Iddo Elam ed Ella Keidar Greenberg, obiettori di coscienza israeliani: “Non ci sentiremo liberi fino a quando non lo saranno anche i palestinesi”
“In Israele non diventi un cittadino nel vero senso del termine se non dopo aver
svolto il servizio militare”. Così risponde a Pressenza Iddo Elam, diciannovenne
israeliano attivista, come la coetanea Ella Keidar Greenberg, entrambi
dell’organizzazione israeliana Mesarvot che supporta i giovani che si rifiutano
di servire nell’esercito o anche solo di essere complici dell’occupazione
colonialista nei territori palestinesi, alla nostra domanda: “Cosa rappresenta
la militarizzazione per la società israeliana? Come si attua?”
Iddo ci spiega ciò che in ambito economico, commerciale o della ricerca, viene
ipocritamente definito come “dual-use”. In questo caso, però, ci si riferisce ai
ruoli sociali: l’esercito in Israele è un’organizzazione pervasiva che chiede
molto all’individuo singolo, ma che al tempo stesso lo ripaga in termini di
riconoscimento sociale e di auto-realizzazione. “La propaganda e il peso della
sfera militare inizia fin dai primi anni di scuola” racconta Iddo, entrando più
nel dettaglio. “Non solo in ambito economico, ma anche culturale. Se vuoi fare
una carriera da musicista, la puoi fare in ambito militare, così come quella di
giornalista, di medico, ecc.”
Questo aspetto definibile come delle “porte girevoli” tra area civile e militare
e viceversa, lo abbiamo illustrato anche in un precedente articolo a proposito
di un generale di brigata di un corpo di élite divenuto recentemente A.D. della
Checkpoint Technologies Ltd., oppure a proposito della scandalosa onorificenza
conferita alla giurista costituzionalista Daphne Barak Erez laureatasi honoris
causa il 16 dicembre 2024 presso uno degli atenei più sionisti della capitale,
RomaTre, che non si è fatto scrupolo di premiare l’ex-colonnella pur essendo
stata artefice di buona parte della “sponda” giuridica al regine di apartheid.
L’IDF, insomma, ti fornisce un ruolo e un capitale sociale non indifferente; chi
si rifiuta di fare il servizio militare che peraltro, negli ultimi decenni, dura
non meno di tre anni per gli uomini e due per le donne, con richiami annuali di
addestramento che arrivano fino a 30/40 giorni, oltre a farsi uno o due mesi di
galera (ma alle volte fino a qualche anno) viene praticamente emarginato, a
partire dall’ambito famigliare. “Io mi posso ritenere fortunato” precisa,
infatti Iddo, facendo intendere però di essere un’eccezione “perché i miei
genitori, a differenza di altri, non si sono mai vergognati di me, anzi mi hanno
sempre appoggiato, anche nel mio attivismo politico decisamente a sinistra,
ancora prima dell’età per il servizio militare. In altre famiglie però non
sempre è così ed è per questo che deve intervenire Mesarvot a sostenere gli
obiettori di coscienza nel loro percorso di dissidenza che prevede, tra le altre
sanzioni, il carcere.”
I numeri non sono elevati e si contano in poche decine i casi di obiezione
“totale”, o quelli che si limitano a circoscrivere il loro campo d’azione
escludendo di prestare servizio in zone occupate dall’esercito. D’altro canto
“è difficile stimare quanti siano coloro che in un modo o nell’altro, alla fine
risultano inidonei al servizio, i riformati, anche perché si tratta di dati che
l’IDF cerca di tenere nascosti” precisa Iddo. Noi sappiamo, tra l’altro che sono
migliaia i/le giovani militari in cura presso i servizi di assistenza
psicologica e psichiatrica del Ministero della Difesa, mentre i casi “meno
gravi” si affidano allo svago post-genocidio offerto dai tour turistici
defatiganti . Non mancano poi le rappresaglie aggiuntive al carcere, perché
l’ostracismo famigliare, appunto, è all’ordine del giorno, ma anche quello
sociale, soprattutto se oltre al rifiuto c’è una buona dose di impegno ed
attivismo politico che, come nel caso di Iddo va avanti dall’età di 14 anni.
“Il governo è molto infastidito e cerca in tutti i modi di evitare che da
“semplici” obiettori si diventi anche personaggi pubblici o mediaticamente in
vista e quindi alla fine anche personaggi politici” afferma Ella Keidar
Greenberg. “Per molti ragazzi che fin da piccoli hanno conosciuto il mondo
militare, le divise, le armi, ecc. il servizio militare è un fatto del tutto
naturale. Mesarvot, invece, cerca di convincerli che è possibile dire NO. Chi
dice no sceglie una strada alternativa al suicidio, che negli ultimi anni ha
riguardato circa una cinquantina di giovani che dopo i tre anni di servizio non
hanno retto l’urto sul piano psicologico una volta rientrati alla vita di tutti
i giorni, senza peraltro avere un’assistenza adeguata da parte delle
istituzioni. La militarizzazione in Israele è sistemica, perché lo Stato punta a
una vittimizzazione della popolazione che giustifichi poi il regime di apartheid
e oggi anche il genocidio.”
“Noi facciamo tutto questo” aggiunge Iddo “senza l’appoggio della comunità
internazionale o dei singoli Paesi, per fare pressione sui loro governi affinché
il genocidio e il regime di apartheid finiscano. Noi siamo col popolo
palestinese, al suo fianco nelle lotte di resistenza sul campo, contro gli
attacchi dei coloni e dell’esercito in Cisgiordania perpetrati da Israele con
l’appoggio degli USA, di cui Israele è una colonia”.
Oltre ad alcuni esponenti della sinistra “radicale”, all’incontro svoltosi
presso la pluri-affrescata sala Zuccari del Senato della Repubblica a Palazzo
Giustiniani, è intervenuta anche Luisa Morgantini, già Vicepresidente del
Parlamento Europeo ed eurodeputata, da sempre in prima linea sul fronte della
difesa dei diritti umani, che ha tenuto a precisare, stigmatizzando l’accusa di
strumentalizzazione da parte del governo di Netanyahu degli attivisti obiettori
di coscienza “accusati di essere un prodotto della normalizzazione democratica
dello Stato ebraico, alla ricerca disperata di mantenere la medaglia dell’unica
democrazia in Medio Oriente: “Questi ragazzi, in realtà, sono in prima linea.
Prendono le botte al fianco dei palestinesi! Parliamo quindi di co-resistenza e
non di normalizzazione!”
Proprio per confermare le parole di Luisa Morgantini, Ella ha poi ribadito che
anche se questa cosiddetta democrazia oggi li lascia di fatto liberi anche di
circolare, loro non si sentono affatto liberi. “Non ci sentiremo liberi” ha
concluso Ella “fino a quando non lo saranno anche i palestinesi. Oggi la società
israeliana è polarizzata, ma anche quella parte che è contro Netanyahu in realtà
non è contraria all’apartheid. Pur non amando Hamas abbiamo ben presente, poco
dopo il 7 ottobre, l’offerta che questa ha fatto al governo di Tel Aviv per lo
scambio degli ostaggi in cambio dei prigionieri palestinesi: non se ne fece
nulla perché al governo serviva una valida scusa per attuare tutto ciò che ha
fatto subito dopo e sta continuando a fare anche oggi, dopo oltre due anni”.
Stefano Bertoldi