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Milano: operazione repressiva sul 22 settembre
Undici persone colpite da misure cautelari per l’azione alla Stazione Centrale nel giorno del primo sciopero generale per la Palestina. A Milano è in corso una dura azione repressiva legata al tentativo di occupazione della Stazione Centrale durante la manifestazione “Blocchiamo tutto” del 22 settembre, contro il genocidio in Palestina e a sostegno della Global Sumud Flotilla. A sei mesi dai fatti, si contano decine di persone indagate e numerosi procedimenti giudiziari. Al momento risultano colpiti da misure di vario tipo 11 militanti del CSA Lambretta e di Gaza FREEstyle. L’operazione si inserisce nella più ampia deriva autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico e arriva a ridosso della manifestazione nazionale del 28 marzo e della nuova partenza della Global Sumud Flotilla, a cui le realtà milanesi partecipano attivamente[g.p.] DI SEGUITO IL COMUNICATO DEL CSA LAMBRETTA In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, alcune delle quali appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle. Ad ora si tratta di nuovi procedimenti giudiziari verso 11 compagn* (di cui diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il Genocidio del popolo Palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. > È STATA L’AZIONE DI UN CORPO COLLETTIVO, NEL CONTESTO DI RIVOLTA SOCIALE CHE > HA ATTRAVERSATO L’ITALIA: “BLOCCHIAMO TUTTO” ERANO LE SUE PAROLE D’ORDINE In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “Tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti. In questo contesto, la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una punizione collettiva su larga scala. I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo. Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza. Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze. E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni. > COME CSA LAMBRETTA E GAZA FREESTYLE SIAMO IMPEGNATI IN QUESTI MESI ED IN > QUESTE SETTIMANE PER DARE IL NOSTRO CONTRIBUTO ALLA NUOVA MISSIONE IN PARTENZA Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose. Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali. In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro. Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione. Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*. PER SOSTENERE LE SPESE LEGALI: INTESTAZIONE: “MUTUO SOCCORSO MILANO APS” C/O BANCA ETICA CAUSALE: SPESE LEGALI   CODICE IBAN NUMERO IT92F0501801600000016973398 PUBBLICATO ANCHE SU GLOBAL POJECT Redazione Italia
March 18, 2026
Pressenza
I minori nei servizi residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare
Di minori fuori famiglia si parla – quasi sempre a sproposito o con eccessi di retorica – soltanto quando diventano casi di cronaca, come quello recente dei “bambini nel bosco”. Eppure, dati alla mano, i bambini e i ragazzi seguiti dai servizi sociali territoriali sono ben altro che “un buco nero”. A dircelo è l’ultima fotografia del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, una rilevazione che ha coinvolto il 98,2% degli ambiti territoriali sociali, che vale la pena riprendere in mano a distanza di qualche mese dalla sua pubblicazione (è stata presentata a dicembre scorso) per cercare di superare le confusioni e le strumentalizzazione che sembrano caratterizzare anche il dibattito di queste settimane. Al 31 dicembre 2024 gli under 18 in carico al servizio sociale professionale risultano 345.083, compresi i minorenni stranieri non accompagnati. Considerando anche il numero di dimessi nel corso dell’anno, i minorenni in carico al servizio sociale beneficiari di qualche tipo di intervento sono pari a 374.327. Al netto dei bambini e degli adolescenti stranieri soli, si registrano 330.884 minorenni in carico ai servizi a fine anno e 355.844 nel corso del 2024. Per quanto riguarda l’affidamento familiare, al 31 dicembre 2024 risultano 15.870 under 18 inseriti in una qualche forma di affidamento, compresi i minorenni stranieri non accompagnati; nel corso dell’anno il valore sale a 17.315. Al netto dei bambini e degli adolescenti stranieri soli, invece, si segnalano 15.075 minorenni in affidamento familiare al 31 dicembre e 16.246 beneficiari nel corso dell’anno. Altri dati rivelano che gli under 18 accolti nei servizi residenziali sono, includendo i minorenni stranieri non accompagnati, 30.237 al 31 dicembre e 38.139 nel corso dell’anno (escludendo i bambini e degli adolescenti stranieri soli, invece, i numeri scendono a 20.592 a fine anno e 25.033 nel corso del 2024). I neomaggiorenni in carico ai servizi sociali territoriali sono, includendo i minorenni stranieri non accompagnati, 26.053 al 31 dicembre e 35.752 nel corso dell’anno (escludendo i bambini e degli adolescenti stranieri soli se ne registrano 21.841 presenti a fine anno e 28.136 presenti nel corso dell’anno). I neomaggiorenni in affidamento familiare sono 821 al 31 dicembre e 1.158 nel corso dell’anno (al netto dei minorenni stranieri non accompagnati i numeri scendono a 719 a fine anno e 930 durante l’anno). I neomaggiorenni accolti nei servizi residenziali risultano invece 3.112 a fine anno e 6.556 nel corso del 2024. Gli stessi dati al netto dei minorenni stranieri soli si riducono a 1.412 presenti al 31 dicembre e 2.226 presenti nel corso dell’anno.  In relazione alla popolazione minorile residente, per quanto riguarda l’affidamento familiare, il tasso è pari a 1,8 per mille. L’affidamento familiare si conferma particolarmente attivato in Piemonte (tasso pari a 4,4 a fine anno; 4,8 nel corso del 2024), con una significativa diffusione di forme di affido diverse da quella residenziale. Seguono l’Umbria con valori intorno al 3 per mille e il Molise, la Liguria e la Toscana con valori compresi tra il 2,2 per mille e il 2,7 per mille. Nella Provincia autonoma di Bolzano si conferma un tasso di attivazione superiore alla media nazionale dell’affidamento per meno di 5 notti la settimana o diurno. I tassi più bassi, inferiori all’1,5 per mille, si registrano in Veneto, in Calabria, in Friuli-Venezia Giulia, nel Lazio, in Abruzzo e in Campania. Per quanto concerne invece i tassi relativi ai minorenni accolti nei servizi residenziali, si osserva una riduzione dei valori medi nazionali dal 3,5 per mille al 2,4 per mille. A livello regionale la Liguria conferma il tasso di attivazione più elevato rispetto alla popolazione residente, seguono la Sardegna, l’Umbria e la Provincia autonoma di Trento con tassi intorno al 3 per mille al 31.12 e compresi tra il 3,6 per mille e il 4,4 per mille nel corso del 2024. Il Molise, la Sicilia e il Friuli-Venezia Giulia, che nei dati comprensivi 22 dei MSNA registravano dei valori molto superiori alla media nazionale, vedono una netta riduzione dei tassi. La Basilicata, il Veneto e la Calabria registrano invece tassi pari o inferiori al 2,0 per mille. Come si vede da questi numeri, i minori nei servizi residenziali sono il doppio di quelli in affido familiare e i servizi residenziali accolgono più minori anche se togliamo i minori stranieri non accompagnati: sono 15.075 i minori in affidamento familiare e 20.592 i minori accolti in servizi residenziali. Quindi, in questi anni sono i servizi residenziali a venire maggiormente incontro alle difficoltà e alle fragilità delle famiglie. E ciò nonostante la legge 149/2001, che all’articolo 2 fa espresso riferimento alla preferenza per l’affido: “ove non sia possibile l’affidamento nei termini di cui al comma 1, è consentito l’inserimento del minore in una comunità di tipo familiare o, in mancanza, in un istituto di assistenza pubblico o privato”. Prima di scagliarsi contro Assistenti sociali, Procure e Tribunali per i Minori e abbandonarsi a dichiarazioni superficiali e pericolose andrebbero innanzitutto letti i dati relativi ai minori fuori famiglia. “I dati, ha sottolineato la presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali, Barbara Rosina, a commento della pubblicazione del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, non servono a difendersi, ma a capire meglio e a decidere meglio. Servono a migliorare gli interventi, a programmare politiche più efficaci e anche a riportare il dibattito pubblico su un piano di realtà, lontano dagli slogan. Si tratta di un contributo importante non soltanto per la programmazione e la valutazione delle politiche pubbliche, ma anche per il lavoro quotidiano dei servizi sociali, che troppo spesso operano in assenza di dati aggiornati e condivisi. Ogni volta in cui il lavoro dei servizi viene raccontato nello spazio pubblico in modo parziale, emotivo o strumentale, la conoscenza è essenziale anche per affrontare le criticità e restituire complessità, proporzioni e responsabilità istituzionali a interventi che coinvolgono migliaia di professionisti e di famiglie. Diffondere e utilizzare queste informazioni – conclude Rosina – significa rafforzare una cultura della tutela basata su evidenze, trasparenza e responsabilità pubblica. È anche così che si tutela il lavoro degli assistenti sociali e, soprattutto, i diritti delle persone e delle persone di minore età coinvolte”. Il compito dei giudici minorili e dei servizi sociali è alquanto delicato e una loro continua pregiudiziale delegittimazione può soltanto contribuire a peggiorare tutti il sistema, soprattutto a danno dei minori.  Qui la pubblicazione Quaderni della Ricerca Sociale 66: https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita-infanzia-e-adolescenza/studi-e-statistiche/qrs-66-report-2024.  Giovanni Caprio
March 18, 2026
Pressenza
ULTIMA GENERAZIONE: ROMA NUOVA ASSOLUZIONE PER IL BLOCCO STRADALE SUL GRA
Siamo alla 68° sentenza favorevole 16 marzo 2026, Roma – Giovedì 12 marzo mattina, presso il tribunale di Roma si è tenuta l’udienza per il processo dell’azione del blocco stradale sul Grande Raccordo Anulare del 24 giugno 2022, all’interno della campagna “No gas No carbone”. Imputate 10 persone di Ultima Generazione difese dall’avvocato Cesare Antetomaso. Al termine dell’udienza il giudice ha assolto tutte le persone in quanto il fatto non è previsto dalla legge come reato (relativamente al capo di imputazione di interruzione di pubblico servizio), e in quanto il fatto non sussiste (relativamente al capo di imputazione di violazione del foglio di via. Dichiarazione di uno degli attivisti: “Sento un grande sollievo per questa assoluzione: oggi la magistratura ha riconosciuto ciò che già sapevamo nel profondo — la nonviolenza e la legittimità della nostra protesta. Abbiamo agito con responsabilità e coraggio per difendere il futuro comune, esercitando un diritto costituzionale fondamentale: manifestare il dissenso contro un sistema che sta conducendo il pianeta e le persone al disastro. Questa sentenza conferma che quello che facciamo è partecipazione politica autentica. Non è vandalismo, è democrazia in azione: rivitalizziamo il dibattito pubblico e chiediamo risposte concrete su una crisi che è anche una crisi democratica.” Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui   Ultima Generazione
March 16, 2026
Pressenza
La criminalità minorile tra allarmismi e scelte criminogene. I Rapporti di Save the Children e Antigone
Nonostante il martellante ricorso alla paura e all’insicurezza e il recente costante richiamo alla violenza minorile, l’Italia resta uno tra i Paesi europei con il tasso di criminalità minorile più basso, anche se negli ultimi anni aumenta il numero di minorenni denunciati o arrestati per alcuni reati violenti come rapina, lesioni personali e rissa. È quanto emerge dal rapporto di Save the Children “(Dis)armati) – Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, realizzato con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS. I minorenni e giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM) dall’Autorità giudiziaria, sono diminuiti di oltre un terzo negli ultimi vent’anni, passando da 23.000 nel 2004 a 14.220 nel 2024. Anche a livello europeo il nostro Paese resta su livelli contenuti: i minori e giovani adulti sospettati o autori di reato sono passati da 329 ogni 100 mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, uno dei valori più bassi dell’area. Guardando invece al dato relativo ai minori e giovani adulti presi in carico dagli USSM, questi sono 23.862, in aumento rispetto agli anni precedenti, soprattutto a causa della permanenza prolungata nel sistema penale di giustizia minorile, anche in seguito all’attuazione del Decreto Caivano. Allo stesso tempo, però, cresce il numero di minorenni coinvolti in alcuni reati violenti. Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, rispetto a 10 anni prima, nel 2024 sono aumentati i 14-17enni denunciati o arrestati per: rapina, con 3.968 casi nel 2024, più del doppio rispetto al 2014; lesioni personali, 4.653 casi nel 2024, quasi il doppio rispetto a dieci anni prima; rissa, 1.021 casi nel 2024 rispetto ai 433 del 2014; minaccia, con 1.880 casi nel 2024. Un altro dato che emerge con forza riguarda la maggiore diffusione delle armi tra gli adolescenti. I minorenni segnalati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere sono passati da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024, con un ulteriore aumento nel primo semestre del 2025. Si tratta spesso di coltelli o altri oggetti portati con sé per sentirsi più sicuri o per affermare il proprio status all’interno del gruppo. Il Rapporto mette in luce una contraddizione evidente: se da una parte cresce la presenza di armi tra i ragazzi, dall’altra molti adolescenti appaiono sempre più “disarmati” dal punto di vista emotivo e relazionale. Ragazzi e ragazze spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, segnato da conflitti e violenze all’interno delle famiglie e nella società, con casi di autolesionismo e tentati suicidi e, in alcuni casi, uso di sostanze e dipendenze. A preoccupare è la normalizzazione dell’utilizzo del coltello che, a prescindere dalle motivazioni, espone i ragazzi, più che in passato, al rischio di andare incontro a un’escalation di violenza. Molti adolescenti raccontano infatti che girare armati può farli sentire più protetti o rispettati, ma allo stesso tempo questa dinamica rischia di alimentare quello che nel Rapporto viene definito un “cortocircuito della paura”: la paura porta all’esigenza di difendersi, di fare paura, di armarsi, esponendosi al rischio di fare o farsi male. In alcuni contesti, questo fenomeno si intreccia anche con il rischio di coinvolgimento nella criminalità organizzata: nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono 46, a segnalare un possibile preoccupante aumento rispetto al 2024, quando sono stati 49. Dei 46, quasi la metà si registrano a Catania e a Napoli. L’affiliazione criminale nasce spesso da povertà educativa e mancanza di opportunità: nei vuoti di prospettive, l’illegalità può apparire ai ragazzi e alle ragazze più fragili come una forma di appartenenza, protezione o riconoscimento. Il viaggio e la raccolta dati per comprendere il fenomeno della violenza giovanile, non raccontano solo un aumento della violenza, ma anche un cambiamento nel modo in cui essa si manifesta: episodi più immediati, visibili e spesso amplificati dai social media, che contribuiscono a rendere pubbliche e condivise dinamiche che un tempo restavano circoscritte. Il Rapporto (Dis)armati evidenzia anche come siano cambiate le dinamiche dei gruppi giovanili. A differenza di qualche anno fa, non sempre si tratta di gruppi strutturati o delle cosiddette “baby gang”, ma spesso di aggregazioni temporanee e fluide, che nascono e si organizzano attraverso i social media. In molti casi la violenza viene ripresa e condivisa online, trasformandosi in una sorta di performance pubblica. Secondo i dati analizzati nel Rapporto, il 13,4% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza filmate, contro l’8,4% delle ragazze. Alla fine dello scorso febbraio c’è stata anche la presentazione dell’VIII Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile dal titolo “Io non ti credo più”, frutto del monitoraggio dell’associazione di tutte le carceri minorili del Paese e di una costante raccolta di dati, statistiche e storie. Un rapporto che offre uno sguardo ampio sull’impatto che, dal Decreto Caivano in poi, la crescita dell’area penale ha avuto sul sistema della giustizia minorile. “Con onestà intellettuale, ha sottolineato Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell’Osservatorio sulla giustizia minorile, bisognerebbe dire che non abbiamo un quadro esatto e univoco del fenomeno. Ma men che meno abbiamo un quadro che supporti l’idea di un’emergenza criminalità minorile. Non stiamo assistendo a un’esplosione della criminalità minorile, ma a un’espansione della reazione penale”. Il titolo del Rapporto di Antigone è “Io non ti credo più”, perché questo è il sentimento che esprimono i giovani che incrociano oggi le nostre carceri. I ragazzi e le ragazze hanno perso ogni speranza nella giustizia minorile. Non si fidano più del mondo degli adulti, che la amministra mostrando sempre più desiderio di punizione e vendetta e sempre meno accoglienza, ascolto, sostegno. “Così li andiamo perdendo, ammonisce Antigone, invece di puntare su quel recupero a ogni costo verso cui in passato la giustizia ha saputo protendersi”. Qui per scaricare il Rapporto di Save the Children “(Dis)armati)”: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/disarmati. Qui il Rapporto di Antigone sulla Giustizia Minorile: https://www.ragazzidentro.it/. Giovanni Caprio
March 14, 2026
Pressenza
Sicilia, esercito nelle scuole per parlare del concorso per volontari e carriere militari
Il 27 febbraio scorso è scaduto il termine del secondo blocco (Home Page Concorso) del concorso per 3000 volontari in ferma iniziale (VFI) e nelle settimane precedenti c’erano infopoint dell’esercito in molte città italiane. Allestiti nei centri commerciali, nelle piazze del centro cittadino o direttamente nelle scuole. L’obiettivo degli infopoint dell’esercito è avvicinare quanta più gente è possibile, soprattutto giovani tra i 18 e i 24 anni e invogliarli ad arruolarsi. Nella regione Sicilia l’esercito è entrato nelle scuole per descrivere agli studenti e alle studentesse prossimi al diploma le modalità di partecipazione al concorso (Opportunità in uniforme, l’Esercito incontra i giovani siciliani per orientare al futuro). Riguardo al reclutamento nelle carriere iniziali delle FFAA abbiamo trovato dei dati interessanti nel dattiloscritto di un’audizione tenuta in IV Commissione (Difesa) dal direttore generale del personale militare (PERSOMIL) ammiraglio Luciano Ricca, il 16 gennaio 2019. Leggiamo che circa il 70 per cento dei giovani che partecipano ai concorsi, proviene dal Mezzogiorno. Tale polarizzazione ha come fisiologica conseguenza che la maggior parte dei vincitori sarà chiamata a svolgere il servizio in una regione diversa da quella di provenienza. Inoltre nel reclutamento dei VFP1 (oggi VFI), dal 2013 si registra un consistente calo degli aspiranti: nel 2017 alla seconda fase della selezione non si è presentato il 59% dei convocati. Nel 2016 a fronte di circa 10.000 posti a concorso, sono risultati idonei al termine delle attività selettive 8.184 concorrenti, dei quali solo 7.390 sono stati incorporati, ovvero meno 2.609 unità rispetto alle esigenze. Tale tendenza è sostanzialmente confermata nel 2017 e nel 2018 (XVIII Legislatura – Commissioni permanenti – Indagini conoscitive). Le professioni nelle FFAA e di polizia sono quindi meno attraenti e popolari di quanto si dica, e ciò è dimostrato dalla crisi di organico che stanno attraversando. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia come intollerabile il favore delle istituzioni scolastiche verso le attività di propaganda militare e continuerà a lavorare per una informazione critica, per ostacolare la deriva militarista del nostro Paese in tutti i modi leciti e possibili. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 14, 2026
Pressenza
L’Alveare di Bardonecchia, ospitalità e tante attività sociali
L’Alveare è gestito dall’associazione Liberamente Insieme Bardonecchia, che fa parte della rete di “Libera Piemonte – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Casa confiscata alla criminalità organizzata, dal 2016 è divenuta un bene comunale. E’ dedicata a Gian Carlo Siani, giornalista assassinato dalla camorra e a Luciano Ferraris, grande educatore scout. Parliamo della sua storia e delle sue numerose attività con Adriana Ugetti, dell’Associazione Liberamente Insieme Bardonecchia. Sono passati dieci anni dall’apertura dell’Alveare. Quali attività avete svolto in questo periodo? L’Alveare è una “casa per ferie” da 24 posti letto, quindi diamo ospitalità principalmente a gruppi giovanili, per scelta, in quanto vogliamo rispondere alle tante richieste a prezzi “sociali” per dare la possibilità a tutti di poter venire qui. Grazie all’ospitalità che offriamo siamo economicamente indipendenti dal Comune di Bardonecchia e questo per noi è molto importante. Siamo orgogliosi di non pesare sulla comunità e di restituire il “maltolto”. I nostri ospiti sono i gruppi scout, parrocchiali, sportivi, universitari e negli ultimi anni tante scuole che vengono a Bardonecchia per conoscere il territorio e fare attività nella natura e all’Alveare. Collaboriamo con le associazioni del territorio e cerchiamo di coinvolgerle nelle nostre attività. Scopo della nostra associazione, che fa parte della rete di Libera, è anche promuovere una cultura della legalità. In questi anni abbiamo sempre partecipato alla Giornata Nazionale dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, il 21 marzo, con una delegazione di ragazzi che parte da Bardonecchia. E in paese riviviamo quel momento con la lettura dei nomi delle vittime e la proiezione di un film, iniziative aperte a tutta la popolazione. Sempre per questo fine, offriamo a tutte le scuole medie di Bardo, Oulx e Sestriere percorsi di legalità portati avanti da Acmos, cooperativa di Libera. Partecipano alle nostre attività alcuni disabili mentali della Comunità di San Giorgio di Bardonecchia. Crediamo nella cittadinanza attiva e promuoviamo incontri “Informare per scegliere” in occasione dei Referendum. Quest’anno per il decennale vorremo offrire incontri e spettacoli teatrali formativi per le diverse fasce di età. Che relazione c’è con il Rifugio Fraternità Massi di Oulx? Una delle nostre attività si chiama Cucina Solidale: tutti i giovedì prendiamo l’invenduto al mercato e con un gruppo di volontarie cuciniamo minestroni, riso, uova sode che poi portiamo al Rifugio Fraternità Massi. Inoltre ospitiamo i volontari che passano alcuni giorni al Rifugio. Quali sono le attività attuali? Durante la settimana L’Alveare apre le porte per numerose attività sociali: * Doposcuola Elementari gestito dai volontari due giorni alla settimana. * Spazio Medie due giorni alla settimana, gestito da una cooperativa che retribuisce giovani di Bardo. * Laboratorio lana e fantasia un giorno alla settimana, con signore virtuose che fanno lavori per addobbare L’Alveare e il Palazzo delle Feste, berretti e guanti per i migranti di passaggio al Rifugio Massi e doudou, piccoli pelouche  per i neonati prematuri dell’Ospedale Regina Margherita di Torino. * Un’altra attività della Cucina Solidale riguarda l’organizzazione di cene e momenti conviviali. * D’estate in giardino ospitiamo per una settimana “Il giardino delle storie”, laboratori teatrali e spettacoli per bambini, gratuiti aperti a tutti. * Concerti jazz e musica pop di gruppi musicali del territorio. * Sempre in estate si alternano i campi di EstateLiberi, di altre associazioni del Piemonte e di gruppi con disabilita. Anna Polo
March 12, 2026
Pressenza
La “questione penale” come strumento ordinario di governo dei conflitti sociali
> 𝙇𝙖 “𝙍𝙚𝙩𝙚 𝙙𝙞 𝙧𝙚𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙡𝙚𝙜𝙖𝙡𝙚”, 𝙪𝙣 > 𝙘𝙤𝙤𝙧𝙙𝙞𝙣𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙘𝙞𝙧𝙘𝙖 𝙪𝙣 𝙘𝙚𝙣𝙩𝙞𝙣𝙖𝙞𝙤 𝙙𝙞 > 𝙖𝙫𝙫𝙤𝙘𝙖𝙩𝙚 𝙚 𝙖𝙫𝙫𝙤𝙘𝙖𝙩𝙞 𝙙𝙞 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙖 𝙄𝙩𝙖𝙡𝙞𝙖, > 𝙞𝙢𝙥𝙚𝙜𝙣𝙖𝙩𝙞 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙙𝙞𝙛𝙚𝙨𝙖 𝙙𝙚𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 > 𝙣𝙚𝙞 𝙥𝙧𝙤𝙘𝙚𝙙𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙥𝙚𝙣𝙖𝙡𝙞 𝙡𝙚𝙜𝙖𝙩𝙞 𝙖𝙡𝙡𝙖 > 𝙘𝙤𝙣𝙛𝙡𝙞𝙩𝙩𝙪𝙖𝙡𝙞𝙩𝙖̀ 𝙚 𝙖𝙡𝙡𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙩𝙚𝙨𝙩𝙖 𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙡𝙚, > 𝙝𝙖 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧  il 14 marzo dalle 14 alle 19 𝙖 > 𝙏𝙤𝙧𝙞𝙣𝙤 𝙪𝙣 𝙥𝙧𝙞𝙢𝙤 𝙞𝙣𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤/𝙙𝙞𝙗𝙖𝙩𝙩𝙞𝙩𝙤 > 𝙣𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙚 𝙨𝙪𝙡 𝙩𝙚𝙢𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙪𝙩𝙞𝙡𝙞𝙯𝙯𝙤 𝙙𝙚𝙞 𝙧𝙚𝙖𝙩𝙞 > 𝙖𝙨𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙩𝙞𝙫𝙞 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤 𝙜𝙡𝙞 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙞𝙨𝙩𝙞 𝙙𝙚𝙞 > 𝙢𝙤𝙫𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙞 𝙨𝙤𝙘𝙞𝙖𝙡𝙞_ “La questione penale e la sua valenza simbolica hanno assunto da tempo un ruolo centrale nell’ordinamento ed in generale nel discorso pubblico dove il diritto penale è progressivamente diventato lo strumento ordinario di governo dei conflitti sociali. La tendenza a legiferare, non in chiave generale ed astratta, ma sulla base di contingenze e presunte emergenze, si traduce oggi in un flusso di incessante e sempre più ravvicinata produzione di provvedimenti legislativi di natura penale, su tutti i decreti sicurezza che attraverso uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo moltiplicano le fattispecie di reato e aumentano le sanzioni creando un sistema penale altamente diseguale e lesivo dei diritti fondamentali dei cittadini. La consapevolezza della fase regressiva che stanno subendo i diritti fondamentali, in particolare il diritto a dissenso, ha spinto da circa un anno e mezzo una serie di avvocate e avvocati a coordinarsi e a ragionare collettivamente su come opporsi all’attuale torsione autoritaria in ambito giudiziario, soprattutto in riferimento ai processi legati alla conflittualità e alla protesta sociale. A partire dallo scambio di informazioni e punti di vista sulle rispettive situazioni territoriali, si sono tenuti incontri e sono stati predisposti degli strumenti, tra cui una piattaforma informatica per la condivisione di materiale di studio, finalizzando il confronto collettivo alla prospettiva concreta di avviare iniziative comuni, prima tra tutte, quella delle questioni di costituzionalità sulle norme dei decreti sicurezza. La “Rete di Resistenza Legale” comprende ad oggi quasi un centinaio di avvocate e avvocati e ha deciso di promuovere una prima occasione di confronto nazionale a Torino, il prossimo 14 marzo, con un convegno dal titolo > “𝑽𝒆𝒄𝒄𝒉𝒊 𝒆 𝒏𝒖𝒐𝒗𝒊 𝒅𝒊𝒔𝒑𝒐𝒔𝒊𝒕𝒊𝒗𝒊 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 > 𝒓𝒆𝒑𝒓𝒆𝒔𝒔𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒑𝒆𝒏𝒂𝒍𝒆: 𝒍’𝒖𝒔𝒐 𝒅𝒆𝒊 𝒓𝒆𝒂𝒕𝒊 > 𝒂𝒔𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒕𝒊𝒗𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒐 𝒊 𝒎𝒐𝒗𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒊” L’incontro, che si terrà dalle 14 alle 19 presso la sede dell’associazione Volere la luna, in via Trivero n. 16, vuole porre a confronto alcuni casi processuali paradigmatici che hanno visto indagati centinaia di attiviste e attivisti: le associazioni, asseritamente a delinquere, finalizzate ad occupazioni di case nel quartiere Giambellino a Milano, quelle in Giudecca a Venezia, quelle romane, ma anche i sindacati di base scambiati per un sodalizio criminoso, i comitati dei disoccupati a Napoli, il reato associativo usato a piene mani contro i circuiti anarchici, fino all’emblematico caso del centro sociale Askatasuna a Torino. All’incontro parteciperanno, oltre ad alcuni docenti universitari, le avvocate e gli avvocati della rete che hanno seguito i processi e le attiviste e gli attivisti imputati. Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
Lo Stato che rapisce i bambini per dar loro un vita migliore
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia. Seguivo, come consulente su minori e famiglia, l’adozione di un bambino africano da parte di una facoltosa famiglia italiana senza figli. Avevano adibito per lui una cameretta stupenda piena di giochi, una bella tinta, molto spaziosa. Il bambino però aveva tanta paura la notte: lui era abituato a dormire su un giaciglio di fortuna accanto ai fratellini, scaldato dai loro corpi. Una bambina albanese abituata a lavorare sin dalla tenera età ebbe vissuti di vuoto incolmabili a vivere come i nostri bambini, de-responsabilizzata, come un peso per il proprio nucleo anziché un supporto. Sono trascorsi tanti anni e tante riflessioni son state fatte. La pedagogia vera, non quella che si dà in pasto all’ideologia del momento e alle logiche partitiche o economiche, ha potuto toccare con mano il divario abissale tra un’idea astratta di giusto e la realtà. La realtà ci racconta che i bambini, ancorché rimasti orfani e dunque senza alternative, dovrebbero essere inseriti in contesti familiari quanto più prossimi alle loro condizioni di partenza. Dunque una casa con meno spazi, ove la prossimità sia più forte, o una famiglia che porti avanti la piccola azienda di famiglia con la collaborazione di tutti potrebbero essere, a uno sguardo aperto e vigile, più adatte alla crescita dei bambini di cui vi ho parlato. Quando mi occupavo di conflitti durante le separazioni era tipico vedere due modelli educativi cozzare tra loro: i bambini sono così destinati ad aderire ad uno dei due, avendo parti di sé scisse, oppure a sviluppare veri e priori deliri identitari. Ci sono bambini che recependo due modelli educativi molto rigidi si adattano a entrambi: dalla mamma sono ordinati, vegetariani, religiosi, dal papà mangiano a terra, consumano carne e sono atei (gli esempi sono inventati e si possono invertire). Il sapere pedagogico ci insegna è meglio un cattivo accordo di una buona soluzione finale. Tra i due genitori non deve vincere il migliore ma deve vincere l’accordo educativo, un accordo anche fatto di falle e compromessi ma che sarà l’unico a dare pace, fiducia e sostanza al percorso di crescita del figlio. Oggi, invece, nel nostro Paese si sta affermando una prassi che presenta dei tratti molto inquietanti: può accadere che lo Stato sottragga i bambini al proprio nucleo familiare per garantire loro una vita migliore. Di fatto, un gruppo di persone estraneo al suddetto nucleo familiare – i cosiddetti “esperti” o operatori dei servizi sociali – si arrogano il diritto di imporre la soluzione giusta a delle famiglie, scavalcando l’accordo educativo dei genitori, attraverso la violenza istituzionalizzata e un’inquietante operazione di rieducazione anche verso gli altri cittadini. Epurazione e rieducazione del diverso, attraverso metodi simil mafiosi: alla famiglia si dice “o cambi metodo educativo o ti rapiamo i figli”; a tutti gli altri cittadini si manda un messaggio sottotraccia: “vedi cosa potrebbe succederti se fai come loro?”. Ecco spiegato il perché della mia presa di posizione netta sulle sottrazioni facili di minori; in tutte le mie vesti, come giurista, come scrittrice, come mamma e come cittadina io dico “no” a queste sottrazioni arbitrarie, senza muovere accuse particolari ai singoli operatori: se anche i bambini sottratti al proprio nucleo in casa famiglia incontrassero Mary Poppins in persona sarebbero distrutti per sempre, lontani dal loro nucleo familiare, dal contatto quotidiano con il proprio mondo, senza un padre e una madre, senza la possibilità di contribuire all’equilibrio familiare e di vivere la propria casa, nonché di fare una vita normale e libera, ancorché imperfetta, come tutti sulla terra. Nei discorsi del mondo culturale di questi ultimi mesi colgo una falla troppo grande: strappare i bambini da una famiglia non significa mai avere quella stessa famiglia un poco migliorata (se mai ci fosse qualcosa da migliorare in queste famiglie!) ma spalancare un abisso di traumi, errori, mancanze irreparabili nella vita di queste persone. Si può davvero immaginare il benessere di un bambino in modo astratto scindendo il suo destino da quello dei suoi familiari? Si può volere bene ad un bambino cancellando la sua storia, le sue origini, il volto dei suoi genitori di cui è frutto? E poi… Quale famiglia, presa sotto la lente di ingrandimento, non avrebbe cose da sistemare, altre da migliorare, e altre da cancellare? Esistono un padre e una madre che insieme al pane e all’amore non lascino traumi? Esistono eredità scevre dal dolore e dalle mancanze? Siamo sicuri che se entrassimo nelle nostre case, la mia, la vostra che leggete, quella degli operatori, quella dei magistrati, non troveremmo cose da migliorare? Ecco che qualsiasi decisione sul futuro di una famiglia e di un bambino dovrebbe essere presa rispettando il principio del bilanciamento di benefici e di danni che scaturiscono dalla permanenza nella casa familiare con i danni che discendono dalla sottrazione del minore dalla famiglia. Ma di cosa accade dopo, importa davvero qualcosa a qualcuno? Pensiamo davvero che la storia finisca con i titoli di coda quando abbiamo appurato – anche fosse, e non è – che giustizia è stata fatta? Molte persone preferiscono abbracciare una posizione di superficie; si convincono che volta avviato l’iter, i bambini entrino in un magico mondo fatato fatto di saperi pedagogici, di istruzione adeguata e di socialità. I fatti ci raccontano cose diverse: i ragazzi usciti da questa esperienza presentano gravi compromissioni della vita sociale, relazionale, intima e culturale; hanno dei buchi enormi che, quando va bene, creano problematiche psicologiche complesse e, quando va male, anche tendenze alla violenza contro se stessi o contro gli altri. Io dico a queste persone, con il cuore in mano e con l’anima a brandelli: non fermiamoci a una visione ideale, guardiamo alla realtà concreta. La realtà è fatta di sfumature, ognuno di noi può dare e togliere molto agli altri. Ma se quando il genitore muore o abbandona non c’è altra strada e anzi l’adozione rappresenta la condizione ideale, almeno in potenza, quando invece i genitori sono vivi occorre fare di tutto per scongiurare l’allontanamento dei bambini dalla famiglia, con tutto il suo portato di storia, identità, conoscenza, appartenenza che nessuna casa famiglia potrà mai sostituire, anche a parità di adeguatezza delle persone coinvolte. Distruggere nuclei che garantiscono cure, assistenza, educazione, solo perché il loro assetto educativo non rientra nell’orientamento dominante, è inquietante. E dove si collocano in tutto questo la tutela delle minoranze e il rispetto della diversità? Io mi chiedo: dobbiamo ad ogni costo uscire dal recinto democratico e guardare in faccia fenomeni degni dei peggiori regimi dittatoriali o siamo ancora in tempo per trovare il bandolo della matassa, fare una veloce inversione a U e tornare nel recinto democratico?   Precedenti contributi: https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/ > I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?   ROSANNA PIERLEONI Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma. Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi.   Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
Palermo, dibattito politico alla presentazione del quaderno sulle “Moltitudini ribelli”
Nella società capitalistica globalizzata è ancora possibile immaginare un’alternativa all’ideologia dominante neoliberale che produce conflitti, sfruttamento, miseria, un’alternativa che riesca a mettere in atto azioni concrete di contrasto alle politiche repressive delle odierne “democrature” occidentali? Secondo Toni Casano, Pina Catalanotto e Daniela Musumeci, curatori del quaderno di Pressenza 2025 Moltitudini ribelli. Un’alternativa possibile alla guerra permanente (Multimage, 2026) la risposta è affermativa e trova pieno riscontro nelle nuove soggettività che hanno dato vita negli ultimi anni ai movimenti sociali contro la guerra e a favore dell’ambiente, in favore dei migranti e contro le politiche di sfruttamento e segregazione, che hanno ridato vita a forme di dissenso contro cui le destre mondiali stanno mettendo in atto nuove e più spietate forme di repressione. Per Casano, che ha curato l’introduzione al Quaderno intitolandola “Democrature nel caos globale”, non è più il tempo di “ricondurre ad unità” le diverse soggettività in campo in nome di modelli organizzativi che una volta erano prerogativa del partito-massa: sono, invece, i movimenti dal basso che indicano ontologicamente la strada da seguire, affermando “con assoluta determinazione l’abbandono delle forme di soggettivismo autoreferenziale che, in qualche modo, hanno ritardato negli ultimi anni la costituzione di un forte e radicato movimento alternativo per la Pace, capace di contrastare gli interessi delle classi dirigenti che trovano linfa nel caos geopolitico”. A discuterne con lui e gli altri curatori del Quaderno, presso il Laboratorio Andrea Ballarò a Palermo martedì 10 marzo alle 17:00, c’erano, tra gli altri, Franco Ingrillì, che ha parlato dell’esperienza degli ambulatori popolari sorti già da qualche anno nel capoluogo siciliano, e Angela Galici che ha svolto un interessante contributo sulle questioni legate ai movimenti femministi. Questo nuovo Quaderno, che segue gli altri pubblicati negli anni precedenti che erano caratterizzati da un’impostazione cronologica, è stato sviluppato, invece, per argomenti, a partire dalla pace fino alle questioni di genere passando anche dai temi dei nuovi movimenti, dell’ambiente e delle migrazioni. All’interno sono raccolti una sessantina di contributi elaborati nel corso del 2025 su questi temi che, benché il corso degli avvenimenti sia in costante e rapido mutamento, mantengono intatta la loro attualità con la situazione contingente. Il coordinamento dell’incontro è stato affidato a Sergio Riggio il quale, nel sottolineare l’importanza del lavoro svolto con la stesura di questo nuovo Quaderno, ha posto subito l’accento sulla necessità di individuare la connotazione di classe che può stare dietro alle moltitudini in movimento al centro della discussione. A seguire, l’esperienza della “Rete degli ambulatori popolari” (ed in particolare quello strutturato in seno al Centro sociale “Anomalia”a Borgo Vecchio) è stata il fulcro dell’intervento di Franco Ingrillì, medico da sempre impegnato nel sociale, che ha parlato dell’impatto di queste iniziative dal basso in quartieri di Palermo dove maggiore è il disagio sociale e l’emarginazione: recentemente è stato evidenziato che la “Rete degli ambulatori popolari” ha organizzato uno screening sanitario nel quartiere dello Sperone in collaborazione con la parrocchia guidata da padre Ugo Di Marzo, anch’egli impegnato in attività sociali nei quartieri periferici della città. Ingrillì ha sottolineato l’importanza di queste esperienze che, grazie a medici ed infermieri che prestano volontariamente la loro opera, costituiscono un esempio tangibile di come debba svilupparsi la medicina territoriale di prossimità, in uno scenario in cui il sistema del welfare state ha subito da tempo il graduale ma inesorabile processo di smantellamento. Angela Galici, figura storica del femminismo interiezionale palermitano, ha trattato la questione dei movimenti femministi, partendo dalla sua formazione che prende le mosse dalla Scuola di Francoforte ed in particolare dagli studi di Herbert Marcuse sull’uomo unidimensionale nella società capitalistica, oltre ai riferimenti al movimento femminista americano di matrice marxista che ebbe come leader Angela Davis. Galici ha preso a riferimento nel suo intervento i due contributi sui temi di genere contenuti nel Quaderno a firma di Fiorella Carollo e di Ketty Giannilivigni. Il primo contributo richiama l’esperienza di “Non una di meno” ed evidenzia in negativo l’attenzione selettiva che viene riservata alla violenza di genere nei confronti di donne bianche mentre viene spesso messa in ombra quella nei confronti di donne anziane, disabili, migranti e trans. Nel suo intervento Giannilivigni, nel corso del dibattito, riportando al centro della discussione le battaglie delle donne condotte nei decenni passati, non ha lesinato critiche ad alcune prese di posizione dei movimenti di genere. Inoltre molto apprezzata è stata la narrazione della storia di una ribellione (ben descritta dalla Nostra nel Quaderno) che agli inizi del Novecento fu messa in atto da bambine e adolescenti impiegate in una fabbrica del settore della moda per reclamare condizioni di lavoro più umane. La discussione ha poi assunto una dimensione maggiormente dialettica nel momento in cui è stata posta la questione di come ricondurre l’azione dei movimenti verso l’obiettivo di un concreto processo di trasformazione della società e dei rapporti di forza vigenti, di “ricondurre ad uno” (espressione su cui Casano, come già detto, ha espresso in conclusione la sua netta critica) l’esperienza di queste moltitudini ribelli in movimento: in sostanza,  si è posto il tema del “che fare” di leniniana memoria. Per Carlo Simonetti, noto attivista politico cittadino, non vi sono dubbi che la prospettiva politica è e rimane quella del comunismo o, per dirla in termini più attuali citando l’economista Emiliano Brancaccio, del “libercomunismo”, una nuova sfida che, di fronte alla forte centralizzazione del capitale, coniughi pianificazione collettiva e libertà individuale per democratizzare il controllo delle forze produttive e liberare l’energia creativa degli individui. Renato Franzitta è intervenuto sui due temi da lui stesso trattati nel Quaderno: il disarmo volontario del PKK per costruire un processo di pace e società democratica secondo l’appello lanciato da Öcalan, e la questione ambientale, prendendo a spunto la devastazione urbanistica dei Campi Flegrei, per incitare a “prendere coscienza dei ritmi della natura e pensare allo sviluppo del territorio in simbiosi con l’ambiente naturale imponendo il cambiamento della mentalità predatoria e affaristica di politici, amministratori ed imprenditori affamati di profitti”. In estrema sintesi, la tesi sostenuta dai curatori del Quaderno rimane ferma su un punto: superata la fase della centralità operaia e anche l’idea di un ineluttabile “crollo” del capitalismo, rimane in piedi la forza dei movimenti (le “moltitudini”) che indicano i processi e sollecitano spazi comuni di lavoro politico: è bene anche comprendere che “la loro energia ha bisogno sì di un supporto organizzativo durevole nel tempo, ma autogestito, progettato dal basso, senza alcuna pretesa di ambizione alla governabilità secondo un disegno politologico sovrapposto”. In conclusione, è il caso di sottolineare che rimane solo un problema di non poco conto: il bottone del comando (e della guerra permanente) sta e rimane sotto il dito di Trump e dei suoi sodali. Se le moltitudini non diventano popolo o non si riesce a far convergere le lotte delle singolarità che le animano in un conflitto globale epocale trasnazionale, quanto ancora potrà durare questa situazione che volge verso il peggio?     Enzo Abbinanti
March 11, 2026
Pressenza
Un atlante dei conflitti: capire le guerre per costruire la pace
Capire le guerre per costruire la pace: dall’Atlante dei conflitti una riflessione e un appello ai giovani, dal tema dell’ambiente, ai diritti,  alla finanza etica. Mercoledì 11 marzo, nella Sala delle Esposizioni della Regione Toscana in Piazza Duomo a Firenze, è stata presentata la XIV edizione dell’“Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”, il progetto editoriale realizzato dall’Associazione 46° Parallelo ETS e diretto da Raffaele Crocco, che dal 2009 analizza i conflitti contemporanei cercando di comprenderne cause, dinamiche e conseguenze dal punto di vista delle popolazioni coinvolte. L’iniziativa, promossa con il sostegno della Regione Toscana, ha riunito studiosi, giornalisti e rappresentanti di istituzioni e società civile in un confronto che ha messo al centro non solo l’analisi dei conflitti, ma anche il ruolo dell’educazione, dei giovani, dell’ambiente e della finanza etica nella costruzione di alternative alla guerra. Ad aprire l’incontro è stata Mia Diop, vicepresidente della Regione Toscana, che ha ricordato come la Toscana abbia una lunga tradizione di impegno per la pace e per i diritti. In questo quadro, il sostegno all’Atlante non è solo un contributo culturale ma anche politico e civile: conoscere i conflitti, comprenderne le radici e diffondere informazioni indipendenti è un passaggio fondamentale per costruire consapevolezza e responsabilità pubblica. La vicepresidente ha sottolineato l’importanza del lavoro educativo che ruota attorno all’Atlante, soprattutto nelle scuole e nelle università, dove la conoscenza dei conflitti globali diventa occasione per formare cittadini più attenti e critici rispetto alle dinamiche internazionali. Nel suo intervento Raffaele Crocco, direttore dell’Atlante delle guerre, ha ripercorso il significato di un progetto che negli anni è diventato un punto di riferimento nel giornalismo indipendente sui conflitti. L’obiettivo dell’Atlante non è solo descrivere gli scenari geopolitici, ma mettere in luce le cause profonde delle guerre: disuguaglianze economiche, violazioni dei diritti umani, sfruttamento delle risorse naturali, traffici di armi e interessi economici. Crocco ha evidenziato anche il forte legame con la Toscana, territorio che negli anni ha sostenuto il progetto e dove si sviluppano numerose attività formative. In particolare ha richiamato l’importanza del lavoro con scuole e università, finalizzato a formare nuove generazioni di giornalisti, ricercatori e operatori della pace capaci di leggere criticamente la realtà internazionale. Tra gli interventi, quello di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ha richiamato l’attenzione sul legame tra conflitti armati e violazioni dei diritti umani. Noury ha sottolineato come in molti contesti di guerra la popolazione civile continui a pagare il prezzo più alto, mentre la comunità internazionale fatica a intervenire in modo efficace. L’Atlante, secondo questa prospettiva, rappresenta uno strumento prezioso perché contribuisce a mantenere alta l’attenzione su conflitti spesso dimenticati e a restituire voce alle popolazioni coinvolte. Uno dei temi più ricorrenti nel corso dell’incontro è stato quello del ruolo delle nuove generazioni. In diversi interventi è emersa l’idea che i giovani non siano affatto disinteressati ai temi della pace e della politica globale, ma abbiano bisogno di spazi e strumenti per esprimere il proprio impegno. In questa prospettiva, l’Atlante viene utilizzato anche come supporto didattico in percorsi educativi e progetti di cittadinanza attiva. L’obiettivo è trasformare l’informazione sui conflitti in occasione di partecipazione e responsabilità civile, contrastando la narrazione che dipinge le nuove generazioni come passive o disimpegnate. Il rapporto tra conflitti e crisi ambientale è stato uno dei temi affrontati anche dal professor Giovanni Scotto, studioso dei processi di pace e trasformazione dei conflitti. Scotto ha ricordato come sempre più guerre abbiano un legame diretto o indiretto con l’accesso alle risorse naturali, dall’acqua alle materie prime strategiche. Per questo motivo la costruzione della pace non può essere separata dalle politiche ambientali e dalla gestione sostenibile delle risorse. La crisi climatica, ha osservato, rischia di diventare uno dei principali fattori di instabilità geopolitica dei prossimi decenni. Un altro punto centrale emerso nel dibattito riguarda il rapporto tra economia, finanza e guerra. Interventi come quello di Simone Siliani, impegnato sui temi della cooperazione e della finanza etica, hanno evidenziato come le scelte economiche possano contribuire sia ad alimentare i conflitti sia a costruire alternative. La finanza etica viene indicata come uno degli strumenti concreti per orientare investimenti e risorse verso progetti di sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale e promozione dei diritti, sottraendoli invece ai circuiti dell’economia di guerra. Gli interventi di Enrica Capussotti e Laura Greco hanno richiamato l’importanza della dimensione culturale e informativa nel racconto dei conflitti contemporanei. La costruzione di una narrazione critica e documentata diventa infatti fondamentale per superare semplificazioni mediatiche e letture superficiali delle guerre. L’Atlante delle guerre rappresenta in questo senso un lavoro collettivo che coinvolge giornalisti, ricercatori e realtà della società civile, contribuendo a costruire una conoscenza condivisa e accessibile. A chiudere l’incontro è stata la convinzione condivisa che comprendere le guerre sia un passaggio necessario per costruire la pace. In un contesto internazionale segnato da conflitti diffusi e da nuove tensioni geopolitiche, iniziative come l’Atlante delle guerre assumono un valore particolare: quello di offrire strumenti di lettura critica e di promuovere una cultura della responsabilità. In questa prospettiva, il lavoro con giovani, scuole e università, l’attenzione ai diritti umani, all’ambiente e alla finanza etica indicano alcune delle strade possibili per affrontare le radici profonde dei conflitti e immaginare modelli di sviluppo e convivenza alternativi alla logica della guerra.   Paolo Mazzinghi
March 11, 2026
Pressenza