Venezuela, quando il capitalismo mostra il suo vero volto
La storia mostra che il capitalismo, nei momenti di crisi, abbandoni la maschera
della democrazia formale e riveli il suo vero volto: il fascismo.
Quanto sta accadendo in questi giorni lo dimostra in modo lampante. Il rapimento
del Presidente dello Stato sovrano del Venezuela è, al di là di ogni
giustificazione, la vittoria della forza e della brutalità al di sopra di ogni
Diritto.
In diversi Paesi, come l’Italia, si limita la libertà del potere giudiziario,
minando uno dei pilastri della democrazia reale: la separazione dei poteri. In
Europa, una piccola élite impone il riarmo e il sostegno illimitato alla guerra
in Ucraina, contro la volontà della maggioranza dei cittadini. E tutto questo
avviene mentre assistiamo allo sterminio di interi popoli.
Nel mondo ci sono molte persone intelligenti, oneste, consapevoli che così le
cose non possono andare avanti. Studiosi e attivisti che avvertono l’enorme
ingiustizia del sistema attuale e lottano sinceramente per i diritti umani, per
la difesa dell’ambiente e per condizioni di vita dignitose, ma le loro analisi e
le loro lotte non individuano il problema centrale: il capitalismo stesso. Tutti
questi conflitti ruotano attorno a un nucleo che raramente viene messo davvero
in discussione.
Non si tratta di affermare che la proprietà privata in quanto tale sia un male.
Il punto critico è la proprietà privata dei mezzi di produzione. Il problema
nasce quando una piccola minoranza controlla e decide dell’intero corpo sociale,
delle risorse, dell’informazione, della politica. Quando il potere finanziario
diventa totale, estendendo il controllo non solo alle condizioni materiali, ma
anche alle coscienze.
Occorre avere almeno il coraggio intellettuale di affrontare questo nodo e di
discuterlo apertamente. Senza questo passaggio, ogni analisi resta incompleta e
ogni lotta rischia di essere neutralizzata o riassorbita dal sistema stesso.
Per questo è fondamentale interpretare correttamente la storia. Il fascismo non
è stato il frutto di un errore o della follia di un singolo uomo. Il nazismo fu
la conseguenza delle contraddizioni insite nella società tedesca ed europea
dell’epoca. Allo stesso modo, le grandi tensioni internazionali di oggi, le
guerre, la violenza diffusa, la distruzione dello Stato sociale e la
manipolazione sistematica dell’informazione non sono “deviazioni”, ma elementi
strutturali di un sistema in crisi.
Trump non è un incidente nella storia degli Stati Uniti: già tutti i governi
precedenti hanno tentato di favorire colpi di Stato con l’obiettivo di
controllare le immense risorse petrolifere del Venezuela. Trump è solo una
variante di una linea politica che affossa il diritto internazionale da decenni.
Mettere in discussione il capitalismo, e quindi la proprietà privata dei mezzi
di produzione, non significa soltanto criticare un modello economico, ma mettere
in discussione una mentalità globale che rende possibile e legittima questo
sistema. Una visione del mondo nichilista, fondata sulla violenza e sul
possesso, sull’individualismo estremo, sulla competizione e sull’efficienza come
valori supremi. Una corsa senza freni a produrre sempre di più, in cui il PIL
diventa il metro di ogni cosa, quasi fosse la misura del senso stesso
dell’esistenza.
In questa logica, però, vengono sistematicamente rimosse le domande
fondamentali: qual è il senso della vita? Qual è il valore delle relazioni
umane? Che posto hanno la solidarietà e la cooperazione tra le persone e tra i
popoli, dove andiamo come umanità? Il capitalismo non ignora queste domande per
distrazione, ma affonda le sue radici proprio sull’elusione delle domande
fondamentali.
Per questo il cambiamento di cui abbiamo bisogno non può essere solo economico o
istituzionale. È necessaria una rivoluzione umanista globale, come chiaramente
proposta dall’Umanesimo universalista: una trasformazione della mentalità e dei
valori, del modo in cui gli esseri umani concepiscono se stessi, i rapporti con
gli altri e con l’universo e al contempo una trasformazione dell’organizzazione
sociale, delle relazioni tra i popoli e dei modi di produrre, vivere e decidere
collettivamente, in direzione di una vera Democrazia Reale.
Qualcuno potrà liquidare tutto questo come un’utopia, ma anche se lo fosse, qual
è il problema?
Le utopie sono sempre state il motore della storia. Sono ciò che ha spinto gli
esseri umani a non accettare l’esistente come destino, a immaginare un futuro
diverso e a lottare per realizzarlo. Senza utopie non c’è movimento, non c’è
progresso, non c’è emancipazione. C’è solo l’adattamento passivo a un sistema
che oggi più che mai mostra la propria incapacità di garantire giustizia, pace e
dignità.
Europe for Peace