Alberto Savinio / Il femminismo del Sempione
Come spesso accade con i titoli di Bibliotheka, anche Vita di Enrico Ibsen di
Alberto Savinio è un repêchage d’alto livello di un volume pubblicato per la
prima volta da Adelphi nel 1979, corredato in questa nuova edizione da sei
preziose tavole dell’autore e una puntuale e ricca introduzione di Gioconda
Carrabs.
Il testo di Savinio risale al 1943, quando venne pubblicato a puntate sul
periodico “Film”, e di questo tipo di pubblicazione, più che del contesto
bellico, risente senza dubbio la struttura, vagamente rapsodica, del testo;
d’altra parte, Savinio non è impegnato nella costruzione di una biografia in
senso stretto, quando nell’indagine su una di quelle “affinità elettive” –
l’espressione, ripresa da Carrabs, è di Alessandro Tinterri – che possono
comporre l’albero genealogico e, allo stesso tempo, nutrire gli affetti e le
passioni che attraversano la sua stessa scrittura. Interrogare la lettura di
Ibsen, in altre parole, permette a Savinio di interrogare anche la propria
opera, fino a ritrovare non una consonanza di temi o di stile, bensì la
convinzione – da prendere con grande precauzione, a ottant’anni di distanza – di
essere «femministi entrambi».
A Savinio, dunque, interessa «la parte ultima e più alta dell’opera di Ibsen»,
quella che per Otto Weininger e altri critici successivi, è «la parte
“borghese”, minore, di rinuncia, in confronto alla plasticità orgogliosa e
“voluminosa” del Peer Gynt e delle liriche»: Spettri, Casa di bambola, Hedda
Gabler e L’anitra selvatica, soprattutto. In queste opere, Ibsen scandaglia la
«profondità della superficie», paradosso enunciato da Savinio in questo testo e
che si attaglia a tanta altra grande letteratura, incline al gioco delle parti
tra orizzontalità e verticalità, in luogo di un’esibizione, sempre assai
retorica, di quest’ultima.
L’acutezza di questa riflessione, come di tante altre che costellano il testo di
Savinio, fa da contraltare a un “femminismo” più volte esplicitamente
sbandierato e che di fatto – con un’evidenza a tratti disarmante, oggi – non
sembra essere tale. Come può immaginare chiunque abbia frequentato l’opera di
Savinio, infatti, prevale il riferimento classicamente saviniano al topos
dell’ermafroditismo come possibile orizzonte culturale e anche politico, perché
procedendo dall’idea di una simbiosi “uomo-donna” – come si legge nella Nuova
Enciclopedia (1977) di Savinio – si arriva a quella “individuo-stato”.
Per Savinio, dunque, Ibsen indica la strada maestra: lo fa con un certo
paternalismo – come sembra di poter leggere, tra le righe, nella stessa analisi
di Savinio di Casa di bambola – e insieme con un chiarissimo piglio tragico.
Quest’ultimo aspetto si deve al fatto che la salvazione progettata da Ibsen si
rivela progressivamente senza limiti: «Altre “salvazioni” rimangono da compiere
e la missione di Ibsen veramente non ha fine. Se riprendiamo “lo sguardo” al
punto in cui Ibsen lo lasciò, e serriamo maggiormente le palpebre intorno le
pupille, e ammicchiamo più stretto, e spingiamo più avanti la scoperta del
“sempre più grande nel sempre più piccolo”, di là dalla donna arriviamo al
bambino…». Inclinazione che, in questo modo, manifesta il proprio paternalismo e
allo stesso tempo si consegna alla tragedia: «Idea della salvazione: idea
tipicamente riformista che l’europeo settentrionale ha preso dall’orientale, in
quel connubio di oriente con occidente che ha composto la cosiddetta civiltà
arabogotica e che in poesia ha dato Parsifal, ha dato Brand, ha dato
Zaratustra». Una teorizzazione storico-culturale affascinante, fornita anche qui
per intuizione, o comunque per un improvviso slancio dell’immaginazione critica,
ma che senza dubbio denota una classica impostazione primonovecentesca, con
tutti i suoi limiti metodologici: allo stesso modo, infatti, Savinio apre il
testo descrivendo la Norvegia di Ibsen come “l’ultima Grecia dell’Europa” –
descrizione che, appunto, aderisce al tragico ibseniano e a poco altro,
avvitandosi infine su sé stessa.
Infine, il “femminismo” di Ibsen e Savinio si condensa ancora in un’altra
immagine, tra le molte che si lasceranno alla scoperta di chi vorrà leggere: «Un
abisso separa la donna dall’uomo, ma anche gli abissi si colmano e a colmare
questo abisso provvede il femminismo. Per avere una immagine precisa di come
avviene questa operazione di riempitura, basta ripensare al traforo del Sempione
iniziato nel 1898 e portato a termine nel 1905, e celebrato nel suo felice
compimento dalla Esposizione Universale di Milano del 1906. Due squadre di
perforatori iniziarono i lavori, una a Domodossola l’altra a Briga, e perforando
la roccia ciascuna dalla sua parte, un giorno s’incontrarono nel mezzo della
montagna. Nell’attuazione del femminismo non le sole femministe operano, cioè a
dire le donne cui muove l’idea della evoluzione della donna, ma operano da parte
loro anche i femministi, ossia gli uomini cui essi pure muove l’idea della
evoluzione della donna, e in testa ai quali è giusto porre Enrico Ibsen».
Metafora della penetrazione come di una comunicazione sotterranea, genitale, che
oggi non può non apparire datata, se non anche grottesca, in rapporto alla
storia successiva del femminismo, dei femminismi, ma che rende bene lo spirito
dell’epoca, incarnato da una critica letteraria esercitata anche come
posizionamento culturale e politico. Ed è quest’ultima che merita di essere
riattraversata ancora oggi, sia per il valore intrinseco del testo di Savinio,
sia per ricostruire le genealogie dei limiti e delle potenzialità del
“femminismo” quando è stato agito da altri orientamenti di genere, e a maggior
ragione nel caso di intellettuali uomini etero-cis detentori di un grandissimo
capitale simbolico.
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