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Difendiamo la magistratura dagli attacchi della potere
“Ci accorgeremo che la mafia è entrata nelle istituzioni quando le stesse attaccheranno la magistratura” Giovanni Falcone Lo diceva Falcone negli anni Ottanta. E non lo diceva per folklore, lo diceva perché era così. Lui stesso aveva ricevuto forti critiche politiche e istituzionali, specialmente negli anni immediatamente precedenti la sua morte nel 1992. Critiche aspre e trasversali, provenendo da diversi settori sia di destra che di sinistra, che aumentarono un profondo clima di ostilità nei suoi confronti. Questo attacco trasversale a Giovanni Falcone da parte della classe politica ed istituzionale dell’epoca è stato definito come un vero e proprio “linciaggio” mediatico e professionale, che ha contribuito a isolarlo. Qualche ignorante che parla oggi di “politicizzazione della magistratura” (sempre intendendo ovviamente le “toghe rosse”, senza mai parlare del fatto che il fenomeno del correntismo è da decenni che è, per la maggioranza, pendente a destra, pur essendo un fenomeno minoritario), dovrebbe ricordarsi che lui stesso era un magistrato membro di “Movimento per la giustizia”, una corrente politica interna alla magistratura italiana, storicamente legata ad aree progressiste. Nonostante ciò, “politico” non vuol dire “partitico” e non coincide con “istituzionale”. Famoso fu lo storico confronto tra Giovanni Falcone e Leoluca Orlando nei primi anni ’90. In un confronto al Maurizio Costanzo Show, vide il sindaco di Palermo accusare il magistrato di nascondere la verità sui mandanti politici della mafia nei “cassetti”, chiedendo se ci fossero le prove della collusione con la mafia del politico democristiano Salvo Lima. Accusa che farebbe ridere se non per il fatto che Orlando la fece veramente, senza mai pentirsi amaramente. Nel video si può ben vedere un giurista del pubblico da Maurizio Costanzo, nonché ignorante dell’epoca (perché quelli sono una costante in tutte le epoche, con la caratteristica di nasconderai dietro “lecite opinioni” e di essere sempre presuntuosi, autoreferenziali ed egoici, oltre a vestire spesso gli abiti degli “uomoni di cultura” ), additare Falcone di essere un ostacolo all’indipendenza della magistratura, di essere un magistrato che preferiva ruoli ministeriali (sebbene i suoi non furono mai incarichi politici, ma istituzioni che dovevano essere rivestiti obbligatoriamente da magistrati). Nel video si può ben udire come, alle accuse rivolte a Falcone, la platea del Maurizio Costanzo Show abbia applaudito. Un applauso anacronistico, un paradosso, che risulta quasi assurdo visto con gli occhi di oggi. Questo per dimostrare come fosse indirizzato il senso comune della gente: verso la denigrazione e la legittimazione della magistratura. Quella puntata al Maurizio Costanzo Show fu il primo vero funerale di Giovanni Falcone, con l’aggravante di mantenerlo in vita, costringendolo a vedere lapalissianamente senza filtri un Paese omertoso, ignorante (nel senso che ignora) e soprattutto “idiota” (nel senso greco). La cultura italiana, terribilmente “moderata” sui temi importanti e terribilmente “enfatica” su quelli effimeri, è profondamente “idiota” nel senso greco non-dispregiativo del termine. Gli idiṓtēs (ἰδιώτης) nell’Antica Grecia erano i “privati cittadini” o le “persone comuni” che si occupavano solo dei propri affari privati (ídios) senza partecipare alla vita politica o pubblica della “polis”. I Greci associavano il disinteresse per la cosa pubblica alla mancanza di cultura o alla ristrettezza di vedute. Il termine passerà al latino col significato di “incolto”, “inesperto” o “rozzo”, per poi scivolare verso quello attuale di persona priva di intelligenza o senno. Il senso comune reazionario italiano si può descrivere come compendio di tutti questi termini. A questo dobbiamo aggiungere le osservazioni di Antonio Gramsci, il quale definiva il senso comune come la concezione del mondo frammentaria, incoerente e “folcloristica” delle masse, intrisa di influenze esterne e della classe dominante. Un “concetto equivoco, contraddittorio, multiforme” che permette alla classe dominante di imporre la propria visione del mondo come filosofia del popolo, facendo sì che le masse accettino la propria condizione, interiorizzando la volontà dei “padroni”. Contestualizzando con le vicende legate a Falcone, la “volontà dei padroni” era preservare la Trattativa Stato-Mafia e nasconderla, mentre i media erano un ottimo veicolo per dare un’immagine ridicolizzante e delegittimante delle figure che invece volevano andare nella direzione opposta. Anche lo scontro tra Leoluca Orlando e Falcone era funzionale a questo: indebolire e isolare Falcone, renderlo distante dall’opinione pubblica. Ecco dunque che la presenza di Falcone al Maurizio Costanzo Show aveva una funzione drammaturgica e teatrale: lui era lì per essere dato in pasto agli “utili idioti” del momento inconsapevoli (vorremmo ben sperare) che la loro narrazione fosse la narrativa perfetta che serviva al potere per poter delegittimare e isolare Falcone insieme a Borsellino. Il 12 gennaio 1992, durante una puntata di “Babele” su RaiTre, di Corrado Augias, una giornalista chiese a Falcone: “Lei dice che in Sicilia si muore perché si è soli. Giacché lei, fortunatamente, è ancora tra noi, chi la protegge?”. Falcone rispose con una domanda: “Questo vuol dire che per essere credibili in questo Paese bisogna essere ammazzati?”. Il gelo in studio. La giornalista disse: “Non volevo dire quello”. Falcone ribatte’: “Se fino ad ora sono vivo mi è andata bene?”. I conduttori, compreso Augias, cercarono di correggere il tiro, ma Falcone granitico disse: “Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”. “No per carità, non lo deve dire. Questo é molto amaro” – hanno detto i presenti in studio a Falcone. “È forse la cosa più amara che ha detto” – aggiunse Augias. La giornalista fece la domanda in buonafede aspettandosi un conforto da Falcone, ma Falcone non la gradì: non la gradì perché lui non stava vivendo come tutti gli altri italiani. Lui sentiva sulla sua pelle la tensione, sentiva la morte incombere (come hanno preso altri, prenderanno anche me) sentiva che non aveva solidarietà, sentiva di non essere capito, sentiva di essere isolato e, per questo, provava un naturale senso di irritazione nonostante la sua compostezza istituzionale non lo desse a vedere. E così rispose. Poi quando venne ucciso si calò improvvisamente il sipario su quello che la gente viveva quotidianamente con il suo senso comune, venendo catapultata in un altro scenario. Falcone era un pm antimafia, Falcone indagava sulla mafia, Falcone era attaccato dalla politica e dalla istituzioni, Falcone era stato ucciso in un attentato di mafia e forse con altri mandanti. L’Italia sembrava per un momento recuperare lucidità nell’accorgersi cosa stava succedendo e cosa facesse veramente Falcone. Alla sua morte tutti furono pronti a santificarne ed elogiarne le gesta, mentre prima lo snobbavano. Solo recentemente Corrado Augias, in una intervista a Roberto Saviano del 16 marzo 2026 a “Torre di Babele”, ha dichiarato di essersi pentito di aver risposto a Falcone in quel modo poiché effettivamente era “inesperto” e non capiva fino in fondo ciò che Falcone stava vivendo. Augias ha fatto mea culpa sottolineando che spesso fare il mestiere di giornalista impedisce di riuscire ad approfondire tutto nei dettagli. Questo è il segnale di una persona colta ed intelligente, quale è Augias, che è in grado di ammettere e capire. Ma tutti gli altri? Sono riusciti a fare mea culpa o si sono dimenticati di questa parentesi o, peggio, hanno normalizzato? Chi applaudiva coloro che criticavano Falcone e non capiva cosa viveva e si permetteva di elargire giudizi, cosa prova ora? La forza di Giovanni Falcone non è solo nella sua storia, ma nella lucidità con cui aveva già visto ciò che oggi continuiamo a misurare: quando il potere attacca chi indaga, quando si delegittima chi cerca la verità, quando si prova a isolare la magistratura, allora non è solo un conflitto istituzionale. È un segnale. È un allarme. Falcone ci ricorda che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale: è un metodo, un modo di occupare gli spazi pubblici, di piegare le regole, di trasformare le istituzioni in strumenti di convenienza. E il primo bersaglio, quando questo accade, è sempre la giustizia. Per questo la sua frase non appartiene al passato. È un invito a restare vigili, a non normalizzare l’attacco a chi difende la legalità, a riconoscere che la democrazia si protegge ogni giorno, anche quando farlo è scomodo. La memoria non è un rito: è un impegno. E Falcone continua a indicarci la direzione. Ha avuto ragionissima Gratteri quando ha affermato sul Referendum costituzionale del 22 e del 23 marzo: “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il ‘si’ gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” (Fonte: ANSA). Tali gruppi di potere beneficerebbero di una riforma che indebolirà l’efficacia della magistratura, oltre che del sistema accusatorio, a cui tanto si appella il Fronte del Sì. Le affermazioni di Gratteri hanno trovato il sostegno del magistrato Nino Di Matteo, il quale ha concordato che “mafiosi e massoni voteranno sì”, e di Salvatore Borsellino, che ha definito la riforma un “golpe”.   Lorenzo Poli
March 18, 2026
Pressenza
La Carta e le colombe di ferro
Nelle dottrine di un sistema teocratico, la gente crede e sogna dalla mattina alla sera i balocchi e pro-fumi di una destra estrema che rovina le Carte più belle del mondo, sotto-mette la legge al potere esecutivo e le vecchie e nuove guerre vengono pasciute e continuate con altri mezzi. Nelle dottrine di un sistema teocratico, c’è l’in-giustizia del polo Nor-dio che taglia le gambe allo Stato di diritto e lo affida alle nuove Squadre d’Azione, allevate per pulire le strade da chi protesta e non si lascia ri- chiamare alle armi e vive lottando contro la forza bruta del più forte. Nelle dottrine di un sistema teocratico, gli accoliti meloniani non sono in guerra ma si tengono aggrappati alla maestà del re Sole, che viene su-bissato da un mare di guai con la corda al collo di uno Stretto, con gli stracci di una prossima tregua da ri-mandare sempre alle calende greche. Nelle dottrine di un sistema teocratico, ci sono ancora due criminali che tirano a campare gettando il-lecite colombe di ferro sulla gente, che subisce i colpi di una classe padrona delirante e minacciosa, felice solo di riposare in un letamaio fatto di profitti e favori per clienti papponi, im-puniti e perdonati. Pino Dicevi
March 18, 2026
Pressenza
Una targa per dire che “La strage fu di Stato e Pinelli fu assassinato”
A Milano, nella zona delle case popolari del quartiere San Siro, ci sarà — per decisione dell’amministrazione comunale — una via dedicata a Pino Pinelli. Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, fu fermato dopo la strage di Piazza Fontana e trattenuto oltre le 48 ore allora previste per gli accertamenti. Non c’erano motivi per trattenerlo in Questura: era del tutto estraneo ai fatti che gli venivano contestati. Così come era totalmente falsa la “pista anarchica” allora seguita dalle indagini e accreditata dall’informazione ufficiale, tra cui un giovanissimo Bruno Vespa, allora al TG1 della RAI. Pinelli “cadde” dai locali della Questura il 15 dicembre del 1969. Come ricorda Claudia, la figlia di Pino, in un’intervista rilasciata a Gianfranco Falcone per Left qualche anno fa, erano in pochi allora a difendere la verità che poi, a mano a mano, emerse: “Sono arrivate circa tremila persone; la gente era affacciata alle finestre delle palazzine, ma c’erano i vicini, i parenti, i compagni, gli amici, anche poeti come Fortini e Raboni, in un quartiere assediato dalla polizia. In quel momento di paura e di angoscia, quando le versioni che passavano erano solo quelle ufficiali, essere presenti al funerale di Pino è stato un atto di coraggio, con la polizia che ha schedato praticamente tutti i partecipanti. Si dovevano mostrare i documenti per riuscire ad arrivare qui e, comunque, la polizia fece in modo — con blocchi stradali e cariche — che non si arrivasse al cimitero. Ci arrivarono in pochissimi.” L’abitazione della famiglia Pinelli era allora in via Preneste, a pochi passi da via Micene, che diventerà via Pino Pinelli, anarchico e partigiano. Visto il peso che quel fatto ha avuto sulla storia personale della sua famiglia e su quella collettiva di tutti noi, preferiremmo che, come per la quercia piantata per Pino Pinelli in piazza Segesta, la targa riportasse anche: “18ª vittima della Strage di Piazza Fontana”. Ettore Macchieraldo
March 18, 2026
Pressenza
Pakistan tra Iran e Golfo: trovarsi nell’escalation e in un fragile ordine regionale
I recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno ancora una volta mostrato le fragili linee di faglia geopolitiche e settarie che attraversano il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Al di là della questione militare immediata, questi sviluppi sollevano preoccupazioni più ampie sulla stabilità regionale e sul rischio di escalation in un ambiente già instabile. Paesi come il Pakistan si trovano ora a gestirsi in un panorama sempre più complesso in cui si intersecano rivalità geopolitiche, tensioni settarie e intensificazione della concorrenza tra potenze globali e regionali. Il Pakistan, in particolare, sembra perseguire una strategia di cauta ambiguità. Pur dichiarando ufficialmente la neutralità, i rapporti di facilitazione logistica e cooperazione di intelligence con gli Stati Uniti hanno alimentato la percezione che Islamabad si stia silenziosamente posizionando all’interno di dinamiche regionali mutevoli. In un momento in cui il Pakistan deve affrontare significative pressioni economiche e sfide alla sicurezza interna, mantenere relazioni costruttive sia con i partner occidentali che con gli alleati regionali è diventato un delicato bilanciamento. Allo stesso tempo, la vicinanza geografica del paese all’Iran e la fragile situazione della sicurezza lungo il loro confine condiviso complicano questa strategia di bilanciamento. La regione di confine tra Iran e Pakistan, in particolare la provincia del Belucistan, è stata a lungo instabile. Gruppi armati, movimenti separatisti e reti di contrabbando operano su entrambi i lati della frontiera, contribuendo ad alimentare  piccole tensioni Gli incidenti transfrontalieri periodici evidenziano le sfide che entrambi i governi devono affrontare per mantenere la stabilità in queste aree remote. Per Islamabad, il Belucistan rappresenta non solo un problema di sicurezza, ma anche un elemento critico della sua più ampia strategia economica. La regione svolge un ruolo centrale nel Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), una delle iniziative infrastrutturali più significative che collega l’Asia meridionale con le più ampie reti economiche eurasiatiche. Di conseguenza, la stabilità nella regione di confine ha implicazioni non solo per le relazioni Pakistan–Iran, ma anche per la connettività regionale e cooperazione economica. In questo contesto, le relazioni del Pakistan con gli Stati Uniti continuano a svolgere un ruolo importante. Nonostante le fluttuazioni delle relazioni bilaterali negli ultimi dieci anni, la cooperazione su questioni come la sicurezza e l’antiterrorismo dell’Afghanistan ha mantenuto canali funzionali di comunicazione tra Washington e Islamabad. Dal punto di vista del Pakistan, mantenere questi legami aiuta a preservare la rilevanza diplomatica e strategica durante un periodo di incertezza economica. Tuttavia, questo approccio richiede anche un’attenta gestione dei rapporti con gli Stati confinanti. Mantenere la comunicazione con gli Stati Uniti può inviare segnali a più leader: ricordare ai partner occidentali che il Pakistan resta impegnato nelle discussioni sulla sicurezza regionale, ricordando anche ai paesi vicini che Islamabad mantiene un certo grado di flessibilità diplomatica. Tuttavia, tale posizionamento può anche generare preoccupazione a Teheran, dove i responsabili politici rimangono sensibili agli sviluppi lungo il confine condiviso. Le relazioni del Pakistan con il più ampio mondo musulmano aggiungono una nota di complicazione. Attraverso la cooperazione in materia di difesa con Paesi come l’Arabia Saudita e i crescenti legami con la Turchia, Islamabad si è spesso presentata come sostenitrice della solidarietà all’interno del mondo musulmano. Allo stesso tempo, l’impegno del Pakistan con le potenze occidentali riflette una politica estera pragmatica modellata dalle esigenze economiche, dalle preoccupazioni per la sicurezza e dalle mutevoli realtà geopolitiche. L’esperienza storica illustra anche la complessità del posizionamento regionale del Pakistan. Durante i precedenti periodi di tensione che coinvolsero Stati Uniti, Israele e Iran, gli analisti dichiararono che il Pakistan poteva aver facilitato la cooperazione relativa all’intelligence con i partner occidentali, incluso l’uso dello spazio aereo per attività di ricognizione. Che siano pienamente confermate o meno, tali percezioni contribuiscono a una narrazione più ampia secondo cui Islamabad cerca di mantenere più canali strategici contemporaneamente. La relazione di lunga data tra Riyadh e Islamabad rimane un altro importante pilastro della politica estera del Pakistan. Dagli anni ’80, i due paesi hanno mantenuto una stretta cooperazione in materia di difesa, con il personale pakistano precedentemente di stanza in Arabia Saudita e una continua collaborazione nella sicurezza e nell’addestramento militare. L’Arabia Saudita ha anche fornito assistenza finanziaria al Pakistan durante i periodi di tensione economica, rafforzando l’importanza della loro partnership. Eppure, questa vicinanza strategica non si traduce necessariamente in aperta ostilità nei confronti dell’Iran. Il Pakistan ospita una significativa minoranza sciita, stimata in circa il 15-20% della popolazione, e in passato il paese ha vissuto periodi di tensione tra le minoranze. Per la leadership pakistana, evitare politiche che potrebbero infiammare le divisioni interne rimane una priorità fondamentale. Di conseguenza, Islamabad deve bilanciare le sue partnership nel Golfo con la necessità di mantenere relazioni stabili con Teheran. I calcoli strategici del Pakistan non possono essere pienamente compresi senza considerare la più ampia struttura regionale del potere. Nonostante le sanzioni internazionali e le pressioni diplomatiche, l’Iran continua a esercitare una notevole influenza in diverse parti del Medio Oriente. Le sue relazioni con persone in Siria, Iraq, Libano e Yemen formano una rete che consente a Teheran di proiettare influenza attraverso alleanze politiche e personaggi non dello Stato. Allo stesso tempo, il più ampio mondo arabo non forma più un fronte unito contro l’Iran. Il recente riavvicinamento diplomatico dell’Arabia Saudita con Teheran, facilitato dalla Cina, riflette la tendenza regionale verso un impegno cauto piuttosto che un confronto diretto. Anche gli Emirati Arabi Uniti e gli altri Stati del Golfo hanno perseguito una diplomazia pragmatica volta a ridurre le tensioni salvaguardando i loro interessi economici. L’Unione Europea osserva questi sviluppi principalmente attraverso la lente della stabilità regionale, della sicurezza energetica e delle potenziali conseguenze umanitarie che una più ampia escalation potrebbe produrre. Mentre l’UE continua a sostenere l’impegno diplomatico e la de-escalation, la sua capacità di influenzare i calcoli strategici degli appartenenti alle regioni rimane limitata rispetto a quella delle principali potenze militari. La recente decisione del Pakistan di aderire al “Consiglio di pace” guidato dal presidente degli Stati Uniti ha anche generato un dibattito a livello nazionale. I critici sostengono che tali iniziative possono servire principalmente a programmi geopolitici più ampi, complicando potenzialmente il sostegno di lunga data del Pakistan alla causa palestinese. Allo stesso tempo, l’evoluzione della posizione diplomatica del Pakistan ha attirato l’attenzione in tutto il mondo islamico, con alcuni osservatori che si chiedono se un impegno più stretto con le potenze occidentali possa influenzare il ruolo tradizionale di Islamabad come ponte tra diversi politici. In un panorama regionale sempre più polarizzato, la cauta strategia del Pakistan riflette le difficili scelte affrontate dagli Stati situati all’incrocio di molteplici rivalità geopolitiche. Preservare i canali diplomatici, gestire la stabilità interna ed evitare un più profondo coinvolgimento nel confronto regionale può rivelarsi essenziale non solo per la sicurezza del Pakistan, ma anche per ridurre le tensioni in un ambiente geopolitico già fragile. -------------------------------------------------------------------------------- L’autrice: Dimitra Staikou è un’avvocata, giornalista e scrittrice greca con una vasta esperienza in materia di Asia meridionale, Cina e Medio Oriente. Le sue analisi su geopolitica, commercio internazionale e diritti umani sono state pubblicate su testate di spicco, tra cui Modern Diplomacy, HuffPost Greece, Skai.gr, Eurasia Review e il Daily Express (Regno Unito). Parlando correntemente inglese, greco e spagnolo, Dimitra unisce la sua competenza giuridica al reportage sul campo e alla narrazione creativa, offrendo una prospettiva articolata sugli affari globali. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DALL’INGLESE DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
March 17, 2026
Pressenza
Europa a un bivio decisivo
Oggi l’Europa si trova davanti a una scelta decisiva. Gli Stati Uniti vogliono coinvolgere gli “alleati” nella guerra sciagurata contro l’Iran. Una guerra che molti analisti giudicano insensata: senza obiettivi chiari, senza una strategia e probabilmente già persa in partenza. Un conflitto che, oltre a far scorrere un fiume di sangue in Medio Oriente, colpisce la stessa Europa. Una guerra che distrugge intenzionalmente ogni principio del diritto internazionale, spingendo il mondo verso il caos. L’Europa deve scegliere: appoggiare questa guerra — aprendo la strada a un conflitto mondiale — o prendere una posizione netta contro questo attacco e distanziarsi dagli Stati Uniti e da Israele. I Paesi europei dovrebbero seguire l’esempio del premier spagnolo Pedro Sánchez: uscire dal ruolo di subordinazione politica e scegliere finalmente una politica estera autonoma, orientata al bene delle proprie popolazioni. In questa scelta si gioca non solo il futuro dell’Europa, ma anche quello del pianeta. Nel 2022 molti hanno giustamente criticato l’invasione russa dell’Ucraina. Non hanno però visto un’altra faccia della realtà storica: quella guerra era stata preparata da anni da una crescente tensione geopolitica alimentata soprattutto dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. Ma oggi è impossibile non vedere con chiarezza che ci troviamo di fronte a un attacco guidato solo dalla logica del dominio e della supremazia. Con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa si trovò davanti a una scelta: mediare o sostenere l’escalation. Di fatto scelse la seconda strada. Lo stesso è avvenuto con la tragedia di Gaza, che diversi rapporti delle Nazioni Unite hanno definito un genocidio. Molti governi europei hanno appoggiato, direttamente o indirettamente, l’azione di Israele. È molto difficile che oggi i governi riescano a liberarsi dalla sudditanza verso gli Stati Uniti e dall’influenza enorme dell’industria delle armi. Non solo per mancanza di statura morale e di visione del futuro, ma anche perché i nostri politici sono spesso corrotti o ricattati, subendo pressioni politiche ed economiche enormi. Hanno chiaramente paura e mancano del coraggio per fare le scelte che sanno essere giuste. Per questo la voce della gente, la nostra voce, è decisiva. Non c’è dubbio che, se si tenesse oggi un referendum in Europa, la grande maggioranza delle persone voterebbe per non appoggiare nessuna guerra e per prendere le distanze da una politica internazionale folle e dominata dalla logica della violenza e della brutalità. Nel 2007 noi umanisti avevamo visto chiaramente la situazione in cui il mondo sarebbe arrivato. Nella dichiarazione Europa per la Pace scrivevamo: “L’Europa non deve appoggiare alcuna politica che trascini il pianeta verso la catastrofe: qui è in gioco la vita di milioni di persone, è in gioco il futuro stesso dell’umanità. Le armi nucleari vanno smantellate oggi, prima di usarle; dopo sarebbe troppo tardi. Che i politici siano all’altezza della situazione o si facciano da parte!” Oggi quella scelta torna davanti a noi con tutta la sua urgenza. Una scelta che riguarda tutti noi: sfuggire alla logica della polarizzazione e condannare la violenza e la disumanità da qualsiasi parte provengano. Europa per la Pace   Gerardo Femina
March 17, 2026
Pressenza
IRAN: La crisi verticale degli USA non è solo militare. Si apre una opportunità per i popoli europei
La guerra in Iran la guerra va male per gli Stati Uniti. Siamo ad oltre 2 settimane dall’aggressione non provocata e non giustificata di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Una aggressione avvenuta a tradimento – mentre erano in corso trattative mediate dall’Oman – con immediati atti di terrorismo: dall’assassinio dell’Ayatollah Khamenei a quello di 175 ragazze e ragazzi in una scuola primaria. Una guerra, quella scatenata dalla coalizione Epstein, sanguinosissima: in 15 giorni di aggressione i civili iraniani assassinati sono tra i 2 e i 3000. Una quantità enorme perché ogni vita è un bene unico ed insostituibile ma una quantità enorme anche in termini comparativi: in Ucraina, in 4 anni di guerra abbiamo 15.000 vittime civili, qui 2/3000 in 15 giorni, una enormità. E’ del tutto evidente che le regole di ingaggio che utilizzano l’aviazione israeliana e statunitense sono del tutto al di fuori di qualsiasi rispetto delle regole internazionali e sono in perfetta continuità con quanto è avvenuto a Gaza e con quanto sta avvenendo nel Sud del Libano: una guerra contro la popolazione inerme, fatta per creare terrore e per distruggere la società, una guerra barbara alla massima potenza. In questo contesto, in cui la richiesta del cessate il fuoco e della fine dell’aggressione è l’unica richiesta sensata, cercherò qui di seguito di trarre un primo bilancio su questi 15 giorni di guerra e sui loro effetti. E’ troppo presto per dire chi ha vinto la guerra ma certo è chiaro che gli aggressori, Usa e Israele, non hanno conseguito nessuno dei vari obiettivi strategici che avevano enunciato mentre l’Iran non ha per nulla perso la capacità di reagire all’aggressione, anzi, sul piano militare ha segnato numerosi punti a suo favore. Mentre non abbiamo abbastanza elementi per ragionare su cosa succederà ad Israele e all’Iraq nel prossimo futuro, iniziano ad essere chiari alcuni elementi relativi agli Stati Uniti (in questo video trattati più diffusamente: https://www.youtube.com/live/AGY1nWeQcMk?si=fBk5lU8YOHBr2ouO ). In breve questa guerra ha portato agli USA: – Una fortissima perdita di credibilità. E’ la seconda volta in meno di un anno che gli USA attaccano l’Iran mentre sono in corso trattative tra i due paesi. Che chi si comporta in questo modo – dopo aver fatto esplodere il Nord Stream sotto l’amministrazione Biden – non è più degno della fiducia di alcuno e pare che questo sentimento si stia diffondendo ai 4 angoli della terra. – La perdita della funzione di “protezione” degli alleati. I paesi che dovevano essere protetti dalle basi militari statunitensi e dalle batterie di intercettori a stelle e strisce si sono trovati al contrario a diventare obiettivi militari proprio in quanto ospitanti le basi militari statunitensi. Inoltre, gli intercettori prelevati dall’estremo oriente, finiscono tutti ad Israele e non certo ai paesi arabi del golfo. Quindi gli USA invece che proteggere attirano i guai e con i mezzi a disposizione difendono solo Israele. – La perdita di credibilità sulla forza militare effettiva degli USA. Dopo la vicenda ucraina, in cui la NATO non è riuscita a piegare la Russia, l’avventura iraniana conferma che la forza militare effettiva degli USA non è all’altezza della sua declamazione hollywoodiana. Per una nazione che ha scelto di utilizzare la forza militare convenzionale per riprendere una posizione di potere che l’economia e la finanza non gli garantiscono più, si tratta di un colpo pesantissimo e dai risvolti non solo militari. – La guerra – in iniziata per risolvere i problemi economici rubando il petrolio all’Iran e utilizzandolo come collaterale per sostenere il debito – sta aggravando pesantemente la crisi economica degli USA. Il costo materiale della guerra è molto rilevante e non è compensato dall’aumento degli introiti di cui godono i produttori di petrolio statunitensi come si può evincere dall’analisi dettagliata qui contenuta (https://www.youtube.com/live/EubBprfSMQs?si=Ly3InuTVOTSYSo00 ). – La guerra aggrava la crisi interna agli Stati Uniti: con il 75% della popolazione statunitense contraria alla guerra, l’aumento del costo della vita, la morte di un numero crescente di soldati e l’aggravarsi della crisi non potranno che peggiorare la crisi sociale in USA. Giova sottolineare che in questo caso l’opposizione alla guerra va ben al di là del partito democratico perché coinvolge larghissima parte della base del movimento MAGA, il movimento populista che ha sostenuto a spada tratta Trump in campagna elettorale. – La carenza di intercettori ed in generale di armi sia nella guerra in Iran che – conseguentemente – nella guerra in Ucraina pone in evidenza che la crisi dell’apparato industriale statunitense ha una ricaduta pesantissima anche sulle sue capacità militari. Una superpotenza in grado di fare 3 settimane di guerra ma in crisi se il conflitto si protrae perde chiaramente moltissima della sua deterrenza. Per una nazione che ha fatto della violazione del diritto internazionale, dell’utilizzo della forza e della sopraffazione una propria caratteristica peculiare, significa una falla di dimensioni enormi. Il tentativo di Trump di sopperire con la forza militare alla perdita di potere economico e finanziario esce quindi molto indebolito da questi 15 giorni di guerra e questo ci parla della profondità della crisi statunitense ben al di la dei tratti psicopatici del fascista col ciuffo. Siamo dinnanzi ad una crisi verticale del capitalismo liberista fondato sulla finanza ed in questo quadro le misure poste in essere dagli USA per riconquistare la loro posizione di dominio non funzionano. Di questo parla la vicenda iraniana. La crisi europea Parallelamente la vicenda iraniana ci parla di una crisi europea destinata ad aggravarsi pesantemente: In virtù del blocco dello stretto di Hormutz vi sarà un forte aumento del prezzo del petrolio, del gas naturale, dei concimi azotati di cui il 30% della produzione è oggi bloccata dalla chiusura dello stretto. Gli effetti dell’aggressione all’Iran si sommano per l’Europa al blocco delle importazioni dalla Russia di petrolio, gas e fosfati. Mentre il resto del mondo troverà nelle forniture russe una alternativa alle forniture degli stati del Golfo, l’Unione Europea cumulerà gli effetti di quello che si caratterizza a tutti gli effetti come un doppio blocco delle forniture energetiche e delle materie prime. E’ come se l’Unione Europea si fosse posta da sola sotto sanzioni: prima tagliando i rapporti con la Russia e proseguendo anche adesso che è venuta a mancare la fonte mediorientale. Un disastro di dimensioni enormi. In questo contesto, mentre le classi popolari per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale si rendono conto che gli interessi degli Stati Uniti sono radicalmente diversi da quelli dell’Europa e che gli USA stanno cercando di mantenersi a galla spremendo l’Europa ed usandola come un bancomat per drenare i nostri risparmi, le classi dominanti della UE e dei diversi stati, continuano tranquillamente a fare gli interessi degli USA. Fa impressione che anche quando litigano con gli USA le elites europee si comportano come i principali sostenitori di Trump. Questo lo si vede nel ritardo e nell’indeterminatezza con cui hanno preso le distanze dalla guerra all’Iran, nella scelta di sostenere Israele nel genocidio dei palestinesi a Gaza, nella scelta di finanziare gli usa con l’acquisto di armi e di gas a costo quintuplicato e – last but not least – nella scelta di rompere completamente i rapporti con la Russia e con la Cina. In un mondo economicamente multipolare, la scelta di legarsi mani e piedi agli Stati Uniti – che ci sfruttano per drenare risorse verso di loro devastando il nostro apparato industriale – è semplicemente suicida. Una opportunità per i popoli europei In questo contesto, la crisi palese dell’egemonia e del potere statunitense, apre una finestra di opportunità per i popoli europei. Occorre approfittarne con determinazione nella consapevolezza che se rimaniamo agganciati agli USA verremo vampirizzati “dall’alleato atlantico” e ci toglieremo ogni possibilità di costruire relazioni con gli altri paesi e blocchi di cui è composto il mondo odierno. E’ quindi necessario intrecciare il No alla guerra con il tema della piena indipendenza economica, finanziaria e militare dagli Stati Uniti. Solo con la conquista dell’indipendenza dagli USA, con lo scioglimento o l’uscita dalla NATO è possibile riaprire i rapporti con la Russia, con cui dobbiamo fare rapidamente la pace e con cui dobbiamo ricominciare a commerciare. Parallelamente è necessario saldare il No alla guerra al No all’aumento delle spese militari, perché quelle risorse ci servono per migliorare il welfare e potenziare la ricerca e gli investimenti in tutti i settori innovativi da cui L’Europa è drammaticamente assente. L’Europa non ha materie prima ma ha capacità di trasformare le materie prime in prodotti finiti. Affinché questa capacità venga preservata occorrono materie prime ed energia a basso costo – cioè il rapporto con la Russia e con il Sud del mondo in generale deve essere riaperto – e serve l’incremento della ricerca e delle politiche industriali, non delle spese militari e della speculazione. La lotta contro la guerra e per lo sganciamento dell’Europa dagli USA sono gli elementi necessari per riaprire in Europa la lotta per la difesa delle classi subalterne e per la trasformazione sociale. Una Europa di pace che per essere tale deve percepirsi come un unico territorio, dall’Atlantico agli Urali, superando le forme attuali di una Unione Europea che è diventata la pura proiezione politica delle volontà guerrafondaie e geopolitiche della NATO. La cacciata di queste classi dominanti – che come dimostrano i diversi governi europei uniscono alla destra larghissima parte del cosiddetto centro sinistra – è parte costitutiva di questa prospettiva che sappia indicare per l’Europa un futuro di pace, giustizia e cooperazione. Paolo Ferrero
March 17, 2026
Pressenza
Perché NO
Nei giorni 22 e 23 marzo 2026 saremo chiamati a dire SI o No, ad approvare o respingere una legge costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura. Il quesito è il seguente: “Approvate il testo della legge di revisione degli articoli 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?”. Dirò No per i seguenti motivi. 1. Va bene cambiare la Costituzione, ma senza alterarne la natura liberal-democratica e soprattutto senza alterare l’equilibrio dei poteri. Cambiare in una sola volta 7 articoli mi sembra un po’ pericoloso. 2. La separazione delle carriere garantisce la terzietà del giudice? I giudici sono condizionati dai pubblici ministeri o dal fatto di essere stati pubblici ministeri? Non mi sembra, in genere ai giudici viene rimproverato di prendere decisioni in contrasto con le richieste dei pubblici ministeri. 3. Lo sdoppiamento del CSM e l’introduzione dell’Alta corte disciplinare mi sembra che anziché semplificare l’autogoverno della magistratura (e quindi la sua indipendenza da altri poteri e la sua subordinazione solo alla legge) aumentino la conflittualità e i costi della macchina giudiziaria. 4. L’introduzione del sorteggio al posto dell’elezione mi sembra davvero la morte della democrazia (moderna, non antica). C’è bisogno di scegliere sulla base delle competenze (se fosse possibile, i migliori) non affidarsi al caso! A ciò si aggiunga la disparità della procedura di sorteggio per i membri togati e per i membri laici (elenco sorteggiabili predisposto in base a criteri condivisi dalle forze parlamentari. Vale a dire la maggioranza di governo.  Si potrebbe ridurre forse il peso-influenza delle correnti, ma non si aumenta quello delle forze politiche o della maggioranza di governo? Condivido quanto scrive l’attrice Monica Guerritore: “La Costituzione è un patto fatto di regole, diritti e doveri a tutela di tutti. È la nostra patria interiore, non si tocca se non con lo spirito costruttivo. In quel patto c’è scritta la separazione dei poteri: giudiziario, legislativo ed esecutivo. Ognuno autonomo e indipendente”. La Costituzione è un argine all’arbitrio e ogni regressione sul terreno costituzionale è un indebolimento della democrazia. Per tutte queste ragioni dico: NO. Pietro Polito
March 16, 2026
Pressenza
Un movimento oceanico
Hanno scelto di destabilizzare un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili che minacciano l’intera umanità. Nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entrano brutalmente nelle nostre vite, rendendole più difficili dal punto di vista materiale e limitando qualsiasi forma di dissenso. I rimedi non arriveranno dagli Stati e nemmeno dalle agenzie internazionali. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli… – scrive Marco Revelli. Riportiamo la parte finale della sua riflessione, rimandando al sito Comune-info per la lettura integrale […] Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli. Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto. Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo – perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina – portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze. Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska, l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista. In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato. Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa, il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.   Comune-info
March 15, 2026
Pressenza
Il sorteggio truccato della Riforma Nordio spiegato a chi non vuol capire
La questione del sorteggio è forse uno dei temi più ostici e dibattuti della riforma di modifica costituzionale della magistratura ordinaria su cui saremo chiamati ad esprimerci, come cittadini, il 22 e il 23 marzo 2026. A un passo dal referendum è indispensabile che tutti i cittadini conoscano nei dettagli i contenuti della riforma costituzionale della giustizia, con accento ovviamente sui cambiamenti che apporterebbe in caso di approvazione. È quindi necessario un confronto tra il sistema attuale e quello ipotizzato nella riforma della Giustizia per ogni punto, a partire dal sorteggio dei membri dei CSM, il Consiglio superiore della magistratura. Questo è un punto molto importante della riforma Nordio e allo stesso tempo uno dei più controversi. Attualmente, il Consiglio Superiore della Magistratura è uno solo, competente per tutti i magistrati, sia quelli requirenti (pubblici ministeri) che giudicanti (giudici). Questo organo viene individuato dalla Costituzione, oltre come organo disciplinare, appositamente per preservare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, un proposito che si riflette anche nella sua composizione. Oggi, il CSM conta 33 membri, di cui 3 di diritto: * il Presidente della Repubblica che lo presiede; * il Primo Presidente in carica della Corte di Cassazione; * il Procuratore Generale della Corte di Cassazione. Gli altri 30 membri, invece, vengono eletti. La Costituzione non prevede un numero di membri del CSM, ma individua semplicemente il rapporto tra membri togati e laici: rispettivamente devono essere 2/3 e 1/3 del totale. L’elezione per i 20 membri togati del CSM avviene da tutti e tra tutti i magistrati ordinari; mentre per i 10 membri laici del CSM l’elezione viene scelta dal Parlamento da un elenco comprendente professori universitari di diritto e avvocati con almeno 15 anni di esperienza. Quest’ultima componente serve proprio a garanzia dell’indipendenza dell’organo, tant’è che fra i membri laici viene nominato un vicepresidente. Alessandro Barbero – Benedetta Tobagi – Nicola Gratteri La Riforma Nordio propone innanzitutto di istituire due CSM distinti per pubblici ministeri e giudici, relegando peraltro le funzioni di controllo disciplinare a un’Alta Corte da istituire appositamente. Tralasciando il fatto che l’istituzione di due nuovi organi triplichi i costi per lo Stato (da 50milioni per il CSM a 150 milioni), i fautori del “sì” contano che questo meccanismo possa favorire la funzione di garanzia dei CSM, impedendo la creazione di sistemi e “correnti” (associazioni di magistrati che con il tempo hanno finito per compiere di fatto attività politica nel CSM) al suo interno. Non solo, stando alle parole della Premier Giorgia Meloni: “Si dice che con questa riforma noi vogliamo sottomettere la giustizia alla politica, solo che è falso perchè la riforma fa esattamente il contrario: toglie facoltà al Parlamento e ai partiti di indicare una parte del CSM, cioè dell’organo di autogoverno della magistratura e questo meccanismo viene sostituito con un sorteggio tra chi ha i requisiti per ricoprire quell’incarico”. Come ha fatto notare la Benedetta Tobagi, scrittrice e tra le personalità di spicco della cultura italiana contemporanea, si tratta di dichiarazioni fuorvianti e false. Per istituire entrambi i CSM la riforma vuole utilizzare il metodo del sorteggio, tanto tra i membri togati (da scegliere sempre fra tutti i magistrati) quanto per i membri laici, questi ultimi con elenco formato dal Parlamento, come avviene ora. Stando alla modifica costituzionale del Ministro Nordio, mentre i membri togati del CSM saranno davvero estratti a sorte tra tutti i circa 9.500 giudici e pubblici ministeri italiani, per i membri laici (di nomina politica) non sarà così. Il nuovo articolo 104 (1) della riforma costituzionale Nordio afferma chiaramente che i membri laici saranno “estratti a sorte da un elenco che il Parlamento, in seduta comune, compila mediante elezione entro sei mesi dall’insediamento”. Si tratta di un sorteggio truccato da un elenco predefinito dalla politica. Su questo aspetto c’è un elemento molto delicato da analizzare che rischia di passare inosservato. Le leggi in vigore attualmente prevedono come premesso 20 membri togati e 10 laici, oltre ai 3 componenti di diritto, ma non è noto quanti sarebbero con l’approvazione della riforma, poiché il referendum rimanda le questioni specifiche a una legge ordinaria successiva. Quel che è peggio è che noi non abbiamo certezze granitiche su come avverrà questa legge ordinaria. Oggettivamente i cittadini votanti non posso essere a conoscenza di una serie di questioni che saranno definite con una legge ordinaria in caso di vittoria del Sì. Per esempio non sappiamo quanto sarà lungo o corto questo eventuale elenco e non sappiamo con che tipo di maggioranza sarà votato: se oggi per nominare i membri laici del CSM serve una maggioranza di 3/5 in Parlamento (con conseguente elezione di rappresentanti delle forze politiche di maggioranza e di opposizione), con la Riforma Nordio potrebbe non essere così. Il rischio è che il famoso elenco possa essere votato a maggioranza semplice, la quale consentirebbe alla maggioranza di governo (qualsiasi) di scegliere la lista per il sorteggio (di cui non si sa ancora la quantità di nomi). Pericoli che nessuno può escludere, ma di cui si potrebbe sempre verificare l’incostituzionalità. Quindi non soltanto la politica – a differenza di quello sostenuto da Meloni – potrà continuare a scegliere i membri politici del CSM (quindi influenzarlo), ma questa compagine potrebbe essere composta di soli membri sostengono le forze di governo. Questo sorteggio truccato rappresenterebbe un pericolo sia per l’indipendenza della magistratura, attuando una scomposizione che renda gli organi più fragili ed esposti alle pressioni esterne; sia per i cittadini. Per quanto sia vero che in qualsiasi ipotesi i membri laici continueranno ad essere una minoranza, non è altrettanto vero che non avrebbero la possibilità di condizionare e orientare l’intero organo. Anche se i membri laici continueranno ad essere una minoranza (1/3 dei laici contro i 2/3 dei togati), sarà una “minoranza organizzata” legata alle forze politiche che l’hanno nominata. Come afferma Tobagi: “La storia e la sociologi ci insegnano che le minoranze organizzate prevalgono sempre sulla maggioranze disorganizzate, in questo caso la componente togata estratta a sorte”. Quindi dire che i membri laici saranno sorteggiati sia nel caso della vittoria del Sì sia nel caso della vittoria del No significa essere in malafede, come ha giustamente spiegato lo storico Alessandro Barbero. La malafede sta proprio nel fatto che mentre i membri togati del CSM verranno scelti tra una lista di 9.500 magistrati, i membri laici saranno estratti da una lista scritta dal Parlamento. Una lista di cui non si specifica nemmeno la quantità di nomi che deve contenere. Stando alla Riforma Nordio, la lista potrebbe contenere anche 11 nomi – come ha sottolineato Barbero – e ciò renderebbe molto più facile l’estrazione palese. Mettendo anche il caso che la lista sia di 20 o di 30 nomi, in qualunque caso la lista dei togati sarà correttamente sorteggiata, mentre quella dei laici potrà essere potenzialmente truccata. Inoltre, come ha sostenuto il pubblico ministero anti-mafia Nicola Gratteri – da sempre favorevole al sorteggio, ma non al sorteggio truccato della Riforma Nordio, un vero sorteggio dei membri laici non dovrebbe essere una lista scelta a tavolino di giuristi e avvocati cassazionisti che rispondo all’ideologia di chi li nomina, ma dovrebbe essere un sorteggio svolto estraendo da una lista completa di tutti i professori ordinari di diritto o avvocati cassazionisti presenti in Italia. Questo sarebbe l’unico metodo che potrebbe garantire totalmente l’indipendenza della magistratura e l’indipendenza del CSM. Votare No alla Riforma costituzionale della giustizia del Ministro Nordio e del governo Meloni significa non accettare la possibilità di inciuci partitici nella magistratura.   (1) L’articolo 104 istituirebbe due distinti Consigli Superiori, ovvero il Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e il Consiglio Superiore della Magistratura requirente. Lorenzo Poli
March 15, 2026
Pressenza
Le parole e le bombe
Mi pare che non si stia adeguatamente riflettendo su un “dettaglio” di questa guerra iniziata con l’aggressione USA all’Iran. Il fatto che questa sia iniziata mentre le due delegazioni diplomatiche, iraniana e statunitense, stavano dialogando a Ginevra. Giovedì 26 si sono incontrate, le delegazioni si sono mostrate soddisfatte dei colloqui, hanno fissato un nuovo colloquio per lunedì ma questo non è mai avvenuto perché gli USA sabato 28 hanno iniziato a bombardare (insieme allo stato alla sbarra per genocidio che già aveva illegalmente bombardato mesi prima, e questo è un altro “dettaglio” che meriterebbe molte più riflessioni) Noi non ci rendiamo conto della totale perdita di credibilità che tutto questo comporta sugli USA, e su di noi che siamo ormai una loro propaggine (lo siamo diventati per scelta strategica, non perché tre generazioni fa i nostri nonni e bisnonni siano stati liberati grazie al supporto USA: i politici del dopoguerra erano molto più liberi di quelli attuali da tale egemonia). Chi può fidarsi di noi? Che un giorno diciamo “ci rivediamo lunedì a Ginevra” e sabato bombardiamo a tradimento? La nostra parola, anche quella scritta, non vale più nulla. Siamo abituati a vedere questa perdita di credibilità nella politica interna. Promesse elettorali tradite, gli “stai sereno” a cui due settimane dopo segue un’operazione di palazzo, i vari “se perdo mi ritiro dalla politica” detti a reti unificate su cui nessuno ha mai chiesto conto. Politici che cambiano casacca e posizione in modo spudorato. Ma si tratta ancora di cose di poco conto rispetto a quanto avvenuto con le bombe sul tavolo di negoziazione. Ricordiamo: nel 2015 Obama fa un patto con l’Iran sul nucleare, loro lo rispettano, gli USA escono nel 2018 unilateralmente con Trump, Israele bombarda nel 2025 ammazzando scienziati e alti funzionari nonostante l’AIEA non veda rischi (come vent’anni fa con l’Iraq gli ispettori ONU non vedevano armi di distruzione di massa). Le bombe arrivano avendo come movente la cosa, magari l’unica, su cui gli iraniani sono irreprensibili: il loro programma nucleare civile. Loro hanno rispettato la parola, la nostra parte di mondo no. Non è del tutto irrilevante che una “fatwa” di qualche decennio fa, ribadita in più occasioni, possa aver contribuito a tenere l’atomica lontana da quel paese. Si dirà che le cause sono anche altre, tecnologiche, può darsi, fatto sta che mentre la Corea del Nord nel 2003 usciva dal TNP, l’Iran ribadiva la parola della fatwa. Nel 2006 la Corea del Nord diventava potenza nucleare e faceva i primi test, 20 anni dopo invece l’Iran, stando a quanto dice l’AIEA, non aveva niente che facesse pensare allo sviluppo dell’atomica. Un cinico potrebbe dire che ha fatto bene la Corea del Nord, che ha ottenuto la deterrenza, che se gli iraniani invece di legarsi a quella parola detta decenni addietro avessero fatto lo stesso, non sarebbero stati bombardati nel 2025 e nel 2026. Sarò ingenuo, non adeguatamente informato, ma ho l’impressione che delle culture che noi guardiamo con paternalismo e superficialità, diano molta più importanza alla parola rispetto a quanto ne diamo noi. Per uno sciita magari una fatwa della seconda autorità religiosa esistente, ha un peso molto alto. La parola, per un credente è qualcosa di talmente importante che per i cristiani è Dio stesso. “Il Verbo era Dio…”dice il prologo del Vangelo di Giovanni. La Parola può creare, trasformare, rinnovare. Ma se smette di essere qualcosa di credibile, se si smentisce in continuazione, quella parola non ha niente a che fare col trascendente, quella parola non è Parola, è menzogna. Lo stesso personaggio che ci ha detto sei mesi fa che le capacità nucleari iraniane erano distrutte per sempre grazie al bombardamento di un B52, ci dice un mese fa che senza ulteriori bombardamenti l’Iran avrà l’atomica in una settimana. Chi può credere alle sue parole? Gli stessi che lunedì ci dicono “la guerra è finita abbiamo già vinto” (e riescono a farlo credere per un giorno ai mercati, che in uno schioccar di dita vedono il Brent scendere da 119 a 80 dollari) dicono ai loro militari di prepararsi a star via di casa fino a settembre, mandano una terza portaerei in zona, dicono ai loro diplomatici di andare via da ulteriori sedi. Chi, tra gli avversari, può credere a una loro parola? A una nostra parola, perché noi siamo purtroppo parte dello stesso mondo. La diplomazia occidentale è stata fatta a pezzi contemporaneamente ai corpi delle bambine della scuola di Minab. Già non era granché in salute da diverso tempo. Ma adesso se ci mettiamo anche solo per un istante nei panni di un avversario degli USA (ovvero di un nostro avversario) non si può che condividere la loro sfiducia in una proposta di percorso diplomatico che veda noi come attori. Come se ne esce? Probabilmente non è ormai possibile spegnere l’incendio, ma se c’è ancora uno spiraglio, solo chi è meno compromesso, chi ha ancora una parola credibile, può cercare di ricreare un percorso diplomatico. Un’azione congiunta di paesi che hanno ancora credibilità da spendere. Il Brasile di Lula, che da tempo sta portando in sede ONU un progetto di riforma del consiglio di sicurezza. Il Sudafrica, capace di portare davanti alla ICJ i campioni mondiali di impunità, con l’accusa di genocidio. Forse la Spagna di Sanchez. Gente che è disposta a pagare un prezzo per ci che dice e per le posizioni che prende. Se vogliamo recuperare la diplomazia, dobbiamo recuperare la parola. Andrés Lasso
March 14, 2026
Pressenza