Le vite che la guerra attraversa – Viola Ardone racconta Tanta ancora vita
Un’intervista alla scrittrice Viola Ardone sul romanzo Tanta ancora vita, tra
guerra in Ucraina, infanzia, migrazione e memoria.
Le guerre attraversano oggi molte parti del mondo. Si sovrappongono nelle
cronache quotidiane, scorrono nelle immagini dei notiziari, rischiano perfino di
diventare un rumore di fondo a cui, poco alla volta, ci si abitua. Eppure dietro
i numeri che scorrono nelle statistiche ci sono vite interrotte, famiglie
divise, infanzie costrette a cambiare direzione troppo presto.
Il rischio di assuefarsi è ogni giorno più alto. Per questo il dovere della
memoria non dovrebbe mai essere accantonato. A volte, quando le immagini dei
telegiornali scorrono davanti ai nostri occhi rese familiari dalla ripetizione
quotidiana, anche la scelta di una lettura può fare la differenza e assumere un
ruolo decisivo nella memoria.
La guerra in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa,
continua a produrre distruzione, sfollamenti e vite sospese.
Sono molti i libri che negli ultimi anni hanno affrontato questi temi. Oggi
abbiamo incontrato il libro della scrittrice e amica Viola Ardone, Tanta ancora
vita, che riporta l’attenzione su una guerra che continua a devastare vite e
territori ma che, a tratti, sembra scivolare ai margini dell’attenzione
pubblica.
Il protagonista è Kostya, un bambino ucraino di dieci anni che lascia il suo
paese appena invaso per raggiungere la nonna Irina, che lavora a Napoli come
domestica. Nello zaino porta poche cose: vestiti di ricambio, la foto di una
madre mai conosciuta e un indirizzo scritto su un foglio. Suo padre lo
accompagna all’inizio di questo viaggio e lo affida alla strada mentre la guerra
entra nella vita del paese. Non sappiamo con certezza quale sarà il suo destino.
Nel romanzo si parla della possibilità che sia partito per il fronte, ma la sua
sorte resta incerta, sospesa come accade a tante vite nelle guerre
contemporanee.
Il viaggio di Kostya è lungo e difficile. Attraversa frontiere, incontra
soldati, sconosciuti che a volte lo ostacolano e altre volte lo aiutano, finché
riesce ad arrivare a Napoli. Una mattina Vita, la donna per cui lavora la nonna,
apre la porta di casa e lo trova addormentato sullo zerbino.
Anche Vita è una figura segnata dalla perdita. Quattro anni prima ha perso suo
figlio in un incidente e da allora vive una vita sospesa. Le sue giornate
scorrono tra silenzi, ricordi e una depressione che nel romanzo assume persino
un nome proprio: Orietta. Non è solo una malattia, ma quasi una presenza con cui
la protagonista ha imparato a convivere, qualcosa che entra nelle pieghe della
sua vita e che a volte prende spazio nei pensieri e nei gesti quotidiani.
Accanto a lei vive e lavora Irina, la nonna di Kostya. È una donna ucraina
emigrata da anni in Italia, una domestica che nel romanzo assume una profondità
sorprendente. Porta dentro di sé la storia di tante donne dell’Est Europa che
hanno lasciato la propria terra per sostenere le famiglie rimaste a casa. È una
donna colta, legge Dante e parla italiano con una lingua quasi letteraria, ma
sceglie di non sciogliere completamente la distanza linguistica con il paese in
cui vive, come se quella distanza fosse anche un modo per custodire la propria
identità.
Anche Irina è attraversata dalla perdita. A un certo punto della storia decide
di tornare in Ucraina per cercare il figlio, dato per disperso nella guerra. È
una scelta che riporta improvvisamente il conflitto dentro la vita di tutti i
personaggi e che mette in movimento anche Vita, spingendola a uscire dalla sua
immobilità.
Viola Ardone sceglie però una strada diversa: non racconta la guerra solo
attraverso i fatti. Fa camminare il suo libro in avanti attraverso i sentimenti.
La storia procede quasi a colpi di emozioni, di fragilità condivise, di momenti
intimi che rivelano poco alla volta la vita dei personaggi.
Attraverso il viaggio di Kostya il lettore incontra la guerra dal punto di vista
di chi la subisce. Il bambino la racconta con una lingua piena di ironia e
invenzioni, ma anche con una lucidità sorprendente. A un certo punto dice una
frase che colpisce per la sua semplicità: la guerra non dovrebbe uscire mai dai
videogiochi. Accanto alla guerra, il libro racconta anche altri temi
profondamente contemporanei: la solitudine, la depressione, la migrazione,
l’incontro tra vite ferite che può aprire una possibilità di trasformazione. La
relazione tra Vita e Kostya non cancella il dolore, ma riapre uno spazio
inatteso. In un passaggio del romanzo è la protagonista stessa a riconoscere che
avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni.
C’è anche un altro aspetto che rende questo romanzo particolarmente
significativo. In un tempo in cui l’attenzione del mondo sembra spostarsi
rapidamente da un conflitto all’altro, la guerra in Ucraina rischia a volte di
scivolare ai margini dell’attenzione pubblica pur continuando a produrre
distruzione e sofferenza. Raccontarla attraverso una storia significa anche
restituirle memoria, riportarla dentro il discorso umano e non solo geopolitico.
Ho chiesto a Viola Ardone di condividere alcune riflessioni su questo libro e
sui temi che lo attraversano.
1) Raccontare una guerra ancora in corso non è una scelta scontata e forse
nemmeno commerciale. C’è voluto coraggio per scrivere questo libro?
Raccontare una guerra mentre la guerra sta ancora accadendo significa scrivere
in un terreno instabile, dove le parole arrivano sempre un attimo dopo i fatti e
spesso sembrano insufficienti. Non so se serva coraggio; forse serve piuttosto
una certa ostinazione a non voltarsi dall’altra parte. La letteratura non ha il
compito di aspettare che la storia diventi polvere da archivio: può provare a
stare nel presente, anche quando il presente è doloroso e contraddittorio.
Non mi interessava fare un libro “sulla guerra”, ma un libro sulle vite che la
guerra attraversa. E quelle vite non smettono di esistere solo perché il
conflitto è ancora in corso.
2) Nel romanzo la guerra non è raccontata dal fronte ma attraverso la vita delle
persone. Perché hai scelto questa prospettiva così quotidiana e intima?
Le guerre ci arrivano quasi sempre attraverso le immagini del fronte: carri
armati, macerie, mappe, confini. Ma la guerra vera – quella che cambia le
persone – accade spesso lontano dalle linee di combattimento. Accade nelle
cucine, nei corridoi delle case, nelle telefonate interrotte, nei silenzi.
Ho scelto una prospettiva quotidiana perché è lì che la guerra mostra il suo
effetto più radicale: non solo distrugge città, ma incrina la trama invisibile
delle relazioni, della fiducia, della memoria. Raccontare quella dimensione
intima mi sembrava un modo per restituire alla guerra il suo volto più umano e,
proprio per questo, più inquietante.
3) Il romanzo nasce dall’incontro tra tre solitudini: Vita, Kostya e Irina. Alla
fine di questo percorso narrativo hai trovato le risposte che immaginavi quando
hai iniziato a scriverlo?
Vita, Kostya e Irina sono tre solitudini che si sfiorano in un momento in cui
ciascuno di loro è in qualche modo sospeso: tra passato e futuro, tra perdita e
possibilità.
Scrivendo ho capito che le risposte, se arrivano, non sono mai definitive.
Piuttosto accade qualcosa di diverso: i personaggi imparano a stare dentro le
proprie domande senza esserne schiacciati. E forse è questo il vero movimento
del romanzo: non la soluzione dei problemi, ma la possibilità di condividere il
peso delle proprie fragilità.
4) Il personaggio di Irina restituisce identità e profondità a una figura spesso
invisibile: quella delle donne straniere che lavorano nelle nostre case. Nelle
tue intenzioni c’era anche il desiderio di restituire umanità e complessità a
queste vite troppo spesso ridotte al solo ruolo che ricoprono?
Le donne che lavorano nelle nostre case – badanti, colf, assistenti familiari –
sono presenze fondamentali e allo stesso tempo quasi invisibili. Abitano
l’intimità delle famiglie, ma raramente entrano nella narrazione pubblica con
una loro complessità.
Irina nasce proprio da questa contraddizione: è una donna che attraversa la vita
degli altri mentre la sua storia rimane spesso in ombra. Restituirle una voce
significava ricordare che ogni persona porta con sé un passato, una lingua, una
nostalgia, un progetto. Nessuno è mai soltanto il ruolo che svolge.
5) A un certo punto Vita riconosce che avere una speranza è un regalo che non si
faceva da anni. Quanto era importante raccontare questo ritorno della speranza
dopo il lutto e la depressione?
Il ritorno della speranza era per me un passaggio essenziale. Non una speranza
ingenua o salvifica, ma una speranza fragile, quasi timida. Dopo un lutto o una
depressione la speranza non arriva come una rivelazione luminosa: arriva spesso
come un piccolo gesto, una possibilità che all’inizio fa quasi paura.
Per Vita riconoscere di poter sperare di nuovo è un momento decisivo, perché
significa ammettere che la vita – nonostante tutto – può ancora sorprendere.
6) Oggi l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da una guerra
all’altra. Che ruolo può avere la letteratura nel mantenere viva la memoria
delle vite coinvolte nei conflitti?
La letteratura non può fermare le guerre, ma può fare qualcosa che spesso la
cronaca non riesce a fare: restituire durata alle vite. Le notizie scorrono
velocissime, le tragedie si accavallano, l’attenzione collettiva si sposta
continuamente.
Un romanzo invece rallenta il tempo. Permette di abitare una storia, di
conoscere i volti, le paure, le contraddizioni delle persone coinvolte. In
questo senso la letteratura può diventare una forma di memoria emotiva: non
conserva solo i fatti, ma l’esperienza umana che quei fatti hanno prodotto.
7) Molti tuoi romanzi hanno avuto una grande diffusione e Il treno dei bambini è
diventato anche un film. Ti immagini Tanta ancora vita trasformato in un film o
in una serie? E se accadesse, che cosa ti piacerebbe che il cinema riuscisse a
restituire di questa storia?
Quando scrivo non penso mai al cinema, perché il linguaggio del romanzo e quello
delle immagini sono molto diversi. Però è vero che le storie, a volte, trovano
nuove forme.
Se Tanta ancora vita diventasse un film o una serie, mi piacerebbe che il cinema
riuscisse a restituire soprattutto il ritmo silenzioso della storia: gli spazi
domestici, le pause, gli sguardi, quella dimensione quasi sospesa in cui tre
persone molto diverse iniziano lentamente a riconoscersi.
Perché, in fondo, il cuore del romanzo non è la guerra, ma ciò che continua a
resistere dentro le persone nonostante la guerra.
Viola Ardone, Tanta ancora vita, Einaudi Stile Libero.
Un ringraziamento sincero a Viola Ardone per la generosità delle sue risposte e
per la bellezza delle parole con cui ha voluto accompagnare questa
conversazione.
Lucia Montanaro