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Considerazioni dalla sessantunesima sessione del Consiglio dei diritti umani all’ONU
Trascrizione dell’intervento di Zaira Zafarana alla 211° Presenza di Pace di Torino del 14 marzo 2026   Ciao a tutti So che lì piove, anche qui a Ginevra piove, ma la cosa più importante, come si sta facendo ogni sabato mattina, è quello di ricordare tutte le vittime di tutte le guerre in giro per il mondo, in particolare di denunciare questo spaventoso incremento del numero di azioni militari unilaterali in totale violazione del diritto internazionale. Qualche tempo fa dalla piazza parlavamo di bullismo internazionale. In realtà questo non è più bullismo internazionale, ma è proprio crimine internazionale È notizia di ieri che l’Islanda si è unita al Sudafrica nell’azione alla Corte Penale Internazionale che accusa Israele di genocidio, quindi aumenta il numero dei paesi che stanno prendendo una posizione netta rispetto alle guerre che sono al momento in corso e mi riferisco in particolare a ciò che sta succedendo in Medio Oriente. Non perché sia più importante, ma perché è una nuova escalation che mostra molto chiaramente che l’intento e l’intenzione di Stati Uniti, Israele e altre potenze mondiali non è la stabilizzazione e la pace per tutti i popoli, ma è l’accaparramento di risorse naturali, di rotte commerciali e di supremazia di potenza. Cose che pensavamo di avere più o meno superato dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonostante gli altri numerosi scontri armati che ci sono comunque stati dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi, molti dei quali sono ancora in corso. Ricordo brevemente alcune iniziative. Il 21 marzo tutta la Gran Bretagna si mobiliterà nuovamente, dopo la mobilitazione della scorsa settimana che ha interessato oltre 30 mila persone, per chiedere al governo britannico di non sostenere la guerra di aggressione in Iran, perché così si definisce secondo il diritto internazionale, e soprattutto per chiedere che il governo britannico smetta di concedere l’utilizzo delle basi in suolo britannico per far operare i caccia americano per i bombardamenti. Questo è molto importante, perché noi abbiamo numerose basi militari americane sul suolo italiano che vengono utilizzate per gli interventi armati. In particolare, ricordo anche la base di Sigonella e il MUOS, che costituisce uno dei più grandi centri nevralgici per le telecomunicazioni e per il coordinamento delle azioni militari nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. L’Italia così diventa un target, ma la cosa più grave è che l’Italia diviene così una sostenitrice delle guerre di aggressione che gli Stati Uniti stanno facendo nella regione. Sto partecipando alla sessantunesima sessione del Consiglio dei diritti umani all’ONU qui a Ginevra: come potete immaginare sono molto tesi i toni dei rappresentanti dei vari Paesi vittime di aggressioni degli Stati Uniti, dal Venezuela, all’Iran e anche dei Paesi del Golfo, che comunque stanno vedendo sulla loro pelle quelle che sono le conseguenze della destabilizzazione della regione. Ricordiamo naturalmente che anche l’Iran ha le sue colpe, continua a bombardare i Paesi vicini nella regione e soprattutto in Iran c’è un regime autoritario che è complice di numerosi crimini e violazioni di diritti umani. Come si è però sempre detto e come tantissimi giuristi in questi ultimi giorni stanno nuovamente sottolineando la giustizia privata è stata abolita dal diritto e quindi avere anche degli attacchi mirati per uccidere, assassinare leader politici che sicuramente sono colpevoli di crimini si chiama giustizia privata, che è un illecito, quindi coloro che lo commettono stanno commettendo degli illeciti e parlando del nostro governo italiano anche questa è un’altra complicità molto grave; dire di non avere elementi per potersi esprimere su questa guerra in Iran significa essere totalmente ipocriti, ma soprattutto significa sostenere guerre di aggressione e la violazione del diritto, considerando, tra l’altro, che il nostro Ministro degli Esteri ha pubblicamente dichiarato che il diritto internazionale funziona solo fino a un certo punto, quindi queste sono delle dichiarazioni gravissime considerando che ci sono dittatori in tantissimi altri paesi che nessuno si sogna di attaccare perché ci sono degli accordi commerciali e degli interessi economici finanziari che prevalgono sulla vita e i diritti dei cittadini. Questo dovrebbe essere detto, ripetuto e denunciato perché questa è la realtà delle relazioni internazionali in questo momento. Ricordo anche l’azione importante che ha fatto Sanchez; in questo momento la Spagna risulta essere lo Stato europeo che prende una posizione più forte a favore del diritto internazionale. Sanchez, la Spagna, ha ritirato la propria ambasciatrice da Israele allineandosi in questo modo a Brasile, Colombia e altri paesi del resto del mondo, che spesso è un resto del mondo invisibile agli europei e che sta denunciando quanto sta accadendo. Spesso si utilizza la parola dual use per parlare di tecnologie civili che vengono poi utilizzate anche nel sistema bellico; c’è anche un dual use che riguarda anche il diritto internazionale, il diritto umanitario e che riguarda proprio quanto il diritto venga fatto prevalere in alcuni paesi e non in altri paesi. Faccio solo un breve esempio, vi ricordate il presidente del Brasile, Bolsonaro che ha fatto esattamente la stessa cosa che Donald Trump ha fatto quando c’è stato l’assalto a Capitol Hill? Bolsonaro in questo momento si trova in carcere accusato di tentato colpo di Stato, sappiamo benissimo negli Stati Uniti cosa è successo, il responsabile di un tentato colpo di Stato è il capo di Stato attuale e quando gli è stato chiesto come sta procedendo la guerra le risposte sono delle risposte irresponsabili, “concluderò questa guerra quando pare a me”. Prima abbiamo detto che c’è una giustizia privata illegale esercitata dagli Stati Uniti, questo è di nuovo un esercizio privato dell’uso della guerra che è un crimine contro l’umanità, queste sono alcune delle cose che sono state denunciate alle Nazioni Unite. Per concludere vorrei parlare brevemente di coloro che si rifiutano di sostenere le guerre, degli obiettori di coscienza; questa settimana la commissione di inchiesta su ciò che sta succedendo in Ucraina durante questa guerra ha denunciato i crimini delle autorità occupanti russe in territorio ucraino, così come ha anche finalmente denunciato le violazioni contro gli obiettori di coscienza al servizio militare che in Ucraina e nei territori occupati vengono forzatamente portati al fronte, spesso vengono anche torturati, mentre nel territorio sotto controllo ucraino il diritto all’obiezione di coscienza è di fatto sospeso totalmente, obiettori di coscienza vengono imprigionati, incriminati e non è possibile per loro poter esercitare il proprio diritto umano. Sono tanti gli obiettori che scappano dalla Russia, che scappano dall’Ucraina e arrivano in Europa dove purtroppo è molto difficile ottenere asilo perché questi Stati ignorando tutti i report delle Nazioni Unite, tutte le testimonianze, le documentazioni, che arrivano dalla società civile, anche dei paesi di origine, ritengono che queste persone, obiettori di coscienza possono tornare nei propri paesi di origine senza alcun rischio, questo è totalmente falso e viene continuamente denunciato. Ho avuto l’opportunità di prendere la parola presso le Nazioni Unite nella plenaria davanti a tutti gli Stati membri per denunciare questo, ad esempio riguardo alla Bielorussia, proprio due giorni fa qui a Ginevra. Un’altra notizia recente è che i difensori dei diritti umani bielorussi che sono all’estero, che sono ormai la maggioranza, sono vittime di repressioni transnazionali, questo è un nuovo fenomeno che è stato denunciato dal gruppo di esperti delle Nazioni Unite sulla Bielorussia proprio due giorni fa e Our House che è l’organizzazione di Olga Karatch che ha trovato rifugio temporaneo, temporaneo perché non ha ottenuto l’asilo in Lituania, sta denunciando il de-banking ovvero le pratiche che bloccano l’accesso ai propri conti bancari e quindi poter operare con le proprie carte di credito, quindi in questo momento Olga Karatch, la sua organizzazione e tantissimi difensori di diritti umani bielorussi sono bloccati anche nel loro lavoro operativo di sostegno di coloro i cui diritti umani sono violati. Con questo volevo concludere ricordando ciò che è successo anche ieri a Pisa e Livorno, perché in Italia c’è un ottima, bellissima e grande risposta della società civile contro la guerra che va sostenuta, ma la cosa più importante è che questa resistenza alla guerra deve essere nonviolenta, perché nel momento in cui i toni si alzano e si permettono le azioni violente, si è al pari di chi usa le armi contro chi ha nazionalità diverse e quindi il sostegno va ai portuali che continuano a rifiutarsi di caricare i cargo con materiale bellico e a tutti i giovani e meno giovani che in Toscana ieri hanno bloccato le ferrovie, vi ricordo che adesso è un crimine in Italia, per impedire il passaggio di treni carichi di materiale bellico. Un appuntamento interessante su questi temi sarà martedì 31 marzo alle 18.30 al Centro Studi Sereno Regis, un evento del Mir che ospita in Italia un obiettore di coscienza e avvocato militare russo che racconterà tutto ciò che sta succedendo in Russia, tutto ciò che riguarda la diaspora russa in Europa che sta lavorando per i diritti umani; sarà accompagnato da obiettori di coscienza anche di Israele e dall’intervento di Yurii Sheliazhenko dall’Ucraina, durante gli eventi previsti a Ivrea il 30 e a Vicenza l’1 aprile. Quindi vi aspettiamo per questo approfondimento su questi temi. Grazie a tutti e buona Presenza di Pace! Coordinamento AGiTe
March 17, 2026
Pressenza
Con il popolo Saharawi: solidarietà e internazionalismo.
Siamo rientrati da una settimana dal viaggio di solidarietà che Città Visibili Aps di Campi Bisenzio organizza annualmente nei campi profughi Saharawi nel deserto algerino ai confini fra Marocco e Mauritania. La questione del Sahara Occidentale , della lotta del Fonte Polisario per la autodeterminazione del popolo Saharawi va avanti da cinquanta anni senza soluzioni. Una situazione attualmente ancora più spinosa per ha scarsa attenzione della politica internazionale e che la stampa e i media tendono ad ignorare. Ne parliamo con Simone nuovo presidente di questa associazione toscana che fa parte della rete nazionale di sostegno al popolo Saharawi e che ci ha accompagnato nella visita ai campi e alle strutture di resistenza del Fronte Polisario. Ho visitato la prima volta le wilaya ( province ) in cui vivono I rifugiati sahawui e ho trovato una situazione abbastanza critica , una situazione militare e politica senza via di uscita : molti giovani hanno abbandonato i campi e cercano nuove prospettive in spagna e in altri paesi pur rimanendo in totale precarietà , quale è concretamente la situazione attuale e quali le prospettive possibili? La situazione nei campi profughi saharawi è diventata negli ultimi anni ancora più fragile e complessa. Parliamo di una popolazione che vive in esilio da cinquant’anni, in condizioni climatiche estreme e con una dipendenza quasi totale dagli aiuti internazionali. Quando questi aiuti diminuiscono, l’impatto sulla vita quotidiana è immediato. Negli ultimi anni diversi programmi umanitari hanno subito tagli o riduzioni significative, anche per effetto di scelte politiche di alcune amministrazioni occidentali e di una progressiva disattenzione internazionale verso crisi considerate “croniche”. Questo ha comportato minori forniture alimentari, meno sostegno sanitario e una crescente precarietà per le famiglie che vivono nei campi. In un contesto già difficile, tutto ciò alimenta una sensazione diffusa di stagnazione e di futuro sospeso. La conseguenza più evidente riguarda proprio i giovani. Una parte crescente di ragazzi e ragazze sceglie di lasciare i campi e tentare la strada dell’emigrazione verso la Spagna o altri paesi europei. Non si tratta di un esodo organizzato, ma di percorsi individuali spesso molto precari. Molti di loro restano in condizioni di marginalità, senza documenti stabili e con prospettive lavorative incerte. È una generazione che si trova a vivere una doppia assenza: lontana dalla propria terra e allo stesso tempo senza piena integrazione nei paesi di arrivo. Sul piano politico la situazione resta bloccata da decenni. Dopo la rottura del cessate il fuoco nel 2020, il conflitto è tornato a essere militarmente attivo, anche se a bassa intensità. Nel frattempo si moltiplicano tentativi diplomatici per riaprire il dialogo tra Marocco, Algeria, Mauritania e Fronte Polisario sotto l’egida delle Nazioni Unite. Negli ultimi mesi si sono tenuti incontri multilaterali e nuove iniziative di mediazione internazionale. Tuttavia il quadro politico internazionale è cambiato in modo significativo. Nel 2025 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione che considera il piano di autonomia proposto dal Marocco come base di negoziato, una scelta sostenuta da diversi paesi occidentali. Per il Fronte Polisario e per molti giuristi internazionali questo rappresenta un passo problematico, perché rischia di spostare il centro del processo politico lontano dal principio originario dell’autodeterminazione del popolo saharawi. E qui si trova il nodo della questione. Per chi, come noi, fa parte del movimento di solidarietà internazionale, la soluzione non può prescindere da un principio semplice: il futuro del Sahara Occidentale deve essere deciso dai saharawi stessi. Non può essere imposto né dalla diplomazia delle potenze né dagli equilibri geopolitici regionali. Per questo riteniamo fondamentale sostenere il Fronte Polisario non solo sul piano politico ma anche sul piano sociale e comunitario. Mantenere viva la società saharawi nei campi profughi significa difendere la capacità di un popolo di continuare a esistere come soggetto politico. Se quella comunità si disperdesse, se la diaspora diventasse irreversibile, la causa dell’autodeterminazione rischierebbe di indebolirsi profondamente. In altre parole: difendere la dignità della vita nei campi oggi significa anche difendere la possibilità di una soluzione giusta domani. Città Vivibili porta solidarietà ai Saharawi da molti anni, quali sono i progetti in corso e quale altri pensate di realizzare? L’associazione Città Visibili lavora da molti anni accanto al popolo saharawi con un’idea molto concreta di solidarietà: non limitarsi alla testimonianza, ma costruire progetti utili e replicabili che abbiano un impatto reale sulla vita quotidiana delle persone. Tra le iniziative che stiamo portando avanti ce ne sono alcune che rappresentano ormai un percorso consolidato. Il progetto “Semi di Naso Rosso nel Deserto” una rete di sostegni a distanza provenienti da famielgie italiane ed europee, grazie alla quale molte famiglie saharawi ricevono un aiuto concreto per l’istruzione, la salute e le necessità quotidiane dei propri figli. Un altro progetto fondamentale è S.O.S. – Solidarietà Odontoiatrica Saharawi, nato per affrontare un problema sanitario molto diffuso nei campi: la salute dentale dei bambini e dei giovani. In collaborazione con professionisti volontari portiamo attività di prevenzione, cura e formazione locale. Abbiamo poi aperto una Tienda Solidaria, un progetto che unisce solidarietà e autonomia economica, sostenendo piccoli circuiti di produzione e distribuzione di beni utili alla comunità dei campi. Un altro ambito su cui stiamo lavorando è lo sport inclusivo, perché lo sport nei contesti di rifugio non è solo attività fisica: è uno spazio di aggregazione, di crescita personale e di costruzione di comunità, soprattutto per i più giovani. L’ultima missione nei campi profughi ci ha però lasciato anche molte domande su come dovrà evolvere il nostro lavoro nei prossimi anni. Una cosa appare molto chiara: se vogliamo essere utili dobbiamo immaginare progetti sempre più concreti, sostenibili e direttamente collegati alle esigenze delle nuove generazioni. Una delle idee su cui stiamo riflettendo riguarda la creazione di un programma di borse di studio per giovani saharawi. Troppi ragazzi e ragazze, pur avendo capacità e motivazione, sono costretti ad abbandonare gli studi per sostenere economicamente le loro famiglie. Nei campi spesso i figli maggiori diventano rapidamente il punto di riferimento economico di fratelli, sorelle e madri rimaste senza lavoro. Consentire a questi giovani di continuare a studiare non significa soltanto aiutare singole persone. Significa investire nella futura classe dirigente di un popolo che un giorno dovrà ricostruire il proprio paese. In fondo, se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni, è che la solidarietà più utile non è quella che distribuisce soltanto aiuti. È quella che crea possibilità, perché ciò di cui molti giovani saharawi hanno più bisogno non è assistenza, ma la possibilità di immaginare un futuro. Riflessione finale: Viviamo in una fase storica in cui molte certezze sembrano essersi rovesciate. Il diritto internazionale, che dovrebbe rappresentare una protezione per i popoli più vulnerabili, appare sempre più spesso sostituito dal diritto della forza. Non la forza del diritto, ma il diritto del più forte. In questo scenario il Sahara Occidentale è diventato uno dei luoghi più evidenti di questa contraddizione. Un popolo riconosciuto dalle Nazioni Unite come titolare del diritto all’autodeterminazione continua a vivere da quasi mezzo secolo in esilio, mentre gli equilibri geopolitici sembrano pesare più delle norme che dovrebbero governare la comunità internazionale. Ogni volta che si torna nei campi profughi saharawi il cambiamento è visibile. E purtroppo quasi sempre in peggio. Le risorse diminuiscono, le difficoltà aumentano, e cresce la sensazione che il mondo stia lentamente voltando lo sguardo altrove. Eppure è proprio per questo che bisogna tornare: per testimoniare, per costruire legami e per impedire che una causa giusta venga cancellata dal silenzio. Continuare a credere che il mondo possa cambiare non è ingenuità. È una scelta politica, civile e umana. È l’ostinazione di chi non accetta che l’ingiustizia diventi normalità. Un’utopia, forse. Ma le utopie sono spesso il primo passo della storia. E in fondo è anche una responsabilità. Perché quei ragazzi che incontriamo nei campi non meritano di crescere nell’attesa infinita di una soluzione che non arriva mai. Meritano molto di più: meritano un futuro per un popolo che da troppo tempo vive sospeso tra esilio e promessa. Foto di Cesare Dagliana Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Città Visibili Saharawi Il muro di separazione Mine Antiuomo.Sahara Occ. Auserd Saharawi Camp Auserd ospedale Auserd Sahawi camp Auserd SaharawiCamp Auserd Saharawi Camp Ospedale Auserd Saharawi Camp Cesare Dagliana
March 12, 2026
Pressenza
L’8 marzo a Castelnuovo per la Palestina
Castelnuovo per la Palestina è un gruppo indipendente che da alcuni mesi diffonde e si scambia notizie sulla situazione del conflitto israelo-palestinese. Domenica 8 marzo ha organizzato il suo primo evento presso Casa Zatti (Castelnuovo Don Bosco, AT) casa d’accoglienza parte del complesso del Colle Don Bosco. Casa Zatti è un luogo aperto nel senso che, oltre a essere uno spazio comunitario, è anche molto frequentato, meta abituale dei passeggiatori della domenica. Daniela, portavoce del gruppo, sottolinea l’importanza di intercettare e coinvolgere nuovi uditori, considerando che spesso chi prende parte a queste iniziative è già alquanto sensibile ai temi. Con Naji Al Azzeh e Roberta Stracquadanio abbiamo passato una giornata di incontro con la cultura palestinese attraverso due laboratori esperienziali di cucina e di danza. Alle undici ci raduniamo attorno a un lunghissimo tavolo pieno di taglieri per affrontare una miriade di verdure. Iniziamo la preparazione collettiva della Maqluba, piatto palestinese a base di riso, verdure, carne o pollo (abbiamo cucinato anche la versione vegetariana) e sette spezie[1]. La ricetta cambia dal Nord al Sud della Palestina e viene tradizionalmente preparata di venerdì. La particolarità è che viene servita capovolgendo la pentola su un vassoio per rivelare tutte le stratificazioni degli ingredienti. Il capovolgimento della pentola può essere forse letto come una rottura degli schemi? Mi spingerei a definire un gruppo di italiani in religioso silenzio ad ascoltare una ricetta-non-italiana quasi una piccolissima decolonizzazione culinaria. Ciò che sicuramente accomuna le due cucine è la soddisfazione del risultato alla fine di una medio-lunga preparazione. Inoltre, abbiamo preparato un’insalata araba[2] e un’insalata di cavolo rosso[3], e mangiato hummus di ceci e babaganoush. Seduti a tavola Naji ci ha raccontato un po’ di sé: è arrivato in Italia circa 3 anni fa, ha vissuto a Betlemme in un campo profughi, uno dei più piccoli (circa 3 ettari) costruito in altezza, senza verde, senza privacy e con 3000 persone stipate dentro. Le fondamenta dell’edificio erano forse fatte dalla quotidiana resistenza all’occupazione. Ci racconta di una vita comunitaria serrata in una situazione di apartheid. Ci racconta del complesso ruolo delle donne in Cisgiordania, di un maschilismo alimentato dal contesto dell’occupazione[4]. Ci racconta dei checkpoint, del traffico, delle limitazioni, delle violenze sistemiche. Ci racconta dei tribunali militari che condannano la quasi totalità degli imputati, delle detenzioni amministrative senza causa, della quantità di bambini presenti nelle carceri israeliane, degli abusi e delle violenze sessuali. Ho avuto il piacere di scambiare due parole con la signora Isabelle e suo marito Peter. La loro cognata Mary nel 2010 ha fondato HAFSA[5], un gruppo amichevole di supporto divulgativo ed economico alla piccola città di Sebastia in Cisgiordania. Mi raccontano del loro viaggio di cinque anni fa proprio a Sebastia, a circa 12 chilometri da Nablus. La collina su cui sorge era già parzialmente militarizzata da coloni e soldati dell’IDF e nel mondo se ne parlava ben poco. Infatti, subito dopo pranzo ci colleghiamo su Zoom con AY., ex sindaco della città, che ci racconta Sebastia così: oggi conta circa 3700 abitanti, tre scuole, una popolazione molto colta e resistente, un sito archeologico con oltre 10 mila anni di storia, e un’economia fondata su ulivi[6] e ovini. Israele sta prendendo il controllo dell’area sia con le armi sia con strumenti legislativi e amministrativi che stanno permettendo il graduale e subdolo esproprio delle terre. La città è collocata in Zona C, su cui l’autorità palestinese non ha giurisdizione ed è quindi completamente assente. Gli abitanti non sono armati, cercano di vigilare, di avvisare in caso di attacchi e nei migliori casi rispondono lanciando pietre. Ci viene anche riportata la cronaca di uno degli ultimi attacchi nel villaggio di Abu Falah (a est di Ramallah) che ha mietuto tre vittime: Fari’ Hamayel, Thaer Hamayel e Muhammad Marrah, uccisi da colpi d’arma da fuoco e da inalazioni di gas durante la difesa del loro villaggio. Guardiamo un video condiviso da AY. e tradotto in italiano da Pietro[7] (studente di Lingue e membro del gruppo), un montaggio delle diverse barbarie perpetrate da coloni e soldati israeliani nei dintorni di Sebastia, avvenute indicativamente tra il 20 gennaio e il 20 febbraio scorsi. Solo in questa settimana più di 1360 ulivi sono stati distrutti. Ci dice che per aiutarli dobbiamo continuare a fare pressione sul governo italiano per interrompere i finanziamenti all’occupazione, dobbiamo condividere, portare testimonianza di tutte le tipologie di ingiustizia perpetrate dalle forze israeliane, anche quelle contro contadini, alberi, animali, cimiteri. Conclude che vederci nelle piazze dà loro tantissima speranza. Per il resto del pomeriggio abbiamo ballato seguendo ogni passo di Naji. La Dabka è una danza folkloristica di gruppo molto diffusa in Palestina, eseguita su canzoni popolari e il suo nome significa “battere i piedi per terra”. Ci si dispone in cerchio o semicerchio e il primo della fila guida il gruppo nella danza. I passi (colpi di piedi al suolo e salti) si scandiscono in 6 o 8 tempi seguendo un movimento antiorario. La Dabka è, tra l’altro, patrimonio immateriale dell’UNESCO dal 2023. È un’attività sociale che esprime l’amore per la propria terra e accompagna diversi momenti comunitari, dai matrimoni alle manifestazioni. Al termine della giornata leggiamo un monologo di una psicologa e psicoterapeuta di Gaza, un punto di vista intersezionale decisamente interessante in uno scorcio tragico. Racconta di un trauma senza pause. I gesti ordinari delle donne palestinesi costruiscono la Resistenza civile, anche quelli culturali come l’insegnamento della lingua e la ripetizione continua dei nomi dei villaggi, al fine di proteggere la memoria da appropriazioni culturali e soprattutto dalla distruzione di massa. Ci scrive: > «Dal punto di vista psicologico, quello che viviamo non è “stress”.  > > È trauma continuato. È sistema nervoso costretto alla sopravvivenza > permanente. È lutto che non trova il tempo per essere lutto. È rabbia che deve > disciplinarsi per non diventare disperazione. Eppure nessuna diagnosi può > contenere la nostra interezza.» Momenti di incontro e racconto come questo servono a interrompere l’assuefazione alla violenza. Una delle sue forme più temibili è effettivamente la sua normalizzazione. Aggregarsi è attivare. Ascoltare dal vivo e/o in diretta testimonianze di chi arriva da questi luoghi martoriati riaccende l’attenzione e affina la sensibilità. Condividere fisicamente gesti culturali è potentissimo dal punto di vista emotivo e, secondo me, a volte riesce persino a collocarsi un gradino sopra al concetto di inclusione. Definirei questa giornata sensibile avvalendoci dei diversi significati del termine. È stata una giornata sensibile poiché piena di un’accentuata emotività, e lo è stata, nel suo significato più filosofico, perché i sensi (gusti, profumi, musiche, movimenti) ci hanno guidato alla scoperta della cultura palestinese. [1] Cannella; cardamomo; chiodi di garofano; noce moscata; pepe nero; cumino; zenzero; foglie di alloro. [2] Pomodoro; cetriolo; cipolla; limone; menta; olio; sale. [3] Cavolo rosso; carota; maionese; yogurt; limone; sale; zucchero. [4] Dato che le note sono fatte di cibo: Naji ci racconta che durante le proteste spesso le donne soccorrono i manifestanti colpiti dai lacrimogeni ponendo loro una cipolla sul viso. [5] https://hafsa.org.uk/ [6] Mai la metafora dell’ulivo mi è sembrata così adatta per qualcuno. [7] https://www.youtube.com/watch?v=CibRhoyAbQo Redazione Italia
March 12, 2026
Pressenza
Sulle rapide del Congo da 150 anni, ora i pescatori wagenia rischiano di scomparire
Custodi di un’arte antica, sfidano le tumultuose acque del grande fiume su fragili impalcature di legno. Ma il vero pericolo viene da altrove: pesca intensiva, declino turistico e lotte intestine minacciano una comunità già alle prese con la precarietà. La calma pachidermica del grande fiume si interrompe bruscamente nei pressi di Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, nell’area settentrionale centrale della Repubblica Democratica del Congo. Le Cascate Boyoma, note in passato come Stanley Falls, sprigionano tutta la loro energia in una serie di rapide che si snodano lungo il fiume Lualaba, esattamente nel punto in cui questo assume il nome di Congo, tra le città di Ubundu e Kisangani. Nel mezzo del fragore e della schiuma vaporosa che si solleva per l’infrangersi dell’acqua sulle rocce che emergono dal fondale appare quello che potrebbe essere definito l’impossibile: ponteggi di legno sui quali si muovono disinvolti un gran numero di ragazzi indaffarati. Sono i pescatori wagenia, maestri indiscussi della pesca fluviale, arte che affonda le radici in una storia lontana. Lo scenario è infatti lo stesso in cui s’imbatté Henry Morton Stanley, l’esploratore britannico che, giunto sul luogo nel 1877, descrisse il metodo di pesca utilizzato dal popolo wagenia con queste parole: «“Scavalcano” le rapide sui tolimos e usano cesti di legno per prendere i pesci». Centocinquant’anni dopo, nulla è cambiato: i wagenia continuano a costruire con le proprie mani le impalcature di legno (tolimos) che installano direttamente sopra le rapide che loro chiamano “Cascate Wagenia”, proprio come i loro progenitori. La pesca, perno della comunità Queste strutture, resistenti ma essenziali, sono realizzate utilizzando materiali naturali come tronchi e rami raccolti nella foresta circostante. Sospese sopra le acque turbolente, le impalcature servono come piattaforme da cui calare speciali ceste. Le nasse, simili a grandi trappole a imbuto, sono fatte di bambù e fissate con strisce di corteccia. Posizionate strategicamente nei punti in cui la corrente è più forte, sfruttano la potenza dell’acqua per intrappolare i pesci che nuotano nell’ampia apertura delle ceste, ma che la forma conica costringe verso un cul-de-sac da cui non riusciranno a fuggire. Un uomo sta in piedi in mezzo al fiume e pesca con una piccola rete. Dietro di lui, un’impalcatura di legno sostiene una trappola per pesci. Foto Panos Il momento ideale per costruire e utilizzare queste strutture è la stagione secca, quando il livello dell’acqua si abbassa e le rapide sono più accessibili. In questo periodo, i wagenia lavorano insieme per collocare le impalcature nelle posizioni migliori sul fiume. Di notte sorvegliano le “trappole” contro i pescatori dell’altra sponda del fiume. Una volta catturato, spesso il pesce viene portato a riva tenuto per la bocca, gesto simbolico che sottolinea la maestria del pescatore e la sua intimità con l’ambiente. Il pescato è poi condiviso tra le famiglie o venduto nei mercati locali: costituisce una fonte essenziale di proteine per la comunità. Un metodo di pesca intorno al quale ruota la vita di un’intera comunità. Oltre che fonte di cibo e di guadagno, la pesca è infatti per i wagenia anche un’arte collettiva e inclusiva che coinvolge tutti. Gli uomini costruiscono le impalcature e controllano le ceste. Le donne si dedicano alla raccolta, alla pulizia e alla preparazione del pesce, spesso cuocendolo su foglie di banano con olio di palma e spezie. I bambini imparano, fin da piccoli, a osservare e partecipare, aiutando i genitori. Declino Si sono così susseguite nei decenni generazioni di pescatori che hanno saputo domare il secondo fiume più lungo dell’Africa, e secondo al mondo per volume d’acqua, trasformando le difficoltà in opportunità. La Rd Congo è un Paese in cui la pesca rappresenta una risorsa economica importante. Abilità e tenacia sono però oggi messe a dura prova da sfide senza precedenti. Un tempo pilastro economico e culturale della comunità wagenia, la pesca con le cesteè in declino a causa di attività ittiche sempre più intensive, di pratiche dannose come l’uso di zanzariere per catturare i pesci giovani e a causa della pesca praticata durante la stagione riproduttiva. Così gli stock ittici sono crollati. Inoltre, la mancanza di infrastrutture e di sovvenzioni aggrava ulteriormente la situazione. «Prima c’erano impalcature dappertutto, ora ce ne sono a malapena alcune», racconta un pescatore della comunità. «Un tempo il governo sovvenzionava la manutenzione delle strutture, ma ha smesso di farlo oltre dieci anni fa, lasciando i pescatori a fronteggiare da soli le difficoltà», aggiunge. A fargli eco, suo fratello: «I nostri antenati ci hanno tramandato questa occupazione. Dobbiamo portarla avanti, ma è davvero difficile». Un pescatore controlla un cesto a Bamanga, sul fiume Lualaba. Per generazioni, i membri della tribù wagenia hanno costruito e mantenuto queste strutture. Foto Panos A complicare ulteriormente la situazione è l’assenza di una leadership forte. La posizione del capo tradizionale, figura essenziale per rappresentare la comunità wagenya presso il governo, è vacante da oltre due anni per lotte intestine tra i clan, che impediscono l’elezione di una guida capace di difendere i diritti del suo popolo e di affrontare le crescenti difficoltà economiche e sociali. Questo vuoto di potere ha lasciato la popolazione senza una guida, contribuendo all’accumulo di problemi sociali ed economici. La sfida di reinventarsi «Ognuno fa quel che gli pare», esclamano i ragazzi. Che precisano: «Non abbiamo nessuno che difenda i nostri diritti». Anche il turismo, che potrebbe rappresentare una fonte alternativa di reddito, è in declino. Piccole realtà locali hanno provato in passato a lanciare progetti di ecoturismo legati alla pesca tradizionale o a percorsi guidati lungo le rapide. Rappresentavano un’opportunità per sostenere la comunità e valorizzare il patrimonio culturale locale, ma l’instabilità cronica del Paese e le difficoltà logistiche (il viaggio aereo fino a Kisangani è molto caro, e il percorso via terra dalla capitale Kinshasa è un azzardo che può durare settimane) non hanno mai permesso di far decollare il turismo. Inoltre la pandemia da covid-19 ha ulteriormente ridotto il numero di visitatori, privando la comunità di una preziosa risorsa economica. I pochi turisti che arrivano si trovano ad affrontare strade impraticabili, interruzioni di elettricità e un aeroporto locale caratterizzato dal caos e da frequenti carenze di carburante. Mentre pesca tra le rapide fuori stagione, una ragazzina riposa su una roccia alle cascate Boyoma (conosciute localmente come cascate Wagenia). Per avere le mani libere, tiene il pesce in bocca. Le alternative scarseggiano. Alcuni pescatori si dedicano all’agricoltura nelle aree contigue al fiume Congo, producendo mais, manioca e altri prodotti per l’autoconsumo e la vendita. Altri avviano piccole attività commerciali come la vendita di beni essenziali nei mercati locali o la gestione di bancarelle alimentari. C’è anche chi trova un lavoro occasionale, da muratore, operaio o trasportatore, nelle città vicine, per esempio Kisangani. Tutte attività distanti dalla cultura di questi pescatori e, soprattutto, poco redditizie. Pressati dalle difficoltà, i wagenia continuano tuttavia a lottare per mantenere viva la tradizione. Giovani come Kalimo, studente sedicenne, cercano di contribuire vendendo diorami artigianali ai pochi avventori. «Mi aiuta a pagare la scuola», racconta il ragazzo, figlio di pescatore. Kalimo sogna di diventare ingegnere, dimostrando che la comunità wagenia non ha perso la speranza nel futuro e nella possibilità di continuare a danzare con il fiume.     Africa Rivista
March 11, 2026
Pressenza
Long Beach, California, protesta contro la guerra all’Iran
Poco più di una settimana fa gli Stati Uniti con l’alleato Israele hanno attaccato pretestuosamente l’Iran e iniziato una guerra che non si sa quando finirà e che danni porterà all’intero pianeta. Non posso parlare a nome degli israeliani perché non sono sul posto e perché dalla cortina del regime filtrano poche informazioni, ma posso riferire che dal popolo americano si è alzato chiaro il messaggio: “Non vogliamo un’altra guerra!” Trump ha iniziato l’operazione militare con solo un 20% di sostegno popolare; buona parte del rimanente ottanta, in mille modi diversi, manifesta il proprio dissenso. Da quando sono arrivata in California ogni giorno ho l’imbarazzo della scelta a quale gruppo unirmi. C’è chi raccoglie firme, promuove petizioni e le perora nei Comuni; c’è chi s’impegna in raccolte fondi e concerti di solidarietà; ci sono gli amici dei banner drop (striscioni calati dai cavalcavia) sulle autostrade e altri che aprono banchetti sulle spiagge e altro ancora. Oggi ho scelto di partecipare all’iniziativa dei socialisti di Long Beach contro la guerra all’Iran. Il raduno è ai piedi di un maestoso albero secolare al Bixby Park; la giornata è tersa grazie anche a un vento gagliardo, e un poco infingardo, che da stanotte soffia potente dal deserto verso l’oceano. Nel grande spiazzo il capannello di persone non sembra molto numeroso, saremo poco più di una cinquantina, ma a volte per capire davvero la situazione bisogna saper guardare oltre le apparenze e in questo caso ascoltare. Gli interventi al microfono si alternano per un’oretta. Dopo una decina di minuti mi rendo conto che qualcosa m’infastidisce: è il continuo strombazzare dalla strada attigua al parco, che si chiama Ocean Boulevard perché appunto costeggia questo tratto del Pacifico. Mi volto curiosa e capisco al volo che cosa sta succedendo: alcuni attivisti si sono posizionati con bandiere e cartelli sul marciapiede e gli automobilisti manifestano la loro approvazione schiacciando allegramente il clacson. Un vero concerto che ha accompagnato l’evento per l’intera durata. Se invece di stare nelle macchine fossero scesi ed entrati nel parco l’avremmo riempito tutto. Ogni oratore ha parlato con passione e presentato i tanti conti che non tornano più nel Paese, economici innanzi tutto! Ogni parola pronunciata oggi meriterebbe di essere riportata, ma ovviamente non si può, dunque scelgo l’appello di due donne appartenenti al gruppo di familiari degli ex soldati, i “Veterans For Peace”, madre e sorella di veterani che non ci sono più. Rifiutano la guerra e non vogliono vedere i propri cari morire sul campo e nemmeno tornare a casa devastati fisicamente e psicologicamente. Esprimono il proprio disgusto verso le parole pronunciate dal presidente per i sei militari statunitensi morti.  In prima battuta Trump ha detto: “Eh, sono cose che capitano” e proprio oggi, probabilmente dopo aver cercato di rimediare alla gaffe andando a far visita ai caduti, mentre era in volo verso Mar a Lago in una delle solite stucchevoli conferenze sul jet ha dichiarato: “I genitori di questi ragazzi sono orgogliosi dei loro figli.” E continuava a ripetere la bugia. Quale genitore desidera vedere il proprio figlio ucciso per la miseria della guerra? Ma è un illuso se crede che ripetendo la sua ignobile frase la farà diventare vera; tutto ciò che ottiene è offendere sempre più gli americani che si sono spesi in buona fede per il loro Paese.       Marina Serina
March 8, 2026
Pressenza
Quattro anni dopo
24 febbraio 2026: quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, quando la guerra, quella, già in corso con modalità altre da non farla chiamare guerra, e quella combattuta in tante altre parti del mondo troppo distanti per essere considerate un pericolo per la pace dell’Occidente, bussa alle porte dell’Europa. Bisogna difenderla, la pace, racconta la politica quasi in coro, e per questo bisogna difendere i confini, così sembra ineluttabile riarmarsi. La guerra entra nella quotidianità degli Europei attraverso le immagini dei telegiornali e il dibattito politico tra esponenti di partito, storici e opinionisti. Intanto si aggiunge il conflitto in Palestina, anche quello a partire da una data che non ne segna l’inizio. 24 febbraio 2026: a Palermo, anche oggi, come da quattro anni, c’è chi dice no alla guerra riunendosi in Presidio. Prima ogni domenica mattina, a Piazza Vittorio Veneto, conosciuta in città come “la Statua”, con il suo monumento al milite ignoto, poi in altri luoghi della città che non ferma la sua corsa tra le vetrine e le bancarelle delle festività che si rincorrono, il 24 di ogni mese. Sono le donne dell’Udi, della CGIL e di tante altre realtà come Le Rose Bianche, l’Anpi, Emily, Governo di Lei, Cif, Le Onde, Arcilesbica, Comunità dell’Arca, Movimento nonviolento, Circolo Laudato si’ e con loro cittadini e cittadine che sentono la necessità di non rimanere in silenzio mentre il mondo sprofonda nel baratro di una nuova guerra globale. “Fuori la guerra dalla Storia” recita lo striscione che le accompagna da quattro anni e accanto, sulla strada pedonale di fronte al Teatro Massimo, si aggiungono cartelli che questa storia raccontano in tutti i paesi dove la guerra non tace. Ucraina e Palestina, Iran e Afghanistan, Congo e Sudan, Myanmar e Siria. Dopo l’apertura al ritmo dei tamburi e delle mani degli astanti battute sul petto, con le voci del coro e delle percussioni  di Lucina Lanzara che invocano pace per tutti i Paesi in guerra, attivisti e attiviste si alternano al microfono: di quei Paesi e dei loro popoli raccontano sofferenza e oppressione, chiedono al nostro Paese azioni diplomatiche nel rispetto del costituzionale ripudio della guerra, smascherano, oltre le parole con cui ci vengono ammansite, le intenzioni di governi guerrafondai e i loro interessi economici. Ci raccontano delle donne del Rojava, riunite in assemblea e decapitate, dell’attacco ad Aleppo, dei disertori russi e ucraini, palestinesi e israeliani, giovani che rischiano la prigione e la vita pur di non imbracciare le armi e rendersi complici di torture e massacri, dell’embargo economico statunitense che affama il popolo cubano, impedisce il rifornimento di medicinali salvavita, lascia al buio non solo le case ma anche le scuole e soprattutto gli ospedali. È notizia delle ultime ore la visita dell’ambasciatore di Trump al governatore della Calabria per chiedere l’interruzione della collaborazione dei medici cubani che hanno sostenuto la (mal)sanità calabrese al collasso anche per mancanza di medici. Chi ancora non lo sapeva, apprende come, mentre il paese di Niscemi frana lasciando in sospeso la vita dei suoi abitanti, il Governo stanzia milioni di euro per mettere in sicurezza le antenne del Muos su segnalazione dei militari statunitensi. È tempo di non restare indifferenti, di mobilitarsi tutti insieme per ribaltare il sistema patriarcale che da sempre vede gli uomini e ora, purtroppo, anche le donne, risolvere i conflitti con la forza violenta delle armi, a partire da questo grido delle donne di Palermo che trova la sua eco in tante altre città italiane: il 28 marzo la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” si riunirà nelle diverse realtà cittadine aderenti in una grande manifestazione nazionale. L’impegno di ogni città verrà “cucito” mettendo insieme in un grande arazzo i tasselli preparati nelle singole realtà. C’è ancora tempo, per chi volesse, in ogni parte d’Italia, di unirsi a questo progetto di rappresentazione simbolica della pace attraverso il lavoro di sapienza antica delle donne! Molti passano, indaffarati, qualcuno si siede e ascolta, come un gruppo di giovanissimi seduto sul marciapiede. La luce di piccole candele illumina l’invito alla nonviolenza nelle bandiere con le armi spezzate. È l’educazione alla nonviolenza, a partire dai primi anni di vita di ogni bambino e bambina, l’unica strada per interrompere una Storia in cui la pace è solo una tregua nel susseguirsi dei conflitti armati! “Fuori la guerra dalla Storia!”         Maria La Bianca
February 25, 2026
Pressenza
Varese, protesta silenziosa per Gaza il sabato di Carnevale
Da oltre sei mesi tutte le settimane il Comitato Varesino per la Palestina richiama l’attenzione della città sul genocidio in atto a Gaza. Lo abbiamo fatto anche il sabato di Carnevale, durante la partecipatissima festa che ha riempito e a lungo bloccato il centro cittadino, con una presenza silenziosa ma dirompente, camminando  fra la folla con una barella, due lettighieri, un giornalista e un medico, tutti sotto il mirino di un soldato.  Sorpresa, o commozione, qualche volta partecipazione, oppure fastidio, ma sempre rispetto, mai indifferenza al passaggio di questo piccolo drappello alieno, che pur senza aprir bocca gridava “Restiamo umani!” In questa occasione festiva abbiamo voluto ricordare, anche solo per un attimo, chi non ha nulla da festeggiare: gli 80mila uccisi e i 170mila feriti di Gaza e un intero popolo, uomini, donne, anziani e bambini, sottoposto da  Israele a una tortura quotidiana e alla negazione di ogni speranza. Ci siamo opposti ai tragici burattini del potere che ogni giorno opprimono e uccidono portando per le nostre strade i sudari insanguinati dei bimbi assassinati. Sabato prossimo torneremo a “rompere il silenzio” per 15 brevi ma lunghissimi minuti, per rievocare la fame degli assediati con lo scandaloso rumore delle loro pentole vuote. Protestiamo simbolicamente tutti insieme in Piazza Garibaldino dalle 16,30 alle 17,30; porta una pentola e un mestolo, o qualsiasi cosa ti aiuti a gridare il tuo NO! Il Comitato Varesino per la Palestina Redazione Varese
February 23, 2026
Pressenza
La Memoria dei migranti contro l’oblio della barbarie
A colloquio con Gianfranco Crua che è l’animatore della Carovana Migranti. Nei prossimi giorni, dal 23 al 28 febbraio, la Carovana ha organizzato un viaggio a Cutro dove saranno ospitati anche i familiari e i superstiti del naufragio avvenuto il 26 febbraio del 2023. Press. Qual è l’obiettivo di organizzare una carovana a Cutro? La Carovana nasce dopo il naufragio di Cutro nel 2023 perché insieme a Memorie Mediterranee ci siamo resi conto che Cutro poteva rappresentare una sfida importante per le associazioni e gli attivisti che lavorano per salvare o ridurre le morti in mare nel Mediterraneo. Il naufragio di Cutro ha svelato oltre alle solite complicità anche la totale impreparazione del governo e delle istituzioni locali nei confronti dei familiari accorsi per riconoscere i loro parenti, familiari che vivevano in Europa già da anni, parliamo di afgani, di pakistani, di curdi. Memorie Mediterranee e il collettivo che si occupa di migranti dispersi nel Mediterraneo ci trasmettevano le angosce e le preoccupazioni dei famigliari che venivano a cercare gli scomparsi. Ci siamo resi conto che il sistema Italia era totalmente impreparato ad affrontare la ricerca di identità dei corpi che venivano trovati nel Mediterraneo e seppelliti a volte con un numero in tombe comuni. Sono stati gli attivisti come Memoria Mediterranea e la rete 26 febbraio che in quell’occasione hanno insistito affinché la polizia scientifica si occupasse dell’identificazione dei corpi. Press. Allora, ma forse neanche ora, non esisteva un protocollo per gestire un disastro come i naufragi nel mediterraneo. Infatti per questo abbiamo proposte come Carovane un Convegno a Bruxelles con i deputati e le  associazioni per i Diritti dell’Uomo per lanciare un protocollo a cui riferirsi nei casi di naufragi o di ritrovamento di corpi di migranti, che dia sostegno ai familiari per esempio con permessi di ingresso  per poter partecipare ai funerali e elaborare il lutto della perdita, per poter assistere ai processi, come già fatto dal governo messicano che permette ai familiari dei migranti verso gli Stati Uniti di ricercare i corpi dei propri figli o mariti scomparsi. L’Italia su questo piano è completamente impreparata e nel caso di Cutro abbiamo visto come il governo abbia sostanzialmente utilizzato la tragedia per una ulteriore stretta su coloro che sfuggono da guerre, povertà economica e crisi climatiche. Non dimentichiamo che durante il naufragio e nei giorni successivi, i familiari che venivano da tutta Europa furono ospitati addirittura in un CPR di Crotone in condizioni assolutamente non degne della situazione in cui si trovavano. Se a Cutro nel 2023 non ci fossero stati quella manciata gli attivisti che si sono spesi con generosità, sarebbe successo quello che poi è successo l’anno dopo a Roccella Ionica, cioè le salme messe nei vari cimiteri senza neanche il tempo di un rito funebre, senza la possibilità che i familiari potessero elaborare il lutto e il rito della sepoltura, senza neanche favorire la possibilità che i morti fossero rinviati nel loro paese come nel caso della famiglia che stiamo seguendo e sostenendo all’interno del processo; questa famiglia ha perso metà dei suoi componenti, ma ha avuto almeno la possibilità di avere i loro cari morti (tre neonati un papà e una mamma) sepolti vicino a dove vivono in Germania. A Cutro le circa trecento bare allineate nel Palasport divennero un simbolo, un caso internazionale; ci andò anche il Presidente della Repubblica Mattarella e questo fece in modo che si parlò molto della strage e che la stampa si interessò dell’accaduto. A Roccella Ionica un anno dopo va in onda un altro film, il film dell’oblio, del nascondimento. Anche se a Cutro il governo si trasferisce lì per fare il primo decreto antimmigrazione, nessuno poi va a porgere un saluto ai familiari e ai morti raccolti nel Palamilone. I familiari, per esempio, si sono dovuti mettere in mezzo alla strada e protestare finchè molte bare non vennero sepolte nei vari cimiteri come per esempio a Bologna. Press. Quindi dopo il naufragio di Cutro avete deciso di sostenere la memoria di quel naufragio e anche di tutti gli altri. Sì Roberto Bolano diceva che nelle donne scomparse a Ciudad Juarez c’era il segreto del mondo e noi pensiamo che qui a Cutro e negli altri naufragi c’è il segreto dell’Europa, cioè quello che non si vuol far sapere, ovvero cosa accade nel continente sull’immigrazione. Come sta emergendo nel processo di Cutro, anche se il processo ha messo in stato di accusa sei ufficiali tra GDF e Guardia Costiera, l’ultimo pezzo della catena d di comando, sta emergendo che potevano salvarli ma non l’hanno fatto, si sono rimpallati le decisioni di uscire con un mezzo della guardia costiera che poteva permettere a trecento donne bambini di arrivare sulle coste italiane sani e salvi. Noi sappiamo perfettamente che Frontex aveva avvisato il centro di controllo di Roma, la Guardia di Finanza e la guardia costiera, il mare non era forza 7 ma era forza 4; né lo Stato italiano né l’Europa hanno mosso un dito. Quindi oltre a non accogliere i vivi o accoglierli male quando poi arrivano morti la barbarie è completa perché non c’è nessun interesse nell’identificarli né a dargli una degna sepoltura. Forse per questo il processo si terrà a porte chiuse e la corte ha deciso di non ammettere la stampa? Quindi per noi Cutro ha una valenza simbolica come tanti altri naufragi, ma siccome il governo lo ha utilizzato in chiave repressiva noi abbiamo pensato di costruire una contro narrazione e di dare un segnale di memoria, di ricorrenza, di ritualità soprattutto sostenendo i viaggi dei familiari per il processo in cui ci sono state già tra udienze, le prossime proseguiranno nel mese di marzo, e inoltre costruire eventi di memoria intorno alla data del naufragio. Per questo che anche quest’anno abbiamo proposto diversi eventi che si svilupperanno nei giorni intorno al 26 febbraio. Press. Mi puoi dire quali saranno i momenti più importanti organizzati da Carovana Migranti e dalle altre associazioni? La mattina del 24 abbiamo organizzato una conferenza stampa davanti al tribunale di Crotone, il 24 sempre a Crotone un incontro con i familiari e gli attivisti che operano sulle rotte balcaniche  sulle prospettive e gli strumenti per dar voce ai familiari e ai loro diritti; la sera la proiezione del docufilm su Cutro a cura di Angelo resta presso il cinema Apollo, poi l’incontro a Riace con Mimmo Lucano insieme ai familiari ed a Tony La Picciarella della Global Sumud flottiglia, infine il 28 sera presso il csoa Cartella un’assemblea pubblica sulla seconda carovana per una Calabria aperta e solidale. Mentre ci prepariamo per partecipare alla carovana ho pensato anche di raccogliere la testimonianza della famiglia Maleki, in particolare della loro giovane figlia Fatima che ha 22 anni e che è testimone al processo per i loro familiari morti ammazzati nel naufragio. Press. Fra pochi giorni partirete da Dortmund in Germania insieme a tua mamma e tua sorella e sarete a Cutro per la terza volta dopo il naufragio: cosa vi aspettate dal processo e cosa avete da dire al nostro paese ed al Governo italiano? Chiediamo al Governo italiano di assumersi la responsabilità per questo crimine, di ammettere i propri errori e di porre fine a tutto questo spargimento di sangue. Ci aspettiamo soluzioni umane e umanitarie, affinché le persone non siano più costrette a rischiare la propria vita attraversando pericolose rotte marittime. Nel frattempo, noi abbiamo perso i nostri cari in mare. Nulla può compensare questa perdita e il dolore delle famiglie. Il capo del Governo italiano, il giorno dell’incidente, ha dichiarato che sarebbe stato responsabile e avrebbe risposto dell’accaduto, ma purtroppo finora non è stata intrapresa alcuna azione concreta. L’unico gesto che potrebbe almeno alleviare in parte la sofferenza dei sopravvissuti sarebbe mantenere la promessa del visto umanitario annunciato dal 2023, così che i genitori che hanno subito gravi traumi psicologici possano visitare le tombe dei propri figli. Forse questo è il minimo che il governo italiano possa fare per noi. Tuttavia, nessuna azione può cancellare la responsabilità per questa tragedia. Un Paese che si definisce democratico dovrebbe dimostrarlo anche nei fatti, assumendosi le proprie responsabilità e rispettando i diritti umani. Siamo ormai stanchi. Sono passati tre anni e non è successo nulla. Questa volta siamo davvero arrabbiati, per tutti questi sforzi inutili e per le promesse senza risultato. Manfredo Pavoni Gay
February 21, 2026
Pressenza
Carnevale in Polveriera e non solo : le foto.
Si è conclusa ieri sera una tre giorni di eventi delCarnevale in  Polveriera , storico sito autogestito fiorentino che è attualmente sotto sgombero  richiesto dalla Regione Toscana che ne è la proprietaria. Partita  nel pomeriggio di sabato con un gioioso corteo che ha  attraverso  strade  e piazze della città la giornata costantemente piovosa è proseguita all’interno degli spazi della Polveriera ovvero nel chiostro del Complesso di Santa Apollonia nel cuore di Firenze , una volta anche centro politico sociale della vita universitaria. Sulle pareti del chiostro campeggiano ancora le scritte in greco degli studenti greci  che nei primi anni settanta protestavano contro il regime fascista dei Colonnelli e che  insieme al Movimento Studentesco avevano fatto degli spazi di Santa Apollonia centro operativo ed assembleare. Una memoria questa tramandata nel tempo alle generazioni successive che in  fasi alterne anche dopo il trasferimento di molte facoltà dal centro storico verso la periferia, ha comunque mantenuto vivo  un centro di aggregazione studentesca sociale e popolare nel centro storico della città. Attualmente attorno a La  Poveriera si stanno coagulado l’insieme di insorgenze e di lotte che animano la  città: la costante subordinazione al processo di mercificazione  e valorizzazione dei beni edilizi che ha trovato le amministrazioni fiorentine sempre più prone alla speculazione finanziaria e alla monocultura economica del turismo  ha espulso i residenti dal centro storico, ha fatto lievitare i servizi al cittadino  a ristretto gli spazi sociali. Nuovi e preoccupanti scandali si manifestano sulle concessioni edilizie a i beni alienati  che hanno fatto di Firenze il paradiso del superlusso e dell’esclusività. Fra gli eventi che hanno animato la tre giorni , oltre workshop creativi , autoproduzioni,   eventi musicali, si è tenuta anche una assemblea cittadina. Un momento di politica generativa, che ha cercato di analizzare nella prospettiva del concetto di ” improprietà” lanciato dal centro sociale  dal Leoncavallo milanese, quali forme di lotte, di resitenza dal basso e di autogestione  possono essere assunte  per contrastare le scelte amministrative della città che non sembra accorgersi della distruzione del tessuto sociale fiorentino Foto di Cesare Dagliana Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera Carnevale in Polveriera polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi polveriera fi Un momento di politica generativa, che ha cercato di analizzare nella prospettiva del concetto di ” improprietà” lanciato dal centro sociale  dal Leoncavallo milanese, quali forme di lotte, di resitenza dal basso e di autogestione  possono essere assunte  per contrastare le scelte amministrative della città che non sembra accorgesi della distruzione del tessuto sociale fiorentino   Cesare Dagliana
February 18, 2026
Pressenza
Un’altra scuola è possibile
Tre generazioni in sintonia oggi pomeriggio al presidio di Palermo per la libertà d’insegnamento, che ha chiuso la settimana di controinformazione nelle scuole voluta dai Cobas e dall’Osservatorio contro la militarizzazione: studenti (USB, Antudo, Cambiare Rotta, Collettivo Scirocco), giovani docenti e docenti anziani (Assemblea No Guerra, No Muos, Laboratorio Ballarò e naturalmente Cobas Scuola). In sintonia anche gli interventi: decisi contro il riarmo, il securitarismo, la criminalizzazione del pensiero critico; espliciti nella denuncia della fuga dalla democrazia del cosiddetto Occidente. Una vecchia insegnante ha ricordato come nei suoi 40 anni di servizio pubblico avesse realizzato seminari interculturali, invitando in classe anche ragazzi rom e africani, gemellaggi con classi parallele del carcere Ucciardone, cineforum gestiti dalle ragazze sui movimenti di liberazione delle donne e come avesse progettato l’insegnamento del Novecento (tutto, questione mediorientale inclusa) e la lettura analitica della Costituzione (oggi vilipesa e smantellata), quando ancora questi percorsi non erano previsti nei programmi ministeriali. Oggi la pedagogia attiva e partecipata dal basso è ancora possibile? Forse sì, ma con un bel po’ di coraggio. A rafforzare proprio questo coraggio invitano i giovani attivisti, che insistono sulla necessità di valorizzare gli organismi collegiali nelle scuole contro il dirigismo governativo, e il loro entusiasmo, il loro spirito di resistenza, sono una sferzata di energia per tutti. Contro il militarismo si intona la canzone del disertore, rimodulata sull’aria di un canto alpino della Grande Guerra. Si improvvisa anche una lezione di storia contemporanea, visto che siamo in via Generale Magliocco, un aviere che bombardò la Libia con l’iprite e morì poi nel ’36 durante l’occupazione dell’Etiopia – e raccontiamo che l’Italia, con la Gran Bretagna, fu il primo Paese al mondo ad usare armi chimiche (già nel 1911) nel suo “imperialismo da straccioni”, come lo definì Lenin. Ma soprattutto si mette in luce il nesso fra riarmo, militarizzazione del territorio, inquinamento, anzi avvelenamento e dissesto idrogeologico. E il pensiero va subito a Niscemi, alla sua sughereta e alla devastazione della frana. C’è un giovane laureato che interviene sulla vicenda, affranto ma non rassegnato. Si parla, oltre che del Muos, anche degli F35 a Birgi e di come la Sicilia, ma non solo l’isola, l’Italia tutta sia terra a sovranità limitata, con buona pace dei sedicenti sovranisti nostrani… E la gente che passa si ferma e ascolta. Ci chiede ancora volantini quando non ce ne sono più… Qualche stella in cielo mentre arrotoliamo striscioni e cartelli, un tempo clemente in un inverno buio…   Daniela Musumeci
February 13, 2026
Pressenza