Tag - periferia

Buttarsi nel pozzo
Il nostro Agosto Narrativo, curato da Giulia Bocchio e quest’anno in collaborazione con il Premio Calvino, si apre sulla voragine esistenziale di un… L'articolo Buttarsi nel pozzo sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
August 3, 2026
L'INDISCRETO
Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata
Abderrahim Fakir è morto a Bologna mentre si trovava immobilizzato, ammanettato e disteso a terra durante un intervento di polizia. La sua morte interroga una città che ama rappresentarsi come accogliente, progressista e capace di includere le differenze. Ma, soprattutto, costringe a interrogare il modello di sicurezza che si sta affermando in Italia: un modello fondato sempre più sulla forza, sul sospetto e sulla neutralizzazione dei comportamenti percepiti come anomali, e sempre meno sulla capacità di riconoscere, dietro quei comportamenti, una persona in difficoltà. > Ci sono immagini che non consentono a una città di voltarsi dall’altra parte e > quelle degli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, che tutti abbiamo > visto, appartengono a questa categoria. Una volta a terra Abderrahim chiede aiuto, domanda dell’acqua, dice di non riuscire a respirare. Viene immobilizzato durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel rione Pilastro e dopo pochi minuti di fermo, i suoi movimenti cessano. Abderrahim muore così. La causa precisa della morte deve ancora essere stabilita con certezza. Sono attesi gli esiti degli accertamenti medico-legali, che dovranno chiarire il ruolo delle modalità di immobilizzazione, dello spray urticante, delle condizioni di salute dell’uomo e dei tempi di soccorso. La Procura sta inoltre esaminando altri filmati, le registrazioni delle bodycam e il comportamento delle persone intervenute, compresi gli agenti e gli operatori sanitari. Attendere l’autopsia e gli accertamenti ufficiali è necessario. Usare questa attesa per fingere che le immagini non sollevino già alcuna questione sarebbe, però, disonesto. La domanda, infatti, non riguarda soltanto che cosa abbia materialmente provocato il decesso, ma il modo in cui una persona confusa o in evidente difficoltà viene percepita dalle istituzioni prima ancora di essere trattata: come un individuo da soccorrere oppure come un corpo da neutralizzare. Quando qualcuno viene immediatamente classificato come aggressivo, incontrollabile o pericoloso, la sua individualità rischia di scomparire. Le sue parole, i suoi gesti e perfino le sue richieste di aiuto vengono interpretati attraverso l’immagine costruita nei primi momenti dell’intervento: la persona concreta lascia il posto alla categoria, all’idea che ci si fa dell’individuo. Diventa quindi un una minaccia da contenere o un elemento di disordine da riportare sotto controllo ad ogni costo. È precisamente in questo passaggio, dalla “persona” al “problema”, che il confine tra soccorso e repressione rischia di dissolversi. IL PILASTRO NON È SOLTANTO LO SFONDO La morte di Fakir non è avvenuta in un punto qualunque di Bologna. È avvenuta al Pilastro, un quartiere che porta nella propria struttura urbana e nella propria memoria collettiva la storia delle migrazioni, della casa popolare, dell’emarginazione, delle lotte per il riconoscimento e della violenza istituzionale. Nato negli anni Sessanta per rispondere alla necessità di abitazioni economiche, il Pilastro accolse inizialmente migliaia di famiglie provenienti soprattutto da altre regioni italiane. I primi abitanti si trovarono a vivere in un quartiere incompleto, povero di servizi e fisicamente separato dal resto della città. Furono le mobilitazioni degli inquilini a conquistare scuole, autobus, riscaldamento, strutture sanitarie, impianti sportivi e una biblioteca. > Il Pilastro, dunque, non è stato soltanto costruito dall’urbanistica pubblica > o dall’interventismo statale, ma è stato costruito socialmente dai suoi > abitanti, dalle loro rivendicazioni e dalla loro capacità di trasformare una > periferia assegnata dall’alto in uno spazio di appartenenza e agency > collettiva. Negli anni successivi sono cambiate le provenienze degli abitanti, ma non il meccanismo attraverso cui il resto della città guarda al quartiere. Il Pilastro continua a essere rappresentato, alternativamente, come laboratorio di integrazione o come zona problematica da presidiare. Le periferie spesso sono parte della comunità quando servono a confermare l’immagine di una città inclusiva, ma diventano territori estranei quando emergono conflitto, disagio o comportamenti non conformi. È una contraddizione tipicamente bolognese. Il quartiere Pilastro viene celebrato quando bisogna raccontare la Bologna solidale. Viene militarizzato o stigmatizzato quando emergono conflitti, disagio e rabbia. È incluso nella narrazione ufficiale della città, ma non sempre nella distribuzione effettiva della sicurezza sociale, della salute mentale e della fiducia nelle istituzioni. Questo stigma a lungo andare ha finito per influenzare il modo in cui vengono interpretati i comportamenti di chi lo abita. La stessa condotta può essere letta come fragilità, eccentricità o bisogno di aiuto in un contesto socialmente protetto e abitato da cittadini prevalentemente italiani e come pericolosità in un quartiere multiculturale già associato al disordine. Foto Gianluca Rizzello UNA CRISI DA CURARE O UNA MINACCIA DA REPRIMERE? Secondo le ricostruzioni disponibili, la polizia era stata chiamata perché Abderrahim si comportava in maniera aggressiva e avrebbe danneggiato un’automobile. Alcuni filmati precedenti alla fase finale mostrerebbero gli agenti mantenere inizialmente le distanze e tentare di tranquillizzarlo. Anche questi elementi devono essere considerati, perchè isolare pochi minuti dal resto dell’intervento produrrebbe una ricostruzione incompleta e rischierebbe di sostituire l’analisi con una narrazione già chiusa. Ma riconoscere la complessità iniziale dell’intervento non significa sospendere ogni domanda su ciò che avviene dopo. Quando una persona già immobilizzata ripete di non riuscire a respirare, quelle parole non possono essere trattate come semplice resistenza verbale. Non dopo George Floyd, non dopo decenni di studi sui rischi della contenzione prona e non in presenza di personale sanitario. Tornando al discorso della classificazione iniziale, se una persona è stata classificata come aggressiva fin dal principio, anche una richiesta di aiuto può essere letta come manipolazione, opposizione o tentativo di sottrarsi al controllo. La prima etichetta finisce per orientare l’interpretazione di tutto ciò che segue, e il problema diventa ancora più grave quando questa rigidità percettiva si combina con un forte squilibrio di potere. > Chi è a terra, immobilizzato e ammanettato non ha più la possibilità di > correggere l’immagine che gli altri si sono costruiti di lui. La sua parola > perde credibilità proprio nel momento in cui il suo corpo dipende > completamente da chi lo sta trattenendo. La questione non consiste nel sostenere che ogni poliziotto sia violento. Sarebbe una generalizzazione ideologica, ma occorre respingere anche l’idea opposta, altrettanto ideologica, secondo cui criticare un intervento significherebbe automaticamente odiare le forze dell’ordine.  Una democrazia adulta non protegge la polizia sottraendola alle domande. La protegge imponendo formazione, proporzionalità, trasparenza e responsabilità. Protegge gli agenti anche riconoscendo che le istituzioni non possono affidarsi esclusivamente alla buona volontà individuale. Devono predisporre protocolli capaci di limitare gli errori di valutazione, le reazioni automatiche e le escalation che possono prodursi quando più operatori confermano reciprocamente la stessa lettura della situazione. IL METODO ICE E LA SUA VERSIONE ITALIANA Il paragone con l’ICE statunitense, richiamato anche nel dibattito internazionale seguito alla morte di Abderrahim Fakir, non deve essere inteso come un parallelismo vero e proprio. La polizia italiana non è l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti, Abderrahim non è morto durante un’operazione di espulsione e le leggi del governo italiano non corrispondono a quelle del governo americano. Però è opportuno sviluppare un parallelismo tra il metodo politico e culturale americano e quello italiano. Il metodo ICE comincia quando lo straniero, il povero, il senzatetto o la persona in crisi smettono di essere riconosciuti come individui e diventano categorie di rischio. Comincia quando la presenza di un corpo considerato fuori controllo viene interpretata immediatamente come una minaccia, quando la sicurezza non consiste più nel proteggere le persone, ma nel rimuovere rapidamente dalla vista tutto ciò che disturba l’ordine. Ogni società costruisce dei confini, spesso invisibili, tra chi viene considerato pienamente parte della comunità e chi vi appartiene soltanto a determinate condizioni. Non sono necessariamente confini geografici o giuridici. Sono confini che separano le vite considerate degne di protezione da quelle percepite soprattutto come fonti di rischio, disturbo o paura. > In Italia questa impostazione si manifesta attraverso l’espansione dei poteri > di polizia, la criminalizzazione del disagio, l’ossessione per il decoro, la > retorica dei quartieri difficili e la tendenza a presentare qualsiasi > richiesta di controllo democratico come un attacco agli agenti. Ricordiamoci che il richiamo al decoro non è mai completamente neutrale: stabilisce quali corpi, quali comportamenti e quali forme di presenza siano compatibili con l’immagine legittima della città. Il povero che dorme in strada, il migrante che occupa rumorosamente lo spazio pubblico, la persona in crisi psichica o chi manifesta un comportamento imprevedibile diventano elementi da allontanare prima ancora che persone da comprendere. C’è poi un dettaglio che pesa sulla storia personale di Abderrahim. Secondo i suoi legali, l’uomo viveva una paura, ritenuta immotivata, di essere mandato via dall’Italia, mentre era coinvolto in una procedura riguardante il permesso di soggiorno. Questo elemento non prova che quell’intervento della polizia avesse natura razzista, né spiega da solo il comportamento di Abderrahim. Mostra però quanto la precarietà amministrativa possa trasformarsi in paura concreta, soprattutto per chi vive da decenni nel Paese ma continua a percepire la propria permanenza come revocabile. L’incertezza giuridica non rimane confinata negli uffici amministrativi, ma chiaramente entra nell’esperienza quotidiana di chi la subisce, modifica il rapporto con le istituzioni e può produrre una condizione di allerta permanente. Chi teme di perdere il diritto a restare può vivere anche un incontro ordinario con l’autorità come una minaccia esistenziale. Il modello ICE non arriva necessariamente con agenti mascherati e furgoni destinati alle deportazioni. Può avanzare anche attraverso una cultura pubblica che divide le persone tra cittadini da rassicurare e presenze da controllare. LA BOLOGNA PROGRESSISTA DAVANTI AL PROPRIO LIMITE Bologna non è una città come le altre rispetto a questo tema. La sua identità pubblica è costruita attorno all’antifascismo, all’accoglienza, ai servizi sociali, al mutualismo e alla partecipazione. Proprio per questo la morte di Abderrahim Fakir apre una ferita più profonda. Ogni comunità costruisce un’immagine ideale di sé: questa immagine non è necessariamente falsa, ma tende a selezionare gli aspetti della realtà che la confermano e a rimuovere quelli che la contraddicono. > Bologna si pensa come città solidale e progressista, e la morte di Abderrahim > costringe quindi la città a confrontare la propria identità dichiarata con una > scena concreta di immobilizzazione, sofferenza e morte. Di fronte a questa contraddizione, la reazione più facile che parte della città ha avuto consiste nel proteggere l’immagine del tessuto sociale bolognese espellendo simbolicamente la vittima dalla comunità. Si insiste allora sulla sua aggressività, sul danneggiamento dell’automobile, sulla sua condizione di alterazione. In questo modo non si nega necessariamente ciò che è accaduto, ma lo si rende meno perturbante: la vittima viene rappresentata come responsabile della situazione che ha condotto alla propria morte. È facile dichiararsi città dei diritti quando i diritti rimangono un principio astratto, ma è più difficile difenderli quando la persona coinvolta urla, danneggia qualcosa, appare incontrollabile e mette alla prova la capacità delle istituzioni di intervenire senza disumanizzarla. Il diritto alla vita, al soccorso e a un uso proporzionato della forza non dipende dalla compostezza della vittima. Non è riservato alle persone innocue, educate o immediatamente comprensibili. I diritti servono esattamente nei momenti in cui la persona non riesce a presentarsi nella forma rassicurante che la società si aspetta. LA VIOLENZA DELLE PROTESTE NON CANCELLA LA DOMANDA ORIGINARIA Dopo la diffusione dei filmati, Bologna è stata attraversata da manifestazioni, alcune delle quali si sono trasformate in scontri contro le forze dell’ordine. Ognuno è libero di ritenere che la violenza possa essere uno strumento di giustizia o meno in risposta alla morte di un cittadino. Ma è importante fare un ragionamenti: questi fatti, purtroppo, permettono alla discussione pubblica di spostarsi dalla morte di un cittadino al concetto di ordine pubblico. E questo spostamento non è casuale, perché nei conflitti sociali l’attenzione collettiva tende spesso a concentrarsi sull’evento più visibile, spettacolare e immediatamente condannabile. Un’automobile incendiata produce immagini più semplici da interpretare rispetto a una morte avvenuta durante un delicato e in qualche modo necessario intervento istituzionale. Consente una divisione netta tra colpevoli e vittime, ordine e disordine, civiltà e violenza. La morte di un uomo durante un’operazione di polizia, invece, impone domande più scomode. Costringe a esaminare procedure, responsabilità, rapporti di potere e forme di violenza esercitate in nome dell’autorità. Impone riflessione, prima di trasformare il dibattito in chiacchere da bar. E’ quindi una manipolazione usare gli scontri successivi per assolvere preventivamente l’intervento precedente, ed è sempre utile scendere in piazza con questa consapevolezza, per non finire con il cadere nel tranello dei media mainstream, che produrrà una retorica basata sulla classificazione dei collettivi di  sinistra e dei manifestanti come bolle criminali, oscurando la rabbia e l’indignazione che si è manifestata da parte di una grande fetta dei cittadini bolognesi di ogni età. Corteo a Pilastro, Foto Gianluca Rizzello CHI CONTROLLA I CONTROLLORI? La morte di Abderrahim Fakir impone infine una domanda istituzionale: quali strumenti possiede oggi un cittadino per verificare realmente l’operato delle forze dell’ordine? Le bodycam possono essere utili, ma non bastano se le immagini rimangono esclusivamente nelle mani dell’apparato coinvolto. I numeri identificativi sulle uniformi, protocolli pubblici sull’immobilizzazione, una formazione specifica per gli interventi nelle crisi psichiche e organismi di controllo realmente indipendenti non sono misure contro la polizia, sono garanzie per i cittadini e anche per gli agenti che operano correttamente. Ogni istituzione dotata del potere legittimo di usare la forza costruisce inevitabilmente una propria cultura interna: un insieme di linguaggi, solidarietà, gerarchie, abitudini e interpretazioni condivise, e questa coesione è necessaria per consentire agli operatori di agire in situazioni difficili, ma può diventare problematica quando produce chiusura corporativa, conformismo di gruppo o resistenza al controllo esterno. > La domanda “chi controlla i controllori?” riconosce un principio elementare > della democrazia: quanto maggiore è il potere esercitato da un’istituzione, > tanto più forti devono essere gli strumenti di verifica. In casi  come quello di Abderrahim occorre garantire che l’accertamento sia pieno, trasparente e comprensibile alla cittadinanza. La fiducia nelle istituzioni non nasce dalla richiesta di credere senza vedere., ma nasce dalla possibilità di verificare, comprendere e contestare le decisioni pubbliche. DAL PILASTRO, UNA DOMANDA RIVOLTA A TUTTA LA CITTÀ La vicenda di Abderrahim non racconta soltanto gli ultimi minuti di un uomo. Racconta il confine tra cura e repressione, tra sicurezza e forza, tra cittadinanza dichiarata e appartenenza realmente riconosciuta. Racconta anche il Pilastro: un quartiere nato dall’immigrazione interna, cresciuto attraverso le lotte per i servizi e ancora oggi costretto a difendersi dalle rappresentazioni che lo descrivono soltanto attraverso l’emergenza o la devianza. Da lì arriva una domanda che Bologna non può confinare in periferia: che cosa significa essere una città accogliente quando una persona perde il controllo? Chi viene riconosciuto come qualcuno da proteggere e chi, invece, viene percepito immediatamente come un problema da immobilizzare? La questione riguarda il modo in cui una comunità stabilisce chi merita empatia. L’empatia pubblica non viene distribuita in maniera uniforme ed è più facile identificarsi con chi appare simile, innocente, composto e rispettabile. È invece molto più difficile riconoscere pienamente l’umanità di chi urla, spaventa, rompe un oggetto, vive una crisi o non riesce a spiegare il proprio comportamento. > Ma è proprio in quel momento che una società rivela la reale estensione dei > propri valori: una città non è accogliente soltanto quando celebra la > diversità nelle campagne istituzionali o durante i pride. Lo è quando le sue > strutture riescono a intervenire su un corpo disordinato, impaurito o > aggressivo senza trasformarlo in un corpo sacrificabile. L’autopsia potrà chiarire la causa medica della morte. La magistratura dovrà accertare eventuali responsabilità individuali. Ma la responsabilità politica e culturale è già visibile: costruire istituzioni capaci di fermare una persona senza smettere di vederla come una persona. Perché il compito dello Stato non è soltanto mantenere l’ordine, è impedire che l’ordine diventi più importante di una vita. È fare in modo che chi viene affidato alla sua forza ne esca vivo. la copertina è di Gianluca Rizzello Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata proviene da DINAMOpress.
July 28, 2026
DINAMOpress
Quarticciolo: «le periferie cambiano solo se si ascolta la loro voce»
A seguito di una azione svolta in una palazzina Ater, abbiamo intervistato il comitato Quarticciolo Ribelle per farci raccontare a che punto sono le vertenze in corso nel quartiere. Quarticciolo vive quello che può essere definito un “abbandono organizzato”, in questo rientra la situazione degli stabili Ater, ci puoi raccontare la situazione, anche a partire dall’azione che avete fatto venerdì 26 giugno? L’iniziativa di denuncia di venerdì 26 giugno ha cercato di riaccendere i riflettori su una vertenza che portiamo avanti da 5 anni: la riqualificazione di due palazzine in via Ugento, che in borgata venivano chiamate “le favelas”, simbolo dell’abbandono e delle promesse tradite sugli interventi di riqualificazione da parte di ATER su Quarticciolo. Queste palazzine fino al 2020 erano abitate da 60 famiglie, inquiline senza titolo in condizioni insalubri e di sovraffolamento. Dopo mesi di lotta del comitato di quartiere sono state svuotate con la promessa di essere ristrutturate, spostando gli abitanti in altri alloggi di edilizia residenziale pubblica. Ad oggi queste persone vivono una condizione precaria di assegnazione provvisoria, senza avere certezza di rientrare nelle loro abitazioni o di ricevere un’assegnazione definitiva. La nostra lotta aveva ottenuto che alcuni nuclei sarebbero rientrati nelle palazzine riqualificate, mentre quelli troppo numerosi avrebbero ottenuto l’assegnazione di case più grandi altrove. Ma negli anni, cambiando l’amministrazione di ATER, e con una fase mutata dopo il decreto Caivano e l’enorme attenzione mediatica sulla borgata, il diritto alla casa di queste famiglie è a rischio. Se non continuiamo ad alzare la voce le palazzine potrebbero restare vuote, o essere assegnate ad altri nuclei. C’è anche il rischio che diventino un luogo di applicazione di una delle operazioni di propaganda di ATER e della Regione: assegnare le case popolari nei quartieri con problemi di sicurezza e spaccio alle forze dell’ordine.  La prima palazzina delle favelas è finita, pronta da 3 mesi, ma non abbiamo notizie del perché sia ancora vuota. Sulla seconda, dopo che i fondi stanziati nel 2021 sono “spariti”, c’è stato l’annuncio da parte di ATER e del governo che con il DL Caivano bis verrà ristrutturata, ma per ora è tutto fermo.  Le palazzine di via Ugento sono solo un caso, un simbolo, ma il patrimonio ERP a Quarticciolo, come in molti altri quartieri popolari, è lasciato all’abbandono da decenni. A Marzo, abbiamo organizzato un presidio di protesta sotto la sede dell’ente insieme agli abitanti di Laurentino 38. In quella sede, come comitato di quartiere, abbiamo chiesto un incontro con la presenza a Quarticciolo di figure politiche dell’ATER, in grado di indicare scadenze precise e prendersi delle responsabilità. Da quel momento tutto tace, in borgata ci sono 160 appartamenti vuoti, nelle giornate con il meteo sbagliato alle persone piove in testa, e continua la paura di ulteriori sfratti. Azione presso palazzina Via Ugento Quarticciolo A un anno e mezzo dal decreto Caivano, dopo incessanti mobilitazioni che avete portato avanti nel quartiere, quale è la situazione? Le opere annunciate non riguardano solo il patrimonio di edilizia residenziale pubblica. I fondi stanziati prima dal Governo, poi dal Comune e dalla Regione, ammontano a ben 85 milioni di euro. Che è una cifra enorme per un quartiere di 3500 abitanti. Ad ora abbiamo visto iniziare una parte irrisoria degli interventi. La percezione diffusa fra gli abitanti, anche fra chi non ha capito fino in fondo la nostra critica al Modello Caivano, è che non sia cambiato niente, anzi. Osserviamo un fenomeno preoccupante di spopolamento e di desertificazione delle poche attività commerciali del quartiere. Proprio in questi giorni sta chiudendo l’ennesima serranda di piazza del Quarticciolo. Il Modello Caivano, giustificato con il contrasto al disagio giovanile, un intervento emergenziale per garantire la sicurezza in territori di periferia di diverse zone d’Italia, non si pone una domanda fondamentale: anche se si riuscisse a eliminare il problema dello spaccio in borgata, di cosa possono vivere in termini di reddito gli abitanti di un territorio come il nostro?  Proprio per questo, oltre a continuare a chiedere che le opere annunciate vengano portate avanti, dal rifacimento dei marciapiedi dissestati alla riapertura della piscina comunale, dall’asilo di via Molfetta agli ascensori delle palazzine dove abitano persone anziane agli arresti domiciliari forzati, è fondamentale il tema delle economie locali. Abbiamo aperto un laboratorio di birrificazione che aspetta da mesi il compimento di un processo di assegnazione di uno dei capannoni del Teatro dell’Opera, in disuso e in attesa di ristrutturazione, dall’altro lato di via Palmiro Togliatti. Un progetto che mira a costruire possibilità lavorative in quartiere, soprattutto per le persone che vengono da percorsi di detenzione. Abbiamo fondato una cooperativa di comunità con all’interno questo laboratorio, un progetto di ristorazione composto da donne, un progetto di falegnameria, per ragionare e costruire esperimenti su questo terreno.  Con queste realtà, e insieme ad altre con una storia più lunga che ci stanno supportando, abbiamo scritto un progetto volto a far rivivere diversi locali situati in piazza del Quarticciolo, pensato partendo dai bisogni del quartiere. Dalle serrande chiuse potrebbero nascere un’osteria gestita dal laboratorio di ristorazione, un CAF immaginato partendo dalle necessità espresse all’interno del comitato di quartiere, uno spazio dove ragazzi e ragazze del quartiere possano fare esperienza nelle arti audiovisive e avere un sostegno durante il percorso scolastico come testimoniato dall’attività svolta dal doposcuola popolare, e una bottega che dia un riferimento fisico ai mercati di quartiere che stiamo portando avanti da un anno ogni ultimo sabato del mese. In questo momento, tutto ciò viene ostacolato dallo scontro fra i vari livelli delle istituzioni che hanno fatto annunci, che si giocano parte di una campagna elettorale permanente su Quarticciolo e che rappresentano quindi il vero blocco alla realizzazione di questi importanti progetti. Nel frattempo a settembre inzieremo a far rivivere il campo di calcio comunale su via Prenestina, abbandonato da anni, che è stato assegnato alla squadra di calcio popolare Borgata Gordiani. Sarebbe paradossale se dopo tutti questi annunci, l’unico luogo che rinascesse in quartiere, fornendo la possibilità agli abitanti di fare sport a prezzi popolari, soprattutto a ragazzi e ragazze, venisse ancora una volta dall’impegno dal basso di chi abita il territorio.   A breve Roma sarà in piena campagna elettorale. Cosa chiedete alle forze politiche locali per le periferie dimenticate di questa città e come immaginate di opporvi a possibili strumentalizzazioni della situazione nel quartiere? Crediamo che un cambiamento reale delle periferie possa venire soltanto se vengono ascoltate le voci e le idee di chi ci abita. Che è il principio opposto a come era stato immaginato il decreto Caivano, con il metodo del commissariamento. La campagna elettorale per le prossime amministrative è già iniziata, probabilmente non si è mai fermata. Proprio in questo contesto, sono stati annunciati l’inizio di diversi cantieri a Quarticciolo dopo l’estate. Il vero timore, se per una volta agli annunci seguiranno i fatti, è che le opere si possano fermare con l’insediamento della nuova amministrazione, ad elezioni avvenute. Come abitanti abbiamo scritto un piano, un’idea costruita dal basso, insieme agli abitanti attivi nel comitato di quartiere, alle bambine e ai bambini del doposcuola, alla collaborazione con le università, di come potrebbe essere ripensato il nostro territorio. Per noi questo è un modo per evitare di essere strumentalizzati: avere le idee chiare, e non avere paura di organizzarsi insieme e alzare la voce per chiedere un cambiamento reale del nostro quartiere.  Detto questo, a Quarticciolo le percentuali di voto sono molto basse, e questo anche perché gli annunci della politica non corrispondono da decenni a dei risultati positivi per la borgata.  Ma crediamo che le forze politiche sappiano bene, proprio perché l’abbiamo messo nero su bianco, cosa vuole la borgata. Il nostro è un esempio, ma da Bastogi a Casal de Pazzi, da Laurentino a Villa Gordiani, sono tanti i quartieri popolari che in autonomia immaginano e costruiscono un territorio differente. Iniziativa a Parco Modesto di Veglia, Quarticciolo La vostra vicenda ha forti assonanze con quella di GKN, anche lì c’è un progetto di riconversione eco-sociale che le istituzioni in apparenza appoggiano, ma nella sostanza boicottano lasciando sole le realtà che praticano l’autogestione. Cosa avete appreso reciprocamente dal confronto con il collettivo di lavoratorx fiorentino? Abbiamo sicuramente appreso tanto. Sono due anni che il prequel del Festival di Letteratura Working Class ha luogo a Quarticciolo, neanche a farlo a posta nella biblioteca comunale che è stata chiusa per dei lavori di ristrutturazione che faticano a terminare, sottraendo al territorio un importante servizio. Questo incontro è stato un’occasione per costruire un confronto su come si costruisce una battaglia che si ponga un obiettivo che non è per niente banale: come portare a casa delle vittorie che possano dare coraggio e forza alle tante lotte territoriali e sindacali. Qualcosa di cui abbiamo vitale bisogno. Siamo abituati a resistere dal lato giusto della barricata, ma è fondamentale lavorare sul piano di una proposta concreta, che sappia incalzare le controparti politiche e metterle di fronte alla possibilità di affrontare le contraddizioni su cui agiamo, dall’abbandono di un territorio alla dismissione di una fabbrica. Ovviamente non basta la proposta, ma serve non lasciare lo spazio alle amministrazioni, da quelle locali al governo, di darti ragione mentre cercano in tutte le maniere di non concedere queste vittorie a realtà indipendenti e radicali. La crisi climatica che viviamo in questi giorni è profondamente marcata dalle differenze di classe. Ci puoi raccontare come si vive, in queste settimane a 40 gradi, al Quarticciolo? Molti palazzi del Quarticciolo non sono stati ristrutturati dagli anni ‘30, quando a Roma le giornate di caldo insopportabile in media ogni estate si contavano sulle dita di una mano. Oggi, secondo le statistiche, a Roma si superano i 35° per più di 30 giorni l’anno. La questione è anche quante settimane al mare o in montagna ti puoi permettere se sei disoccupato, se per mettere insieme un salario dignitoso fai quattro lavori? Cosa significa fare 15 km di mezzi pubblici per andare a lavorare al centro di Roma nella ristorazione, o nel lavoro di cura, per tutto giugno e tutto luglio? Questo, e tanto altro, significa affrontare la crisi climatica in borgata. In questi anni abbiamo riqualificato un parchetto, intitolato al partigiano Modesto di Veglia, ed è l’unico spazio verde all’ombra del quartiere. Lo abbiamo fatto per rispondere a un’altra emergenza, quella pandemica, per avere un luogo all’aperto attraversabile, in un quartiere dove si vive in case sovraffollate, costruite con gli standard architettonici di un secolo fa. Le foto sono di Flavia Todisco Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Quarticciolo: «le periferie cambiano solo se si ascolta la loro voce» proviene da DINAMOpress.
July 7, 2026
DINAMOpress
Due spicci, la criminalità organizzata e quella scocciatura di crescere
Una delle migliori qualità di Zerocalcare è di prendere un formato già esplorato, con personaggi visti nelle serie o dei romanzi a fumetti precedenti, aggiungere qualche novità e presentarsi di nuovo con qualcosa di nuovo da dire, da vedere, da sentire. Due Spicci è terza serie per Netflix – dopo Strappare lungo i bordi del 2021 e Questo mondo non mi renderà cattivodel 2023 – quasi un format ormai, con l’Armadillo, Sarah, Secco, Cinghiale, la famiglia. Se nella prima serie l’autore romano si era concentrato sul lato più personale, andando a ritroso nella propria infanzia e adolescenza, e nella seconda aveva parlato di migrazione, di droga e dipendenze, nonché della penetrazione dell’estrema destra nelle periferie, in questa nuova serie si prende di petto un tema forse ancor più complicato: quello della criminalità organizzata a Roma, delle famiglie che si spartiscono il territorio delle periferie e oltre. Siamo infatti sempre nella capitale,abbastanza cupa, e naturalmente piena di problemi – inclusa la violenza di genere e gli abusi. > Il gruppo di amici si trova stavolta a gestirne un problema più grande di loro > e ritrovarsi è di nuovo un modo per andare a ritroso nelle proprie paure, nel > proprio passato, a partire dall’amore mancato o forse fallito, non più Alice > della prima serie ma Smeralda, il motore della storia di Due Spicci. Non è mai troppo facile (né forse necessario) distinguere Zerocalcare autore, persona, personaggio. È così da La profezia dell’armadillo e le strisce sul sito che gli diedero la popolarità, e continua a essere così in un universo mediale completamente diverso. Superati i quaranta, ci sono i figli e i matrimoni (degli altri), meno slanci e più bilanci su quello che è stato o non è stato. > Il personaggio Zerocalcare è quello che sta meglio professionalmente, ha fatto > i soldi («du soldi al pizzo me li so messi», dice nella serie), ma c’è sempre > quella botola piena di inquietudini e irrisolti. Non che il resto del gruppo > di amiche e amici stia meglio, «un accrocco che se regge sullo sputo e sullo > xanax». Ed ecco allora il costante ritorno a uno spazio dell’amicizia, al > nostro pigiama party interiore, che inevitabilmente crescendo (o > invecchiando?) si modifica, evolve, si stravolge. Noi che siamo rimasti indietro, o che così ci percepiamo, facciamo i conti con le macerie – «Scusate se non ho risposte, vedo solo macerie», diceva nel 2021 – macerie fisiche e esistenziali, e proviamo ad aggrapparci a quello che rimane: le amicizie, la politica, la famiglia (in questa serie più presente anche il padre), la notte a Roma. E se, recensendo Strappare lungo i bordi, avevo parlato di un potenziale pubblico young adult, per Due spicci siamo più dalle parti di una serie generazionale che parla di uno snodo di vita preciso. Non c’è molta speranza, lo dice anche lo stesso Michele Rech in un’intervista a il Venerdì di Repubblica, «c’è un senso di crepuscolo. In produzione si aspettavano qualcosa di più speranzoso». Ma, in fondo, è proprio una delle cifre di Zerocalcare, riuscire a raccontare un mondo a pezzi in modo presuntamente scanzonato. Per poi puntualmente piazzare il metaforico pugno nello stomaco.   Quel misto tra nostalgia, approccio retrospettivo, e omaggio alla propria storia si riflette anche nella scelta delle canzoni, da Boys Don’t Cry dei The Cure e la cinepanettonata Moonlight Shadow di Mike Oldfield, passando per vere e proprie hit da karaoke millenial come Ti scatterò una foto di Tiziano Ferro e T’appartengo di Ambra, oltre al punk italiano che non manca mai – in questo caso in un momento decisivo, nell’ultima puntata, parte Granito dei Plakkaggio, «È la storia della nostra vita, dolore, rancore… Scolpita nel granito, un’esistenza di stenti, non ci abbatterai!». Giancane di nuovo alla sigla e presente con diverse altre canzoni, e un bellissimo brano inedito di Coez – i due hanno suonato al Circo Massimo nell’evento di lancio della serie a fine maggio, migliaia e migliari di persone sotto al sole, un caldo già estivo, per vedere il Circo Massimo così pieno ci vuole Vasco o lo scudetto della Roma (o quantomeno la Conference League). Il lavoro tecnico e sulla forma è di nuovo notevole, con le voci del doppiaggio che cambiano nell’ultima puntata (come nelle serie precedenti) e oltre al disegno tradizionale più sperimentazione con stop motion e sfondi per creare contrasto – bellissimo l’uso di una calcolatrice con le cifre del debito che crescono. Alla serie lavorano del resto centinaia di persone, come Zerocalcare ricorda (e omaggia) spesso. Le puntate salgono a otto e gli incisi si moltiplicano: i personaggi raccontano spesso storie, aprono parentesi, ci conducono per mano in altri mondi. Se Strappare lungo i bordi durava un’oretta e mezza, qui siamo sulle cinque ore di storia, ma non pesano, anzi, si arriva all’apparentemente sorprendente finale senza alcuna fatica. > L’ultima puntata, forse la più bella, contiene anche un passaggio > consigliatissimo agli appassionati di toponomastica coloniale e contestata. > Insomma, Zerocalcare continua a raccontare storie locali e particolari che > parlano però a tantissima gente. Netflix fa il resto, e se anche i fumetti > sono tradotti ormai in decine di lingue, il bacino e la facilità di diffusione > del colosso dello streaming non hanno pari. Anche all’estero: se Michele Rech mi avesse dato una decina di euro per ogni volta che qualcuno mi ha chiesto “do you know Zerocalcare? Have you seen Two cents or Tear Along the Dotted Line” a questo punto qualche soldo al pizzo me lo sarei messo pure io. Immagine di copertina: frame dal lancio della serie Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Due spicci, la criminalità organizzata e quella scocciatura di crescere proviene da DINAMOpress.
July 3, 2026
DINAMOpress
Atene, la comunità di Prosfygika contro sgombero e privatizzazione
Ad Atene, lungo viale Alexandras, otto blocchi di case popolari costruiti negli anni Trenta per accogliere migranti dall’Asia Minore sono tornati a essere il centro di una battaglia politica sul diritto alla casa, sull’uso dello spazio urbano e sull’autorganizzazione. Il complesso di Prosfygika ospita oggi una comunità occupata e autogestita di circa quattrocento persone: rifugiate, migranti, famiglie, persone anziane, malate o escluse dal mercato abitativo. Negli ultimi mesi, la minaccia di sgombero ne ha fatto un caso internazionale. La mobilitazione della comunità, sostenuta dalla campagna #SaveProsfygika, si è intensificata con lo sciopero della fame di Aristotelis Hantzis, iniziato il 5 febbraio di quest’anno e culminato, dopo mesi di protesta, nel suo ricovero in condizioni critiche; pochi giorni dopo, lui e Suzon Doppagne hanno sospeso lo sciopero, mentre cresceva la pressione per aprire un dialogo con le istituzioni. Questo articolo raccoglie le voci di chi vive questa lotta: Christos, della comunità degli occupanti di Prosfygika, e Johanna, del Borderless Collective di Berlino. Attraverso le loro parole, Prosfygika emerge come un esperimento concreto di convivenza, cura e resistenza, dentro una città attraversata da sfratti, gentrificazione e dispositivi di controllo. AUTOGOVERNO, CURA E CONFLITTO «La vita della comunità di Prosfygika si regge su infrastrutture e strutture precise», spiega Christos. «Funziona a partire dalla risoluzione dei bisogni comuni in modo condiviso e organizzato. L’esperienza dell’abitativo si è condensata in un documento scritto, che raccoglie il modo che abbiamo elaborato per risolvere i conflitti e per mantenere la comunità in una condizione di armonia». Un quadro che definisce il nucleo politico, i valori e i principi su cui si regge la vita comune. «L’organizzazione funziona in modo orizzontale: le decisioni vengono prese in assemblea da tutta la comunità e la loro attuazione è affidata ad alcune persone, che non hanno potere decisionale ma ne assumono la responsabilità». È una logica che attraversa ogni livello della vita comunitaria. «Cerchiamo di prendere decisioni all’unanimità. Se emergono disaccordi, proviamo a discuterli, ad assumerci la responsabilità del dissenso in modo critico e autocritico». Prosegue Johanna: «Uno degli organi decisionali è l’assemblea delle donne. Nata nel 2019, aveva inizialmente l’obiettivo di riunire le donne e le soggettività femminili di Prosfygika, creando uno spazio di confronto sui problemi che affrontano quotidianamente, sia all’interno sia all’esterno della comunità abitativa. Nel corso degli anni» spiega «questa esperienza si è consolidata anche come struttura politica, rispondendo al bisogno di organizzarsi in maniera autonoma e di costruire uno spazio di autodeterminazione». Christos aggiunge: «Le strutture hanno le proprie assemblee e i propri fondi. Decidono sulle questioni che le riguardano direttamente. Ciò avviene sempre all’interno del quadro generale in cui operiamo: orizzontalità, apertura e solidarietà. Ogni ambito di organizzazione si articola anche in gruppi di lavoro specifici. La partecipazione è il principio che tiene insieme questo sistema. Chiunque entri nella comunità prende parte a uno o più di questi spazi. È così che le decisioni vengono costruite dal basso: prima nei singoli ambiti, poi nella comunità nel suo insieme». L’organizzazione si estende oltre la gestione del quotidiano. «Ogni due o tre anni convochiamo grandi assemblee di revisione a cui partecipano l’intera comunità e il quartiere», racconta Christos. «Rivediamo il periodo precedente e immaginiamo come vogliamo che si sviluppi quello successivo». È in questi momenti che prende forma il piano strategico della comunità. Oggi a Prosfygika esistono ventidue strutture organizzative autonome e autogestite, pensate per rispondere ai bisogni della comunità e, in molti casi, anche del quartiere circostante. Tra quelle che sostengono la vita quotidiana ci sono il forno, lo spazio per l’infanzia, il presidio sanitario, l’organizzazione delle donne e la logistica alimentare per la distribuzione del cibo. Il presidio sanitario occupa un ruolo centrale. «Organizza tutto ciò che riguarda la cura di chi soffre fisicamente o psicologicamente: appuntamenti, esami medici o qualsiasi altra necessità», spiega Christos. Tra i servizi messi a disposizione c’è anche una farmacia sociale, alimentata da donazioni individuali e di realtà sanitarie solidali, che distribuisce medicinali a chi non può permetterseli. Lo stesso presidio gestisce inoltre spazi di accoglienza per pazienti e accompagnatori dell’ospedale oncologico. «Chi arriva in ospedale per ricevere cure mediche deve confrontarsi con un problema enorme», racconta. «Gli alloggi disponibili, pubblici o privati, sono spesso troppo costosi o insufficienti, e molte persone finiscono per dormire in macchina». Pochi giorni fa è stato aperto il secondo spazio di accoglienza. Un passaggio importante, sottolinea Christos, anche perché il piano regionale di riqualificazione di Prosfygika prevede proprio la costruzione di strutture simili. «In pratica», osserva, «si tratta di sgomberare la comunità, allontanare le persone che la abitano e costruire dall’alto qualcosa che, in forme diverse, la comunità ha già realizzato e continua a portare avanti». > Tra le esperienze storiche di Prosfygika, Johanna richiama il forno > comunitario, «nato nel 2014, soprattutto per iniziativa di compagni turchi e > curdi. Porta il nome di Berkin Elvan, il ragazzo curdo ucciso dalla polizia > turca mentre andava a comprare il pane. Oggi il forno produce quotidianamente > pane e altri prodotti, distribuiti all’interno della comunità, nel quartiere > ma anche venduti all’esterno, rifornendo con continuità negozi e ristoranti». Un altro ambito fondamentale è quello dedicato all’infanzia, che, racconta Johanna, «si occupa della cura e dell’istruzione di cinquanta bambini». Le attività comprendono lezioni, un asilo autogestito e assemblee dei bambini e delle bambine, ma il suo intervento si estende ben oltre il piano educativo. «Molti di coloro che usufruiscono di questo spazio per l’infanzia sono figli di migranti e rifugiati. Questo significa che spesso non hanno accesso né all’assistenza sanitaria né al sistema scolastico. Per questo il progetto si fa carico anche del coordinamento di visite mediche, vaccinazioni e del rapporto con la rete delle scuole del quartiere, monitorando il percorso di ciascun bambino e affrontando eventuali criticità». Accanto alle lezioni di greco e inglese, si promuovono anche forme di educazione comunitaria e sostegno scolastico. «Tutte le strutture sono aperte», sottolinea Johanna. «Non rispondono solo ai bisogni di chi vive qui, ma anche a quelli di chi vive fuori. Per questo anche bambini esterni alla comunità prendono parte alle attività formative, in un processo che guarda già al futuro e opera in previsione della costruzione di una scuola autogestita per il quartiere». PROSFYGIKA E LE RETI DELL’INTERNAZIONALISMO «Qui vivono persone provenienti da ventisette paesi diversi, con lingue e retroterra culturali differenti. Una composizione eterogenea che comprende giovani e anziani, militanti anarchici e comunisti, ma anche persone arrivate per necessità legate all’abitare, alla cura e alla salute». Questa pluralità produce inevitabilmente differenze ideologiche, ma rappresenta anche una ricchezza politica. «Il processo principale, quando si costruisce una comunità, è trovare un terreno comune». Da qui nasce una sintesi: «Si accolgono opinioni e percezioni diverse per costruire una proposta di vita alternativa, fuori dal capitalismo di Stato e dalla mentalità patriarcali». Johanna sottolinea come la dimensione transnazionale abbia attraversato la comunità fin dalla sua nascita e continui a tradursi in forme concrete di organizzazione. All’interno di Prosfygika trovano spazio diverse organizzazioni, in particolare gruppi rivoluzionari provenienti dalla Turchia, dal Kurdistan e da altri paesi europei. Christos aggiunge che l’internazionalismo, il riconoscimento di una lotta comune che attraversa confini, territori e popoli diversi, è una dimensione imprescindibile di ogni progetto rivoluzionario. «Se il nostro obiettivo è cambiare il mondo in modo radicale, non possiamo fare altro che imparare dalle rivoluzioni del presente e mantenere vivo questo scambio politico». Così, il rapporto con il Rojava ha rappresentato un passaggio decisivo. Nel Nord-Est della Siria, dove dal 2012 si è sviluppato un esperimento politico basato su autogoverno, organizzazione comunitaria e liberazione delle donne, Prosfygika ha trovato un riferimento importante. Dal 2016, racconta Christos, diverse delegazioni hanno raggiunto il Kurdistan siriano per partecipare alla difesa della rivoluzione e osservare da vicino le pratiche costruite in quel contesto. Tra gli elementi che la comunità riconosce come più importanti nell’esperienza del Rojava, c’è il principio della giustizia comunitaria. «Il corpo collettivo è responsabile della risoluzione dei conflitti», spiega Christos, «ed è anche il soggetto che ricompone il tessuto comunitario». Aggiunge che l’influenza del movimento di liberazione curdo si esercita quotidianamente attraverso la presenza di compagni e compagne che vivono nella comunità e che fanno parte, o sono strettamente legati, a quel percorso politico. «Il movimento di liberazione curdo ci ha fornito molti strumenti analitici, soprattutto per leggere quella che definisce “la terza guerra mondiale”, un conflitto diffuso e a bassa intensità che attraversa da decenni il mondo, prendendo forma nelle guerre finanziarie, nelle guerre per procura e nel progressivo rafforzamento degli Stati contro quello che viene percepito come il nemico interno, vale a dire i movimenti sociali». Una dinamica che si riflette anche nel contesto europeo e dentro la stessa esperienza di Prosfygika, dove l’intensificarsi della crisi coincide con una crescita della repressione e della militarizzazione. DIFENDERE PROSFYGIKA Sul piano di riqualificazione che minaccia Prosfygika, Johanna è netta: «Tutto ciò è parte del più ampio processo di gentrificazione che da anni sta assediando Atene ed è inseparabile dall’intensificarsi della repressione, in Grecia come altrove». A dicembre, racconta Johanna, la comunità ha scoperto l’esistenza di un accordo finora non reso pubblico tra la Regione Attica Attica, il governo centrale e il servizio pubblico greco per l’impiego DYPA — tra gli enti che amministrano parte del complesso di Prosfygika Alexandras. L’intesa prevede il restauro dei primi quattro blocchi del quartiere e la loro conversione in alloggi popolari, cioè abitazioni pubbliche a prezzi accessibili per persone in condizioni di fragilità economica. Per Johanna, però, il progetto è contraddittorio: «Non ha alcun senso, perché quello che stiamo facendo qui è già una forma molto più completa di housing sociale». Ricorda inoltre che in Grecia modelli strutturati di edilizia sociale sono praticamente scomparsi da oltre trent’anni. Per questo interpreta il piano come «un’altra narrazione» usata dalle autorità per giustificare lo sgombero. Prosfygika, sottolinea, ha già affrontato progetti simili nel corso dei decenni, sia per il suo valore immobiliare nel centro di Atene, sia per la storia di resistenza che lo attraversa. Questa volta, però, la comunità si trova di fronte a un piano più avanzato, pensato per superare gli ostacoli legali che in passato avevano bloccato operazioni analoghe. > Christos accentua il carattere apertamente repressivo del progetto edilizio. > «Al di là della dimensione materiale dell’investimento, il bersaglio > principale dello Stato è cancellare il suo nemico politico». E quel nemico, > aggiunge, è la comunità stessa: «perché propone un modo alternativo di vivere, > orizzontale, senza Stato, fuori dalle logiche capitalistiche». Aggiunge che gli sviluppi più recenti confermano questa lettura: l’assenza di fondi europei e il silenzio dei media greci indicherebbero una regia politica che arriva direttamente dai livelli più alti del governo. Le conseguenze di un eventuale sgombero, avverte, sarebbero immediate e drammatiche. «Parliamo di quattrocento persone, cinquanta famiglie, circa cinquanta bambini. Nel migliore dei casi, i più “fortunati” finirebbero in carcere; gli altri verrebbero lasciati in strada o deportati. Le persone senza documenti, già esposte a condizioni di estrema vulnerabilità, perderebbero ogni accesso al welfare. Molti di loro», afferma, «finirebbero per morire di abbandono». * Nel pieno dell’emergenza, la mobilitazione di Prosfygika si muove su più fronti: ogni giorno la comunità distribuisce materiali e raccoglie firme nel quartiere e a Syntagma Square, davanti al Parlamento, mentre più volte a settimana organizza manifestazioni in diversi punti di Atene. Parallelamente, ha scelto di aprire ancora di più i propri spazi all’esterno, ospitando quasi quotidianamente eventi politici e culturali: un modo, spiega Johanna, per ampliare la mobilitazione e radicarlo nel tessuto sociale più ampio. > Per Christos, ogni crisi porta con sé anche una possibilità politica. «È > un’opportunità per aprirci alla società, per permettere a più persone di > avvicinarsi alla comunità e riconoscersi nella sua lotta. Perché i bisogni > sociali restano gli stessi, indipendentemente dalle differenze di provenienza > o condizione». Negli ultimi mesi, però, la pressione esercitata dalla comunità e dalla rete di solidarietà ha iniziato a produrre alcuni effetti sul piano istituzionale. Insieme al Comitato Internazionalista, Prosfygika ha organizzato una delegazione a Bruxelles, che ha portato trentatré membri del Parlamento europeo a interrogare la Commissione sui finanziamenti previsti per il piano di riqualificazione. Parallelamente, il Comune di Atene ha chiesto formalmente al governo e alla Regione Attica di aprire un confronto con la comunità sul futuro del complesso. «È la prima volta», sottolinea Christos, «che un’istituzione riconosce non singole persone che vivono a Prosfygika, ma la comunità nel suo insieme». > Per chi vive nell’occupazione, per attiviste e attivisti, questo rappresenta > un passaggio significativo: il risultato di mesi di mobilitazione, dello > sciopero della fame e di una pressione politica costruita dentro e fuori la > Grecia. Da circa un anno, racconta Johanna, Prosfygika ha strutturato una campagna internazionale, nata inizialmente per sostenere il restauro degli otto blocchi storici del complesso e oggi intrecciata direttamente alla difesa contro il piano di sgombero. Negli ultimi mesi, il sostegno arrivato dall’estero — tra presenze ad Atene, iniziative di solidarietà e raccolte fondi — è stato determinante. L’appello resta aperto, soprattutto in vista dell’estate, periodo in cui la pressione repressiva tende ad aumentare: servono presenza, competenze tecniche, supporto organizzativo e risorse economiche. Parallelamente, la richiesta è quella di rafforzare anche la pressione politica dall’esterno, attraverso iniziative pubbliche e mobilitazioni davanti alle sedi diplomatiche greche e alle rappresentanze europee. Il dialogo avviato con le istituzioni, precisa, non modifica però le richieste centrali: la cancellazione del piano di riqualificazione, la garanzia che gli abitanti possano restare e la possibilità di portare avanti autonomamente il restauro degli edifici. Tutte le foto sono di Antonis Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Atene, la comunità di Prosfygika contro sgombero e privatizzazione proviene da DINAMOpress.
June 30, 2026
DINAMOpress
«Nahel non è un dossier, ma una persona»: il filo rosso che lega periferie e Stato penale
Il 27 giugno sono tre anni dall’omicidio di Nahel Merzouk, un ragazzo di 17 anni di origini marocchine e algerine, ucciso a Nanterre nel giugno 2023 da Florian M., agente di polizia di 41 anni. Quando Nahel venne ucciso, migliaia di giovani francesi scesero in strada. Non protestavano soltanto per un ragazzo di 17 anni, ma contro anni di discriminazioni, controlli incessanti e quartieri trasformati in territori da sorvegliare. La storia di Nahel è anche la storia di moltissimi altri giovani delle periferie europee. Sono sconcertanti le analogie con la morte di Ramy Elgaml, avvenuta il 24 novembre 2024, così come è significativo che molti ragazzi razzializzati si riconoscano negli abusi di potere che le forze dell’ordine esercitano quotidianamente. Si tratta di un filo rosso che lega, agli occhi dell’opinione pubblica, le periferie alla devianza e alla repressione. Nel saggio Abolition Geography and the Problem of Innocence, Ruth Wilson Gilmore critica la distinzione tra vittime “innocenti” e “colpevoli”: «finché la legittimità della violenza statale dipende dalla presunta purezza morale della vittima, il sistema punitivo rimane intatto». > La domanda non dovrebbe essere se Nahel, Ramy o qualsiasi altra persona > colpita dalla violenza istituzionale meritasse o meno ciò che è accaduto, ma > perché lo Stato continui a esercitare forme di violenza differenziale su > gruppi sociali già esposti a condizioni di marginalità. Insistere > sull’innocenza della vittima rischia infatti di rafforzare implicitamente > l’idea che esistano vite sacrificabili e vite degne di protezione. Le periferie sono spazi politici dove si concentrano le contraddizioni della nostra società. Secondo la geografa Ruth Wilson Gilmore il razzismo consiste nella produzione e nello sfruttamento di condizioni che rendono alcuni gruppi sociali più vulnerabili di altri, aumentando la loro esposizione a una morte prematura (Golden Gulag, p. 28). L’abbandono organizzato di certi quartieri — meno servizi, più sorveglianza — crea le condizioni per una vulnerabilità sistemica. Si tratta di un organized abandonment: interi quartieri vengono progressivamente privati di risorse pubbliche, infrastrutture, servizi educativi, presidi sanitari e spazi culturali. Ciò comporta una precisa modalità di governo attraverso la sottrazione di strumenti politici e sociali che regolano l’accesso ai beni essenziali e, quindi, distribuiscono potere. Un esempio è il quartiere San Siro a Milano: un vasto patrimonio di edilizia residenziale pubblica, gestito da ALER, è stato nel tempo esposto a un prolungato processo di sotto-manutenzione strutturale. Ne è derivata la progressiva indisponibilità di numerosi alloggi, lasciati vuoti e inutilizzabili, a fronte di una domanda abitativa pubblica in costante crescita e di liste d’attesa sempre più estese. Ma si assiste anche ad una più ampia traiettoria di desertificazione infrastrutturale: la chiusura di sportelli pubblici, la riduzione della presenza bancaria, il restringimento dei presidi sanitari e dei servizi socio-educativi di prossimità. In questo contesto, le funzioni di riproduzione sociale e di cura territoriale vengono progressivamente esternalizzate verso attori del terzo settore, reti associative e residenti stessi. > Parallelamente, tale arretramento delle funzioni sociali dello Stato è > accompagnato da un rafforzamento delle sue funzioni coercitive: si osserva > infatti una crescente intensificazione delle pratiche di sorveglianza, dei > controlli di polizia e degli interventi emergenziali. Ne deriva una forma di governo delle disuguaglianze che non interviene sulle cause strutturali dei fenomeni sociali, ma ne gestisce gli effetti attraverso dispositivi riconducibili a ciò che la letteratura critica definisce come “industria del controllo”. Questo schema attraversa contesti diversi, dagli Stati Uniti alla Francia fino all’Italia, alimentato da una retorica permanente dell’emergenza e dell’allarme sociale che finisce per legittimare pratiche repressive e riprodurre condizioni di marginalizzazione. Eppure, a rispondere a queste dinamiche sono intere comunità. I giovani razzializzati non possono essere analizzati unicamente come soggetti eccedenti o passivi destinatari di politiche di controllo, ma come attori che producono continuamente forme di soggettivazione all’interno di regimi di inclusione differenziale. Le loro pratiche non si collocano semplicemente fuori o contro il sistema, ne chiedono riconoscimento dentro l’ordine esistente ma lo mettono in crisi, mostrando come i confini della cittadinanza e della sicurezza siano continuamente prodotti attraverso gerarchie razzializzate e dispositivi di controllo. Sul piano giudiziario, il percorso processuale continua a essere segnato da tensioni e controversie. Nel giugno 2024 i giudici istruttori avevano disposto il rinvio a giudizio dell’agente con l’accusa di meurtre (omicidio volontario). Nel marzo 2026, tuttavia, la Corte d’appello di Versailles aveva riqualificato i fatti come “violences volontaires ayant entraîné la mort sans intention de la donner”, escludendo quindi l’intenzione omicida. Il 12 giugno 2026 la Corte di cassazione francese ha annullato questa decisione, ritenendo insufficiente la motivazione con cui la Corte d’appello aveva escluso tale intenzione. La vicenda è stata quindi rinviata a una nuova valutazione, riaprendo la possibilità che Florian M. venga processato per omicidio volontario. > Di fronte a questi sviluppi, la madre di Nahel e i sostenitori della campagna > Justice pour Nahel hanno ricordato che dietro ogni fascicolo giudiziario vi è > una vita concreta: «Nahel non è un dossier, ma una persona». Una frase che richiama la necessità di non ridurre queste vicende a semplici questioni procedurali o statistiche, ma di riconoscere la dimensione umana e politica della violenza istituzionale e delle sue conseguenze. Le periferie non chiedono compassione. Chiedono diritti. Non chiedono eccezioni. Chiedono uguaglianza. Chiedono che la verità non venga soffocata dal silenzio e che la giustizia non dipenda dall’origine sociale, dal colore della pelle o dal luogo in cui si nasce. Per questo continuano a mobilitarsi, a organizzarsi e a resistere.  Perché la richiesta di giustizia per Nahel non riguarda soltanto Nahel: riguarda il diritto di tutte e tutti a vivere senza essere considerati una minaccia. Immagine di copertina di Vanessa Bilancetti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo «Nahel non è un dossier, ma una persona»: il filo rosso che lega periferie e Stato penale proviene da DINAMOpress.
June 26, 2026
DINAMOpress
La lotta nelle case popolari di Calvairate sull’emergenza topi ottiene risultati, e non si ferma
Nelle case popolari Aler di Calvairate, periferia sud-est di Milano, negli ultimi mesi si sta vivendo una vera e propria emergenza topi che, complice il caldo eccezionale registrato nelle ultime settimane, sta assumendo dimensioni fuori controllo. Colonie di topi invadono gli spazi comuni, giardini e le cantine abbandonate. La loro […] L'articolo La lotta nelle case popolari di Calvairate sull’emergenza topi ottiene risultati, e non si ferma su Contropiano.
June 18, 2026
Contropiano
“Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile
In Italia, oggi, il nemico pubblico indossa una tuta Nike Tech, ai piedi le TN, ha un modo di occupare il marciapiede che disturba. È giovane, maschio, figlio di qualcuno che è arrivato da qualche altra parte. E soprattutto, questo è il punto, è perfettamente funzionale. Funzionale a chi lo teme, funzionale a chi lo governa, funzionale ai giornali che ci costruiscono sopra le prime pagine. In Italia, oggi, il nemico pubblico ha un nome: maranza. Il “maranza” non è un’emergenza sociale: è un’emergenza narrativa. È il modo in cui una società che non sa fare i conti con se stessa nomina il proprio disagio e lo deposita su un corpo altrui. Come ha sempre fatto. > Ogni generazione ha il suo selvaggio da governare. Oggi si chiama così. IL BARBARO NON È MAI SCOMPARSO. SI È SOLO SPOSTATO DI QUARTIERE. Bisogna dirlo chiaramente: il “maranza” non costituisce un’invenzione recente. Non è nemmeno originale. L’Occidente moderno ha sempre avuto bisogno di un barbaro interno. Prima era il selvaggio coloniale, irrazionale, istintivo, incapace di autogoverno, che giustificava la missione civilizzatrice e il saccheggio delle risorse. Poi, con la decolonizzazione formale, il barbaro ha cambiato indirizzo ma non funzione: si è spostato nelle banlieue parigine, nei quartieri operai di Londra, nelle periferie milanesi. Edward Said, in Orientalismo (1978), mostra il meccanismo con precisione chirurgica: l’Occidente produce un Oriente immaginario, pericoloso, sessualizzato, arretrato, per definire per contrasto se stesso come razionale, civile, universale. Non è una distorsione del discorso pubblico: è la sua funzione costitutiva. Aimé Césaire, dal lato opposto della storia coloniale, ne aveva già denunciato le conseguenze interne: una civiltà incapace di risolvere i problemi che il suo stesso funzionamento genera è una civiltà in decadenza. Frantz Fanon, in I dannati della terra (1961) e in Pelle nera, maschere bianche (1952) rivela cosa accade quando il colonizzato attraversa il mare: non diventa cittadino. Diventa problema. Il suo corpo continua a essere letto attraverso le categorie che l’impero aveva costruito per giustificare il dominio. La razzializzazione non ha bisogno delle colonie per funzionare. Funziona benissimo al Corvetto, a Sesto San Giovanni, a Tor Bella Monaca. Nel 2024, Ramy Elgaml muore a sedici anni inseguito dalla polizia a Milano. Il copione è identico a quello di Zyed e Bouna, morti nel 2005 a Clichy-sous-Bois, alle porte di Parigi, inseguiti anch’essi. Vent’anni. Nessuna lezione appresa. Nessuna struttura cambiata. UNA CITTÀ COSTRUITA PER ESCLUDERE Le periferie europee non sono il risultato di un fallimento urbanistico. Sono il risultato di un successo politico. Le grandi banlieue francesi degli anni Sessanta, le cités, le HLM, gli enormi blocchi razionalisti ispirati alla Carta di Atene, erano la risposta dello Stato a un problema preciso: dove mettere la manodopera immigrata necessaria alla ricostruzione postbellica, tenendola separata dal centro. L’urbanistica non era neutrale. Era,come ha scritto Henri Lefebvre in Il diritto alla città (1968), uno strumento di produzione dello spazio al servizio dei rapporti di potere esistenti. Loïc Wacquant, in Punire i poveri (2004) e I reietti della città (2007), chiama il risultato “marginalità avanzata”: non il ghetto del passato, ma qualcosa di più sofisticato, la concentrazione territoriale di chi viene sistematicamente escluso dal mercato del lavoro regolare, dalla rappresentazione politica, dalla cittadinanza sostanziale. Una prigione senza muri, tenuta insieme dalla mancanza di alternative. In Italia il processo è più recente, ma la logica è identica. Il paese è diventato terra di immigrazione senza mai decidere cosa farsene, né politicamente né simbolicamente. Le seconde generazioni, nate qui, cresciute qui, italiane in tutto tranne che nei documenti, abitano un limbo giuridico che non è un’anomalia burocratica: è una scelta politica deliberata. Negare lo ius soli significa negare la possibilità che la presenza diventi permanenza, che la permanenza diventi appartenenza. Significa tenere aperta, per sempre, la porta del “torna a casa tua” , anche quando casa tua è qui, e non ne hai mai vista un’altra. Abdelmalek Sayad, sociologo algerino formatosi con Bourdieu e autore di La doppia assenza (1999), descrive con precisione l'”illusione del provvisorio”: lo sguardo europeo tratta il migrante come temporaneo anche quando è strutturale, come anomalia anche quando è normalità. Lo Stato chiama il migrante quando ha bisogno delle sue braccia, poi lo dimentica quando ha bisogno di un nemico. La figura del “maranza” è il figlio di questa doppia assenza: troppo italiano per essere straniero, troppo straniero per essere italiano. In questo vuoto si installa il capro espiatorio perfetto. IL GENERE NON È UN DETTAGLIO. È IL CUORE DEL MECCANISMO C’è un aspetto che il dibattito pubblico continua a non vedere, o a vedere male: il “maranza” è sempre maschio. E questo non è casuale. La figura del giovane con background migratorio viene costruita attraverso una retorica di mascolinità patologica: è violento, è incontrollabile, è sessualmente pericoloso. È troppo maschio nel senso sbagliato. Raewyn Connell, in Masculinities (1995), mostra come la mascolinità “egemone”, quella del maschio bianco borghese, razionale, padrone delle proprie emozioni, si costruisca storicamente per contrasto con forme di virilità subalterne, associate alle classi popolari, alle colonie, ai margini. Non è una descrizione del reale: è una gerarchia prodotta e riprodotta per legittimare chi sta in cima. Ma questa gerarchia ha radici più profonde di quanto il dibattito corrente riconosca. Il virilismo, come ha ricostruito lo storico Sandro Bellassai, non è un dato naturale: è una costruzione culturale emersa nella seconda metà dell’Ottocento europeo, in risposta alle prime rivendicazioni femministe e alle trasformazioni della modernità industriale. La mascolinità dominante si è affermata attraverso il nazionalismo, l’imperialismo e la retorica coloniale, e si è definita sempre per opposizione a un “altro” maschile rappresentato come arretrato, irrazionale, deviante. Il “maranza” è l’erede diretto di quell’ “altro”: la stessa funzione, aggiornata al presente. > Il virilismo ostentato di periferia, quello delle tute e della postura > spavalda nel camminare sui marciapiedi, non è una patologia originaria. È una > risposta. È quello che succede quando le vie ordinarie di costruzione della > rispettabilità maschile (il lavoro stabile, la casa di proprietà, il titolo di > studio spendibile) sono sistematicamente precluse. Pierre Bourdieu lo aveva già detto: quando non puoi accedere al campo, giochi con le regole che hai. Criminalizzare quella risposta senza vedere la domanda che la produce è, semplicemente, disonestà intellettuale. UNA RELIGIONE IN PIÙ DA PORTARE C’è un’ulteriore dimensione che il dibattito pubblico preferisce maneggiare con retorica piuttosto che con analisi: la maggior parte dei giovani definiti “maranza” è discendente di famiglie provenienti da paesi a maggioranza musulmana. E questo non è un dettaglio secondario. Come ha scritto Said, l’archivio coloniale continua a produrre significati fondati su una narrazione orientalista dell’Islam: alla dicotomia storica tra un Occidente moderno e un Oriente arretrato si è sovrapposta, dopo l’11 settembre 2001, una narrazione monolitica dell’islam come religione intrinsicamente violenta, che ignora la complessità del fenomeno. Il risultato è una stigmatizzazione a strati: sei figlio di migranti, vivi in periferia, sei maschio e povero, e in più sei musulamano, o ti si presume tale. Quel che spesso sfugge è la distanza tra come l’Islam viene vissuto dalla prima generazione e come lo reinterpreta la seconda. I padri, arrivati soli o con poco, hanno spesso fatto della moschea uno spazio di rifugio, un luogo in cui l’identità veniva riconosciuta di fronte a una società che non la riconosceva fuori. I figli, cresciuti qui, fanno qualcosa di diverso: rivendicano una fede pubblica, che non si nasconde, che non chiede scusa, che si inserisce nello spazio aperto della città come parte legittima di essa. Non è radicalizzazione. È appartenenza. È esattamente quello che ogni cittadino ha il diritto di fare, e che a loro viene letto come minaccia. QUANDO IL SUBALTERNO RISPONDE — E IL MERCATO LO ASCOLTA PRIMA DELLO STATO C’è un luogo in cui questa storia viene riscritta dal basso: la musica trap. Baby Gang, nato a Lecco da famiglia marocchina, processato, incarcerato, e poi tornato a fare musica con una lucidità politica che molti intellettuali si sognano: nel 2025 è diventato l’artista italiano con più ascoltatori mensili su Spotify, 8,2 milioni, superando Sfera Ebbasta. Il 4 marzo 2026, davanti al giudice, aveva dichiarato: “Adesso basta, solo musica.” Tredici giorni dopo era di nuovo in carcere, raggiunto da una nuova ordinanza per armi, rapina e maltrattamenti. Si può discutere a lungo su cosa significhi tutto questo. Quel che è difficile negare è che la sua traiettoria, la strada, la cella, la musica, la cella di nuovo, non è la storia di un individuo che ha sbagliato. È la storia di uno Stato che non ha mai saputo cosa fare di lui, e che lo ha incontrato quasi esclusivamente in divisa. È la traiettoria biografica di un giovane che, davanti agli occhi di uno Stato che lo aveva già visto realizzarsi nella carriera musicale, non si è lasciato redimere. Lui, le umiliazioni subite non le ha dimenticate. Ha deciso, secondo la formula di Louisa Yousfi, di «restare barbaro». Nomina la cella, nomina la polizia, nomina la frontiera invisibile tra chi appartiene e chi viene tollerato. I suoi testi sono referto sociologico e atto di accusa simultaneamente. Ghali costruisce da anni una narrazione della doppia appartenenza che rifiuta il ricatto della scelta, non è italiano, nonostante le origini tunisine, non è tunisino nonostante sia cresciuto a Baggio, Milano. La molteplicità non è un problema da risolvere: è il punto di osservazione da cui il mondo si vede più chiaramente. > Gayatri Spivak aveva chiesto, nel 1988, in Can the subaltern speak?, se il > subalterno potesse parlare. La risposta non era semplicemente negativa: il > problema era che i meccanismi di produzione del discorso pubblico erano > strutturati per non ascoltarlo, per tradurlo, per neutralizzarlo. La trap è uno di quei rari momenti in cui qualcosa sfugge al filtro, non perché il sistema sia diventato più giusto, ma perché il mercato culturale ha le sue contraddizioni e i suoi cortocircuiti. Il riconoscimento che passa dallo streaming non è una vittoria politica. È un sintomo: questi ragazzi esistono, parlano, e qualcuno li sente nonostante tutto. Houria Bouteldja, in I bianchi, gli ebrei e noi (2016), teorizza la riappropriazione dello stigma come gesto politico. Chiamarsi barbaro, rivendicare la propria posizione ai margini dell’impero, trasformare l’insulto in identità collettiva: è un gesto antico quanto l’oppressione. Lo hanno fatto i neri americani, lo hanno fatto le donne, lo hanno fatto i queer. Non è la sola risposta possibile. Ma è una risposta che lo Stato non sa come gestire. E questo, di per sé, è già qualcosa. IL COPIONE. RECITATO SEMPRE UGUALE, SEMPRE IMPUNITO Ogni volta che un ragazzo delle periferie finisce sui giornali, il copione si ripete con precisione meccanica, e con totale impunità. Prima la cronaca nera, con il nome straniero in grassetto e tutti i dettagli dell’origine etnica che servono a costruire l’equazione implicita. Poi il commento politico: la destra che chiede ordine e militarizzazione, la sinistra moderata che si affretta a prendere le distanze per non sembrare “giustificazionista”. Poi arriva il decreto sicurezza, ce n’è sempre uno pronto nel cassetto, con il Daspo urbano, l’abbassamento dell’età penale, l’inasprimento delle pene per i minori. Stuart Hall, in Policing the Crisis (1978), chiama questo meccanismo “panico morale”: la costruzione mediatica e politica di una minaccia che legittima risposte repressive sproporzionate, mentre le cause strutturali restano intatte. Quarantasette anni dopo, il manuale è lo stesso. > Quello che non entra mai nel copione è la domanda: perché in certi quartieri, > per certi ragazzi, le traiettorie si chiudono così presto? Perché lo Stato > arriva in quelle periferie quasi esclusivamente in divisa? Perché un ragazzo > nato a Milano da genitori stranieri deve aspettare i diciotto anni per > chiedere la cittadinanza del paese in cui è cresciuto, e anche allora, se ha > un precedente penale anche minore, non gli viene data? Non sono domande retoriche. Sono domande con risposta. La risposta è scomoda, ed è per questo che non viene mai posta. SMETTERE DI FARE FINTA La colonialità, intesa nel senso che ne danno Aníbal Quijano e Nelson Maldonado-Torres, come struttura di potere che sopravvive alla fine formale del colonialismo, non è un capitolo chiuso. Abita il modo in cui un giornale sceglie quali parole usare per descrivere un arrestato. Abita la legge che nega la cittadinanza a chi è nato qui. Abita il poliziotto che ferma dieci volte di più se hai una certa faccia. Abita il professore che ha aspettative più basse. Abita il padrone di casa che non affitta. Abita il selezionatore che non richiama se il cognome suona straniero. Non è un complotto. È una struttura. Ed è esattamente per questo che è più difficile da smontare di un complotto: non ha un responsabile unico, non ha un centro, non ha un momento fondativo da cui revocare. Si riproduce da sola, attraverso migliaia di decisioni quotidiane che si presentano come neutre e non lo sono. Michel Foucault avrebbe detto: è il potere che funziona meglio, quello che non ha bisogno di un sovrano. Riconoscere questo non è “fare politica dell’identità” , l’accusa pigra che serve a chiudere il dibattito prima che cominci. È fare analisi. È il minimo indispensabile per cominciare a ragionare seriamente su cosa significherebbe una società all’altezza delle proprie promesse costituzionali. Il “maranza” non è il problema. È lo specchio. Il problema è chi non ci vuole guardare dentro. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Maranza” nelle nostre città: perché il barbaro è di nuovo utile proviene da DINAMOpress.
June 4, 2026
DINAMOpress
Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi
Negli ultimi anni la potenza militare è riemersa come driver centrale delle relazioni economiche internazionali. La letteratura economica dominante ha spesso liquidato il militarismo come comportamento “irrazionale” di rent-seeking, oppure lo ha trattato come variabile che incide prevalentemente sulla performance economica interna (Smith, 1977; Dunne & Smith, 1990; Dunne, 2021; […] L'articolo Il Circuito Imperialista e la Riproduzione delle Disuguaglianze tra Paesi su Contropiano.
March 27, 2026
Contropiano
Napoli e Roma: “cultura della sicurezza” con le Forze Armate negli Istituti Comprensivi di periferia
Gli Istituti Comprensivi (IC), filiera di scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo grado, nascono e si consolidano sul territorio nazionale dal 1994 al 1998. Sono gli anni della grande glaciazione per la scuola italiana. La sinistra e la destra si danno la mano. La riforma della Pubblica Amministrazione nella logica meritocratica, l’istituzione della Dirigenza Scolastica portano in grembo l’autonomia degli istituti scolastici e la valutazione standardizzata, molto ben agganciate fra loro. Insomma, per una breve nota in ricordo: primo governo Berlusconi, interregno di frenetico riformismo di Berlinguer, il colpo di mano del secondo premierato berlusconiano, via aperta alle signore ministre Moratti e Gelmini, del cui passaggio ancora abbiamo le ferite. Nel solito paradosso ipocrita dei governi succitati, gli IC nascono con lo scopo di venir incontro alle esigenze delle piccole comunità montane e valligiane che caratterizzano l’estesa provincia italiana, ancora fitta di paesini e contrade. Se anche wikipedia non mente (la storia veramente si può proficuamente ricavare dalla letteratura pubblicata sull’argomento, ma tant’è , andiamo veloci), leggiamo che gli IC passano attraverso tre fasi. La prima di accorpamento in sollievo delle scolaresche che vivono lontane dalle scuole, anche se quella elementare esiste dovunque, magari come pluriclasse, a mancare sono nidi, materne e medie, usando le vecchie denominazioni. La seconda di consolidamento sperimentale (sono migliaia le sperimentazioni messe su dal dopoguerra: non una con restituzione e rilancio delle ipotesi…), ovvero come costruire curricoli longitudinali 3/14 anni, cercando di far uscire dalla sua storica sofferenza di ancella la scuola media, presa fra l’incudine dei fondamenti elementari (leggere, scrivere e far di conto) e il martello del disciplinarismo delle superiori. La terza, e siamo all’oggi, è quella dei feroci dimensionamenti, degli accorpamenti che non tengono in conto nessuna distanza ma solo i numeri: bisogna fare 600 anime infantili per avere diritto a un IC. E se non è in prossimità dei luoghi di vita, pazienza, il dialogo con il territorio si farà un po’ di retorica (“l’autonomia lega la scuola alle esigenze dei territori di insediamento degli istituti” recita la vulgata). Santa Maria della Carità non è una chiesa, ma un paese (comune dal 1980) dell’enorme hinterland della città metropolitana di Napoli. Anche se la zona di raccolta di pomodori, con relativi insediamenti di immigrati, avviene più a nord, verso Caserta, la piana vesuviana non gode di ottima stampa. Ma per non ferire l’orgoglio dei sammaritani, possiamo ricordare la loro vicinanza a Pompei, gli antichi Oschi e i Sanniti di cui forse restano vestigia anche nel piccolo comune. L’IC Eduardo de Filippo propone, nell’autorevole dettato della dirigente scolastica, due giornate di incontro con la Benemerita Arma dei Carabinieri, come ormai consuetudine, in sacrificio di due mattinate di lezioni curricolari. Non sappiamo se approvato nel Piano dell’Offerta Formativa, e dunque dagli organi collegiali, ossequia il Protocollo d’Intesa firmato dal MIM con l’Arma: ubi maior minor cessat. I contenuti sono i soliti nel formato, ormai stabilizzato in tutto il territorio nazionale, di Educazione alla Legalità. A parlare con insegnanti e genitori di bullismo, versione semplice (il Franti del libro Cuore, bullo primigenio) e versione cyber, a dialogare della pericolante legalità in Italia, uomini e donne in divisa. E chissà se qualcuno nella piana si sta occupando della legalità costituzionale lesa dalla proposta di controriforma delle carriere della magistratura e del loro organo di vigilanza (temi ostici, meglio dedicarsi ai pericoli della rete). Eduardo sorride storto (clicca qui per la circolare). IC Giuseppe Bagnera di Roma, quartiere Portuense. La scuola si trova fra Monteverde e San Paolo, utenza a retroterra sociale misto, come in molti quartieri nati come popolari, edifici anni Cinquanta e Sessanta, oggetto negli ultimi decenni a fenomeni di gentrificazione turistica. Anche qui, con ripetitività inquietante, una circolare della dirigenza propone incontri con la Polizia di Stato per bambini, insegnanti, personale amministrativo, sulle tematiche della sicurezza, della riduzione del rischio. Mentre il D.lgs. 81/2008 e le sue svariate successive integrazioni hanno istituito nel mondo del lavoro e nelle scuole l’obbligo alla sorveglianza, alla vigilanza sanitaria, a quella strutturale (gli edifici e i suoli di ubicazione), la figura dei responsabili in capo a tutti questi settori, qui i pericoli sono ancora i cattivi soggetti (clicca qui per la circolare). Il progetto, citato nella segnalazione inviata all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, è inserito nel curricolo di Educazione Civica, di cui, insieme al testo delle Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo dell’Istruzione, rimandiamo: la radice del civismo e della democrazia sono da cercare in Occidente, fra Atene e Roma, magari passando per Gerusalemme (sic, nel testo delle nuove indicazioni). Sempre per allevare qualche speranza, forse ancora possibile in un tempo appiattito sul presente, la scuola organizza per gli alunni del terzo anno delle medie il concorso di eccellenza in matematica (con l’assegnazione di 5 borse di studio), in onore di Giuseppe Bagnera, scienziato e matematico degli inizi del Novecento, a cui è intitolata la scuola. Certo, sempre gare con vincitori e vinti, ma non vogliamo fare le pulci a tutto. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente