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La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per il taglio di fondi pubblici l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita quattro volte alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza
“Conoscevo la realtà, pensavo di cambiarla.” Il racconto di un ex-operatore di un CPR
In passato ci siamo occupati molto di CPR; dobbiamo tornare a farlo e con forza. È indubbio che il genocidio a Gaza abbia impegnato la gran parte delle nostre energie, ma nel frattempo le vergogne nostrane continuavano e facevano danni irreparabili; non dobbiamo dimenticarcene. Riceviamo oggi, dall’inossidabile rete “Mai più lager- No ai CPR“, questo testo che ci sembra importantissimo divulgare. Ringraziamo la Rete di esistere e coloro che, sulla questione CPR, non hanno mai mollato. Sta per iniziare il mio turno… un altro giorno al CPR, sono stanco e so che uscirò ancora più stanco…non tanto per i turni di 12 ore, per la mancanza di luce, per il cibo scadente… So che uscirò stanco mentalmente, affranto, senza speranze… Conoscevo la realtà quando ho deciso di accettare il lavoro, è stata una mia scelta. Sarai un mediatore… Amo il mio lavoro, amo poter aiutare, ho pensato “posso cambiare qualcosa”, “ posso aiutare, posso far bene”. Poi sono entrato e ho capito. Non posso fare nulla. Non posso cambiare niente. Le cooperative cambiano, piccole modifiche, piccole finte migliorie di qualche giorno e poi torna tutto uguale… Il posto senza speranza, senza luce, senza futuro. Quando si parla dei CPR ci si concentra sui casi di pestaggi, sulle violenze e sui soprusi, sull’illegalità, sui diritti non rispettati…ed è giusto che sia così. Ma cosa vuol dire vivere in quel posto al netto degli episodi di cui si parla, al netto degli episodi giustamente urlati, al netto di ciò che fa notizia? Gli utenti, chi sono gli utenti? Sono numeri, solo numeri.. nessuno conosce i loro nomi, nemmeno i lavoratori, nemmeno gli operatori, men che meno l’ufficio e la polizia. E allora quando li chiami con il loro nome cambia l’espressione nei loro volti. Cazzo, mi chiamo così, cazzo, lui mi ha visto… Perché in quel posto nessuno vede nulla, ci si gira dall’altra parte e si finge di non sentire, di non ascoltare. La realtà è quella di persone confinate in stanze, con una finestra che dà su un mondo che si può solo sognare. Persone senza autonomia che devono chiedere di ricaricare il telefono, di accendere una sigaretta, di avere una bottiglietta di acqua rigorosamente senza tappo, di aver il loro pasto, un caffè, qualsiasi cosa. Certo, norme anti-suicidio le chiamano. Peccato che ogni giorno qualcuno lo tenti il suicidio, nei modi più disparati, mangiando le batterie, tagliandosi con oggetti di fortuna, provando a impiccarsi, facendo scioperi della fame. E la soluzione qual è? Tranquillanti, terapie, medicine. State zitti, non parlate. Urlate, chiedete? Vi battete per i vostri diritti? Vi tolgono la voce. L’unico modo per essere visti è tentare di togliersi la vita, è tagliarsi, è farsi del male. E comunque nemmeno questo tentativo disperato funziona. La realtà è questa: persone che stavano rientrando dal lavoro e si ritrovano in un CPR, persone che lasciano una famiglia e si ritrovano in un CPR, persone che rimpiangono il carcere, dove magari avevano anche i permessi per lavorare e si ritrovano improvvisamente senza nulla. Vorrei l’avvocato. Vorrei parlare con la direttrice. Vorrei l’acqua. Vorrei caricare il telefono. Vorrei parlare. Vorrei la dieta che mi spetta. Vorrei la terapia nell’orario prestabilito. Vorrei, vorrei, ma non ottengo nulla. Non ottengo nulla, urlo, mi arrabbio, me la prendo con i compagni, alzo la voce perché è l’unico modo per essere ascoltato. Chi non urla, chi non chiede, chi non conosce i propri diritti non ottiene nulla. Chi urla, chi chiede, chi conosce i propri diritti non ottiene nulla. AI lavoratori cosa si chiede? I ragazzi non devono fare casino e quando provi a fare in modo che questo avvenga semplicemente dando loro una voce, facendo notare le cose che non vanno allora non va bene. Quando chiedi per l’ennesima volta una ricarica per un ragazzo che aspetta da giorni…beh, non è fondamentale, non è urgente. Quando chiedi quando è l’appuntamento per un tale ragazzo chiamandolo per nome la risposta è: “ Chi è? Mi serve il numero”. E comunque “Non è urgente, domani, tra un’ora, tra due giorni….” Cosa allora è urgente? Nulla, solo numeri, nessuna urgenza, solo silenzio e urla che non vengono ascoltate. Conoscevo la realtà, pensavo di cambiarla. Nessuna equipe, nessuna formazione, nessun sostegno. E allora me ne vado, me ne vado perché non reggo più, perché la notte devo dormire, perché il mio corpo e la mia mente non reggono più. E sono fortunato perché io da operatore me ne posso andare, ma i ragazzi utenti non se ne possono andare. E io sarei potuto essere lì dentro perché, sia chiaro, è una questione di fortuna. Non sempre di delinquenza, non sempre di chissà quale crimine. Spesso è una questione di burocrazia. L’ultimo giorno ci salutiamo, è un saluto sincero, commuovente, è un saluto rassegnato. Li saluto con un nodo in gola, perché so che in un Paese giusto dovrebbero essere loro a salutarmi dall’altra parte del cancello.   Redazione Milano
November 23, 2025
Pressenza