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Cento anni di Ordinariato militare: non c’è niente da festeggiare
La lettura del diario di Claudio Pozzi, cattolico obiettore di coscienza al servizio militare negli anni ’70, che racconta la sua vicenda personale e di comunità, la scelta che gli è costata 5 mesi di carcerazione nel 1972 tra Gaeta e Napoli[1], è coincisa con le celebrazioni in Italia per il Centenario dell’Ordinariato militare. Un’obiezione di coscienza, quella di Claudio, che viene maturata alla luce del Vangelo e di una vita di comunità con persone che si sono dedicate all’ascolto e all’accoglienza di persone fragili ed emarginate. Le giornate in carcere erano accompagnate dalla lettura della Bibbia e di un libro di su San Francesco d’Assisi[2], dall’attenzione ai bisogni dei compagni con lui carcerati. Mi sono chiesto quali siano i motivi che hanno spinto la Chiesa cattolica a celebrare questo centenario, mentre il mondo è lacerato dalle guerre in corso, che rischiano di trasformare “la guerra mondiale a pezzi” in guerra mondiale totale. Sono convinto che, per essere coerente con le dichiarazioni fatte dai Papi, dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII fino a papa Francesco, sulla inutilità e follia della guerra, la Chiesa avrebbe dovuto mettere fine a una storia contradditoria che l’ha vista affiancare e benedire eserciti fratricidi, in particolare nelle due guerre mondiali del secolo scorso. Mi lasciano nello sconforto alcune espressioni usate da Papa Leone XIV nel discorso tenuto sabato 7 marzo 2026 ai membri dell’Ordinariato militare per l’Italia, presenti Ministri e Autorità militari. Dopo i saluti di rito, il Papa afferma: «Inter Arma Caritas: “per portare Cristo nelle vene dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica, guardando al domani con serenità, compiendo scelte coraggiose” (cfr. Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025). Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia»[3]. Sulla memoria che custodisce l’evento, sarebbe importante includere la diatriba sorta tra i Cappellani militari e don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, e altri preti e religiosi negli anni ’60 del Novecento a proposito dell’obiezione di coscienza al servizio militare, addirittura costretti a difendersi nei tribunali (tra cui padre Ernesto Balducci che fu condannato dalla Corte d’Appello di Firenze per aver “esaltato i cosiddetti obiettori di coscienza”). I cappellani militari in congedo della regione toscana in un comunicato del 11 febbraio 1965 definirono «un insulto alla patria e ai suoi caduti la così detta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà»[4]. Don Milani rispose ai Cappellani militari con uno scritto che fu pubblicato su Rinascita il 6 marzo 1965, per il quale fu denunciato da un gruppo di ex combattenti; insieme a lui furono denunciati anche il direttore di Rinascita e i firmatari della lettera “Non è viltà l’obiezione di coscienza”, pubblicata nello stesso numero della rivista. La “Lettera ai Giudici” in sua difesa fu inviata al processo da don Lorenzo perché costretto a letto dalla malattia. Un capolavoro che sconfessa ogni connivenza col potere delle armi e la giustificazione della guerra da parte dei cristiani: “l’obbedienza non è più una virtù”. Sull’attualità, ci vorrebbe il coraggio di scomunicare i governanti che si dichiarano cristiani (cattolici o protestanti che siano) che fomentano e agiscono le guerre, fanno immensi profitti con le industrie belliche e il commercio delle armi. Sarebbe profezia autentica se la mia Chiesa cattolica e le altre chiese cristiane, insieme alle religioni sparse nel mondo, dopo aver condannato a parole la guerra e invocato la pace, sconfessassero le preghiere blasfeme dei governanti che invocano da Dio la vittoria, ossia l’annientamento dei nemici, e si appropriano del suo nome. Sarebbe un atto profetico, l’abolizione dell’Ordinariato Militare, delle diocesi militari e la consegna alle diocesi (vere chiese locali) l’impegno dell’assistenza spirituale a coloro che, si trovano ad esercitare la professione (non la missione) di soldati, attraverso una cappellania smilitarizzata, preti e religiosi senza stellette. Davvero «Inter arma Caritas»? L’11 giugno del 2005 – Festa della SS. Trinità – dopo aver ascoltato l’omelia scrissi una lettera aperta a Mons. Mani, arcivescovo di Cagliari, nella quale esprimevo il mio sconcerto per alcune sue affermazioni: «… Non mi sembra compito del vescovo esaltare i “soldati armati di tutto punto” che Lei chiama i “veri operatori di “pace”»[5]. Precedentemente in una lettera privata (del 27 ottobre 2023), io e mia moglie avevamo espresso delle perplessità sulla risposta del vescovo a un pacifista sardo che lo invitava a «non benedire le Forze armate, il 4 novembre»[6].  Scrivemmo: «Abbiamo letto anche la sua risposta, che ci ha lasciato un po’ perplessi. Davvero un esercito in armi può portare un vangelo “purissimo”? Se così fosse, dal vangelo dovremmo eliminare almeno alcuni detti di Gesù, che ci sono stati trasmessi come “parola di Dio”, la sola parola che salva: “Riponi la spada nel fodero”, “vinci il male con il bene”». In occasione del 4 novembre 2024, che diventava per legge “Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate” (legge n. 27 del 1° marzo 2024), scrissi una «Lettera aperta al Presidente della CEI, cardinal Matteo Zuppi», nella quale affermavo: «Solo il coraggio della profezia può spingerci ad essere coerenti con i pronunciamenti, adottando dei comportamenti adeguati, per esempio riguardo al servizio spirituale verso le persone impegnate nelle Forze armate. Perché continuare con l’Ordinariato militare e i cappellani con le stellette? Perché non trovare una pastorale nuova in cui il servizio religioso non abbia niente a che vedere con armi e simboli che rimandano alla violenza? Perché partecipare in forma ufficiale alle parate militari? Perché vescovi e cardinali devono stare affianco ai generali degli eserciti?»[7]. La nota pastorale della CEI, «Educare a una pace disarmata e disarmante» (5 dicembre del 2025), sembrava aver recepito ciò che molte persone cattoliche da tempo richiedevano: «Ci chiediamo se non si debbano prospettare diverse forme di presenza in tali contesti, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare: esse consentirebbero maggior libertà nell’annuncio di pace specie in contesti critici». Questo Centenario rischia, però, di vanificare questa prospettiva. Mi trovo in perfetta sintonia con quanto afferma il professor Luigi Mariano Guzzo nella sua lettera “A Leone XIV, sull’Ordinariato militare” del 9 marzo 2026[8]: «[…] trovo un intollerabile ossimoro il motto scelto per il centenario: “Inter arma, caritas”. No, non ci può essere alcuna forma di amore in quelle istituzioni totalizzanti dove si è addestrati per uccidere il fratello e la sorella; dove si accetta, pure solo come remota eventualità, la possibilità concreta di sopprimere l’altro. L’amore non può essere in alcun modo accostato alle armi». E ancora: «Ancor di più mi viene difficile pensare a una «vocazione» per il militare cristiano nei termini da Lei proposti: “In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine. Tutto questo non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza. L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti. Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé”». Commenta professor Guzzo: «La “dedizione totale di sé” non è la risposta a una chiamata divina ma – specialmente in un esercito professionalizzato – la scelta di inserire la propria esistenza all’interno della logica del comando e dell’obbedienza ai superiori. Non c’è posto per l’affermazione e la promozione della libertà di coscienza della persona. Da questo punto di vista, il principio antico “Christianus sum, militare non possum” non può ammettere limitazioni». ———————- [1] Claudio Pozzi, Uno spicchio di cielo dietro le sbarre. Diario dal carcere di un obiettore di coscienza al servizio militare negli anni ’70, Multimage, Firenze 2025. [2] G. Joergensen, San Francesco D’Assisi, Edizioni Porziuncola, Santa Maria degli Angeli (Pg). Nel libro di Pozzi viene citata l’edizione del 2005. [3] La Santa Sede, Discorso del Santo Padre Leone XIV ai Membri dell’Ordinariato Militare per l’Italia, Sala Clementina, 7 marzo 2026. [4] Documenti del processo di don Milani, L’obbedienza non è più una virtù, Libreria Editrice Fiorentina, [5]  La lettera è riportata in Pierpaolo Loi, IL DIO IN CUI NON CREDO alla scuola di Oscar Arnulfo Romero martire per la giustizia la nonviolenza e la pace, prefazione di Laura Tussi, Multimage Edizioni, Firenze 2025, pp. 107-111. [6] Antonello Repetto, di Carloforte. [7] Vedi in https://www.pressenza.com/it/2024/11/lettera-aperta-al-presidente-della-cei-cardinale-matteo-zuppi-in-prossimita-del-4-novembre/ . [8] La lettera, in https://www.settimananews.it/papa/leone-xiv-sullordinariato-militare/ . Pierpaolo Loi
March 10, 2026
Pressenza
Il vescovo Giovanni Ricchiuti: «La Cei all’opposizione del governo italiano e dell’Ue»
Parla il presidente nazionale di Pax Christi: «Bene smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo» Intervista di Luca Kocci*  al vescovo Giovanni Ricchiuti – 07/12/2025 – Il Manifesto. Riduzione delle spese militari, disarmo, servizio civile, smilitarizzazione dei cappellani militari. Sono i punti centrali di un’ampia e sorprendente Nota pastorale approvata dalla Conferenza episcopale italiana a novembre e diffusa venerdì (Educare a una pace disarmata e disarmante). Ne abbiamo parlato con monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo emerito di Altamura e presidente nazionale di Pax Christi, movimento che ha contribuito all’elaborazione del testo. Monsignor Ricchiuti, cosa succede nella Cei? Finalmente fra i miei fratelli vescovi si muove qualcosa. Credo che il Cammino sinodale, a cui hanno partecipato anche i laici, abbia dato slancio: nel documento finale approvato a ottobre a grandissima maggioranza (dopo che una prima versione era stata respinta dall’assemblea perché troppo timida, ndr) si chiedeva alla Cei di approfondire i temi del disarmo e della pace per immaginare alternative alla politica del riarmo. Nella Nota pastorale approvata dai vescovi si parla di riduzione delle spese militari e contrasto alle politiche di riarmo, ovvero il contrario di quello che stanno facendo governo Meloni ed Europa. La Cei è all’opposizione? Nettamente all’opposizione! Spese militari e riarmo non sono la via giusta per affrontare le crisi. Si fa riferimento anche alla guerra in corso in Ucraina e ai «pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Le necessità della difesa – è scritto – non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana». È dall’inizio della guerra che la Chiesa sostiene che la soluzione militare non avrebbe portato la pace, ma peggiorato la guerra. Ora, dopo quasi quattro anni, a che punto siamo? L’Europa e l’Italia avrebbero dovuto seguire altre strade: non le armi, ma il negoziato. Quindi fa bene la Cei a smarcarsi da qualsiasi appoggio alle politiche di riarmo del governo. Nella Nota si elogia la legge 185/90 che regola il commercio delle armi e si chiede una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono produzione e commercio di armi», a cominciare dalle banche. La legge 185 è regolarmente sotto attacco da parte di aziende armiere e governi, invece va difesa con forza, perché è un tentativo di limitare quanto più possibile il commercio delle armi. E le “banche armate”? Qui la Chiesa dovrebbe fare autocritica, perché molti enti ecclesiastici si avvalgono dei loro servizi… È vero, ma qualcosa si sta muovendo. E comunque finalmente la Cei dice chiaramente a vescovi e parroci di rinunciarvi. Sarebbe un segno potentissimo se le 226 diocesi e le 25mila parrocchie italiane togliessero i propri conti correnti dalle “banche armate”. Proprio mentre Crosetto propone di ripristinare il servizio militare, la Nota della Cei – che sicuramente è stata scritta ben prima – lancia invece l’idea di un servizio civile obbligatorio. Un altro elemento di dissenso con il governo? Chi lo propone sostiene che il servizio militare educa i giovani. Ma perché bisogna educarli con il fucile fra le mani? Educarli a cosa, a fare la guerra? I giovani devono dire di no: in Germania sono già scesi in piazza contro un’analoga proposta, e questo è un grande segno di speranza. Mi piacerebbe che tutti tornassero a cantare Il disertore di Boris Vian, una bella canzone antimilitarista. La Nota della Cei affronta anche il tema dei cappellani militari, chiedendosi «se non si debbano prospettare diverse forme di presenza, meno direttamente legate a un’appartenenza alla struttura militare». È la proposta di smilitarizzare i preti-soldato? Pax Christi lo dice da anni: cappellani sì, militari no. È materia concordataria, ma il Concordato non è il Vangelo, si può modificare. Non c’è bisogno di un ordinario militare, basta affidare a un vescovo la responsabilità dell’assistenza spirituale dei militari. Così come non servono cappellani inquadrati nella struttura militare, è sufficiente un semplice prete che entri nelle caserme, come avviene nelle carceri e negli ospedali. È un privilegio da superare.   *Per gentile concessione dell’autore. Redazione Italia
December 8, 2025
Pressenza