Luci da dietro la scena (XXXIV) – Sotto ogni mio passo ci sono grovigli di sue radici
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Luci da dietro la scena (XXXIV) – Sotto ogni mio passo ci sono grovigli di sue
radici
Addio, gelsomino di Palestina
Rifqa El-Kurd, mia nonna, è mancata martedì 16 giugno 2020. Aveva centotré anni.
Ogni giorno, quando tornavo da scuola, mi accoglieva sulla porta con un mazzo di
gelsomini avvolti in un Kleenex. Sono cresciuto nella sua saggezza e la mia
poesia ne è il riflesso. Lei è l’asse delle mie azioni, l’orchestratrice della
mia cadenza. Recita camei nella mia poesia e prassi.
Nonna è scampata a guerre e tanto altro. Aveva più anni della colonizzazione
sionista. Per questo motivo i gerosolimitani l’hanno acclamata come “icona della
resilienza palestinese”. Nel 1948, durante la Nakba, ha lasciato la sua casa ad
Haifa dopo averla pulita per bene, ignara di averla semplicemente sistemata per
i colonizzatori. Profuga, espulsa insieme ai figli da una città all’altra, è
infine riuscita a stabilirsi a Gerusalemme, per poi affrontare la Naksa
[“arretramento” in arabo, indica l’occupazione sionista di Gaza, della
Cisgiordania e di Gerusalemme est, avvenuta nel 1967], il latrocinio della
stessa Gerusalemme e, negli ultimi anni di vita, la presa imminente della
Cisgiordania. È morta tra il caos per “l’accordo del secolo” e i piani sionisti
per rendere perenne il soggiogamento palestinese, definendolo uno stato. Il suo
attivismo l’ha portata in aule di tribunale, proteste, ospedali. Incessante, ha
lavorato finché la sopravvivenza non è diventata una storia divertente da
raccontare a quel che resta della famiglia.
Nel 2009, dei coloni sionisti – con tanto di zaini come se stessero andando in
campeggio per il fine settimana – sono entrati nelle nostre case nella
Gerusalemme occupata, scortati dalle forze di occupazione israeliane.
Sostenevano che casa nostra fosse loro. Dopo una tumultuosa battaglia di fronte
a due comitati coloniali in tribunali israeliani, metà della casa ci è stata
confiscata. Questo rilevamento faceva parte di una più ampia strategia che mira
alla pulizia etnica del quartiere di Sheikh Jarrah nella sua interezza. Noi
eravamo tra le centottanta famiglie palestinesi colpite da decreti di esproprio
emanati dai tribunali israeliani, i quali stabilivano che le nostre abitazioni
poggiassero su suolo ebraico. Guardavamo i Ghawi – la famiglia di fronte a noi
dall’altro lato della strada, buttata fuori di casa – allestire un accampamento
improvvisato sulla terra dove i colonizzatori sionisti si erano insediati.
Da bambino, ho assistito mentre mia nonna, all’epoca sull’ottantina, combatteva
per la libertà – un’ambulanza umana che curava con yogurt e cipolle i
manifestanti intossicati dal gas lacrimogeno. Nel 2009, in cortile l’ho vista
opporsi col proprio corpo a polizia e coloni armati fino ai denti, dall’accento
americano, che rivendicavano la nostra terra per volere divino. Come se Dio
fosse un agente immobiliare.
Essendosi i colonizzatori insediati nell’altra metà della casa – con una
semplice parete in cartongesso a separarci – nel 2009 tale confisca ha fatto
molto scalpore. La casa è diventata un crocevia internazionale verso cui
attivisti solidali e democratici curiosi venivano in pellegrinaggio. Ma nonna si
rifiutava di essere un caso umanitario da contemplare. Non era una sprovveduta.
Aveva sempre argomenti di discussione e fatti storici alla mano. “Lei è
americano?” chiedeva ad alcuni visitatori, prima di informarli che gran parte
della colpa del nostro essere senza tetto e senza stato va agli Stati Uniti.
Diceva lo stesso a chi arrivava dall’Inghilterra: “Non vogliamo la vostra
compassione, noi vogliamo azione”, diceva. Le sue battute intonse.
Prima della morte, ha sofferto di demenza per un anno. Tuttavia, sebbene ogni
tanto si scordasse il mio nome, le sue convinzioni politiche reggevano. Le
atrocità a cui aveva assistito le ammantavano a tal punto il subconscio che, in
pieno decadimento cognitivo, gli aneddoti sulla Nakba erano ancora
dettagliatissimi, i commenti scagliati contro la tivù coerenti e complessi.
Anche il suo umorismo reggeva ancora. Nel suo ultimo luglio, eravamo in visita
da mia zia a Nablus e nonna non sapeva dove fossimo, perciò ha chiesto come
saremmo ritornati a Gerusalemme. “In bici”, le ho risposto scherzando. “La bici
te la prendi tu, io vengo a cavallo”, mi ha rimbeccato. Il suo instancabile
sorrisetto.
Per la verità, io non sono pronto a encomiarla. Perfino scrivendo queste righe,
mi ritrovo a far fatica con i tempi verbali. Certe persone non possono esistere
al passato. Per cent’anni, come una funambola, ha camminato su una corda a metà
fra orgoglio e amor proprio. Nonna mi ha insegnato tutto ciò che so sulla
dignità. Mi ha insegnato a sparare le mie frasi come razzi, a essere resiliente.
Lei ha sempre perseverato, persino di fronte a sfollamenti, pene pecuniarie,
decine di processi e minacce di incarcerazione. “Lascerò Sheikh Jarrah solo
quando mi faranno tornare a casa mia ad Haifa, da cui sono dovuta fuggire nel
1948”, è famosa per aver detto, pretendendo il suo diritto a ritornare.
Non so quando riuscirò a metabolizzarne la morte. Il giorno in cui è mancata,
dai social media sono giunte le più sentite condoglianze. Blog e portali di
informazione piangevano la scomparsa del “gelsomino di Palestina”; proprio come
una pianta, mia nonna è morta in piedi. Pubblico Rifqa, questa mia prima
raccolta di poesie, per onorarla e immortalarla. So che la Palestina non lascerà
morire la propria icona di resilienza. Certe persone non muoiono mai. Già mi
immagino il suo volto, solcato dalle rughe, inciso sulle pietre nella Città
Vecchia. So che sotto ogni mio passo ci sono grovigli di sue radici.
Qualche anno fa, stavamo guardando insieme la tivù e c’erano degli uomini che
predicavano la pazienza: “Siate pazienti! Poiché dopo la pazienza giunge il
conforto!”. Nonna ha replicato: “Dopo la pazienza giunge la tomba!”.
Ha preteso giustizia per tutta la vita e, proprio come James Baldwin non è
riuscito a vivere sessant’anni in più per poter vedere il “progresso” che gli
promettevano di continuo, allo stesso modo tale “progresso” si è preso molto più
del tempo di mia nonna. Stiamo ancora aspettando i frutti della nostra pazienza
decennale.
Mi spezza il cuore sapere che è morta senza rivedere la Palestina libera, ma le
prometto che i nipoti non hanno dimenticato. Questa lotta è una rivoluzione per
la vittoria. Rifqa ha incarnato tutto questo, fino all’ultimo respiro.
(da Mohammed El-Kurd, Rifqa, Fandango, Roma, 2022)