha una doppia
natura che la rende spaventevole: il volto dell’utopia e il corpo del carcere».
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