“Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale
Dal 7 al 13 settembre il Parco della Torre di Tor Marancia ospita la seconda
edizione di Arene Decoloniali, il festival promosso dall’Ong Un Ponte Per che
quest’anno assume i femminismi come chiave per interrogare i rapporti tra
genere, colonialismo, razzismo, memoria e potere. Venti proiezioni, sette
dibattiti, una mostra e un premio compongono un programma nel quale il cinema
occupa il centro, pur dentro una struttura che chiama in causa associazioni,
archivi, attiviste e attivisti, studiose, festival e realtà culturali diverse.
Dietro questa scelta curatoriale spiccano domande che riguardano la politica
delle immagini prima ancora della selezione dei titoli: chi possiede il diritto
di raccontare? Da quale posizione guarda e quali forme narrative diventano
legittime quando a stabilirne il valore continuano a essere, in larga misura,
sistemi produttivi e culturali occidentali?
Arene Decoloniali nasce precisamente da questa frizione, spiega Caterina, che
per Un Ponte Per ha lavorato all’organizzazione del festival: «In Italia il
colonialismo è ancora in larga parte rimosso dalla memoria pubblica e manca uno
spazio capace di raccontarne la storia e, allo stesso tempo, di mettere in
discussione lo sguardo eurocentrico che continua a influenzare il nostro modo di
leggere il mondo. La prima edizione è partita soprattutto dalla memoria del
colonialismo italiano e dalle resistenze anticoloniali; quest’anno abbiamo
voluto fare un passo ulteriore, dedicando il festival ai femminismi e al
rapporto tra genere, colonialismo, razzismo e potere».
È una questione che investe direttamente la forma stessa del festival, perché,
spiega Caterina:
> «Arene Decoloniali è stato pensato come uno spazio aperto di ascolto e di
> relazione, costruito insieme a soggetti che sui temi affrontati lavorano già
> sul piano culturale, politico e sociale».
La Casa Internazionale delle Donne, Yekatit 12-19 febbraio, Libreria Griot,
LeSconfinate e Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza figurano tra
le realtà coinvolte, accanto a festival italiani e internazionali e a una rete
di studiose, attiviste e associazioni che intervengono nelle singole giornate.
In questa architettura Un Ponte Per svolge il ruolo di promotore e
organizzatore: «l’intenzione è mettere a disposizione uno spazio nel quale
soggetti e punti di vista diversi possano incontrarsi, facendo del festival un
luogo in cui la collaborazione produca confronto e alleanze».
Se questa è la premessa politica, il cinema costituisce il terreno sul quale la
questione dello sguardo diventa immediatamente visibile. Micaela Veronesi, che
con Daniela Ricci firma la direzione artistica, racconta che la costruzione del
programma è partita da una domanda elementare solo in apparenza: che cosa
vediamo abitualmente sugli schermi e dentro quali storie impariamo a
immedesimarci? Ogni immagine, ricorda la direttrice, restituisce un doppio
movimento, perché coinvolge chi guarda e, nello stesso tempo, rivela la
posizione di chi quell’immagine ha costruito. È qui che il percorso di Veronesi,
legato agli studi femministi, incontra quello della co-direttrice Ricci,
maturato attraverso un lungo lavoro sui cinema africani e sulle cinematografie
del Sud globale: due genealogie differenti che convergono sulla necessità di
interrogare l’apparente neutralità della rappresentazione.
Veronesi richiama le riflessioni avviate dagli studi femministi sul cinema a
partire dagli anni Settanta, da Laura Mulvey a Teresa de Lauretis, quando la
critica cominciò a mostrare con maggiore sistematicità quanto spesso la donna
cinematografica corrispondesse a una figura immaginata e modellata da uno
sguardo maschile. Trasportata sul terreno decoloniale, la stessa domanda investe
le culture e le geografie che per decenni sono comparse sullo schermo filtrate
da dispositivi produttivi, estetici e narrativi occidentali.
> «Oggi», osserva Veronesi, «ci sono film e autrici provenienti da ogni parte
> del mondo, mentre la loro circolazione resta diseguale; la programmazione
> assume allora il compito di portare al centro opere che i circuiti
> distributivi mainstream lasciano spesso ai margini».
Ricci insiste sulla capacità delle opere di produrre uno spaesamento che
costringa lo spettatore a rivedere il proprio punto di vista. «Siamo abituati a
consumare narrazioni occidentali, modellate su strutture e codici altrettanto
occidentali. Nel costruire il programma abbiamo quindi scelto opere capaci di
spostare lo sguardo dello spettatore, intervenendo tanto sui temi quanto sulle
forme: narrazioni frammentate, non lineari, che si sottraggono a una fruizione
rassicurante. Sono film che richiedono una partecipazione attiva e sollecitano
chi guarda a elaborare un pensiero proprio. In un’epoca segnata da una forte
omologazione culturale, l’ascolto dell’alterità, nelle sue diverse declinazioni,
può diventare una forma di partecipazione e di resistenza civile».
La scelta di dedicare l’edizione 2026 ai “femminismi”, declinati al plurale,
discende dalla medesima critica dell’universalismo. Veronesi ricorda: «Pensare
il femminismo come un’esperienza omogenea significa perdere la complessità della
condizione delle donne, perché il colore della pelle, l’origine, l’estrazione
sociale e perfino alcuni fattori burocratici incidono profondamente sulle vite e
sulle possibilità di ciascuna. È qui che entra in gioco l’intersezionalità, che
ci obbliga a considerare insieme queste differenze. Le opere e gli incontri del
festival chiedono quindi di ripensare il femminismo occidentale, sottraendolo
all’idea di un modello unico, granitico e immodificabile».
Daniela Ricci porta il ragionamento ancora più avanti, ricordando che anche
movimenti nati per combattere il patriarcato hanno potuto riprodurre forme di
gerarchizzazione culturale e razziale. Da qui l’interesse per il pensiero di
Françoise Vergès – attesa al festival nella giornata conclusiva – e per un
programma costruito attraverso il dialogo tra autrici e pensatrici il cui
sguardo dipende da biografie, appartenenze e posizionamenti diversi. «Non esiste
un unico sguardo femminile, così come non esiste un unico modo di essere donna».
La questione si fa più delicata quando riguarda direttamente la curatela, perché
selezionare significa esercitare un potere, decidendo quali opere e quali voci
rendere visibili. Veronesi definisce il processo assunto nella selezione come
mediazione, capace di creare connessioni e dare circolazione a opere che
incontrano più difficoltà ad arrivare al pubblico. In questa prospettiva, la
pratica curatoriale può assumere una funzione decoloniale proprio quando resta
aperta alla possibilità di «passare il testimone».
Ricci insiste su un rischio contiguo, quello del tokenismo, cioè l’inclusione di
una presenza diversa come elemento di facciata, mentre la struttura decisionale
resta immutata. La formula del “concedere spazio”, osserva, conserva una matrice
paternalista, perché presuppone che qualcuno possieda quello spazio e possa
distribuirlo secondo la propria discrezione. La direzione artistica ha cercato
perciò di lavorare attraverso un processo collettivo, confrontandosi con Un
Ponte Per, con le persone coinvolte nel programma e con curatrici e curatori
provenienti da differenti aree del Sud globale.
> Il passaggio decisivo consiste dunque nello spostarsi dalla rappresentazione
> della diversità alla redistribuzione del potere che stabilisce quali immagini
> meritino di essere viste.
Questa riflessione torna alla storia italiana, poiché parlare di decolonialità
in un paese che ha elaborato solo parzialmente il proprio passato imperiale
significa misurarsi con una rimozione che riguarda scuola, cultura popolare e
memoria collettiva. Veronesi sottolinea: «il colonialismo italiano è rimasto ai
margini dell’insegnamento scolastico e persiste, di conseguenza, un repertorio
di stereotipi che ha favorito letture autoassolutorie dell’esperienza
coloniale». Il programma di Arene Decoloniali prosegue idealmente, dopo la
settimana di Tor Marancia, con la mostra fotografica sulla deportazione
coloniale a Ustica, prevista alla Casa della Memoria e della Storia dal 17
settembre al 6 novembre, e con il convegno del 2 ottobre dedicato alle
deportazioni e ai campi di concentramento e internamento coloniali in Libia,
Etiopia e nei Balcani.
Anche il cinema, proprio perché modifica la posizione da cui una storia viene
osservata, può incidere su questa rimozione quando restituisce il racconto a chi
ha subito la conquista e la violenza coloniale. Veronesi cita il lavoro di Haile
Gerima, regista etiope nato nel 1946 e cresciuto dentro una memoria familiare
segnata dalla resistenza all’aggressione italiana, del quale il festival
presenta Bush Mama, film del 1975 ambientato nel quartiere di Watts a Los
Angeles. «Dare spazio a storie che non sono state girate da chi il colonialismo
lo ha agito, ma da chi lo ha subito, ci consente di iniziare a cambiare il punto
di vista e a immedesimarci nei panni dell’altro». È il caso del lavoro di Haile
Gerima, che in Adwa: An African Victory racconta la prima invasione italiana
dell’Etiopia «dal suo punto di vista, dal suo posizionamento», quello di un uomo
etiope cresciuto in una famiglia che aveva combattuto contro l’aggressione
italiana.
Quando Ricci definisce il decoloniale «prima di tutto una forma mentale», capace
di pensare un’italianità plurale senza cancellarne le differenze, il discorso
torna così al punto da cui il festival prende avvio: la relazione fra immagini e
potere, fra chi racconta e chi viene raccontato, fra ciò che il pubblico è
abituato a riconoscere e ciò che deve ancora imparare a vedere.
Immagine Arene Decoloniali
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