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Una città diversa
C’è lo sgombero avvenuto in una situazione tutt’altro che limpida. C’è poi la manifestazione di sabato, con i lacrimogeni delle forze dell’ordine sparati ad altezza uomo. Ma prima di tutto quanto accade a Torino è un attacco alla possibilità di immaginare una città diversa: perché si può essere d’accordo o meno con alcune scelte e pratiche politiche, ma Askatasuna, come molti altri spazi di tante città, resta uno dei pochi luoghi di Torino capaci di costruire relazioni sociali, tra doposcuola, iniziative culturali, sport popolare, mutualismo. Il cuore della questione è chiaro: a quelli che sono in alto non piace chi mette in discussione l’idea di città come spazio regolato dal mercato (grazie al quale, ad esempio, Torino ha oltre 6.000 sfratti in corso e 75mila abitazioni inutilizzate), e dall’amministrazione. Giovedì mattina a Torino è stato sgomberato Askatasuna, uno dei più noti centri sociali in Italia. Il nome, in basco, significa “libertà” e non è una scelta casuale. Lo sgombero, come ormai noto, è avvenuto in una situazione tutt’altro che limpida, al termine di perquisizioni disposte nell’ambito di indagini su disordini e atti vandalici che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati di diverse persone legate ai centri sociali torinesi. Askatasuna, però, non è solo un luogo politico: è stato per anni uno spazio vivo, attraversato da attività sociali, culturali e solidali, un punto di riferimento per il quartiere e per molte persone che lì hanno trovato supporto, relazioni, iniziative aperte alla città. Ridurre tutto a una questione di ordine pubblico significa cancellare questa storia e non interrogarsi sul vuoto che uno sgombero così produce. Ma uno sgombero non è mai un atto neutro. È un gesto politico, anche quando viene presentato come semplice applicazione della legge o ripristino dell’ordine. Chiudere uno spazio come Askatasuna significa affermare una certa idea di città: una città in cui il conflitto viene espulso invece che attraversato, in cui le forme di aggregazione non istituzionali sono tollerate solo finché restano invisibili, innocue, silenziose. Nel quartiere, Askatasuna non era percepito solo come un “centro sociale”, etichetta spesso usata per semplificare e delegittimare. Era uno spazio attraversato da studenti, famiglie, migranti, associazioni informali. Un luogo dove si facevano doposcuola, iniziative culturali, sport popolare, mutualismo. Dove si costruivano legami. Lo sgombero non cancella solo dei muri occupati: cancella relazioni, interrompe pratiche, lascia un vuoto che difficilmente verrà colmato da politiche pubbliche. Centri come Askatasuna hanno svolto una funzione che le istituzioni faticano a riconoscere: hanno trasformato spazi inutilizzati in luoghi di relazione, offrendo attività culturali accessibili, supporto informale, pratiche di mutualismo, sport popolare, momenti di confronto politico. Non sostituiscono i servizi pubblici, ma ne mostrano le mancanze. E lo fanno dal basso, senza finanziamenti strutturali, basandosi sul lavoro volontario e su una partecipazione che non è consumo, ma presenza. Per questo risultano spesso scomodi. Perché non chiedono solo di essere “tollerati”, ma mettono in discussione l’idea stessa di città come spazio regolato esclusivamente dal mercato e dall’amministrazione. Nei centri sociali la cittadinanza non è un titolo astratto, ma una pratica quotidiana: si costruisce nel fare insieme, nel prendersi cura, nel conflitto aperto quando necessario. Certo, non sono luoghi innocui o pacificati. La conflittualità fa parte della loro natura, così come l’opposizione a un ordine sociale che produce esclusione. Ma ridurli a problemi di ordine pubblico significa non voler vedere ciò che rappresentano: una forma di partecipazione politica e sociale che non passa dai canali tradizionali, e che proprio per questo viene spesso delegittimata o repressa. Lo sgombero rappresenta una guerra silenziosa contro forme di vita che non rientrano nei modelli dominanti. Non fa rumore, non occupa le prime pagine a lungo, ma erode pezzo dopo pezzo il tessuto democratico delle città. Qualcosa viene tolto a tutti: la possibilità di immaginare una città diversa, più porosa, più giusta, più viva. Emilia De Rienzo, insegnante e formatrice, vive a Torino   Comune-info
Askatasuna bene comune
Quando si parla di centri sociali, mi tornano sempre in mente, le parole che molti anni fa, nel periodo d’oro del movimento ambientalista, mi disse un funzionario della Digos di Ancona che conoscevo da molti anni. “Sono un presidio di democrazia”. Un’affermazione che ritengo essere una perfetta sintesi degli spazi autogestiti. Anche Askatasuna – sgomberato con un’operazione alla cilena, o se preferite all’italiana – è sinonimo di democrazia, punto di riferimento imprescindibile per chi, in passato come oggi, non si arrende alla cappa oppressiva che sempre più grava sulle nostre vite. A un contesto in cui quotidianamente la violenza del potere si esercita in mille modi, nei posti di lavoro dove si muore ogni giorno, in cui si galleggia nella precarietà e nello sfruttamento, nei quartieri militarizzati dove il diritto alla casa è strutturalmente negato, nei centri per migranti, nelle scuole e nelle università che si vorrebbero piegare completamene a una didattica di regime degna di tempi che si pensava lontani. E nelle pieghe di un vissuto quotidiano con i giovani, ormai minoranza, i quali sfogano contro i coetanei frustrazione, rabbia, isolamento, dando vita ad una specie di strisciante “guerra civile” tra adolescenti. Per non parlare di un’altra guerra, quella di genere, come attestano drammaticamente le cronache. In questo scenario sicuramente lugubre, i centri sociali cercano con enormi difficoltà, facendo i conti con mille nemici, di continuare ad essere appunto “presidi di democrazia”… una democrazia sociale, praticata fuori dalle istituzioni, dai presunti partiti, se così si possono chiamare le consorterie protagoniste della politica ufficiale. Una democrazia che fa da argine alla deriva del mondo che ci circonda. Si plaude allo sgombero a Torino di Askatasuna, dalle file fasciste dell’attuale governo sino agli indegni esponenti del “centrosinistra”, i quali vigliaccamente si guardano bene dal condannare esplicitamente la chiusura del centro sociale (anzi c’è chi lo approva) e al massimo balbettano “anche Casa Pound”, riesumando la sempre verde teoria degli “opposti estremismi”. Chi plaude vada a parlare con la gente del quartiere torinese dove da anni Askatasuna attua pratiche di welfare dal basso; vada a parlare con la moltitudine che dall’inizio degli anni Novanta si oppone in Val di Susa d un’opera inutile e disastrosa per il territorio; vada a parlare con le migliaia di persone che in trent’anni si sono formate in uno spazio che è stato scuola, luogo di formazione politica e culturale per generazioni di giovani. Alla ricorrente ipocrita litania sulla “violenza”, va rivendicato il diritto al conflitto linfa vitale di una vera democrazia. E pensassero alla loro di violenza, quella vera, a partire dalla criminale corsa al riarmo che sta caratterizzando le politiche della maggior parte dei governi dell’Unione Europea, dal criminale sostegno al genocidio palestinese, dalla strage perpetrata in mare nei confronti dei migranti. L’Askatasuna è un bene comune, come tutti i centri sociali, gli spazi autogestiti, i movimenti che lottano contro questo sistema. A loro va il nostro appoggio incondizionato. La Bottega del Barbieri
Sgombero del CSA Askatassuna di Torino: flusso informativo e commenti
Ore 7:30 Ingente dispiegamento di polizia, camionette e idranti fuori dall’Askatasuna, sono bloccate anche le vie circostanti. É in corso la perquisizione del centro sociale e delle case di alcuni compagni e compagne per un’operazione legata a diverse iniziative di mobilitazione degli ultimi mesi. Data la presenza significativa é ancora da accertare l’entità effettiva dell’operazione e non si esclude un possibile sgombero. Seguiranno aggiornamenti. Ore 10:32 !! !! È IN ATTO LO SGOMBERO DELL’ASKA !! !! hanno chiuso l’acqua e stanno murando all’interno. Ore 10:49 18 dicembre – Askatasuna, Grimaldi (AVS): Operazione spettacolare e cinismo contro la città, laboratorio repressione in atto. “È inaccettabile che un intero quartiere sia svegliato all’alba da un’operazione di polizia giudiziaria che costringe 500 famiglie di bambini, che sarebbero dovuti andare a scuola, e restare fuori. Inaccettabile che una primaria e una scuola dell’infanzia vengano chiuse all’improvviso, a pochi giorni dalle feste natalizie. Un’operazione di spettacolarizzazione della forza che nessuna istituzione dovrebbe avallare. Il laboratorio repressione del Governo è in atto e mostra un volto dello Stato che fa male a tutti. Processi e indagini dovrebbero seguire il loro corso e accertare responsabilità individuali, i sigilli al centro sociale invece sarebbero solo un fallimento della politica e un atto cinico contro la città di Torino. Ma solidarietà, cultura e dissenso non si sgomberano con la forza” – lo ha dichiarato in aula il Vicecapogruppo di AVS alla Camera, Marco Grimaldi. Ore 11:40 Ferrero (PRC): lo sgombero del centro sociale di Askatasuna – fatto in sintonia tra il sindaco Lorusso e il governo Meloni – è demente e trasforma volutamente un fatto politico in un problema di ordine pubblico. Oggi manifestazione di solidarietà. Paolo Ferrero, segretario provinciale di Rifondazione Comunista di Torino ha dichiarato: “La scelta di sgomberare il centro sociale Askatasuna a Torino – fatta in sintonia tra il sindaco Lorusso e il governo Meloni – è demente. Askatasuna non solo è uno spazio politico ma è uno spazio sociale e culturale, punto di aggregazione di generazioni di giovani torinesi che hanno espresso il loro dissenso rispetto alle politiche dominanti. Una delle cose più intelligenti che aveva fatto il sindaco Lorusso – anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta – era stata di costruire un percorso di dialogo tra il Comune e Askatasuna, come deve fare ogni amministrazione che sia impegnata a rafforzare il tessuto sociale e la vivibilità – per tutti – della città. Con la scelta di rompere la collaborazione con Askatasuna il sindaco ha al contrario aperto la strada allo sgombero ed a trasformare la dialettica politica in un problema di ordine pubblico. Che la destra fascistoide che governa l’Italia sia interessata a trasformare in un problema di ordine pubblico il complesso dei problemi politici e sociali è noto e viene sbandierato ogni giorno anche con il continuo attacco portato ai sindacati che fanno il lro mestiere. Che il PD decida di muoversi sulla stessa linea è solo la conferma di un degrado politico e culturale di quel partito e del centro sinistra, del tutto incapace di avere una autonomia reale dalle destre e dai poteri forti. Rifondazione Comunista parteciperà stasera alla Manifestazione di solidarietà con il centro sociale di Askatasuna che si terrà in corso Regina alle 18 e chiede al sindaco e al governo di tornare sui propri passi fermando questo assurdo sgombero”. Redazione Torino
Askatasuna: associazione a resistere
La minaccia di sgombero è un tratto identitario di ogni centro sociale, e mi viene di pensarlo leggendo un pezzo su Askatasuna che ricorda sommariamente le tappe della sua storia, risalente ancora prima della sua nascita ufficiale. Alla fine degli anni Ottanta, con la fine del terrorismo e del movimento operaio, si diffonde il fenomeno delle case occupate da anarchici e punk. Nasce pure un piccolo nucleo legato all’autonomia operaia, ispirato soprattutto al Leoncavallo di Milano. Nel 1989, quando il centro meneghino viene sgomberato e riappaiono le molotov, a Torino si decide di «invadere» una scuola vicino al centro, dove oggi sorge Askatasuna. Dopo lunghe trattative con il Comune, l’edificio comunale è liberato in cambio di uno spazio ai Murazzi, dove nascerà il Csa. Anche questo elemento, la trattativa col nemico per negoziare spazi e differire lo scontro, è un tratto immancabile, ma a differenza del primo non è armonizzabile con la proiezione immaginaria di un centro irriducibile di antagonismo radicale al sistema. È questa mediazione affidata alla militanza di subcomandanti, senza nome per il pubblico, che ha permesso al centro sociale sul Po di sopravvivere ed essere riconosciuto, anche sul piano giudiziario ottenendo il riconoscimento di centro culturale e l’assoluzione per presunti reati e organizzazione terrorista. In effetti sul palco di Askatasuna si animò un movimento musicale simbolo della Torino di fine secolo, capace di scalare poi le classifiche con i Subsonica, ma anche fondamentali relazioni internazionali. In quegli anni: “Suonano gruppi baschi, rafforzando la fascinazione verso la lotta popolare di «Euskadi Ta Askatasuna» e le battaglie dell’Eta. Così forte che il nome Askatasuna, che in basco significa «libertà», è scelto nel 1996, quando da un corteo studentesco autorganizzato un gruppo di ragazzi rioccupa l’ex asilo comunale.” È considerato questo l’inizio della storia, il suo atto di nascita ufficiale.  Ma una storia la si vede dalla serie di biforcazioni che prende il percorso dei sopravvissuti, e questa è a cavallo di due secoli. Per vederne il tracciato dobbiamo trovare dei guadi e superare la scena di quella onda lunga delle pratiche e organizzazioni della sinistra extraparlamentare degli anni ‘70. Per arrivare alle nuove generazioni che vedemmo sfilare nei cortei no global di quegli anni che si definirono come una stagione, matura e forse già chiusa con il G8 di Genova. È dopo di quello che vale quanto estrapolo da un articolo di giornale: “Le «tute bianche» del Leoncavallo o del Pedro di Padova scelgono la disobbedienza, mentre quelli dell’Askatasuna coltivano il mito della lotta anche nel nuovo secolo. Se altri spazi occupati a Torino, come il «disobbediente» Gabrio, lanciano i vermi per fermare la presentazione di un libro sulla Repubblica di Salò, quelli dell’«Aska» sfilano nei cortei e si scontrano con la polizia. Nel 1999, durante il primo maggio, criticando la sinistra che non si oppone ai bombardamenti su Belgrado, provano a prendere la testa della Festa dei lavoratori. La risposta delle forze dell’ordine è durissima ed è raccontata in un documentario, Rosso Askatasuna, con i militanti sul tetto per impedire lo sgombero. Da allora sempre in prima linea nelle manifestazioni antifasciste, nei picchetti contro gli sfratti e soprattutto in Val di Susa, nella lotta No Tav che fonde l’ambientalismo dell’antinucleare e il mito della resistenza popolare.” Ed eccola una parola chiave: resistenza. Una parola che sposta il discorso su un versante che è sempre presente in ogni movimento di emancipazione soggettiva. La resistenza ha a che fare col corpo, lo costruisce come una sostanza che permane nel tempo. Senza scomodare il trascendentale kantiano nella rivisitazione di Heidegger, è questa cosa che prende forma e media la sensibilità e l’intelletto. In fisica è questo che definisce la resistenza come la capacità di sostenere uno sforzo prolungato nel tempo contrastando il decadimento. O, se ci spostassimo in un campo psicanalitico, la detumescenza di ogni protesi fallica. Ma la resistenza del corpo a cui mi riferisco è in questo verso un nodo tra la parola e l’immaginario. È l’immaginario una resistenza al corpo fatto a pezzi, una sponda che permette alla frammentazione reale una ricomposizione soggettiva, una integrazione speculare. Nello specchio concavo con cui Lacan lo spiega, il vaso è vuoto e i fiori sono fuori, ma nell’immagine “io” li vede, si vede guardarli, come se fossero un corpo glorioso. Ecco, quello sono io, quelli siamo noi. Credo di avere in passato contribuito a portare qualche fiorellino da posizionare in quelle forme vuote, sebbene abbia spesso declinato gli inviti a celebrare memorie e vittorie (sono ironico) dei movimenti antagonisti. Mi viene un ricordo di quando Piero Bernocchi, in un social forum a Firenze nel 2003, mi disse scherzando che lo avevano invitato a Salonicco, potrei sbagliarmi ma il senso è quello, per raccontare ai greci che si stavano organizzando nei comitati di base come si doveva fare. Ebbene, perché ridere? Perché noi avevamo poco più di 10.000 iscritti e loro dieci, o venti e forse trenta tanto! Ma all’immaginario poco importa, perché quello che conta è una prospettiva che centri il vaso vuoto riempiendolo. Oggi come ieri. Sì, perché tutti abbiamo bisogno di uno specchio per essere qualcuno. Talvolta siamo sì quello, ma non solo… e varia il peso che diamo al “moi” che si specchia rispetto al “je” che tiene il discorso. Se devo gonfiare il petto ed esibire il piumaggio, nel mondo animale di cui siamo una parte, è perché sto rinviando lo scontro o addirittura per sostituirlo con altro. Come se ad certo punto dicessi: ma dai è solo un gioco! Oppure: cosa sei disposto a darmi in cambio di una deposizione delle armi? O ancora: guarda che sei come me, non mi vedi? Ma il gioco delle soluzioni discorsive, sebbene limitato dalle traduzioni linguistiche, è illimitato. Come negli interrogatori che alternano poliziotto buono a poliziotto cattivo. A meno di non averne più di parole. Strambata. I miei fratelli pelosi a quattro zampe prima alzano il pelo e si mettono in attenzione, poi ringhiano e contraggono i muscoli, infine, se l’altro non lascia scelta, il morso. Il boxer raramente, almeno per la mia esperienza, scarica il morso sull’avversario. Umano troppo umano, preferisce la sequenza ludica alla lotta per la vita o la morte. Se la inaugura, però, non lo fermi. È la sua tempra, la sua resistenza. Su Infoaut Giorgio Rossetto, uno dei leader storici, oggi ci spiega: «L’Intifada palestinese è lo scontro di massa tra giovani ed esercito. Dopo anni di pacifismo e non violenza, ha contribuito a costruire l’immaginario di uno scontro reale, ampio, radicale e capace di creare consenso». Il commento prosegue: “Una lotta che si fa anche nei tribunali, tra condanne e assoluzioni. Come nel marzo 2025, quando il giudice respinge la tesi che Askatasuna sia un’organizzazione criminale strutturata. La sentenza è accolta tra grida e applausi e una rivendicazione: «Siamo un’associazione. Ma a resistere».” Michele Ambrogio