Tag - Noi cittadini

Quartieri al buio: Cittadinanzattiva Lazio lancia un sondaggio
Troppi quartieri restano al buio: strade poco sicure, disservizi ignorati, qualità della vita che si abbassa. Cittadinanzattiva Lazio lancia un sondaggio anonimo sull’illuminazione pubblica nel Comune di Roma al fine di un miglioramento dell’illuminazione, della qualità e della sicurezza dei nostri quartieri. Le risposte serviranno a creare un Rapporto sulla situazione, al fine di fare proposte di miglioramento che verranno portate all’attenzione del Comune di Roma e del gestore. Il link per compilare il sondaggio è il seguente https://forms.gle/P7gNU96nL4sBstxo7 Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Cittadinanzattiva Lazio scrivere a: laboratoricarteinregola@gmail.com 16 marzo 2026
March 18, 2026
carteinregola
Gli altri interventi normativi sul diritto penale – Stefano Pesci
Pubblichiamo l’ultimo intervento inserito nel libro di Carteinregola Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli – 30 interventi per il NO (> vai alla pagina con l’indice) Scarica il LIBRO vai alla pagina con i video delle interviste Riforma della magistratura: Risposte competenti a slogan ingannevoli GLI ALTRI INTERVENTI NORMATIVI SUL DIRITTO PENALE di Stefano Pesci, Procuratore aggiunto della Procura di Roma Anna Maria Bianchi A Stefano Pesci, Procuratore aggiunto della Procura di Roma, chiediamo di introdurre un ultimo tassello, che riguarda molti interventi dell’attuale governo che influiscono sul diritto penale, che evidenziano un doppio binario: da una parte vengono introdotti nuovi reati o aggravate le pene di quelli già esistenti che destano più allarme sociale, dall’altra sono stati alleggeriti o addirittura cancellati alcuni reati che riguardano i cosiddetti “colletti bianchi”.  E poi c’è l’ennesimo pacchetto sicurezza, che interviene pesantemente anche sui diritti dei cittadini. Stefano Pesci  Se noi guardiamo agli indirizzi che ha assunto la legislazione penale in questi ultimi due o tre anni è agevole registrare una tendenza, che è quella che è stata chiamata, per l’appunto del “doppio binario”, con alcune caratteristiche rilevanti che dovrebbero interessare tutti. Cosa intendo per doppio binario? Che da un lato appunto si considera il tema del diritto penale come uno strumento per acquisire consenso, mandando contestualmente alla pubblica opinione il messaggio insistito di una generale insicurezza, della necessità di intervenire per garantire al cittadino che diminuiscano i piccoli furti, i danneggiamenti, le aggressioni di strada ed enfatizzando peraltro i dati relativi a questi fenomeni criminali.  Sia chiaro: non si può negare che il fenomeno della criminalità da strada vada preso in carico, perché il cittadino vive un forte disagio quando è vittima di reati di questo tipo, ma altrettanto certamente va considerato che, purtroppo, una certa quota di criminalità è legata in generale al mondo contemporaneo. Comportamenti criminali di questo genere si manifestano in tutti i Paesi, ed anzi l’Italia da questo punto di vista è uno dei paesi più sicuri. Fatto che non ci deve indurre ovviamente a sottovalutare l’impatto della micro-criminalità, ma a dimensionarla correttamente e soprattutto a comprendere che lo strumento penale non è la strada maestra per fronteggiare queste manifestazioni di disagio e marginalità sociale. Nella gran parte dei casi queste situazioni scaturiscono infatti dal disagio sociale, da disoccupazione, emarginazione, anomia[1] e, se così è, mettere in campo una seria prevenzione risulta certamente più efficace rispetto alla pura repressione, che, in effetti, a livello di macrofenomeno, non funziona. Esistono tanti studi che evidenziano come un intervento esclusivamente repressivo non serve ad aumentare la sicurezza mentre si sono spesso rivelati utili sia interventi preventivi di bonifica delle aree di degrado o di riqualificazione della vita quotidiana di queste persone, sia interventi successivi di reinserimento sociale post-reato. Nello stesso tempo, però a fronte di questo massiccio intervento sul penale “di strada” (e, va detto anche sulla “criminalità professionale”, rapine ecc.), abbiamo una evidente riduzione dell’intervento penale volto a fronteggiare la criminalità delle classi dirigenti e dei colletti bianchi. L’intervento più evidente da questo punto di vista è quello che ha rimosso il reato di abuso d’ufficio, normato nell’articolo 323  del codice penale[2], a proposito del quale vi è stato un lungo dibattito nel paese. Il reato prevedeva di punire il pubblico dipendente che nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole previste dalla legge “procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto….”. Anna Maria Bianchi Può fare qualche  esempio?. Stefano Pesci  Facciamo il caso dell’affidamento delle gare e quello dei concorsi. Il sindaco di un paese, nell’affidamento di una gara per le pulizie della scuola, fa partecipare e vincere l’appalto alla società di un parente: è un atto in palese conflitto di interesse che in precedenza risultava punibile in base all’articolo 323. Oppure i casi di favoritismi nell’ambito di concorsi pubblici: in assenza di una norma come l’abuso d’ufficio si faticherà a individuare un reato applicabile. Molti possono essere gli esempi di quello che è qualcosa di più di un malcostume: è un abuso di un ufficio pubblico. Per anni nel dibattito giuridico e politico si era sviluppata discussione perché si sosteneva che la norma fosse scritta in modo da ricomprendere troppe situazioni diverse e che pertanto si determinava incertezza applicativa. Per questo, si sosteneva, il pubblico amministratore, temendo che la propria scelta potesse essere soggetta al sindacato del giudice penale, era paralizzato. In gergo si parlava di “paura della firma”. Come ricorderete, però, molti sottolineavano un altro aspetto: le denunce per questo tipo di abusi erano molte, ma la magistratura applicava con grande cautela questa norma, per cui a fronte di tante denunce, le condanne erano veramente poche. Questa paura della firma era, quindi, più legata a possibili denunce che alla prospettiva concreta di condanne nei processi. Sta di fatto che eliminare questa previsione, senza sostituirla con qualcosa di più preciso o di più raffinato per tutelare gli importanti interessi in gioco, impedisce ora di fronteggiare varie situazioni obiettivamente abusive che meriterebbero un intervento. Si è inoltre chiusa una strada di accertamento, una valvola di accesso a fenomeni criminali più gravi, perché in molti casi le attività di indagine finalizzate a verificare un possibile abuso di ufficio, rappresentavano il passaggio necessario per scoprire possibili corruzioni o concussioni, condotte che difficilmente affiorano in prima battuta. In qualche modo, quindi, l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio ha determinato una scopertura di tutela in riferimento all’interesse che abbiamo tutti noi ad una Pubblica Amministrazione che operi in modo trasparente e corretto. Abbiamo dovuto registrare anche altri interventi in materia di crimini dei colletti bianchi, che segnalano un’attenuazione dell’attenzione a questi profili. Per esempio, ricordo interventi normativi assai complessi, che in questa sede sarebbe impossibile illustrare, in materia di reati tributari, interventi che hanno determinato una riduzione significativa dell’intervento penale in materia di evasione fiscale, (già di per sé residuale perché riguarda solo i casi estremamente gravi). In sintesi, si verifica una tendenza ad una diminuzione dell’efficacia degli strumenti di tutela quando in gioco è l’interesse della collettività a una pubblica amministrazione corretta, al contrasto agli abusi fiscali, corruzione, concussione, che sono i reati commessi dalla parte ricca della società e dalla parte apicale dell’amministrazione e viceversa si punta molto a interventi repressivi verso la criminalità di strada, un po’ declamati e un po’ anche attuati. L’ultimo passaggio di questo indirizzo è rappresentato dal “Decreto sicurezza”, emanato di recente, nel quale sono previsti vari aggravamenti di pena per reati già esistenti, l’introduzione di alcuni nuovi reati e ulteriori due aspetti che meritano una qualche attenzione. Il primo è rappresentato da una serie di interventi che estendono i poteri della polizia e che comprimono le libertà del cittadino, senza passare per il controllo del giudice o del pubblico ministero. Questo tipo di interventi è piuttosto borderline rispetto ai principi costituzionali e bisognerà vedere poi se la Corte costituzionale interverrà per censurare le scelte del legislatore. Si prevede ad esempio una sorta di fermo preventivo nel caso di pubbliche manifestazioni, cioè la possibilità che la polizia intervenga, per impedire che persone specifiche (individuate sulla base di premesse non sempre rigorose) partecipino alle manifestazioni. Ci sono molto dubbi su questa norma e soprattutto, sul fatto che si prescinda da una necessaria verifica dell’autorità giudiziaria. Il secondo aspetto che merita attenzione riguarda la previsione di, una serie di pene accessorie e di sanzioni amministrative accessorie, alcune delle quali paiono discutibili nelle modalità e nelle premesse. Si pensi ai casi in cui si comprimono i diritti del cittadino in riferimento ad aspetti non collegati strumentalmente al reato commesso, come nel caso di confisca dell’autovettura nei confronti del piccolo spacciatore. Oppure alle sanzioni amministrative previste nei confronti dei genitori dei minori che vengano sorpresi, ad esempio, con coltelli dalla lama superiore a 8 cm. Si tratta di un profilo afflittivo nuovo e discutibile, specie quando il minore è diciassettenne o sedicenne. Perché in questi casi la sanzione finisce per colpire una persona (il genitore) che non è scontato abbia la possibilità di impedire al minore di commettere questo reato o addirittura che potrebbe esser stato totalmente all’oscuro del porto del coltello da parte del figlio.  Così come sono previste sanzioni abbastanza asimmetriche, come ad esempio la sospensione della patente nei confronti di chi porti coltelli di un certo tipo fuori dalla propria abitazione: non si capisce per quale motivo si debba prevedere una sanzione di questo tipo che non ha alcuna relazione con il  portare il coltello, perché non c’è una relazione immediata con l’uso di un’autovettura. Tutti gli interventi che mirano a una pura repressione, anche un po’ cieca, anche un po’ a 360°, mentre non si vede alcun intervento per aumentare veramente la sicurezza riducendo il disagio delle fasce giovanili Sono interventi certamente costosi, ma investire sulla qualità della vita dei minori delle nostre periferie probabilmente sarebbe molto più efficace se lo scopo fosse quello di ridurre i reati, di aumentare la sicurezza. Cosa temo che accada? Avremo molti più processi del tutto inutili, un po’ più di carcere per soggetti problematici per i quali il passaggio di due mesi o due anni in un istituto di pena non farà altro che aumentare la situazione di disagio, di estraneità al consesso sociale, di marginalizzazione, piuttosto che il reinserimento sociale, generando potenzialmente per il futuro ancora più insicurezza. Anche perché, sempre sotto questo profilo, non si investe minimamente sul delicato passaggio dal carcere alla vita ordinaria, cosicché l’uscita dal carcere significa semplicemente la ricollocazione all’interno di quello stesso mondo che aveva generato la commissione di quei reati. Quindi anche l’intervento repressivo, per la parte in cui è veramente ora efficace, sarà solo una norma-manifesto, un intervento repressivo nella sostanza inefficace che non finirà per ridurre la criminalità di strada. Anna Maria Bianchi  Un’ultima domanda sugli interventi normativi che sono intervenuti sulla fase delle indagini, in particolare  sia rispetto le intercettazioni, sia rispetto alla previsione dell’interrogatorio dell’indagato prima dell’arresto Stefano Pesci  Sì, sono argomenti tecnicamente abbastanza complessi che non è possibile illustrare in un tempo limitato. Da un lato abbiamo una riduzione della concreta possibilità di effettuare intercettazioni, sia per i presupposti richiesti sia per le modalità nuove che vengono imposte. Spiegarlo in questa sede non è possibile; diciamo, però, che lo strumento delle intercettazioni, essenziale per certe tipologie d’indagine, viene per molti versi limitato (ad esempio non si possono fare intercettazione oltre i 45 giorni per quasi tutti i reati tranne un numero limitato di essi). Queste limitazioni finiscono per ridurre l’uso di questo importante strumento che opera fondamentalmente in due casi, in due categorie di reati: la grande criminalità mafiosa o comunque la criminalità organizzata seria (e questa sfera non è stata toccata) e  i reati dei colletti bianchi, come ad esempio i reati di infedeltà fiscale, che per effetto della nuova disciplina rimangono sostanzialmente al di fuori della sfera della concreta possibilità d’intercettare. Poi vi sono norme che disciplinano in maniera più restrittiva la richiesta di custodia cautelare in carcere perché si prevede che, prima di emettere un’ordinanza di custodia cautelare, il giudice interroghi la persona che dovrebbe essere raggiunta dalla misura per consentirgli di difendersi; questo è previsto, in particolare, per i casi in cui le esigenze cautelari, che giustificano la misura cautelare, non siano il pericolo di fuga o l’inquinamento probatorio: in questi ultimi casi casi, ovviamente, non avrebbe senso consentire alla persona indagata di sapere in anticipo della misura, consentendogli di fuggire o di alterare le prove; negli altri casi, invece, la legge impone che il soggetto sia interrogato preventivamente. Questo crea una situazione ambigua: pensate alla situazione di un soggetto il quale viene raggiunto a casa da una notifica Nella quale dice “Guarda, tu devi essere interrogato, se vuoi, fra tre giorni perché così potrò decidere se mandati in carcere o meno, in quanto sei accusato di questo e questo e questo”. Il messaggio che arriva all’indagato è: o ti giustifichi o ti metto in carcere. Da un lato questa procedura consente a chi ne ha la possibilità di adottare delle contromisure di inquinare le prove. Certo, la legge prevede che non si procede all’interrogatorio preventivo nei casi in cui vi sia pericolo di inquinamento, ma, in questo caso sei tupubblico ministero  che devi poter dimostrare in anticipo il concreto pericolo di questa alterazione delle prove, e se non lo puoi dimostrare in anticipo, l’inquinamento probatorio sarà possibile. Inoltre, e forse soprattutto, quest’obbligo crea paradossalmente una situazione difficilissima anche per lo stesso accusato il quale, a fronte delle prove che vengono contestate, se vuole evitare il carcere molte volte avrà come via maestra, sostanzialmente, quella di ammettere i fatti, perché nella vita concreta dei processi, quando il PM  formula, se hai delle prove a carico, o hai molti elementi per giustificarti oppure rimanere silente vuol dire consegnarti alla misura, quindi al carcere. Questa nuova normativa, quindi, ha effettivamente una seria incidenza pratica, perché da un lato stiamo verificando una significativa riduzione delle misure cautelari, ma dall’altro lato quando si effettuano gli interrogatori, paradossalmente sono delle pistole puntate nei confronti degli indagati. Anna Maria Bianchi: C’è anche il rischio che si possano intimidire i testimoni o i denuncianti? Stefano Pesci: Se c’è il pericolo di possibili intimidazioni nei confronti dei testimoni, la norma prevede che non si proceda ad interrogatorio preventivo; tuttavia, come dicevo, in molti casi non è possibile provare in anticipo un concreto pericolo di intimidazione. Più in generale diciamo che, se pure in molti casi è possibile adottare cautele per evitare i danni peggiori, questa nuova disciplina rappresenta innegabilmente un segnale molto chiaro perché scoraggia gli interventi di natura cautelare nei confronti dei “colletti bianchi”. E questo perché? perché questo tipo di meccanismo, per come è congegnato, fatalmente non opera nei confronti del criminale di strada, perché in quel caso è possibile trovare prove del fatto che sia un violento, che sia un prevaricatore, e quindi si può affermare l’esistenza di un concreto  rischio di inquinamento della prove; con il “colletto bianco”, viceversa, non puoi ragionevolmente affermare che il previo interrogatorio determini il rischio di intimidazione dei testimoni, perché l’indagato è una persona tra virgolette “per bene”, è una persona educata, colta (il commercialista, l’imprenditore), perché non ha una storia di minacce e violenze, non ha una figura da intimidatore. In sintesi: nei fatti anche quei pochi procedimenti che vedevano richieste di misura cautelare nei confronti di “colletti bianchi” si vanno riducendo moltissimo e la tutela degli interessi pubblici, in questi casi, è estremamente ridotta. (intervista registrata il 7 marzo 2026) Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratorioccarteinregola@gmail.com 16 marzo 2026 -------------------------------------------------------------------------------- [1] Anomia, in sociologia, è una situazione di assenza o indebolimento delle norme sociali, che porta disorientamento e perdita di punti di riferimento (concetto reso celebre da Durkheim e Merton) [2] Articolo 323 Codice Penale -Abuso d’ufficio [ABROGATO]Articolo abrogato dall’art. 1, comma 1, lettera b) della L. 9 agosto 2024, n. 114. [Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato(1), il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio(2) che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio(3), in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità(4), ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale(5) ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni(6). La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità(7)(8).] NOTE (1) La clausola di riserva fa soccombere la norma nel concorso apparente rispetto ai reati più gravi, a prescindere dal principio di specialità (v. art. 15 del c.p.) (2) Si tratta di un reato proprio, che può essere commesso tanto dal p.u. quanto dall’i.p.s., figura inserita dalla legge 26 aprile 1990, n.86, al fine di non lasciare impunita la condotta di distrazione di danaro o altra cosa mobile effettuata a vantaggio del privato da parte dell’incaricato di un pubblico servizio. (3) La condotta deve essere compita nello svolgimento delle funzioni o del servizio, non rileva dunque il compimento di atti in occasione dell’ufficio e il mero abuso di qualità, cioè l’agire al di fuori dell’esercizio della funzione o del servizio. (4) Il comma 1 è stato modificato dall’art. 23 comma 1 del D.L. 16 luglio 2020, n. 76. (5) Il riferimento al vantaggio patrimoniale fa sì che venga dato rilievo al complesso dei rapporti giuridici a carattere patrimoniale conseguenti all’atto antidoveroso dell’agente, senza dunque ricomprendere vantaggi di tipo morale o politico. (6) L’art. 1 della l. 6 novembre 2012, n. 190 ha comportato un aggravamento di pena, prima prevista nei limiti edittali di sei mesi e tre anni. (7) Si tratta di una circostanza aggravante speciale ad effetto comune, connessa ad una rilevante gravità. (8) Articolo abrogato dall’art. 1, comma 1, lett. b), L. n. 114 del 9 agosto 2024.
March 16, 2026
carteinregola
IL DDL della riforma di Roma Capitale approvato dalla Commissione
L’11 marzo 2026 La Commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato il disegno di legge costituzionale (Vai alla scheda) l termine delle votazioni sugli emendamenti (> Vai agli emendamenti della seduta del 11/03/2026 (Bollettino numero 644)) e sul conferimento del mandato ai relatori Barelli (FI) e Perissa (FdI) (dal sito del Camera dei deputati) . Secondo quanto riportato da ANSA tra le opposizioni hanno votato contro Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra , mentre il Partito Democratico si è astenuto. l’Ansa riporta “fonti dem” secondo le quali l’astensione del PD sarebbe motivata dall’intenzione di “sostenere il percorso di rafforzamento dei poteri di Roma Capitale – su cui lo stesso Pd aveva presentato una proposta di legge a prima firma di Roberto Morassut -” ma anche dal “mantenere aperto il confronto parlamentare però senza rompere definitivamente il fronte delle opposizioni“. E va ricordato che il testo è anche frutto di un tavolo tra governo, Regione Lazio e lo stesso Campidoglio, anche se, come più volte afefrmato nel corso delle audizioni, l’obiettivo principale del Sindaco Gualtieri è una legge ordinaria – con tempi molto più rapidi di una riforma costituzionale – per il conferimento delle risorse necessarie a una Capitale. L’ inizio dell’iter in Aula sarebbe previsto dopo il voto per il referendum sulla giustizia. Pubblichiamo il testo della legge proposta dal governo (Atto Camera: 2564) come modificata dall’unico emendamento approvato. (da https://www.camera.it/leg19/824?tipo=A&anno=2026&mese=03&giorno=11&view=&commissione=01#data.20260311.com01.allegati.all00010) Atto Camera: 2564 DISEGNO DI LEGGE COSTITUZIONALE: “Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale” (2564) Art. 1. (Modifica dell’articolo 114 della Costituzione) 1. L’articolo 114 (5) della Costituzione è sostituito dal seguente: « Art. 114. – La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, da Roma Capitale, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane, Roma Capitale e le Regioni sono. enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i princìpi fissati dalla Costituzione.   PROPOSTA EMENDATIVA APPROVATA Al comma 1, capoverso, aggiungere, in fine, il seguente comma:    La legge dello Stato può attribuire ai Comuni capoluogo delle Città metropolitane ulteriori e specifiche funzioni amministrative sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. Roma è la capitale della Repubblica. Esercita la potestà legislativa nelle seguenti materie: trasporto pubblico locale; polizia amministrativa locale; governo del territorio; commercio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali; promozione e organizzazione di attività culturali; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa di Roma Capitale. La legge dello Stato, approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, sentiti il Consiglio della Regione Lazio e l’Assemblea elettiva di Roma Capitale, disciplina l’ordinamento di Roma Capitale e prevede forme di decentramento amministrativo determinandone i princìpi. Attribuisce a Roma Capitale condizioni peculiari di autonomia amministrativa e finanziaria nel rispetto dell’articolo 119 . Roma Capitale attua il decentramento amministrativo sulla base della legge dello Stato ». Art. 2. (Disposizioni transitorie e finali) 1. Roma Capitale esercita le funzioni legislative di cui all’articolo 114, terzo comma, della Costituzione, come sostituito dalla presente legge costituzionale, a decorrere dalle prime elezioni dell’Assemblea di Roma Capitale successive alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale. 2. Le leggi della Regione Lazio continuano ad applicarsi fino all’esercizio della potestà legislativa nelle singole materie da parte di Roma Capitale. 3. Fino alla data di entrata in vigore della legge dello Stato prevista dall’articolo 114, quarto comma, della Costituzione, come sostituito dalla presente legge costituzionale, continuano ad applicarsi le disposizioni vigenti sull’ordinamento di Roma Capitale. 4. La potestà legislativa attribuita a Roma Capitale dall’articolo 114, terzo comma, della Costituzione, come sostituito dalla presente legge costituzionale, è esercitata, nelle materie di competenza concorrente ai sensi dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione (1), nel rispetto dei princìpi fondamentali determinati dalla legislazione dello Stato. Nelle altre materie di competenza residuale, la potestà legislativa di Roma Capitale è esercitata ai sensi dell’articolo 117, quarto comma (2), della Costituzione. 5. Nel caso di attribuzione alla Regione Lazio di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione (7), l’intesa tra lo Stato e la Regione, sentita Roma Capitale, individua i modi e le forme di coordinamento tra la Regione Lazio e Roma Capitale ai fini dell’esercizio delle rispettive funzioni. DA PROPOSTA EMENDATIVA APPROVATA : Conseguentemente, all’articolo 2, sostituire il comma 6 con il seguente: Si applicano a Roma Capitale gli articoli 114, sesto comma, 118, 119, 120, 127 e 134 della Costituzione. 1.27. Il Governo. 6. Si applicano a Roma Capitale gli articoli 118, 119, 120, 127 e 134 (8) della Costituzione. Vai a Roma Capitale,  Roma Città Metropolitana, Decentramento Municipi cronologia e materiali (AMBM) Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com 13 marzo 2026
March 13, 2026
carteinregola
15.000 euro di multa  a Carteinregola per affissione abusiva di manifesti di cui ignorava persino l’esistenza – Conferenza stampa 11 marzo alle 12
LA LETTERA AL SINDACO E ALL’AMMINISTRAZIONE  CAPITOLINA RIMASTA SENZA RISPOSTA 17 sanzioni comminate dalla Polizia di Roma Capitale per altrettanti manifesti realizzati e affissi da ignoti, per un totale che ha raggiunto i 15000 euro, pendono  sull’associazione, ma possono costituire un inquietante precedente che incombe sull’impegno dei cittadini attivi della Capitale L’associazione Carteinregola intende portare all’attenzione pubblica di essere vittima di un’incredibile ingiustizia, in quanto la  sua Presidente è stata  chiamata a pagare più di 15.000 euro di sanzioni per fatti a cui l’associazione è completamente estranea. Ne parleremo in  una conferenza stampa on line mercoledì 11 marzo alle 12, perché riteniamo che la vicenda non riguardi solo la nostra associazione, ma possa in futuro coinvolgere molte altre realtà della società civile,  con pesanti ricadute su chi si impegna unicamente  per l’interesse pubblico. Con questo spirito  il 5 febbraio scorso abbiamo inviato una lettera al Sindaco Roberto Gualtieri, alla Presidente  dell’Assemblea Capitolina Svetlana Celli, alle  Consigliere e ai Consiglieri capitolini,  ai Presidenti, Giunte, Consigli  dei Municipi e per conoscenza al Comandante Mario De Sclavis, chiedendo che sulla vicenda fosse  promosso un dibattito pubblico allargato e un confronto con la Polizia di Roma Capitale, ma a oggi purtroppo non abbiamo avuto  risposte dal Campidoglio, anche se  abbiamo ricevuto segnali di interessamento e solidarietà da istituzioni del I e del II Municipio, con lettere e mozioni che sollecitano un intervento e il dibattito pubblico che abbiamo richiesto;  nei prossimi giorni andrà al voto del Consiglio municipale di Roma centro la mozione già approvata dalla Commissione Bilancio e regolamenti. Il 20 novembre scorso abbiamo avanzato opposizione davanti al giudice di pace, e confidiamo sulla possibilità di avere giustizia e di ottenere  il riconoscimento della totale estraneità dell’Associazione Carteinregola ai fatti che ci sono stati contestati.   Nella conferenza stampa spiegheremo le circostanze e perchè riteniamo di essere stati oggetto di sanzioni ingiustificate, augurandoci che si attivino  tutte le istituzioni capitoline,  per evitare che la nostra e altre realtà civiche possano subire analoghe sanzioni, con conseguenze sull’impegno dei cittadini attivie sulla vita democratica della città. CONFERENZA STAMPA ON LINE MERCOLEDÌ 11 MARZO ALLE 12 SULLE PAGINE FACEBOOK E YOUTUBE DI CARTEINREGOLA Il Direttivo di Carteinregola 6 marzo 2026 Per oservaazioni e precisazioni laboratoriocarteinregola@gmail.com
March 6, 2026
carteinregola
Campi da padel a San Lorenzo al posto del verde, il TAR dà ragione ai cittadini
(nella foto Il Campo sportivo Benedetto da google-earth il 22 giugno 2022) Dal 2021 seguiamo la vicenda del Campo Benedetto XV, un’area privata nel Municipio II nel quartiere San Lorenzo di quasi un ettaro e mezzo, tra le vie dei Sabelli, Ausoni, Sardi ed Enotri. Un tempo spazio verde dedicato allo sport e al tempo libero, con campi da calcio e basket, palestre, sale da ballo, spogliatoi, aree verdi ricche di aiuole e alberature, è stato progressivamente trasformato (1): negli ultimi anni, le aree verdi sono state cancellate per far posto a 5 nuovi campi da padel. Nel 2022 alcuni residenti hanno presentato prima una diffida e poi un ricorso al TAR del Lazio, che ora ha dato loro ragione. Apprendiamo infatti da Roma Today (2) che i giudici “hanno condannato la società che ha realizzato i campi, Roma Capitale e il Ministero della Cultura (Soprintendenza) a un totale di 30mila euro di spese legali, egualmente ripartite”, in quanto “l’autorizzazione a realizzare i cinque campi nasce da un permesso di costruire in sanatoria che non doveva esistere. Poiché, a sua volta, basato su pareri non corretti da parte della Soprintendenza. La conseguenza è che i due campi già realizzati andranno rimossi, e i luoghi dovranno essere ripristinati com’erano prima. Cioè adibiti a verde, con alcuni alberi e una siepe“. In attesa di offrire un’analisi più approfondita dalla lettura diretta della sentenza, riportiamo i punti principali pubblicati dalla testata romana. I giudici amministrativi hanno “dichiarato nulla l’autorizzazione paesaggistica firmata dalla Soprintendenza il 18 settembre 2023, poiché questa, nell’esercitare il suo potere per la seconda volta dopo una prima sentenza, avrebbe dovuto motivare in maniera più approfondita il nulla osta “tenendo conto delle specifiche censure dei ricorrenti”, mentre la motivazione dell’ente ministeriale viene definita “meramente assertiva, che si limita a dichiarare che non sussistono impedimenti all’approvazione, senza approfondire in alcun modo i numerosi argomenti contrari”. Riporta Roma Today che “non è quindi valido il permesso di costruire in sanatoria firmato il 13 gennaio 2025, quando la società stava già realizzando i campi (due conclusi, altri tre no). È un’invalidità “derivata”, perché deriva da un’autorizzazione paesaggistica nulla. Inoltre, viene commessa una violazione della normativa urbanistica: l’area interessata per il Prg è “spazio verde privato di valore storico-morfologico-ambientale”, e ciò impedisce nuove costruzioni. Per i giudici i cinque campi sono una nuova costruzione, e non una ristrutturazione, quindi in contrasto con l’articolo 42 del piano regolatore” (3). Anche la capogruppo di SCE del II Municipio Barbara Auleta da tempo impegnata a fianco dei cittadini, ha comunicato con un post su Facebook la soddisfazione per l’esito del ricorso, rimarcando tuttavia con amarezza il mancato sostegno da parte di altre istituzioni municipali : “Evviva e grazie a quei cittadini caparbi e generosi, che ho sostenuto dal primo momento e che mi onoro di aver accompagnato in questa brutta vicenda, in tutti i modi che ho potuto. Amarezza per un percorso tecnico-amministrativo che a un certo punto aveva preso la giusta direzione, verso il diniego, poi una inversione a U ha vanificato tutto!”(4). Ci auguriamo che questa vicenda spinga le istituzioni di qualunque livello a non lasciare più che la difesa dell’interesse pubblico, di un bene collettivo, sia affidata all’iniziativa e alla buona volontà dei cittadini, che in questo caso, come in altri (vedi la vicenda di Villa Bianca (5) si sono trovati addirittura ad agire contro il Comune di Roma e il Ministero della Cultura. (redazione) vedi Roma Today 20 febbraio 2026 San Lorenzo, i campi da padel vanno rimossi. I cittadini vincono contro Comune e privato di Valerio Valeri La società che ha iniziato nel 2022 a realizzare l’impianto sportivo in via dei Sabelli ha ottenuto un permesso di costruire in sanatoria, basato su un parere della Soprintendenza considerato da giudici non sufficiente. Il municipio: “Una sconfitta per il quartiere”. Auleta (Avs): “C’è chi ha abdicato al suo ruolo di controllo” 27 febbraio 2026 Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com (1) vedi la ricostruzione della vicenda in La mobilitazione dei cittadini ha fermato, almeno temporaneamente, la trasformazione di un altro spazio verde a San Lorenzo di Thaya Passarelli 7 marzo 2025 vedi anche (dalla scheda di Piediperterra a San Lorenzo del 5 maggio 2023) Via dei Sabelli 88/A: Campo Cavalieri di Colombo. Nello storico campo sportivo della Fondazione Cavalieri di Colombo (3) sono stati recentemente realizzati 5 Campi da Padel con basamento in calcestruzzo, in assenza, da quanto riportato da un articolo di Roma Today (4) del necessario permesso a costruire (5). Contro il progetto di costruzione dei campi da padel si sono mobilitati un gruppo di cittadini residenti e frontisti che hanno segnalato alle istituzioni preposte di Roma Capitale l’avvenuto abbattimento di alberi ed arbusti e l’esecuzione di scavi in uno spazio verde destinato a giardino e a parco giochi e feste per i bambini del quartiere. Il 20 giugno 2022, in seguito alla richiesta di accesso civico di Carteinregola, nella documentazione trasmessaci dal Dipartimento Tutela Ambientale – Ufficio Autorizzazioni Verde Privato e cavi stradali – non abbiamo trovato alcun documento autorizzativo per l’abbattimento delle alberature e degli arbusti nel Campo Benedetto XV, né risultava alcun parere autorizzativo da parte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio trasmesso al Dipartimento Tutela Ambientale. Vedi l’articolo di Carteinregola del 22 giugno 2022 “A San Lorenzo il poco verde presente scompare nel silenzio delle istituzioni “ (> vai a al sommario delle schede di Piedipeterra a San Lorenzo) (2) vedi Roma Today 20 febbraio 2026 San Lorenzo, i campi da padel vanno rimossi. I cittadini vincono contro Comune e privato di Valerio Valeri La società che ha iniziato nel 2022 a realizzare l’impianto sportivo in via dei Sabelli ha ottenuto un permesso di costruire in sanatoria, basato su un parere della Soprintendenza considerato da giudici non sufficiente. Il municipio: “Una sconfitta per il quartiere”. Auleta (Avs): “C’è chi ha abdicato al suo ruolo di controllo” (3) vedi Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore Art.42. Spazi aperti della Città storica scarica NTA PRG vigenti (4)(vedi post sulla pagina Fb di Barbara Auleta, 20 febbraio 2026) (5) vedi Ex Clinica Villa Bianca: iI Consiglio di Stato ha dato ragione ai cittadini 24 marzo 2025
February 27, 2026
carteinregola
Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali, un appello alla Regione Lazio
Carteinregola ha sottoscritto  l’appello  del Coordinamento CERS (Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali )  di Roma e Lazio alla Regione Lazio, che anzichè riprogettare il bando di gennaio 2025 per renderlo realmente accessibile e coerente con le finalità dichiarate, ha emesso un bando rivolto esclusivamente allo specifico consumo energetico delle imprese, escludendo quindi cittadini, associazioni e territori. Carteinregola condivide le richieste rivolte alla Regione dal Coordinamento, di cui fa parte un  membro del direttivo della nostra associazione:  * il ripristino di una linea di finanziamento dedicata alle Comunità Energetiche; * criteri proporzionati e compatibili con la natura civica e associativa delle CER; * l’attivazione di un confronto stabile e trasparente con le reti territoriali. In calce l’appello e li indicazioni per sottoscriverlo (AMBM) SENZA COMUNITÀ ENERGETICHE NON CI SARÀ UNA GIUSTA TRANSIZIONE Appello del Coordinamento CERS (Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali ) Roma e Lazio contro il dirottamento dei fondi regionali Roma, 23 gennaio 2025 – Senza il coinvolgimento diretto delle comunità locali, la transizione energetica rischia di diventare un mero processo tecnico, escludente e ingiusto. Con questo obiettivo, il Coordinamento delle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali di Roma e Lazio lancia un appello pubblico contro la decisione della Regione Lazio di riallocare le risorse destinate alle Comunità Energetiche verso un bando rivolto esclusivamente allo specifico consumo energetico delle imprese, escludendo cittadini, associazioni e territori. Nel gennaio 2025 la Regione Lazio aveva pubblicato un bando da 14 milioni di euro per le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). Tuttavia, i requisiti economici e i vincoli normativi previsti si sono rivelati di fatto inaccessibili per le realtà civiche e associative che operano sui territori. Il risultato è stato evidente: solo due domande presentate e meno di 500.000 euro effettivamente assegnati. Nonostante le criticità segnalate e le soluzioni proposte dalle reti territoriali, la Regione ha scelto di abbandonare la linea di finanziamento dedicata alle CER, dirottando integralmente le risorse verso altri obiettivi. Una scelta che il Coordinamento considera gravissima e incoerente. Le Comunità Energetiche sono uno strumento previsto dalla normativa europea per produrre energia rinnovabile localmente, ridurre la necessità di grandi investimenti infrastrutturali, condividere i benefici economici e sociali dell’energia rinnovabile, rafforzare la coesione e la giustizia sociale e contrastare la povertà energetica e le disuguaglianze. Le CER richiedono quindi politiche dedicate, coerenti con il loro carattere civico, partecipativo e territoriale. La Regione avrebbe dovuto riprogettare il bando di gennaio 2025, per renderlo realmente accessibile e coerente con le finalità dichiarate. Non abbandonare le CER! Con questo appello, il Coordinamento chiede alla Regione Lazio: * il ripristino di una linea di finanziamento dedicata alle Comunità Energetiche; * criteri proporzionati e compatibili con la natura civica e associativa delle CER; * l’attivazione di un confronto stabile e trasparente con le reti territoriali. «La transizione energetica non è solo una questione tecnica – afferma il Coordinamento – ma una scelta di democrazia, giustizia sociale e giustizia ambientale. Senza comunità energetiche rinnovabili, non può esserci una transizione giusta». L’appello è pubblico e aperto alle adesioni di cittadine e cittadini, comunità energetiche, associazioni, amministratori locali e reti civiche. Firma e condividi l’appello: https://cersromalazio.org/appello/ Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com (nota: l’associazione Carteinregola sottoscrive e rilancia l’appello di cui non è il promotore)
January 26, 2026
carteinregola
L’Appello: Poteri di Roma Capitale, l’altra riforma costituzionale che avanza senza nessun   coinvolgimento dei cittadini
In questi giorni è finalmente emersa nel dibattito pubblico la riforma costituzionale della magistratura, su cui cittadine e cittadini saranno chiamati a esprimersi la prossima primavera. Ma c’è un’altra riforma costituzionale a cui  il Governo sta imprimendo una forte accelerazione che sta passando completamente in sordina, la Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale, che intende conferire a Roma i poteri legislativi di una Regione per 11 materie, comprimendone l’ambito al solo perimetro comunale, con l’esclusione quindi di quell’ ”anello” metropolitano che ne è ormai  da tempo parte integrante. Trenta associazioni e comitati e decine di esponenti del mondo civico, accademico, culturale,  di Roma e non solo, chiedono al Sindaco di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a tutte le istituzioni e le forze politiche,  di impegnarsi perché la riforma sia messa finalmente al centro di un dibattito con le cittadine e i cittadini romani,   compresi  quelli che si sono  trasferiti per necessità abitative nei comuni limitrofi, riportando il progetto della governance all’ambito metropolitano. APPELLO PER L’AVVIO DI UN DIBATTITO DEMOCRATICO SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE  DI ROMA CAPITALE  Stanno accelerando le modifiche che la  maggioranza di centro destra sta infliggendo all’ attuale assetto democratico del nostro Paese: autonomia regionale differenziata, premierato, ordinamento della magistratura,  provvedimenti che hanno visto levarsi un movimento contrario  di cui è protagonista anche  la società civile.  Una riforma che, come le precedenti, riscrive un articolo della Costituzione, sta  invece passando in sordina, sostenuta da un fronte che comprende destra e sinistra, ultimamente rivisitata  dal Governo Meloni in accordo con il Sindaco Gualtieri e il Presidente del Lazio Rocca: il disegno di legge costituzionale di Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale. Un disegno di legge che  conferisce all’Assemblea capitolina  i poteri legislativi su alcune materie attualmente concorrenti Stato/Regione che diventerebbero  concorrenti Stato/Roma Capitale (governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali) e su alcune delle cosiddette “materie residuali”, allo stato attuale di esclusiva competenza legislativa della Regione, che diventerebbero  di esclusiva competenza di Roma Capitale (trasporto pubblico locale; polizia amministrativa locale; commercio; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa di Roma Capitale).  Prerogative che verrebbero esercitate all’interno del solo perimetro comunale. Una riforma che riteniamo inutile per la risoluzione degli annosi problemi della Capitale, e anche dannosa,soprattutto per il definitivo abbandono della prospettiva della Città metropolitana i cui comuni continuerebbero a rispondere alla legislazione regionale creando una evidente e insanabile discrasia: sono a tutti evidenti le forti interconnessioni che si sono andate nel tempo sempre più consolidando tra capoluogo e il resto dei comuni (per tutte il sistema dei trasporti).    Ma è preoccupante in generale l’accentramento di poteri nell’organo comunale,  senza più i contrappesi del confronto con l’amministrazione regionale,  che rischia di attribuire uno smisurato potere decisionale su materie fondamentali per lo sviluppo della città alle maggioranze politiche capitoline del momento. E resta indefinito nei contenuti e nella tempistica se si procederà verso un effettivo decentramento ai Municipi, cavallo di battaglia elettorale di tutti i partiti,  prontamente accantonato dopo ogni consultazione.  Ma soprattutto pesa la scarsa informazione e partecipazione dei cittadini su un tema che dovrebbe essere oggetto di un dibattito esteso e di un confronto democratico.  Roma ha il diritto ad avere riconosciute le peculiarità come Capitale e anche i mezzi per affrontare le tante  problematiche che ne hanno accompagnato la storia e lo sviluppo disarmonico. Ma la strada non passa dal concentrare i poteri, ma da una Amministrazione con più risorse finanziarie, con strutture tecniche-amministrative più adeguate per presenze e profili professionali, più autonomia amministrativa e più aperta e dialogante con i cittadini, del Comune e della Città metropolitana. Il 29 dicembre sono stati depositati gli emendamenti della Commissione Affari costituzionali, presto il ddl arriverà in parlamento.  Chiediamo che,  anziché accelerare i tempi in vista delle elezioni della primavera 2027, la riforma esca dal ristretto ambito delle aule parlamentari, dei tavoli istituzionali e soprattutto degli annunci che non raccontano nulla ai cittadini,  limitandosi alla retorica di generici riconoscimenti   al ruolo del Comune di Roma in quanto Capitale.  Chiediamo al Sindaco  di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a tutte le istituzioni e le forze politiche di impegnarsi perché la riforma sia messa finalmente al centro di un dibattito con le cittadine e i cittadini romani, tutti i cittadini,   quelli che risiedono  all’interno del perimetro comunale e quelli che si sono  trasferiti per necessità abitative nei comuni limitrofi, riportando il progetto della governance all’ambito metropolitano .  Chiediamo che si abbandoni la strada di un sempre più marcato accentramento di poteri in poche mani in nome di presunte efficienze e accelerazioni delle  procedure e si rinnovino le pratiche democratiche di dialogo e confronto con i cittadini e i territori,   secondo lo spirito della nostra Costituzione. Associazione Carteinregola, Associazione Aspettare Stanca, Associazione A Sud, ARCI Roma, Associazione Artù, Associazione Bianchi Bandinelli,  CILD Centro di iniziativa per la Legalità Democratica, DiarioRomano, Comitato per la difesa della pineta di Villa Massimo, Circolo Fratelli Rosselli, Cittadinanzattiva Lazio, Associazione Da Sud, Associazione di Quartiere Fontana Candida, Ass. IL MIO AMICO ALBERO ODV, Associazione Insieme per la Curtis Draconis,  Italia Nostra Roma, Associazione Mare libero, Associazione Progetto Celio, Comitato per il Progetto Urbano San Lorenzo e la Salvaguardia del Territorio, Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti, Associazione Roma Ricerca Roma, Associazione Simbolo, Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio, Comitato Stadio Flaminio, Associazione Tavoli del Porto, TUTraP-APS , VAS onlus, Comitato Villa Blanc, Associazione Villa Certosa OdV, WWF Roma e Area Metropolitana    * Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanistica Università di Bologna * Ella Baffoni, giornalista * Paolo Berdini, urbanista * Piero Bevilacqua, storico * Lucio Carbonara, urbanista * Filippo Celata, docente  di Geografia economica, Università di Roma La Sapienza * Carlo Cellamare, docente di  Urbanistica, Università di Roma La Sapienza * Danilo Chirico, giornalista e scrittore * Silvano Curcio, Docente di Management dei patrimoni immobiliari e urbani, Università di Roma La Sapienza * Vezio De Lucia, urbanista * Stefano Deliperi,  presidente Gruppo d’Intervento Giuridico * Giuseppe De Marzo, economista, attivista, giornalista e scrittore * Mirella Di Giovine, architetto, Università di Roma La Sapienza * Maria Pia Guermandi, coordinatrice Emergenza cultura * Clara Habte, giornalista * Visenta Iannicelli, già dirigente di Roma CapitaleMaria Ioannilli, già docente di Tecnica Urbanistica, Università di Roma Tor Vergata * Susanna Le Pera, già responsabile del Servizio Carta per la Qualità di Roma Capitale * Paola Loche, Naturalista * Paolo Maddalena, vice Presidente emerito della Corte Costituzionale * Clarice Marsano, già funzionario del Ministero dei Beni culturali * Marina Montacutelli, CNR * Tomaso Montanari, storico dell’arte * Marco Miccoli, vicepresidente nazionale Anppia * Loretta Mussi, medico * Giorgio Osti portavoce del Coordinamento delle Associazioni per il Regolamento del Verde e del Paesaggio urbano di Roma Capitale * Pancho Pardi, già Professore di Urbanistica Università di Firenze, ex Senatore * Rita Paris, già Direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica * Massimo Pasquini, già segretario nazionale Unione Inquilini * Rosario Pavia, urbanista * Barbara Pizzo,  professoressa Associata di Urbanistica  Università di Roma La Sapienza * Daniela Rizzo, archeologa, già Ministero Beni Culturali * Enzo Scandurra, urbanista * Maria Spina, architetto * Pietro Spirito, economista dei trasporti * Giancarlo Storto, urbanista * Vincenzo Vita, giornalista e saggista (…) Roma, 19 gennaio 2026 Per aderire scrivere a: info@carteinregola.it con OGGETTO: APPELLO DIBATTITO RIFORMA ROMA CAPITALE, specificando l’eventuale qualifica da indicare insieme al nome del sottoscrittore/trice Per osservazioni e precisazioni scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com Vedi anche : Roma Capitale,  Roma Città Metropolitana, Decentramento Municipi cronologia e materiali
January 20, 2026
carteinregola
Emilio Ricci: i buoni motivi per votare No al referendum sui magistrati e la vera essenza della riforma
l’avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI, Marina Pierlorenzi, presidente ANPI provinciale Roma Da Patria indipendente l’intervento dell’avv. Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI,   al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” Le norme introdotte dal governo vengono presentate nella propaganda come soluzione per rendere il processo più trasparente e veloce, ma è un falso. In realtà l’elemento fondamentale che entra in gioco è l’equilibrio dei poteri dello Stato. Se si volessero davvero velocizzare i procedimenti in tribunale, si dovrebbero adottare ben altri strumenti, come la depenalizzazione dei “reati da cortile”. E non a caso preoccupano al contempo le misure approvate in materia di ordine pubblico. Intervento al convegno “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” organizzato dall’Associazione nazionale dei partigiani Siamo tutti qui per ragionare su questa questione molto complessa e delicata che va approfondita anche perché la battaglia che noi intendiamo fare, la battaglia referendaria, è una battaglia che ci vede impegnati come ANPI in prima fila, affiancati all’Associazione Nazionale Magistrati che ha organizzato un proprio comitato per il No. Vorrei spiegare rapidamente per quale ragione oggi noi abbiamo ritenuto di organizzare un incontro che parli della separazione delle carriere da un lato e della legge sicurezza dall’altro: sembrerebbero due questioni tecnicamente tra di loro molto diverse, ma in realtà sono strettamente collegate da un filo comune. La separazione delle carriere incide sull’ordinamento giudiziario, sul rapporto tra magistratura requirente e giudicante e sugli aspetti di rilevanza costituzionale della giurisdizione. La nuova legge sulla sicurezza pubblica incide su ambiti diversi (sull’immigrazione, sull’ordine pubblico, sulle misure prevenzione, sui poteri delle forze dell’ordine) ma, in realtà, io ritengo che queste due riforme debbano essere osservate con un’attenzione comune: secondo me, il motivo politico fondamentale e strutturale per il quale questo governo oggi si muove su questi terreni, è perché ritiene che il sistema vigente, munito di contrappesi significativi sia troppo garantista, troppo complicato, troppo lento, per cui è necessario “semplificare” per rendere più efficienti i meccanismi decisionali e ridurre gli spazi di conflitto e di controllo sul suo operato. La separazione delle carriere in realtà viene presentata come un modo per rendere il processo più trasparente. “Chi accusa accusa… Chi giudica giudica” … uno slogan semplicistico che colpisce la fantasia delle persone in maniera mediatica, non in maniera sostanziale, perché in realtà l’elemento che entra in gioco fondamentale è quello dell’equilibrio dei poteri dello Stato. Nello stesso modo anche la legge sicurezza viene presentata come una risposta a emergenze reali: criminalità, terrorismo e gestione flussi migratori. Quando vengono sollevati dubbi sul sistema normativo che si vuole introdurre con la riforma costituzionale, coloro i quali pongono dubbi e prospettano i rischi insiti nelle modifiche vengono additati come nemici dell’ordine, come persone che in realtà non vogliono una gestione più garantista, più serena delle questioni legate all’ordine pubblico, e che vogliono condizionare lo sviluppo della sicurezza nel nostro Paese. Quindi il profilo che valuterei è quello della necessità di comprendere se le nuove disposizioni in qualche modo rafforzano o se indeboliscono quelli che sono i contrappesi costituzionali. Abbiamo intanto una valutazione di tipo generale su questo profilo. Sulla separazione delle carriere credo di essere uno dei pochi avvocati in Italia che è contrario alla separazione delle carriere. Vi sono molti, come le associazioni di categoria e, in particolare, la Camera penale che sono favorevoli alla riforma, con un orientamento dal quale dissento. La mia opinione è che oggi l’ordinamento costituzionale prevede un unico Consiglio Superiore della Magistratura, quindi con un’unica garanzia di indipendenza dei magistrati sia per quanto riguarda la funzione del pubblico ministero sia in relazione alla funzione del giudicante: noi, infatti, abbiamo di fronte una garanzia di tipo generale nel senso che i magistrati sono garantiti da una ormai sostanziale separazione delle carriere realizzata progressivamente nel tempo e confermata anche dalla ulteriore riduzione della possibilità di passare da una funzione all’altra sancita nell’ultima riforma Cartabia. La voce di chi, invece, è favorevole è quella di sostenere che la imparzialità del giudice sarebbe garantita maggiormente da una diversa cultura rispetto a quella del pubblico ministero: quindi, la separazione dovrebbe garantire da un lato l’autonomia del pubblico ministero rispetto al giudice, quando – al contrario noi riteniamo, e anch’io ritengo – che la attuale unità delle carriere, la presenza di un unico Consiglio Superiore sia proprio una garanzia della indipendenza della Magistratura da qualsiasi potere esterno. Quindi, anche se ovviamente nella proposta di legge costituzionale non è esplicitamente detto, noi sappiamo bene quali siano i rischi inseriti in una riforma di questo tipo. Noi sappiamo oggi e lo sanno bene coloro i quali svolgono l’ufficio di Procura, quale sia il carico di lavoro che i PM hanno, carico che determina che molte attività di indagini siano delegate alla polizia giudiziaria nelle sue varie articolazioni: nel caso in cui la riforma costituzionale venisse approvata in sede referendaria e la funzione del Pubblico ministero venisse separata da quella del giudice, la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo potrebbe portare ad un significativo condizionamento dell’attività di indagine da parte delle procure. Questo ve lo dico anche per una mia lunghissima esperienza personale come avvocato: vi è, infatti, la necessità di individuare le priorità ed è proprio questo il profilo che noi temiamo perché leggiamo che dietro a queste idee vi è il rischio che il Pubblico ministero possa un domani, (anche se – l’ho detto e lo ripeto – non è oggi esplicitamente previsto dalla norma costituzionale) essere condizionato dal potere esecutivo sulla individuazione dei reati da perseguire e che di fatto si giunga alla cosiddetta rinunciabilità dell’azione penale che sarebbe, per noi cittadini, una violazione importante, significativa e molto compromettente di quello che è invece il fondamento democratico sul quale si basa l’esercizio dell’azione penale obbligatoria. Tenete presente che tutte queste modifiche vengono contrabbandate come norme di riforma per la velocizzazione dei processi, ma non è così. In realtà, il problema è assolutamente diverso, ed è fondato esclusivamente sul fatto che noi non siamo in grado di gestire la quantità dei processi che pendono, problema che mai nessuno ha voluto affrontare: sono più di 50 anni che svolgo questo lavoro, e non solo io ma tanti colleghi e amici che con me lavorano nei Tribunali si rendono conto che la vera riforma della Giustizia, l’unica vera riforma della Giustizia penale significativa, sia una importante depenalizzazione dei reati, quelli che io definisco i reati da cortile, che però intasano gli uffici giudiziari e non consentono lo svolgimento, invece, di attività di indagine più importanti e anche di carattere più pregnante per quanto riguarda la coltivazione della legalità nel nostro Paese. È chiaro che il problema della depenalizzazione pone un problema importante dal punto di vista della gestione poi di tutte queste situazioni depenalizzate. Noi abbiamo purtroppo un sistema per cui tutte le sanzioni amministrative che sono migliaia e migliaia, decine di migliaia, se non addirittura centinaia di migliaia, non vengono discusse. Vi dò un dato che ho avuto appunto in relazione allo svolgimento dell’attività professionale: Equitalia Giustizia che è delegata la raccolta delle sanzioni, riscuote il 2% delle spese di giustizia che vengono comminate dai Tribunali. Voi capite bene che con questo sistema non è possibile pensare a una riforma che non sia anche una riforma del sistema di esazione delle sanzioni o di gestione di quelle che potrebbero essere domani le sanzioni amministrative per quelle legate ai reati eventualmente depenalizzati. Ma io non sto parlando di una parte di depenalizzazione del 10%: io parlo del 60-65% dei reati poi non giungono a processo. La magistratura giudicante riesce a smaltire meno del 50% dei reati che vengono portati dalle Procure all’attenzione dei giudici per la fase dibattimentale: quindi sotto questo profilo il problema è che, di fatto, si determina una sorta di depenalizzazione indotta alla quale si associa il problema fondamentale della certezza della giustizia, del diritto e della pena, che sono questioni che a livello sociale impattano significativamente sull’immagine della giustizia perché noi non stiamo parlando qui dei grandi processi, delle grandi indagini che hanno una loro corsia preferenziale, un loro modo di essere oggetto di interesse sia da parte dei giudici inquirenti che della parte giudicante, ma parlo di quella enorme quantità di procedimenti che non vedono una fine se non attraverso la prescrizione, determinando quindi una sostanziale fondamentale incertezza del diritto che causa una serie di problemi e di disvalori di carattere sociale. Vi sono processi che durano 10 – 11 – 12 anni e che determinano, come potete immaginare, danni in tutte le situazioni e articolazioni: pensate ai dipendenti pubblici che vengono inquisiti per anni e che non possono avere avanzamenti di carriera; pensate alle persone che subiscono processi per cui devono pagarsi avvocati, devono provvedere a una serie di questioni che sicuramente li condizionano pesantemente nel corso della vita. Queste sono le questioni che io pongo in maniera generale, in maniera politica perché l’obiettivo che abbiamo non è quello ovviamente di fare una o, quantomeno, non solo quello di fare una battaglia tecnica nei confronti di questa legge costituzionale ma anche quello di assumere posizioni rispetto alle involuzioni autoritarie sanzionatorie della legge sicurezza. Io credo che questo sia un profilo che si lega (e l’ANPI, diciamo, nelle ultime riunioni anche del Comitato nazionale di questo ne ha parlato e ne ha discusso) anche all’esercizio delle proprie libertà, dei propri diritti, della libertà di parola, della libertà di associazione, di tutte quelle che sono le libertà garantite costituzionalmente e che devono essere rafforzate piuttosto che indebolite. Quindi l’ANPI su questo tema è contro la riforma costituzionale e contro la legge sicurezza e ritiene che sia un vulnus significativo all’interno del comparto della struttura costituzionale che da anni ci governa e che, a parte qualche deviazione, esistente in tutti i Paesi, ha garantito una forte presenza democratica, all’interno della quale noi riusciamo comunque a gestire la libertà in maniera autonoma, tale da farci pensare che questo sia comunque, al di là delle varie involuzioni, un Paese dove si vive bene e dove, proprio per questo, bisogna contrastare in maniera forte ogni involuzione di tipo antidemocratico. Mi soffermo rapidissimamente su due questioni che caratterizzano questa riforma costituzionale, tenendo conto che del sorteggio dei magistrati parleranno altri meglio e più di me. Farò quindi riferimento ancora a due punti: il referendum (di cui dirò alla fine) e l’Alta Corte di Giustizia. Noi oggi abbiamo un Consiglio Superiore della Magistratura che giudica attraverso una propria sezione disciplinare e poi eroga le sanzioni a tutti i magistrati: pubblici ministeri e giudici. Il magistrato che viene sanzionato ha la possibilità di ricorrere alle Sezioni Unite della Cassazione. È una garanzia molto importante, di rilevanza costituzionale in quanto il magistrato, per la delicatezza dell’attività che svolge, deve essere tutelato al massimo quando viene sottoposto a procedimento disciplinare. La riforma prevede un organo ibrido che non si comprende bene cosa sia. L’Alta Corte di Giustizia è caratterizzata da una “trazione politica”: inoltre emerge un evidente problema di costituzionalità in quanto, qualora il magistrato venisse condannato in primo grado dall’Alta Corte di Giustizia, si prevede che l’appello debba essere fatto di fronte allo stesso organo senza alcuna previsione del ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione. Mi ricordo un po’ del medesimo problema, quando mi sono occupato delle questioni legate alla revoca degli emolumenti dei parlamentari dei senatori: anche lì, l’Autodichia è in primo e secondo grado sostanzialmente dinanzi allo stesso organo. Questa è una cosa molto, molto grave e molto delicata sulla quale noi dobbiamo batterci perché lì sta, a mio avviso, uno degli aspetti involutivi sostanziali e fondamentali della riforma. Cioè, se noi non garantiamo il doppio grado di giudizio dinanzi a organi diversi e al di sopra delle valutazioni politiche delle parti, noi corriamo il rischio di andare verso un degrado del quale non conosciamo la fine. Questione referendum. Noi ovviamente siamo per il No deciso e rispetto a ciò la mancanza del quorum potrebbe rappresentare una garanzia importante. Io personalmente sono convinto di una cosa: in realtà, credo che sia più la società civile, quella che è qui e che è fuori, che debba, in qualche modo, contrastare questo disegno autoritario e debba andare a votare per il No. Il Sì secondo me è legato a una percentuale limitata, non dimentichiamo che il governo che millanta il favore della maggioranza dei cittadini, è stato eletto grazie anche a una legge elettorale demenziale dal 14% dei votanti, con una tensione pari al 50%… Quindi io ritengo che debba condursi una battaglia culturale e intellettuale che non coinvolga, almeno per quanto riguarda l’ANPI, soltanto il profilo tecnico (di difficile comprensione da parte della maggioranza della popolazione), ma che venga condotta come una battaglia fatta per i diritti, con parole semplici e comprensibili. Perché dietro a questa questione della separazione delle carriere vi sono in agguato tutta una serie problemi che minerebbero in maniera sostanziale la nostra libertà e la nostra Costituzione: parlo della difesa dei diritti fondamentali che attualmente vengono garantiti e che potrebbero essere compromessi. Avvocato Emilio Ricci, vicepresidente nazionale ANPI. Trascrizione della introduzione al Convegno tenutosi a Roma il 14 novembre scorso su “Separazione delle carriere e Legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” 30 dicembre 2025 > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale > > Vai a Riforma costituzionale della magistratura, cronologia e materiali Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Patria Indipendente scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
December 30, 2025
carteinregola
Gaetano Azzariti: il contesto della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia
Intervento di Gaetano Azzariti, Professore ordinario di diritto costituzionale all’ Università La Sapienza di Roma al Convegno “Separazione delle carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?”, organizzato dall’ANPI, Roma Auditorium via Rieti, 14 novembre 2025 (da Questione Giustizia 16 dicembre 2025) 1. Vorrei soffermarmi sul contesto, più che sul testo. Se vogliamo ben comprendere la portata e gli effetti della riforma costituzionale in materia di ordinamento della giustizia è necessario infatti riflettere anche, e forse soprattutto, sulla crisi più generale della democrazia. Anzitutto rilevando la sua chiara connessione. Difatti non credo possa negarsi che la profondità delle trasformazioni in corso in tutti gli ordinamenti di democrazia occidentale abbiano una loro diretta incidenza sul sistema giudiziario e di tutela dei diritti. Anche se non possiamo esaminare adeguatamente in questa sede le complesse trasformazioni globali, credo che nessuno possa sottovalutare la portata storica dei processi innescati dall’aggressività di Putin, dall’arroganza di Trump, dall’afasia ormai congenita dell’Europa, dal moltiplicarsi degli ordinamenti dispotici, dall’impotenza delle istituzioni dell’ONU, dalla barbarie delle pratiche genocidarie che si stanno sviluppando sotto i nostri occhi impotenti. Stiamo assistendo ad una complessiva rottura degli equilibri mondiali. È in questo contesto che le difficoltà di far valere i diritti, l’autonomia e il ruolo dei giudici si sono palesate in modo drammatico: c’è chi parla ormai di fine del diritto internazionale e ritorno del diritto della forza.  Anche senza giungere a così definitive conclusioni, appare comunque fondata la constatazione di una giustizia internazionale che non sembra più in grado di esercitare efficacemente un suo ruolo autonomo, basta pensare all’impotenza della Corte penale internazionale e agli attacchi ritorsivi che stanno subendo i componenti della Corte stessa. All’interno degli Stati, poi, la crisi della democrazia e gli effetti sull’autonomia del potere giudiziario sono ancor più espliciti. Se prima apparivano delle eccezioni i casi delle cosiddette democrazie illiberali (l’Ungheria, la Polonia, quest’ultima almeno sino alle ultime elezioni) nei cui confronti erano diffuse le condanne delle ripetute violazioni dei principi dello stato di diritto, ora l’insofferenza nei confronti dei giudici quando questi limitano o sanzionano chi governa si sono generalizzate, mentre acquiescenti appaiono le reazioni degli Stati e delle istituzioni democratiche. Basta pensare a quel che sta succedendo nella patria dei “checks and balances“, gli Stati Uniti. Insomma, non sembra che per la giustizia e le tutele giurisdizionali, oltre che per l’ordinamento giurisdizionale nel suo complesso, tiri una bella aria da nessuna parte nel mondo. 2. Per tornare ora al nostro Paese, mi vorrei limitare ad osservare un fatto che non credo possa essere negato. La riforma del ruolo costituzionale assegnato al potere giudiziario opera entro un definito disegno politico complessivo, che è in corso di svolgimento. Una diversa idea di democrazia ampiamente articolato e che è stato chiaramente enunciato, contrassegnato da una esplicita volontà politica finalizzata a conseguire un insieme di incisivi cambiamenti sociali e istituzionali. Un progetto che si sviluppa su più piani. Basta qui richiamare lo stravolgimento della forma di governo che si avrebbe se dovesse essere approvato lo sgangherato premierato attualmente in discussione. Un progetto che farebbe transitare la nostra sofferente democrazia parlamentare, per farla approdare in una inquietante democrazia del Capo. Un programma questo affiancato da un parallelo disegno di ribaltamento dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà – nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia differenziata. Un disegno finalizzato a determinare un assetto nei rapporti tra territori fondato sulla diseguaglianza e sull’abbandono della visione solidale di regionalismo. L’intenzione è quella di passare dal regionalismo solidale ad uno competitivo, di natura appropriativa delle risorse. Quella che è stata chiamata la “secessione dei ricchi”. Ma poi, ancor più in generale, è il clima politico, la cultura espressa e l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a preoccupare. Perché questa non sembra potersi ricondurre solo ad una contingenza momentanea, ma appare invece il frutto di un lungo regresso – che non esenta dunque da responsabilità gravi le diverse maggioranza del passato – ma che ha portato via via a fare emergere una cultura politica di sostanziale ostilità verso la costituzione repubblicana. In rapido ed estemporaneo elenco è sufficiente per dimostrare l’assunto.  Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di manifestazione. Abbiamo infatti assistito, attoniti, ad ingiustificate e brutali aggressioni da parte delle forze dell’ordine a pacifici manifestanti, minorenni inclusi, che esprimevano una civile protesta e del tutto legittime opinioni, senza arrecare alcun pericolo per la sicurezza e incolumità pubblica; abbiamo subìto e stiamo subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come reato la resistenza passiva. Gandhi sta trasecolando e noi con lui. E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress: oltre alla sistematica occupazione di tutti gli spazi di informazione e comunicazione pubblica, abbiamo visto ministri della Repubblica intervenire per censurare addirittura le performance dei comici in televisione, attacchi diretti a giornalisti se non ad intere testate non per contestare fatti, ma per delegittimare il pluralismo, le opinioni o le inchieste svolte; vi sono ripetuti ed espliciti rifiuti di parlare con giornalisti ritenuti “ostili”; abbiamo visto autorità ritenute indipendenti che sanzionavano od ostacolavano la diffusione di trasmissioni televisive ritenute antigovernative; assistiamo alle prassi di un potere ormai convinto che la comunicazione istituzionale sia solo quella di regime, espressa tramite social e unidirezionalmente rivolta al proprio elettorato. Ancora, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Non solo si lasciano nel degrado, in una situazione drammatica e disumana, i Centri di Permanenza e Rimpatrio, ma si prova anche a deportare nei centri albanesi chi arriva dai mari. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso, ma ci assicurano che ciononostante essi “funzioneranno”, come è stato promesso ben scandendo le parole. Vedremo se prevarranno le ragioni del diritto o quelle del potere. Tralascio di dire della dignità delle persone detenute nelle carceri, che – a proposito di giustizia – sarebbe un fronte da aprire, ma che neppure l’aumento dei suicidi riesce a scalfire. Continui sono poi i tentativi di limitare i diritti del lavoro, non ancora aggredendo direttamente il diritto di sciopero, ma attraverso le vie traverse: abbiamo visto infatti utilizzare l’arma della precettazione con una disinvoltura mai prima immaginata. Ovvero una legislazione di favore nei confronti della libertà delle imprese che è andata però a scapito della tutela dei diritti e della sicurezza in ambito lavorativo. Ma in fondo sono tutte le politiche sociali che vengono sostituite da politiche neoliberiste dimentiche degli inderogabili doveri di solidarietà. E non da oggi. Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente chiaro il segno del cambiamento. 3. È in questo quadro che si registrano i continui attacchi alla indipendenza e autonomia della magistratura. Accusata di invadere lo spazio della politica ogni volta che inquisisce un soggetto politico o condanna questi per azioni o fatti posti in essere contra legem ovvero in violazione di norma di diritto internazionale o europeo. Persino il controllo contabile sulle spese viene considerato un fatto eversivo realizzato in odio al Governo e compiuto da giudici ostili, ritenuti, chissà perché, sempre “comunisti”. Siamo ben oltre, dunque, la più che legittima reazione del Governo o dei singoli esponenti politici, qualora vengano inquisiti, che è rivolta a difesa del proprio operato e finalizzata a dimostrare la correttezza delle proprie azioni. Ora la pretesa è quella dell’immunità. La tesi è chiara: la politica non si processa, essa ha il primato sugli altri poteri.  Un ritorno dello Stato assoluto. Da qui la volontà di rimodulare gli equilibri dei poteri: a favore di quello politico. Insofferente al controllo e non solo a quello dei giudici nazionali. Da qui la riforma della giustizia. Ma anche l’intolleranza per il rispetto del diritto internazionale (come dimostra l’ingiustificato e aggressivo rifiuto di dare seguito alla richiesta della Corte penale internazionale).  Un disegno che dunque riguarda gli assetti democratici complessivi e gli equilibri costituzionali. Non è pertanto solo questione di magistratura. Si tratta di un progetto perseguito con tenacia; però, credo, non ancora compiuto. Potrebbe dirsi, in caso, come suggeriva Gramsci, che viviamo una fase d’interregno dove si manifestano fenomeni mostruosi. La lotta è tra vecchio che non muore e nuovo che non è ancora nato.  4. Entro questo contesto si è andata definendo una legge costituzionale di modifica dell’assetto della magistratura del tutto conforme alla cultura del tempo, al regresso annunciato. Rinviando agli altri interventi per il necessario e approfondito esame del testo, qui mi soffermo solo a valutare, quale possa essere, in questo contesto, il ruolo e la forza da assegnare al referendum annunciato sulla giustizia. Un referendum difficile da far capire, poco coinvolgente, perché – sintetizzo – forse la maggioranza del popolo italiano non è interessato ai problemi della divisione delle carriere, dell’organizzazione del CSM o dell’Alta corte di giustizia. La tecnicità del quesito certo non aiuta. E poi può anche darsi che la maggior parte del popolo italiano non ami particolarmente i giudici, magari assegnando alla loro responsabilità tutti i mali evidenti del sistema giudiziario (lentezza, farraginosità, mancanza di trasparenza dei riti processuali, mancanza di personale, astrusità del linguaggio). Eppure, io credo che se riuscissimo a far comprendere il quadro entro cui si colloca la riforma e la posta in gioco che è il superamento del nostro sistema costituzionale delle garanzie e la costituzione antifascista posta a garanzia dei diritti fondamentali delle persone, allora può essere che si riesca a far percepire anche a livello popolare i rischi che corriamo. I sondaggi dicono che per ora i contrari alla riforma sono in minoranza. Dalla parte di chi vuole arrestare il degrado dello stato di diritto forse non c’è ancora la forza necessaria: c’è però la Costituzione. Il che non è poco e, in fondo, è il presupposto per avere ragione. Se il sonno della ragione ha generato mostri, non possiamo fare altro che provare a risvegliare le coscienze dormienti. > Vai alla registrazione del Convegno del 14 novembre 2025 “Separazione delle > carriere e legge sicurezza: è questa la giustizia della Costituzione?” su > Radio Radicale 26 dicembre 2025 NOTA L’articolo è stato pubblicato da Questione Giustizia 16 dicembre 2025. Per osservazioni e precisazioni rispetto alla sua pubblicazione sul sito di Carteinregola scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com
December 26, 2025
carteinregola