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Ceuta, davvero i 50.000 marocchini erano “migranti”?
Spiegare cosa è successo a Ceuta venerdì mattina non è semplice, a differenza di quello che i media mainstream nazionali e internazionali hanno cercato di fare. Ceuta è una miscellanea di storia coloniale, vicende diplomatiche irrisolte tra Spagna e Marocco, rivendicazioni territoriali e soprattutto militarizzazione sistematica di un territorio. Ceuta, insieme a Melilla, è una città autonoma di sovranità spagnola fisicamente situata in Marocco con un 85.000 abitanti e che dista circa 400 chilometri da Melilla. Non sono solo gli unici due possedimenti spagnoli nell’area: appartengono a Madrid anche le altre plazas de soberania, ovvero lacerti di terra peninsulare disabitati, una minuscola area rivierasca che ospita solo un presidio militare e alcune isole nei pressi del territorio marocchino. Negli ultimi decenni, i rapporti tra Rabat e Madrid hanno alternato momenti di collaborazione e periodi di forte tensione, come nel caso dello scontro quasi militare che si innescò nel 2002 intorno all’isola di Perejil (di fatto poco più di uno scoglio), territorio che – pur appartenendo geograficamente al Marocco – la Spagna vuole per sè, sebbene il suo status politico e amministrativo non sia chiaro, in quanto non è né parte della città autonoma di Ceuta né considerata un territorio sovrano (1). Ceuta e Melilla sono ex piazzeforti che fanno parte da secoli del Regno di Spagna e che non sono mai state integrate amministrativamente nel Protettorato spagnolo del Marocco (1912-1956) né nelle altre strutture più propriamente coloniali con cui Madrid occupava porzioni di Nord Africa. Rabat vive con un certo disagio la presenza sulla propria costa di quegli spicchi in cui si parla castigliano che ricordano l’epoca coloniale. Gli immigrati regolari con cittadinanza marocchina sono circa 4.500. Si stima che più del 40% degli abitanti di Ceuta provvisti di cittadinanza spagnola siano di religione musulmana. In più, ci sono una comunità ebraica e una comunità induista che hanno un antico radicamento in città. La posizione di Ceuta e Melilla determina che la pressione migratoria sui loro confini con il Marocco sia intensa e costante. Per questo motivo, fin dal 1990, la Spagna, ha progettato e costruito le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla: divisioni parallele, inizialmente, di tre metri di altezza coronate da filo spinato lunghe rispettivamente 8 km e 12 km per le quali l’Unione Europea ha speso 30 milioni di euro. Una successiva opera d’innalzamento della barriera l’ha portata a sei metri d’altezza, con il consenso dell’agenzia europea Frontex. La recinzione è organizzata attraverso sistemi di vigilanza alternati e camminamenti per il passaggio di veicoli adibiti alla sicurezza; cavi posti sul terreno connettono una rete di sensori elettronici acustici e visivi; un’illuminazione ad alta intensità; e un sistema di videocamere di vigilanza a circuito chiuso e strumenti per la visione notturna. Inoltre, come tattiche di controllo e contenimento dei flussi migratori alle frontiere delle enclavi spagnole, vi è l’uso ingente dei proiettili di gomma da parte della Guardia Civil spagnola contro i migranti che tentano di superare le barriere terrestri o di raggiungere le coste a nuoto (2). Il Marocco si oppose fin da subito alla costruzione della barriera poiché considera Ceuta e Melilla un’occupazione del proprio territorio, motivo per il quale dal 1956 – anno della sua indipendenza – le rivendica come proprie e, dal 1975, ne ha richiesto l’annessione. L’esistenza della Barriera ha provocato in questi anni, secondo i dati di organizzazioni umanitarie, la morte di circa 4.000 persone, annegate nel tentativo di attraversare lo stretto di Gibilterra od entrare illegalmente in Spagna. Le Barriere di separazione di Ceuta e Melilla sono a tutti gli effetti dei muri moderni che rientrano nelle 70 barriere e recinzioni di confine che sono nate dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 a oggi. Questa recinzione – con tutto il suo carico politico, istituzionale e militare – è all’origine di molteplici episodi di violenza militare e repressione sistematica. Nel 2005, nel 2014, nel 2018 si sono verificati dei picchi improvvisi in cui centinaia o migliaia di migranti hanno tentato di entrare, via mare o scavalcando le recinzioni, a Ceuta o Melilla. La repressione spagnola non si è mai fatta attendere: si innescarono scontri con le forze dell’ordine, registrando morti e feriti. Nel maggio 2021, circa 10.000 migranti sono entrati illegalmente a Ceuta nel giro di due giorni. Questa ondata rappresentò il culmine di uno screzio diplomatico: in quel caso Rabat non aveva apprezzato che Madrid avesse ospitato sotto falso nome in un ospedale spagnolo il leader del Fronte Polisario, il movimento armato che si batte per la liberazione del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola ora controllata dal Marocco, in quanto territorio marocchino. In quel caso, i migranti furono rimpatriati nel giro di pochi giorni. In questi giorni è avvenuta quella che il clamore mediatico ha definito una delle “più gravi crisi migratorie della storia della Spagna e dell’Europa”. Tra il 30 e il 31 luglio 2026, tra 40mila e 60mila persone hanno raggiunto a nuoto o aggirando il frangiflutti l’enclave spagnola di Ceuta, sul versante nord del Marocco. Secondo le ultime stime del Ministero degli Interni spagnolo, circa 49.000 migranti hanno varcato in circa 24 ore la frontiera di Ceuta. In realtà, tutto si è risolto nel minor tempo possibile. Quella che, venerdì mattina, per la Spagna sembrava essere “l’emergenza più grave degli ultimi 5 anni” – da quando nel 2021 il Marocco allentò i controlli alla frontiera e circa 8.000 persone entrarono nel territorio spagnolo – , venerdì sera era già risolta: su circa 50mila arrivi, i rimpatri sono stati 48.300 per non parlare delle conseguenze della repressione. Ad avere la peggio sono state le 84 persone morte in mare nel tentativo di raggiungere il porto franco: questa è vera e più grande tragedia. Dove risiede l’origine di tutto questo? A tal proposito sono scaturite diverse opinioni – tutte vere e verificabili -, ma credo che si debba fare un’analisi molto più complessa legata alla difficoltà contemporanea di lasciarci alle spalle il tragico, drammatico e vergognoso passato coloniale. Sembra che si voglia fare di tutto per non parlare dell’insensatezza – in termini di creazione di una pace vera – delle enclavi coloniali che le vecchie ex potenze coloniali europee hanno ancora oggi (penso a Inghilterra, Spagna, Francia). Sembra che si voglia tener vivo questo retaggio coloniale e colonialista, trovandogli una liceità nel nostro presente. Ha fatto impressione vedere la nostra stampa nazionale definire i manifestanti marocchini come “migranti”. Nessuno che si sia scandalizzato del fatto che si sia usato il termine “migranti” per definire cittadini marocchini che hanno cercato di entrare, caso vuole, proprio in una città spagnola in territorio marocchino. Quindi non stiamo parlando di “50.000 migranti”, stiamo parlando di 50.000 persone che, normalmente, vivono a 2 centimetri di distanza da questa città spagnola. Stiamo parlando di gente che non migra, ma al massimo rivendica i propri territori (che essi sia convinti o eterodiretti da altri, questo è un altro discorso). A livello di senso, migrerebbero di più gli spagnoli che per arrivare a Ceuta e Melilla devono prendere un’imbarcazione, attraversare lo Stretto di Gibilterra ed arrivare, dopo 2 ore e 30 minuti a Ceuta. Questa la dice lunga sul linguaggio coloniale usato per dare un altro volto agli eventi. Le 50.000 persone che hanno “invaso” Ceuta sono un atto politico ben preciso. Inoltre, Ceuta e Melilla sono roccaforti militarizzate ed è qui che risiede l’origine degli scontri tra Marocco e Spagna sulle due enclavi: nella violenza istituzionalizzata, nel militarismo, nel mantra della “difesa dei confini”, che immancabilmente diventano “muri”. Dal 1989 per ogni chilometro del Muro di Berlino sono sorti, nel “mondo occidentalizzato”, più di 130 km di barriere per separare noi dagli altri. Muri forzati, fuori dal tempo, militarizzati e quindi da difendere che si dividono in muri fisici, come il Muro Cisgiordano tra israeliani e palestinesi; il Muro del Sinai tra Israele ed Egitto; il muro di Tijuana tra Messico e Stati Uniti; il Peace Lines in Irlanda tra la Belfast cattolica e la Belfast protestante; il Muro di Riga che separa Russia; e Lettonia e il Muro tra Ungheria e Serbia. Poi ci sono i muri giuridici, di cui un esempio è il dramma della Rotta Balcanica; e infine i muri culturali che possono essere spiegati solo guardando ai barconi nel Mediterraneo in cerca di accoglienza, senza parlare di quelli che affondano. Dal 1993, con la militarizzazione dei flussi migratori in risposta alla crisi dei rifugiati e al fenomeno dell’immigrazione, la Fortezza Europa ha portato alla morte più di 40mila persone in mare. E questo la dice lunga sulla nostra percezione collettiva di “invasione” da parte dei marocchini. Se l’invasione ha un prezzo così alto in vite evidentemente non è un’invasione, poichè laddove colui che viene chiamato “invasore”, perde in partenza, nasconde una guerra a tutti gli effetti. Nell’ambito di questa ipocrisia, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato subito di voler valutare la possibilità di sospendere temporaneamente il Trattato di Schengen con la Spagna (3), qualora la Spagna non avesse risolto il problema ed avesse permesso l’introduzione sproporzionata di migranti nell’area Schengen. Eppure è la stessa Italia che non vuole l’arrivo dei migranti marocchini, ma cerca i soldi marocchini: non a caso siamo il primo paese dell’Unione Europea per l’esportazione di armi verso il Marocco, con oltre 25 milioni di euro autorizzati nel biennio 2023-2024, superando la Francia. Come ha scritto Giorgio Cremaschi su Il Fatto Quotidiano sulla caso Ceuta: “Quindi è chiaro che “l’invasione umana” a Ceuta è frutto di decisioni politiche, ma qui anche c’è tutta la miseria e l’ottusità colonialista con cui l’Europa, come gli Usa, affronta la questione migrante. I paesi europei erigono ovunque muri e barriere contro i migranti, e poi finanziano e sostengono chi fa il lavoro sporco, chi fa l’aguzzino dall’altra parte.”     (1) La maggior parte delle popolazioni spagnola e marocchina non era a conoscenza della sua esistenza fino all’11 luglio 2002, quando un gruppo di sei gendarmi marocchini allestì delle tende su una piccola spianata incastonata tra le ripide pareti rocciose dell’isola, secondo il Marocco, per usarla come posto di osservazione contro l’immigrazione clandestina e il traffico di droga. Questa azione provocò un incidente diplomatico in risposta al quale la Spagna chiese il ritorno allo status quo precedente all’occupazione marocchina. Uno degli argomenti spagnoli a sostegno della loro rivendicazione sull’isola di Perejil si basa sul fatto che la bozza del piano di autonomia per Ceuta del 1987 includeva l’isola di Perejil entro i confini municipali della città. Tuttavia, ciò non è stato incluso nel testo definitivo del 1994 dello Statuto di Autonomia della città. Né il Trattato di Fez del 1912 né il Trattato di Indipendenza del Marocco (Dichiarazione congiunta ispano-marocchina del 7 aprile 1956) menzionano l’isola di Perejil. Insomma, un’isola dimenticata ed ignorata per secoli da marocchini e spagnoli, ma che a risvegliato vecchi sentimenti di riconquista. A seguito dell’arrivo di un gruppo di gendarmi marocchini sull’isolotto nel 2002, successivamente sostituiti dai marines e in seguito sfrattati dalle truppe spagnole, l’isola è stata nuovamente lasciata disabitata (status quo ante), senza alcun trattato bilaterale o multilaterale in vigore riguardante la sovranità sull’isolotto. All’epoca, la rivendicazione del Marocco su Ceuta e Melilla fu indicata come la causa principale dell’incidente . In realtà, diversi analisti sottolinearono in seguito che la forza militare sproporzionata impiegata dalla Spagna per riconquistare l’isolotto costituiva un implicito avvertimento al Marocco riguardo alle sue rivendicazioni sulle due città nordafricane. (2) Amnesty International ha denunciato ripetutamente l’uso illegale e sproporzionato della forza da parte delle autorità spagnole e marocchine alle frontiere di Ceuta e Melilla, compreso l’impiego di proiettili e sfere di gomma, gas lacrimogeni e cariche contro i migranti durante i tentativi di attraversamento. https://www.amnesty.it/marocco-spagna-sei-mesi-dopo-indagini-ferme-e-inadeguate-sulle-37-morti-alla-frontiera-di-melilla/ https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/31/ong-scontri-con-lanci-di-pietre-alle-frontiere-di-ceuta-e-melilla_52369e5e-57c9-46b5-8350-15c81af1138d.html (3) L’accordo garantisce la libera circolazione di persone all’interno di 29 Paesi europei, di cui 25 membri dell’Unione Europea e 4 membri esterni, ossia Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein. Tuttavia, anche in questo caso, si applicano delle norme speciali, secondo cui devono essere effettuati controlli dei documenti al momento della partenza da Ceuta e Melilla verso la Spagna peninsulare o verso altri Paesi dell’area Schengen.   Ulteriori informazioni: https://www.geopop.it/ceuta-melilla-marocco-dove-si-trova-migranti-spagna-exclave-cose/ https://www.ilpost.it/2026/08/01/ceuta-marocco-spagna/ https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/31/migranti-ceuta-europa-colonialismo-notizie/8466090/ Lorenzo Poli
August 3, 2026
Pressenza
Cuba non si piega all’impero di Trump
Tra portaerei nei Caraibi, nuove sanzioni e accuse contro Raúl Castro, Washington rilancia la guerra politica contro l’isola. Ma Cuba continua a rivendicare sovranità, cooperazione internazionale e diritto all’autodeterminazione. Gli …
Paradigma Sahel. Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile
Che cosa è possibile dire dagli attacchi che hanno visto agire alcuni giorni fa congiuntamente le forze antigovernative del FLA (Fronte per la liberazione dell’Azawad, ultima denominazione dei gruppi ribelli del nord, maggioritariamente tuareg) e le milizie del JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, ramo di Al-Qaida nel […] L'articolo Paradigma Sahel. Il Mali dopo i nuovi attacchi del 25 aprile su Contropiano.
May 10, 2026
Contropiano
La sorprendente grandezza di alcune, ma numerose, realtà ‘minuscole’
Il voluminoso Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali elenca circa 12˙900 “entità politiche che si considerano nazioni” e, illustrandone la posizione nelle mappe geografiche e la storia, scritta in proclami e incisa in stemmi, bandiere, francobolli, monete e oggetti emblematici, documenta l’esistenza di 872 micronazioni formate in passato e attualmente presenti in tutto il mondo. Questo repertorio di realtà costituite “dagli imperi autoproclamati alle colonie dimenticate e ai territori separatisti… dai territori riconosciuti de facto o provvisori, inclusi quelli dei popoli non rappresentati, fino alle micronazioni politiche, artistiche, turistiche, virtuali, immaginarie e persino burlesche e fraudolente” veniva pubblicato quest’anno in gennaio, a marzo era già esaurito ed ora è stato ristampato. Fino ad oggi però ho avuto difficoltà a concentrarmi sui suoi contenuti. Brancolando nel caos dei tanti clamorosi avvenimenti che nei 4 mesi trascorsi si sono susseguiti freneticamente, non ho trovato l’occasione consona per recensire questo libro, che mi incuriosiva molto. “Forse oggi l’era dello stato-nazione è finita ed è tempo di ripensare a uno schema sociale che tenga conto di tutte le complessità d’una collettività, nel bene o nel male, globalizzata  – spiega la sua introduzione  – Un pianeta diviso in circa 200 territori, in cui un governo prende decisioni avulse dal resto del mondo, sembra un sistema adatto a società preglobali. Oggi è necessario organizzare i popoli del mondo su più livelli, partendo dalle organizzazioni internazionali super partes, all’interno delle quali sono presenti gli stati nazionali, a loro volta divisi in regioni autonome che assecondano particolarismi e localismi che la società umana presenta”. In questa analisi ho ravvisato un parallelismo con due visioni del mondo convergenti nella stessa prospettiva. Da un lato ho riscontrato la coerenza con il principio etico del rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, che in epoca contemporanea è stata sancita inviolabile in due ‘carte’ scritte, rispettivamente, nel 1945 e nel 1976: * nella Carta dell’ONU, cioè nell’atto costitutivo delle Nazioni Unite, anche statuto dell’organizzazione politica sovranazionale e atto istitutivo della International Court of Justice, facendo esplicito riferimento ai diritti dei cittadini di ogni nazione, grande o piccola (equal rights of men and women and of nations large and small), e di ogni popolazione (principle of equal rights and self-determination of peoples); * nella Carta di Algeri, ovvero Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, denunciando che, con “l’intervento diretto o indiretto, utilizzando le società multinazionali, appoggiandosi sulla corruzione delle polizie locali, prestando il suo aiuto a regimi militari fondati sulla repressione poliziesca, la tortura e la distruzione fisica dei suoi avversari, servendosi di tutte le strutture e attività alle quali è stato dato il nome di neo-colonialismo”, inoltre con “la complicità di governi spesso da esso stesso imposti”, l’imperialismo “estende il suo controllo su molti popoli” e “continua a dominare una parte del mondo” e proclamando che “tutti i popoli del mondo hanno pari diritto alla libertà: il diritto di liberarsi da qualsiasi ingerenza straniera e di darsi il governo da essi stessi scelto, il diritto di lottare per la loro liberazione, nel caso fossero in condizioni di dipendenza, e il diritto di essere assistiti nella loro lotta dagli altri popoli”. Dall’altro lato ho riscontrato la coincidenza con alcune teorie su cause ed esiti della crisi globale imperversante nel pianeta in cui i confini tra gli stati-nazione non combaciano più quelli delle frontiere, e barriere, ideologiche, dominato dalle grandi società multinazionali,… popolato da persone aggregate in associazioni internazionali e ONG e in comunità, etniche, religiose, culturali, come quella accademico-scientifica, sparpagliate in tanti luoghi e città del globo ma tra loro collegate e interconnesse e che compongono una società civile pluricentrica, pluralistica e cosmopolita. In particolare, ho notato l’analogia con le tesi sull’ineluttabile sfacelo del sistema politico e militare che ha governato il mondo per secoli, ovvero sulla fine del predominio delle ‘grandi potenze’ occidentali  – gli USA e le nazioni europee  – elaborate da Amitav Acharya, un esperto di relazioni internazionali nato e laureato in India, ricercatore in atenei di Australia, Singapore, Canada, Inghilterra e Sud Africa e docente all’United Nations University, all’università di Harvard e all’American University di Washington D.C. che nel 2020 è stato insignito Scholar-Teacher of the Year Award, cioè del più prestigioso riconoscimento accademico conferito a un accademico statunitense. Idee che Amitav Acharya nel 2025 ha esposto in Storia e futuro dell’ordine mondiale, un saggio la cui traduzione in italiano veniva pubblicata all’inizio del 2026, casualmente contemporaneamente alla stampa dell’Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali proposto da Kipple Officina Libraria, una casa editrice specializzata in “fantascienza, weird, noir, cyberpunk, letteratura fantastica, esoterismo, poesia, musica e fumetti”. Che le previsioni degli esperti di geopolitica coincidessero con i pronostici degli appassionati di fantascienza non mi ha stupita, però a gennaio e nei mesi seguenti non riuscivo a distogliere lo sguardo dall’orrenda realtà del presente. In Ucraina, nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran, in Sudan,… in così tanti paesi devastati dalle guerre le popolazioni subiscono atrocità talmente mostruose che mi pareva irrazionale, e immorale, soffermare la mia e altrui attenzione su delle nazioni minuscole e, per di più, immaginarie. Poi l’allucinante ‘furia epica’ scagliata dagli USA contro l’Iran ha scaravoltato il mondo intero e l’assurdità delle dichiarazioni di Trump sulla ‘distruzione di una civiltà’ ha sbalordito tutti, persino gli osservatori più accorti. E, rileggendo cronache e narrazioni dei fatti avvenuti dal gennaio scorso ad oggi col proverbiale senno di poi, ho capito l’utilità dell’atlante che descrive i fantasiosi modelli di stati simbolici, utopici o distopici, virtuali o paradossali che, storicamente, si sono concretizzati in tanti luoghi e molte forme, anche ma non solo bizzarre. Tra le numerose micronazioni di varie tipologie elencate da Wikipedia spiccano le due istituite da Greenpeace per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle devastazioni ambientali: la República Glaciar, fondata nel 2014 sulle vette delle Ande al confine tra Cile e Argentina, un’area di ghiacciai insidiata dallo sfruttamento dei giacimenti minerari; il Global State of Waveland, la nazione indipendente e libera dalle trivellazioni delle compagnie petrolifere che fu proclamata nel 1997, sita sullo scoglio di Rockall e che per 42 giorni ha resistito alle rivendicazioni inglesi per il dominio territoriale sul masso che emerge dai flutti dell’Oceano Atlantico. Il primo summit delle micronazioni si tenne nel 2003 in Finlandia e venne svolto nell’ambito di Amorph!03, un festival di performance art. Successivamente, nel 2004 alla Reg Vardy Gallery di Sunderland – Inghilterra, e nel 2005 all’Andrew Kreps Gallery di New York – USA, è stata esposta una collezione di “oggetti di mistica delle micronazioni”, ovvero emblematici della realizzazione dei fantasiosi progetti di stati auto-proclamati, tra cui anche alcuni reperti di Nutopia, il ‘paese concettuale’ che John Lennon e Yoko Ono concepirono nel 1973, quando veniva loro negato il permesso di risiedere negli USA perciò si proclamarono cittadini di una nazione senza frontiere e passaporti, come il mondo pacifico senza confini, “no land, no boundaries, no passports, only people”, che due anni prima avevano preconizzato nella canzone Imagine, incisa in Inghilterra nel 1971. La letteratura sulle micronazioni è molto vasta, anche in Italia, dove un Atlante delle micronazioni è stato redatto nel 2015 e nel 2020 aggiornato da Graziano Graziani, autore nel 2018 del Catalogo delle religioni nuovissime e quest’anno di Storia delle rivoluzioni immaginarie. Un libro celebre, Micronations: The Lonely Planet Guide to Home-Made Nations, è stato pubblicato nel 2006 e non casualmente dalla società editrice internazionale specializzata in guide turistiche la cui casa-madre è australiana. In Australia infatti, dove tante persone e collettività rivendicano i propri diritti con questa forma di protesta, sono site numerose micronazioni, tra cui il Regno Lesbo-Gay delle Isole del Mar dei Coralli proclamato nel 2004 e dissolto nel 2017 quando nella nazione-continente fu legalizzato il matrimonio tra coppie dello stesso sesso. Nel 2005 alla BBC andò in onda la serie di filmati comico-documentaristici, mockumentaries, trasmessi da Danny Wallace nel proprio appartamento-stato londinese, che era intitolata How to Start Your Own Country, cioè come il primo testo scritto su questo argomento, il manuale pubblicato nel 1979 dallo statunitense Erwin S. Strauss, uno scrittore di romanzi e saggi di fantascienza. Analogamente, il compilatore dell’Atlante delle micronazioni, degli stati e dei territori anomali è l’italiano Lukha B. Kremo, o Lukha Kremo Baroncinij, pseudonimi di Gianluca Cremoni Baroncini, “autore di 14 romanzi e più di 100 racconti di fantascienza e fantasy e di un manuale di Tarocchi quantistici” che si autodefinisce un “animatore di nuove dinamiche culturali e sottoculturali artistiche e letterarie attivo in particolare nella fantascienza e nel fantastico”. E, siccome è anche premier della Nazione Oscura Caotica da lui fondata nel 2004, nel gennaio scorso gli ho chiesto come lui e la ‘sua’ micronazione si ponevano nei riguardi del leader che governa la ‘grande potenza’ americana all’insegna del motto “make America great again”. Lukha B. Kremo : «La Nazione Oscura Caotica è democratica, quindi la questione è stata sottoposta al voto dei suoi cittadini, che ha decretato la neutralità. Alcuni detestano Trump, e non vogliono aver niente a che fare con lui, altri lo temono, quindi piuttosto che inimicarselo preferiscono assecondarlo, e tra i suoi ammiratori c’è chi lo reputa un ‘visionario’, da seguire ed emulare, e chi lo considera un affabulatore molto abile, soprattutto nell’uso dei social media, con cui confrontarsi è tanto intrigante». M.B.  – Però nella realtà autorevolezza e autoritarismo non sono la stessa cosa… Lukha B. Kremo : «Infatti, ma sebbene la differenza fra loro sia enorme non è facile distinguere tra le forme in cui si esplicano. L’autorevolezza, che si basa sul riconoscimento del suo valore e si esprime con la sua rappresentazione in rituali e cerimoniali in cui viene ‘messa in scena’ mediante simboli espressivi, lessicali, visivi e gestuali, che si sovrappongono, perciò facilmente confondono, con quelli dell’autoritarismo, che invece è un’estrinsecazione della forza che si impone e del predominio. Ad esempio, a me è capitato che, mentre mi aggiravo per le stanze di un Palazzo di Giustizia vestito in divisa di rappresentanza della Nazione OScura Caotica, sono stato avvicinato da un ministro che, scambiandomi per un diplomatico di chissà quale stato in visita nella città, ha ritenuto doveroso accogliermi ossequiosamente e salutare con deferenza». M.B.  – E poi avete chiarito l’equivoco? Lukha B. Kremo : «Veramente no. Fargli sapere che era stato bleffato lo avrebbe umiliato, perciò gli ho risposto come si aspettava di essere ricambiato, nello stesso modo pomposo in cui lui si era rivolto a me». Oltre che alle altre micronazioni, Lukha B. Kremo ha creato la Nazione Oscura Caotica ispirandosi alla Repubblica di Torriglia che per circa un anno è stata realizzata nel territorio montano che si estende al crocevia tra Liguria, Lombardia e Piemonte e attraversato dalla ‘statale 45’ che collega Genova a Piacenza. Un’area che dall’estate 1944 è stata interamente controllata dai partigiani, principalmente della Divisione Garibaldi Cichero, e fino alla Liberazione, cioè al 25 aprile 1945, isolata dall’RSI governata dai fascisti e occupata dall’esercito nazista. Perciò ho pensato che oggi la stravagante micronazione che ravviva la memoria di un’esperienza della Resistenza alla dittatura nazi-fascista potrebbe rappresentare un modello concettuale a cui fare riferimento proprio per capire come reagire alle sfide delle subdole insidie che minacciano la libertà e i diritti che i popoli hanno conquistato nel passato e nel presente possono difendere, altrimenti perdere. ATLANTE DELLE MICRONAZIONI, DEGLI STATI E DEI TERRITORI AUTONOMI / 1a Parte – MICRONAZIONI; 2a Parte – STATI E TERRITORI ANOMALI; 3a Parte – POPOLI NON RAPPRESENTATI; 4a Parte – ONU; 5a Parte – Appendice, con materiali a corredo, bibliografia e sitografia Maddalena Brunasti
April 22, 2026
Pressenza
Presenza militare statunitense in Perù nel 2026
> Mentre la popolazione si prepara alle festività natalizie e alla campagna > elettorale, il Congresso della Repubblica del Perù ha autorizzato l’ingresso > di personale militare statunitense nel territorio nazionale. L’autorizzazione > riguarda le attività di addestramento tra le forze armate dei due paesi e > consente il porto di fucili, pistole, mitragliatrici, lanciagranate, mortai e > altre armi da fuoco. La misura è autorizzata per tutto il 2026, dal 1° gennaio al 31 dicembre. Gli addestramenti si svolgeranno nelle regioni costiere (Lima, Callao), montuose (Pasco, Junín, Cusco, Ayacucho, Apurímac) e delle foreste (Loreto, San Martín, Huánuco, Ucayali, Iquitos), tra le altre. Questa controversa decisione del Congresso, che espone i cittadini a una maggiore percezione di violenza con armi da guerra e militari di un altro Paese, è stata ufficializzata con la Risoluzione Legislativa 13436/2025-CR pubblicata sul quotidiano El Peruano. Essa si basa sull’articolo 102 della Costituzione Politica del Perù e sulla Legge 27856 che stabilisce i requisiti per l’autorizzazione all’ingresso di truppe straniere nel territorio nazionale, senza compromettere la sovranità nazionale. Il Perù aveva già concesso in precedenza altre autorizzazioni per l’ingresso di personale militare degli Stati Uniti nel novembre 2024 per il vertice APEC (Cooperazione economica Asia-Pacifico) e nel maggio 2023, per scopi simili. Tuttavia, l’attuale autorizzazione è valida per un anno intero, in particolare un anno elettorale e con un’elevata polarizzazione sociale. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Redacción Perú
December 12, 2025
Pressenza