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La condanna di Kabul
Mentre gli occhi del mondo sono puntati su Teheran, l’attacco del Pakistan in Afghanistan continua da giorni e rischia di gettare la popolazione già stremata da una condizione di crisi umanitaria cronica in un baratro senza ritorno. L’ennesima condanna di una regione al centro dello scacchiere internazionale.  Le prima avvisaglie più concrete di una pericolosa degenerazione nelle relazioni tra Pakistan e Afghanistan si sono avvertite già nel settembre 2023 quando il governo di Islamabad senza grandi avvertimenti aveva imposto l’espulsione di tutte le famiglie afghane presenti nel paese prive di un permesso di soggiorno legittimo.  Cominciò allora un esodo di massa che portò in meno di tre anni al rientro forzato di più di un milione di persone, famiglie che si erano stabilizzate in Pakistan sin dai tempi dell’invasione russa degli anni ‘80 e che in un giro di orologio si sono ritrovate rifugiate nella propria terra.  Con la costruzione di campi profughi temporanei tra i deserti di Kandahar la rabbia delle popolazioni afghane frontaliere di etnia pashtun si è fatta ancora più accesa, brace viva sulla ferita ancora aperta causata dalla cooperazione pluridecennale del paese confinante con le truppe statunitensi durante l’occupazione.  Ne sono nate scaramucce di piccola entità tra le postazioni militari sulla linea di confine — peraltro mai formalmente riconosciuta da Kabul in quanto retaggio del potere coloniale britannico —, accompagnate dall’accusa reciproca di sostenere gruppi terroristici anti-governativi all’interno dei rispettivi paesi (IS-KP in Afghanistan e TTP in Pakistan).  Nell’ottobre 2025 un’incursione aerea di Islamabad colpì diverse aree del paese a prevalenza tagika e pashtun con l’obiettivo di eliminare i centri di comando del TTP. La reazione delle forze di terra talebane rinfocolò un conflitto cruento durato dieci giorni.  La cessazione delle ostilità mediata a Doha sembrava aprire un nuovo capitolo di stabilità, fino almeno allo scorso 17 febbraio quando un paio di attentati nella regione del Pakistan settentrionale di Khyber Pakhtunkhwa rivendicati dal TTP hanno ucciso 17 persone e spinto il governo di Islamabad a lanciare una nuova campagna di attacchi aerei nelle province afghane di Nangarhar, Paktia, Khost, Laghman e Kabul.  Come riferito da Attaullah Tarar, ministro dell’informazione pakistana, gli attacchi avrebbero avuto ad oggetto “esclusivamente campi di addestramento del TTP e un punto di comando dello Stato Islamico”. Il portavoce del governo talebano Zabihullah Mujahid ha fermamente rigettato questa versione dichiarando su X che gli attacchi hanno avuto come obiettivo i civili “uccidendo e ferendo decine di persone, tra cui donne e bambini”.  La risposta militare di Kabul, che rigetta con fermezza le accuse di affiliazione alle cellule di comando del TTP, non si è fatta attendere. La contro-offensiva via terra ha colpito diversi avamposti pakistani a pochi chilometri dalla linea Durand, aprendo la magnitudo del conflitto su tutto lo spazio di confine da Nangarhar a Kandahar. Il ministro degli esteri pakistano Ishaq Dar non ha esitato a definire il conflitto “guerra aperta” e il bollettino aggiornato delle vittime non lascia grande spazio all’interpretazione.  Ad oggi, secondo le fonti ufficiali pakistane, sono più di 400 i militari talebani uccisi. Dall’altro lato, i portavoce dell’Emirato confermano la morte di 42 civili afghani e il ferimento di più di un centinaio durante i bombardamenti.  La guerra lanciata dall’asse USA-Israele su Teheran non fa che acuire la tensione e gettare ombre sulle reali intenzioni del Pakistan. Numerosi esponenti degli ambienti filo-governativi a Kabul accusano infatti la repubblica islamica confinante di continuare a supportare Washington con la finalità di riprendere possesso delle basi militari nel paese, a cominciare da quella tristemente nota di Bagram, teatro di numerose violazioni dei diritti umani per mano dell’esercito statunitense durante il ventennio di occupazione.  Quello che è sicuro è che la prosecuzione di un conflitto ad alta intensità rischia di gettare la popolazione afghana in una condizione di crisi senza ritorno.  Il conflitto coglie infatti il paese in uno dei suoi periodi più tragici dal punto di vista umanitario, con poco più di un terzo della popolazione in stato di insicurezza alimentare acuta, 3,7 milioni di minori che necessitano cure urgenti per malnutrizione e più di 3 milioni di rifugiati interni, espulsi dal 2021 ad oggi soprattutto da Pakistan e Iran (dati WFP e UNHCR).  La chiusura totale dei tavoli di negoziato in corso nei mesi scorsi a Doha e Istanbul pare far sgretolare anche la più flebile speranza di un cessate il fuoco in tempi brevi.  Al centro, una popolazione allo stremo abbandonata ancora nel cuore di uno scacchiere geopolitico che non sembra lasciare grande scampo.  La condanna di Kabul continua.  Guglielmo Rapino
March 13, 2026
Pressenza
Guerra alle donne: in Afghanistan e Iraq…
… fra orrori e resistenze. Due testi ripresi dal CISDA (*). Un’analisi dettaglata del nuovo codice penale talebano e l’assassinio di Yanar Mohammed che ha salvato migliaia di donne. Belqis Roshan: “Questo codice chiude ogni porta alla giustizia” di Beatrice Biliato Nel gennaio 2026 in Afghanistan è stato introdotto un nuovo codice penale che ridefinisce in profondità l’assetto giuridico e
Il nuovo codice penale dei Talebani chiude ogni porta alla giustizia
Nel gennaio di quest’anno in Afghanistan è stato introdotto un nuovo codice penale che ridefinisce profondamente l’assetto giuridico e sociale del Paese. Il testo istituzionalizza divisioni sociali, consolida le disuguaglianze e colpisce in modo sistematico donne e minoranze religiose.   Il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane (Cisda) ha intervistato Belqis Roshan, ex parlamentare afghana oggi rifugiata in Germania. Con il nuovo codice penale i Talebani hanno ulteriormente inasprito le condizioni di vita della popolazione, soprattutto delle donne. Quali sono le norme più gravi? Il nuovo codice viene presentato come applicazione fedele della religione, ma in realtà rafforza il controllo sulla popolazione e il potere dei religiosi. In quattro anni di governo l’emiro Hibatullah Akhundzada ha emanato 470 provvedimenti, di cui circa 100 contro le donne. Il codice rafforza l’impianto della “Legge contro il vizio e per la virtù” del 2024. Prima le norme erano rivolte alla popolazione, ora vincolano giudici, imam e capivillaggio a imporre pene severe. L’articolo 9 è il più sconvolgente: divide la società in quattro classi – religiosi, ricchi, classe media e poveri – con pene diverse per ciascuna. Ricchi e mullah possono essere solo richiamati, mentre i ceti medi e poveri rischiano processi e punizioni corporali, tanto più dure quanto più basso è il loro status. È la legalizzazione della disuguaglianza sociale. Quali conseguenze concrete comporta per le donne? L’articolo 32 prevede che un marito violento venga incarcerato per 15 giorni solo se la moglie può dimostrare lividi o fratture. Ma le donne non possono uscire di casa da sole per andare in ospedale, quindi è quasi impossibile provare le violenze. L’articolo 34 stabilisce inoltre che una donna non può lasciare la casa del marito senza permesso per tornare dalla propria famiglia: se lo fa lei e il padre che la accoglie rischiano frustate e tre mesi di carcere. La donna è trattata come proprietà del marito o del padre e l’accesso alla giustizia è di fatto chiuso. Anche i bambini restano poco protetti: il codice lascia ampio spazio alle punizioni corporali e gli insegnanti sono puniti solo in caso di lividi o fratture, mentre altre forme di abuso, compresa la violenza sessuale, frequente nelle madrase, non vengono menzionate. Anche la libertà religiosa viene limitata drasticamente. Quali effetti può avere? L’articolo 2 riconosce come unica religione legittima la scuola hanafita. È una norma pericolosa che può alimentare conflitti. In Afghanistan convivono da secoli comunità sikh, hindu, ismailite e altre minoranze. Metterle fuori legge crea tensioni profonde. Le minoranze musulmane non hanafite, come gli Hazara, rischiano ulteriori persecuzioni. Nella provincia di Badakhshan, ad esempio, alcuni ismailiti sono stati costretti a distruggere i propri luoghi di culto e a convertirsi. Queste divisioni possono essere sfruttate anche da potenze regionali e da gruppi armati legati a diversi governi, con il rischio di alimentare nuovi conflitti. Come viene applicato il codice? Anche se non è stato ancora formalmente promulgato, viene già applicato. Alcune norme sono precise, ma molte sono lasciate alla discrezione dei religiosi. L’articolo sulla fede prevede la pena di morte per chi non segue la scuola hanafita o si oppone ai Talebani. Poiché il sistema giudiziario si basa soprattutto su testimonianze, spesso estorte con la tortura, diventa facile eliminare qualcuno accusandolo di essere contro i principi islamici. La giustizia è amministrata dai religiosi e le vie legali sono di fatto bloccate. Gli imam possono decidere direttamente accuse e pene, spesso su norme vaghe come quella che vieta la “danza” o perfino il “guardare la danza”, potere usato per reprimere qualsiasi espressione culturale. Nonostante fame e repressione, le proteste sono limitate. Perché? Non è accettazione, ma repressione brutale. Uomini e donne vengono arrestati, torturati e uccisi. Tuttavia il malcontento è diffuso e la situazione è molto tesa. I Talebani sono odiati e molti non si fidano a muoversi tra la popolazione senza scorte armate. Piccole proteste continuano a verificarsi, spesso represse nel sangue. La comunità internazionale ha reagito poco. Perché questo disinteresse? Il governo talebano di fatto è sostenuto da molti Stati. Gli aiuti umanitari contribuiscono a mantenerlo in piedi, mentre alla popolazione arrivano solo briciole.  Gran Bretagna e Unione Europea parlano di apartheid di genere, ma non adottano misure concrete. Gli Stati Uniti respingono le richieste di asilo e non possiamo dimenticare che sono stati proprio loro a riportare i Talebani al potere. Come si può uscire da questa situazione? L’occupazione statunitense ha introdotto alcune libertà, ma non ha prodotto un vero cambiamento. Oggi i Talebani sono sostenuti da potenze straniere e si sono trasformati in una forza politica strutturata. La soluzione può venire solo dall’unità del popolo afghano, al di là delle divisioni etniche e religiose e dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale sui propri governi affinché smettano di sostenere questo regime. Senza appoggi esterni, i Talebani non potrebbero restare al potere. Puoi leggere qui l’articolo integrale pubblicato da Altreconomia   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
March 8, 2026
Pressenza
I bambini vittime dell’escalation del conflitto tra Afghanistan e Pakistan
“L’UNICEF è allarmato dalle notizie secondo cui alcuni bambini sono stati uccisi e feriti nel recente inasprimento delle ostilità tra Afghanistan e Pakistan” ha dichiarato il direttore regionale dell’UNICEF per l’Asia meridionale, Sanjay Wijesekera: «Mentre stiamo lavorando per verificare queste notizie in coordinamento con la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) e altri partner delle Nazioni Unite, è già chiaro che i bambini stanno pagando un prezzo molto alto. A seguito degli intensi combattimenti, per la loro sicurezza alle famiglie sopravvissute al devastante terremoto dello scorso anno nell’Afghanistan orientale viene ora chiesto di evacuare i campi profughi vicino al confine. I campi colpiti erano stati allestiti per fornire sostegno essenziale, tra cui alloggi, cibo, assistenza sanitaria, acqua potabile e servizi igienici, spazi a misura di bambino e istruzione di emergenza a 17˙000 persone sopravvissute al terremoto, di cui circa la metà sono bambini. Per le famiglie che hanno già perso così tanto, questo nuovo sfollamento aggrava le loro sofferenze. Ancora una volta, i bambini vengono sradicati dalla poca stabilità che avevano ritrovato e sono esposti a rischi maggiori di malattie, malnutrizione, violenza e sfruttamento». «In Pakistan, l’escalation delle tensioni ha colpito anche i bambini e le famiglie nelle zone di confine del Khyber Pakhtunkhwa. Secondo le notizie, le autorità hanno chiuso 138 scuole pubbliche come misura precauzionale, alla luce dei recenti attacchi contro gli istituti scolastici, tra cui un attacco con droni a Ghalanai, che ha interrotto l’accesso all’istruzione per migliaia di bambini. Anche la somministrazione di vaccinazioni sta subendo ripercussioni. Gli sfollamenti e l’insicurezza hanno aumentato le preoccupazioni in materia di protezione, compreso il rischio di feriti e vittime, oltre ai rischi rappresentati dagli ordigni inesplosi nelle comunità colpite». «L’UNICEF invita tutte le parti a dar prova della massima moderazione, a proteggere la vita dei civili e a rispettare gli obblighi che incombono loro in virtù del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. I bambini devono essere protetti in ogni momento». UNICEF
March 3, 2026
Pressenza
Parte il progetto “Dignità e Salute” per le donne nelle carceri afghane
È stato avviato il progetto “Dignità e Salute in contesti di detenzione femminile in Afghanistan”, un intervento sanitario e di tutela dei diritti fondamentali promosso da Ubuntu ODV (Italia) e Humanitarian Assistance for the Women and Children of Afghanistan (HAWCA), in collaborazione con il Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA). L’iniziativa nasce da un percorso di confronto avviato nel 2024 con l’obiettivo di intervenire a favore delle donne afghane più vulnerabili, in particolare quelle detenute o esposte a violenza e discriminazione. Nel contesto attuale dell’Afghanistan, segnato da isolamento internazionale, crisi economica e gravi restrizioni ai diritti delle donne, le detenute rappresentano una categoria doppiamente vulnerabile. Molte sono incarcerate per presunti “crimini morali” o per essersi sottratte a violenze domestiche e matrimoni forzati. Le condizioni igienico-sanitarie nelle carceri femminili sono critiche: carenza di acqua potabile, farmaci, prodotti per l’igiene personale e servizi di salute riproduttiva. Il progetto interviene in uno dei pochi ambiti in cui è ancora possibile operare formalmente con programmi sanitari autorizzati. Sono previsti: screening sanitari e vaccinazioni, distribuzione di kit igienici, miglioramento delle condizioni igieniche, supporto nutrizionale, formazione sanitaria di base, continuità delle cure per i figli delle detenute. L’intervento non intende legittimare il sistema detentivo, ma garantire un livello minimo di tutela della salute e della dignità umana, riattivando un circuito essenziale di salute pubblica anche in un contesto estremamente restrittivo. Il progetto è costruito insieme agli attori locali e nasce dai bisogni espressi direttamente dalle detenute e dal personale sanitario sul territorio, in un’ottica di cooperazione partecipata e non calata dall’alto. Per il progetto vedi qui.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
February 27, 2026
Pressenza
Quattro anni dopo
24 febbraio 2026: quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, quando la guerra, quella, già in corso con modalità altre da non farla chiamare guerra, e quella combattuta in tante altre parti del mondo troppo distanti per essere considerate un pericolo per la pace dell’Occidente, bussa alle porte dell’Europa. Bisogna difenderla, la pace, racconta la politica quasi in coro, e per questo bisogna difendere i confini, così sembra ineluttabile riarmarsi. La guerra entra nella quotidianità degli Europei attraverso le immagini dei telegiornali e il dibattito politico tra esponenti di partito, storici e opinionisti. Intanto si aggiunge il conflitto in Palestina, anche quello a partire da una data che non ne segna l’inizio. 24 febbraio 2026: a Palermo, anche oggi, come da quattro anni, c’è chi dice no alla guerra riunendosi in Presidio. Prima ogni domenica mattina, a Piazza Vittorio Veneto, conosciuta in città come “la Statua”, con il suo monumento al milite ignoto, poi in altri luoghi della città che non ferma la sua corsa tra le vetrine e le bancarelle delle festività che si rincorrono, il 24 di ogni mese. Sono le donne dell’Udi, della CGIL e di tante altre realtà come Le Rose Bianche, l’Anpi, Emily, Governo di Lei, Cif, Le Onde, Arcilesbica, Comunità dell’Arca, Movimento nonviolento, Circolo Laudato si’ e con loro cittadini e cittadine che sentono la necessità di non rimanere in silenzio mentre il mondo sprofonda nel baratro di una nuova guerra globale. “Fuori la guerra dalla Storia” recita lo striscione che le accompagna da quattro anni e accanto, sulla strada pedonale di fronte al Teatro Massimo, si aggiungono cartelli che questa storia raccontano in tutti i paesi dove la guerra non tace. Ucraina e Palestina, Iran e Afghanistan, Congo e Sudan, Myanmar e Siria. Dopo l’apertura al ritmo dei tamburi e delle mani degli astanti battute sul petto, con le voci del coro e delle percussioni  di Lucina Lanzara che invocano pace per tutti i Paesi in guerra, attivisti e attiviste si alternano al microfono: di quei Paesi e dei loro popoli raccontano sofferenza e oppressione, chiedono al nostro Paese azioni diplomatiche nel rispetto del costituzionale ripudio della guerra, smascherano, oltre le parole con cui ci vengono ammansite, le intenzioni di governi guerrafondai e i loro interessi economici. Ci raccontano delle donne del Rojava, riunite in assemblea e decapitate, dell’attacco ad Aleppo, dei disertori russi e ucraini, palestinesi e israeliani, giovani che rischiano la prigione e la vita pur di non imbracciare le armi e rendersi complici di torture e massacri, dell’embargo economico statunitense che affama il popolo cubano, impedisce il rifornimento di medicinali salvavita, lascia al buio non solo le case ma anche le scuole e soprattutto gli ospedali. È notizia delle ultime ore la visita dell’ambasciatore di Trump al governatore della Calabria per chiedere l’interruzione della collaborazione dei medici cubani che hanno sostenuto la (mal)sanità calabrese al collasso anche per mancanza di medici. Chi ancora non lo sapeva, apprende come, mentre il paese di Niscemi frana lasciando in sospeso la vita dei suoi abitanti, il Governo stanzia milioni di euro per mettere in sicurezza le antenne del Muos su segnalazione dei militari statunitensi. È tempo di non restare indifferenti, di mobilitarsi tutti insieme per ribaltare il sistema patriarcale che da sempre vede gli uomini e ora, purtroppo, anche le donne, risolvere i conflitti con la forza violenta delle armi, a partire da questo grido delle donne di Palermo che trova la sua eco in tante altre città italiane: il 28 marzo la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” si riunirà nelle diverse realtà cittadine aderenti in una grande manifestazione nazionale. L’impegno di ogni città verrà “cucito” mettendo insieme in un grande arazzo i tasselli preparati nelle singole realtà. C’è ancora tempo, per chi volesse, in ogni parte d’Italia, di unirsi a questo progetto di rappresentazione simbolica della pace attraverso il lavoro di sapienza antica delle donne! Molti passano, indaffarati, qualcuno si siede e ascolta, come un gruppo di giovanissimi seduto sul marciapiede. La luce di piccole candele illumina l’invito alla nonviolenza nelle bandiere con le armi spezzate. È l’educazione alla nonviolenza, a partire dai primi anni di vita di ogni bambino e bambina, l’unica strada per interrompere una Storia in cui la pace è solo una tregua nel susseguirsi dei conflitti armati! “Fuori la guerra dalla Storia!”         Maria La Bianca
February 25, 2026
Pressenza
Stupri: NO al ddl versione Bongiorno
– Da DinamoPress l’inquadramento di Giada Sarra sul DDL Consenso – il lancio del Laboratorio Permanente “Consenso-Scelta-Libertà” – Confederazione Cobas – Cesp – Cobas Scuola: adesione alla manifestazione del 28 -lettera della Casa Internazionale delle Donne sul 15, il 28 e le mobilitazioni 8 e 9 marzo   di Giada Sarra Ddl “Consenso”: quando il “dissenso” serve a proteggere lo
February 21, 2026
La Bottega del Barbieri
Afghanistan: la scuola di Ishmurgh cresce, mattone dopo mattone
Ad agosto è nato un sogno concreto: la costruzione di una nuova scuola primaria per le bambine e i bambini di Ishmurgh, un villaggio nel nord-est dell’Afghanistan, nel remoto corridoio del Wakhan, una zona montuosa e isolata al confine con la Cina. A gennaio quel sogno sta prendendo forma e desideriamo condividere con voi i primi, importanti passi compiuti. L’Afghanistan è un Paese che porta sulle spalle oltre quarant’anni di guerra, conflitti e instabilità. Anche se in alcune aree non si combatte attivamente, le conseguenze del conflitto sono ovunque: povertà diffusa, mancanza di servizi essenziali e forti limitazioni ai diritti fondamentali, soprattutto per donne e bambine, per le quali l’accesso all’istruzione è diventato sempre più difficile. In questo contesto, costruire una scuola non è solo un progetto educativo, ma un atto di resistenza civile, dignità e speranza. La scuola di Ishmurgh, costruita con il coinvolgimento dell’intero villaggio, ospiterà circa 60 bambine e bambini e sarà composta da 6 aule. Nei mesi autunnali sono stati installati gli infissi alle finestre e le stufe, un passaggio fondamentale per garantire ambienti sicuri e riscaldati durante i rigidi inverni afghani. La prima struttura, dedicata alla scuola primaria, è oggi quasi completata. Con l’arrivo della primavera i lavori riprenderanno: oltre al completamento definitivo della scuola elementare, è già prevista la costruzione di una nuova struttura per la scuola media, nel vicino villaggio di Baba Tangi, che accoglierà 250 studentesse e studenti per continuare a garantire un futuro di istruzione anche alle ragazze e ai ragazzi più grandi. Il Diritto all’Educazione è da sempre al centro del nostro impegno, in Italia e soprattutto in quelle parti del mondo dove andare a scuola non è scontato, ma un privilegio raro. In un contesto complesso come quello afghano, questa scuola rappresenta un punto di luce e di futuro, nato grazie alla fiducia e al sostegno di tante persone. Un grazie di cuore va all’Associazione Le Case degli Angeli di Daniele Onlus, alle ragazze e ai ragazzi della Festa d’Inizio Estate di Nonantola e a tutte le persone che stanno contribuendo con generosità. Un ringraziamento speciale a Marina e Greg, viaggiatori e fotografi per i diritti, che hanno incontrato questa comunità ai confini del mondo, raccontandone il coraggio e la determinazione nel costruire ogni giorno un futuro più giusto, nonostante tutto. È possibile continuare a sostenere la costruzione della scuola e le strutture future attraverso: * Bonifico bancario * PayPal * Satispay Ogni contributo, piccolo o grande, è un passo in più verso un futuro in cui l’istruzione possa essere davvero un diritto per tutte e tutti. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
February 10, 2026
Pressenza
Illegittimo il diniego della Questura al titolo di viaggio per il titolare di protezione sussidiaria afghano
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia ha annullato il provvedimento di rigetto della domanda di rilascio del titolo di viaggio presentata da un cittadino afghano contestualmente alla domanda di rilascio del permesso di soggiorno per protezione sussidiaria, riconosciutagli dalla Commissione territoriale. Il rifiuto è stato ritenuto ingiustificato alla luce della dichiarazione dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Afghanistan (non riconosciuta dall’Emirato Islamico dell’Afghanistan), la quale attestava l’impossibilità di rilasciare il passaporto ordinario in considerazione della situazione socio-politica del Paese. La Questura di Udine aveva ritenuto tale documento, pur comprovante un motivo ostativo oggettivo al rilascio del passaporto, insufficiente a giustificare il rilascio del titolo di viaggio, per asserita carenza di motivi soggettivi. Il TAR, ricondotto il caso nell’alveo della normativa nazionale ed eurounitaria, ha invece affermato che il motivo oggettivo fosse di per sé sufficiente a legittimare la domanda di rilascio del titolo di viaggio, annullando conseguentemente il provvedimento amministrativo. Restano ferme le ulteriori valutazioni demandate alla Pubblica Amministrazione, che non è stata condannata al rilascio del titolo, seppur nell’ambito di una discrezionalità tecnica limitata dalla portata del provvedimento giurisdizionale. T.A.R. per il Friuli Venezia Giulia, sentenza n. 13 del 16 gennaio 2026 Si ringrazia l’Avv. Martino Benzoni per la segnalazione e il commento.
AICS: un bando per molti progetti di intervento umanitario multisettoriale in Afghanistan
L’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo attraverso la sede di Islamabad ha pubblicato un bando per la selezione di progetti di aiuto umanitario multisettoriale in risposta alla crisi umanitaria protratta in Afghanistan (Iniziativa AID 013365/01/0), per un importo complessivo pari a 7 milioni di euro. Il bando si inserisce nel quadro dell’impegno italiano a sostegno della popolazione afghana, in linea con l’Afghanistan Humanitarian Needs and Response Plan 2026, che stima in oltre 21 milioni le persone bisognose di assistenza umanitaria. L’obiettivo generale dell’iniziativa è garantire l’accesso a servizi salvavita e rafforzare la resilienza delle popolazioni colpite, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, tra cui sfollati interni, returnees, donne, minori e persone con disabilità. I progetti dovranno contribuire al raggiungimento di tale obiettivo attraverso interventi integrati nei seguenti settori prioritari: * Acqua, Igiene e Sanità ambientale (WASH) * Agricoltura e sicurezza alimentare * Salute * Riduzione del rischio di catastrofi (DRR) * Parità di genere * Tutela e inclusione dei minori Le proposte dovranno essere coerenti con i principi umanitari, il principio del Do No Harm, i meccanismi di Accountability to Affected Populations (AAP) e le politiche di prevenzione di sfruttamento, abuso e molestie sessuali (PSEA). La durata massima dei progetti è fissata in 18 mesi. Il finanziamento richiesto all’AICS non può essere superiore a * 1˙200˙000 euro per i progetti presentati da un solo soggetto non profit * 1˙500˙000 euro per i progetti congiunti presentati da due o più soggetti non profit in ATS. Possono presentare proposte progettuali * le Organizzazioni non profit iscritte all’elenco AICS ai sensi dell’art. 26, comma 3, della Legge 125/2014, con comprovata esperienza in interventi umanitari e capacità operativa in Afghanistan o nella regione; * le Organizzazioni non profit non iscritte all’elenco AICS, prive di sede operativa in Italia, purché titolari di un accordo di collaborazione preesistente con un soggetto iscritto all’elenco AICS; * le Associazioni Temporanee di Scopo (ATS), a condizione che tutti i partner soddisfino i requisiti previsti dal bando. Le proposte di progetto dovranno essere presentate alla Sede estera AICS competente entro il 8 febbraio 2026. scarica il bando modulistica e linee guida Redazione Italia
January 20, 2026
Pressenza