Sudan: dalla “rivoluzione incompiuta” alla predazione interimperialista per procura
Riprendiamo da
https://pungolorosso.com/2025/12/10/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta-schiacciata-da-una-feroce-controrivoluzione/
questo articolo, utile a capire il “massacro dimenticato” in corso in Sudan.
Particolarmente importante, ai nostri occhi, la denuncia delle manovre dei vari
Stati attorno al conflitto tra “signori della guerra” e nello specifico dello
Stato italiano, dal Memorandum of Understanding di Renzi al cosiddetto “Piano
Mattei” dell’attuale governo Meloni. Solidarietà con gli sfruttati del Sudan è,
ancora una volta, combattere il “nostro” Stato e il suo imperialismo!
SUDAN, UNA RIVOLUZIONE POPOLARE INCOMPIUTA SCHIACCIATA DA UNA FEROCE
CONTRORIVOLUZIONE
Da decenni in Sudan si muore a seguito di scontri militari tra fazioni e di
sanguinose repressioni per opera dei vari regimi che si sono succeduti, tragedie
per lo più relegate nei titoli di coda delle grandi testate dei paesi “civili e
sviluppati”. Di recente c’è stato un soprassalto di interesse nei media, dopo la
caduta di El Fasher (1), con la rituale denuncia delle sofferenze delle
popolazioni. L’attenzione si è risvegliata per il rischio concreto di
instabilità regionale, di un acuirsi della contesa, sia regionale che globale,
che tocca gli interessi diretti delle grandi potenze imperialiste.
L’Italia ha responsabilità non secondarie per quanto sta accadendo in Sudan,
anche se in questo momento non è un attore di primo piano, se non nelle sue
ambizioni. Nell’aprile 2025, il ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione ha scritto un opuscolo dal significativo titolo: “Il Sudan nel
Corno d’Africa: un’opportunità mancata. Ricalibrare il coinvolgimento
dell’Italia nel conflitto e nella transizione del Sudan” (2).
Scrive “Nigrizia” il 17 ottobre scorso: “I missionari comboniani chiedono al
governo italiano un intervento urgente per istituire corridoi umanitari protetti
per i civili bloccati senza cibo nella città assediata in Darfur”.
Il governo italiano? Il governo Meloni? Quella Meloni che, nel 2023, ha promosso
il “Processo di Roma”, una evoluzione del “Processo di Khartoum” dal medesimo
contenuto neo-coloniale?
Nel novembre 2014, il governo italiano, allora presieduto dal PD di
Renzi, organizzò a Roma la “Conferenza Ministeriale di lancio del cosiddetto
Processo di Khartoum (EU-Horn of Africa Migration Route Initiative – HoAMRI)
(3), un accordo multilaterale con gli stati del Corno d’Africa con l’obiettivo
di “combattere l’immigrazione illegale”. Già allora il Sudan era uno snodo
centrale dell’emigrazione dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana. Per
questo, nel 2016, nel semestre di presidenza italiana della UE, sempre Renzi
firmò un accordo bilaterale con il Sudan, un Memorandum of Understanding (MoU),
segreto, tra le forze di polizia dei due paesi, su polizia, criminalità
organizzata e migrazione, con il chiaro obiettivo di esternalizzare il controllo
delle frontiere e favorire i rimpatri accelerati. Il Sudan, allora, era
governato dal regime di Omar al-Bashir, accusato di genocidio e di crimini di
guerra.
In linea con quanto contrattava anche in Libia, il governo italiano finanziò
guardie di frontiera costituite sostanzialmente dalle scellerate milizie
Janjaweed [vedi nota 1] che su mandato del governo di Al-Bashir avevano
perpetrato azioni genocidarie. Esse appoggiavano ì pastori nomadi, classificati
come arabi, contro gli agricoltori stanziali, classificati come africani, da
sterminare per impossessarsi delle loro terre, e delle risorse minerarie in esse
presenti, oro soprattutto.
In perfetta continuità con la sinistra, il governo Meloni si propone col piano
Mattei di governare l’emigrazione, esternalizzandone il controllo ai paesi di
provenienza o di passaggio degli emigranti con l’obiettivo di rendere più
efficiente la repressione della “immigrazione illegale”. I finanziamenti a
questi paesi sono contrabbandati come aiuto allo sviluppo (“aiutiamoli a casa
loro” – che è sempre un modo per penetrare in essi e sfruttarne le risorse
naturali e umane) e lotta alle organizzazioni di trafficanti, le quali, come
ampiamente dimostrato per la Libia, vengono al contrario alimentate proprio
dall’Italia e dall’Unione europea, al cui servizio agiscono. Perché, lo
ripetiamo per la millesima volta, l’arrivo di nuovi immigrati/e è essenziale per
un paese come l’Italia, ma nell’interesse di chi li sfrutterà è altrettanto
essenziale che arrivino in Italia esausti/e e indebitati/e cosicché siano,
almeno per i primi anni, disposi/e, per stato di necessità, ad accettare, a
subire, le condizioni di lavoro più umilianti e pericolose.
Il Sudan è stato escluso dal piano Mattei “perché c’è la guerra” (questa la
giustificazione ufficiale), ma ha visto aumentare l’interscambio con l’Italia,
che vende macchinari contro petrolio. Nell’attuale “guerra per bande” I’Italia
appoggia le RSF contro l’esercito regolare del Sudan (SAF). Non lo fa
ufficialmente, ma nei fatti. L’Italia esporta armamenti negli Emirati Arabi, i
quali, con una triangolazione tramite Ciad o Libia, li riesportano alle milizie
RSF (4). Nel 2023 il governo Meloni ha riaperto (5) la possibilità di vendere
alcuni tipi di sistemi d’arma appunto agli Emirati Arabi Uniti. Una decisione
politica chiesta e sostenuta dalla lobby del comparto industrial-militare che ha
consentito nel febbraio 2025 la firma di un accordo tra la controllata pubblica
Leonardo Spa e il conglomerato militare emiratino, Edge Group (6). Tra gli
armamenti autorizzati dal governo italiano per l’esportazione negli EAU ci
sono armi automatiche, armi pesanti, munizioni, bombe/razzi/missili,
dispositivi per la direzione del tiro, aerei, apparecchiature elettroniche,
software. Armamenti tutti facili da far giungere al conflitto sudanese.
Nel frattempo tutti i governi dei vecchi imperialismi nonché quelli dei
“giovani” capitalismi “auspicano” la pace, deplorano le violenze e i massacri e
… finanziano il conflitto sudanese in vista della conquista di posizioni
vantaggiose per il presente e il futuro.
CON QUALI RISULTATI?
Come il Congo anche il Sudan, proprio a causa della sua ricchezza mineraria, in
tutta la sua storia pre- e post-coloniale (parliamo del colonialismo storico) ha
conosciuto conflitti di violenza inaudita. Se ci limitiamo agli ultimi due anni,
quando l’ultima guerra per bande è esplosa, i morti sarebbero stati 150mila, c’è
chi parla di 400mila (difficile la verifica), oltre 13 milioni di profughi, di
cui 10 milioni di sfollati interni – come se gli abitanti dell’intera Lombardia
avessero dovuto fuggire dalle proprie case – e quasi 4 milioni di rifugiati nei
paesi circostanti, spesso anch’essi alle prese con crisi umanitarie, come Ciad,
Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. Nel paese, secondo Emergency, più di 30
milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria, 26 milioni soffrono
la fame, il 70% della popolazione non può accedere a servizi sanitari. Un
conflitto in cui si stupra, si tortura, si uccide soprattutto civili indifesi,
donne e bambini.
EPPURE NEL 2018 IL SUDAN SEMBRAVA IN PROCINTO DI CAMBIARE PAGINA
Milioni di persone scesero in piazza con una rivolta di massa organizzata
tramite i Comitati di Resistenza di quartiere (RC), l’Associazione dei
Professionisti Sudanesi (SPA), le Forze per la Libertà e il Cambiamento (FFC) –
una coalizione dei principali partiti di opposizione – e organizzazioni
femminili e studentesche, per rovesciare la trentennale dittatura di Omar
al-Bashir. Gli slogan di quella rivolta – “Libertà, Pace e Giustizia” – erano un
rifiuto di decenni di regime militare, sfruttamento capitalista, disuguaglianza
e violenza di stato (7). Grazie a queste rivolte, nel 2019 al Bashir fu deposto.
Ma subito dopo, l’esercito regolare, la Sudan Army Force (SAF), e il gruppo
paramilitare, la Rapid Support Force (RSF), ex Janjaweed, si allearono per
reprimere le rivolte popolari. Insieme hanno assassinato e torturato decine di
migliaia di rivoluzionari, hanno compiuto i massacri del 3 giugno 2019 in 14
sit-in, dove migliaia di persone sono state trucidate, e in seguito hanno
orchestrato il colpo di stato dell’ottobre 2021, che ha sciolto il governo di
transizione e arrestato i ministri civili e colpito le principali forze della
sollevazione popolare.
I due generali sono entrati poi in conflitto per raccogliere i frutti della
vittoria contro il movimento popolare. La SAF è una coalizione litigiosa che
comprende i veterani islamisti del deposto regime di al-Bashir, ed è capeggiate
dal generale Abdel Fattah Al Burhan. La RSF (Rapid Support Force) è un amalgama
di esercito e forze mercenarie reclutate anche tra i nomadi di Ciad e Niger, ed
è guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, chiamato Hemedti. Sono due bande
armate che si contendono il controllo delle ricchezze del paese, appoggiate da
una pletora di milizie alleate e sostenute da potenze straniere che le manovrano
per i propri interessi. Tuttavia considerare la SAF e la RSF solo delle bande
armate è riduttivo, in quanto ognuna di esse gestisce e rappresenta gli
interessi di importanti gruppi economici [vedi riquadro alla fine]
Si può dire perciò che i due generali, con i clan ad essi associati, gestiscono
un capitalismo statal-militare che finora, anche a causa della pesante ingerenza
delle varie potenze regionali e globali, non è riuscito a dotarsi di un unico
saldo apparato statale in grado di mediare le contraddizioni di interessi tra le
frazioni di questo capitale. Il Sudan non è l’unico esempio di capitalismo
statal-militare dell’area. Basti pensare al vicino Egitto. In assenza di questa
mediazione, in Sudan gli interessi si stanno scontrando armi alla mano.
El Fasher, città nel Darfur Settentrionale, era l’ultima importante roccaforte
dell’esercito regolare. Ora è caduta nelle mani della banda rivale, la RSF,
che così controlla tutto il Darfur e il Kordofan; con questa vittoria è
aumentata fortemente la probabilità di una spartizione di fatto del paese,
simile a quella della Libia. Una spartizione non nuova per il Paese (vedi
nascita del Sud Sudan nel 2011), e sempre le spartizioni favoriscono ulteriori
interventi neocoloniali, sia da parte delle potenze europee, sia da parte di
Russia e Cina, sia da parte delle potenze emergenti del Medio Oriente. Rispetto
ai paesi arabi storicamente interventisti in questa area, come Egitto e Arabia
Saudita, oggi sgomitano gli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le RSF e
forniscono armi e denaro anche al Ciad e all’Etiopia. Sono interessati da una
parte al controllo dell’oro sudanese, che consente loro di posizionarsi come
snodo globale di queto metallo; dall’altra, l’influenza sul Sudan rafforza la
loro presenza nel Mar Rosso, dove gli investimenti nelle infrastrutture portuali
hanno valenze sia commerciali che militari.
Ma anche Iran, Qatar e Turchia, nuovi arrivati, sono molto attivi. Iran, Turchia
ed Egitto sostengono le SAF, ma l’Egitto vorrebbe sopprimere gli elementi
islamisti della Fratellanza musulmana al suo interno. Il Qatar sostiene la SAF,
proponendosi però come intermediario; l’Etiopia, che cerca aggressivamente
l’accesso al mare, è ora alleata con le RSF, mentre l’Eritrea si schiera con le
SAF (8).
I rituali appelli dell’Onu non si contano, Usa e Arabia Saudita hanno da mesi in
piedi una road map di facciata per la tregua, che nessuna potenza ha veramente
interesse ad imporre. Nel frattempo tutti vendono armi a una delle parti, oppure
come la Russia ad entrambe le parti (9).
E NOI INTERNAZIONALISTI, COSA POSSIAMO FARE?
Inutile aderire agli appelli, certamente in buona fede, dei pacifisti da
tastiera. Tutto il rispetto per quelle organizzazioni umanitarie (ma solo per
quelle!) che realmente tentano di limitare gli effetti dei barbari eccidi sul
territorio, i cui effettivi spesso rischiano la vita. Purtroppo non esistono
scorciatoie o deleghe per contribuire alla sconfitta di tutte le fazioni in
guerra in Sudan e alla vittoria dei lavoratori sudanesi contro di loro e i loro
padrini. Possiamo però, e dobbiamo, denunciare e combattere contro la politica
dell’imperialismo di “casa nostra”, che cerca di ri-attestarsi con un piano
neocoloniale, il Piano Mattei, in Africa, e in particolare nel Grande Corno
d’Africa, di cui il Sudan fa parte, per garantire affari e profitti ai propri
gruppi economici.
Dobbiamo imparare dalla sconfitta della rivolta del 2018-19. La sua spontaneità
e la sua energia dal basso sono state ammirevoli, ma anche uno degli elementi
della sua vulnerabilità. Il movimento popolare, privo di un partito
rivoluzionario organizzato e indipendente, non ha saputo andare fino in fondo,
prendere nelle proprie mani il potere politico, smantellando l’apparato statale
e le strutture del vecchio regime. Le varie frazioni di classe presenti nelle
organizzazioni di massa in campo hanno portato a fratture politiche, in
particolare all’interno delle FFC, tra un’ala più radicale con una base di massa
“popolare”, lavoratori salariati, piccoli contadini, giovani studenti, ed
un’altra ala rappresentata in modo preponderante da elementi della piccola
borghesia, disposta al compromesso con l’esercito e con il FMI. Così, anche per
la pressione dei governi occidentali e delle potenze regionali, nel 2019 le FFC
accettarono un accordo di condivisione del potere con i militari, legittimando
la giunta militare, mantenendo intatto l’apparato capitalista e di sicurezza, al
timone del quale si posero i due generali controrivoluzionari. L’esito
inevitabile di questo compromesso a perdere è stato il congelamento della
sollevazione popolare e, dopo poco, la liquidazione del governo a guida Hamdok.
Di conseguenza, le forze della rivolta e della resistenza a base popolare si
sono trasformate in forze di difesa e resilienza, di solidarietà popolare, con i
Comitati di resistenza di quartiere e le Sale di Emergenza, che rimangono in
azione – per quel che possono – fino ad oggi.
Quanto sta accadendo in Sudan conferma che, una volta iniziata, una sollevazione
rivoluzionaria deve andare fino in fondo, osando il tutto e per tutto. Se rimane
a mezzo del guado, diventa il terreno molle in cui i suoi avversari penetrano
facilmente, riuscendo a far leva sulle divisioni interne e disarmando il
movimento insurrezionale, che in seguito, al momento propizio, viene brutalmente
stroncato, oppure rischia di diventare ostaggio dei suoi avversari. In Sudan la
prevedibile, feroce controrivoluzione delle classi al potere è oggi moltiplicata
nella sua violenza dallo scontro armato tra le due bande militari.
***
IL CARATTERE SOCIO-ECONOMICO DEL REGIME MILITARE
Deposto Bashir, infatti, permane la base del suo potere, il cosiddetto stato
parallelo, “deep state”, basato su una rete di funzionari di medio ed alto grado
degli apparati di sicurezza e delle istituzioni governative, che gestiscono le
risorse del paese. Sarebbero 408 le imprese controllate direttamente o
indirettamente dallo stato, che operano in vari settori, dall’industria civile,
all’agricoltura, all’esportazione di carne e all’estrazione mineraria (oro, in
particolare), al sistema bancario, all’industria militare.
L’esercito di al-Burhan ha le mani su circa 250 aziende vitali, la ricchezza di
Hemedti deriva, invece, soprattutto dal controllo delle miniere d’oro. Tra le
società di cui il governo, o meglio lo stato parallelo, è proprietario c’è la
Military Industry Corporation’s (Mic) che produce armamenti, anche su licenza,
in particolare russa, iraniana e più recentemente cinese, e ne esporta. Grazie a
MIC il Sudan è uno dei maggiori produttori africani di armi, terzo dopo Egitto e
Sudafrica. Il complesso dell’auto GIAD è controllato direttamente dal governo.
Il Sudan si posiziona terzo in Africa anche per la produzione di oro, dopo Ghana
e Sudafrica. E la produzione di oro del Darfur è nelle mani di Hemedti e dei
fratelli. Hemedti l’ha utilizzato per le sue milizie, e per assicurarsi
alleanze. Ogni anno il Sudan esporta 16MD$ di oro negli Emirati, con i quali
Hemedti è in stretta relazione, ma ne riceve anche Putin, che lo utilizza per
finanziare la guerra in Ucraina bypassando le sanzioni dell’Occidente. Sono di
proprietà diretta dell’esercito o delle RFS diverse imprese finanziarie tra cui
fondi per interventi caritativi e fondazioni, attraverso cui controllano varie
attività finanziarie, comprese diverse banche.
Tra queste la Banca Omdurman, la più importante del paese, proprietà
dell’esercito per l’86,9% grazie a giri societari, cosicché essa ha potuto
operare sul mercato finanziario internazionale senza problemi, anche durante il
periodo delle sanzioni americane.
Khaleej Bank, invece, è controllata principalmente da joint venture che
appartengono agli Emirati Arabi Uniti e alle Forze di Supporto Rapido (RSF), che
tra loro hanno forti relazioni politiche ed economiche. La famiglia del capo
delle RSF Mohamad Hamdan Dagalo (Hemedti) controlla il 28,35% delle sue azioni.
C’è poi Zadna International Company for Investment Ltd, un conglomerato
agricolo, in precedenza pubblico poi rilevata dai militari, i quali ne
monopolizzano le entrate e non permettono al Ministero delle Finanze di
accedervi. Zadna ha gestito numerosi schemi di irrigazione e affittato
appezzamenti di terreno a investitori privati. Nel suo consiglio di
amministrazione siede il fratello di Hemedti.
Nel 2019 le RSF disponevano di mezzi tali da permettere ad Hemedti di finanziare
con oltre 1 miliardo di dollari la Banca centrale sudanese, nel mezzo della
crisi economica esplosa dopo la destituzione di Bashir.
[da: Pagine marxiste, 17 maggio 2023, Sudan, una rivoluzione popolare
incompiuta]
Note
(1) Ricordiamo che già tra il 2003 e il 2009 la regione del Darfur fu teatro di
massacri, pulizia etnica e genocidio. Il regime di al-Bashir scatenò una
violenta repressione contro le comunità non arabe accusate di sostenere i
movimenti ribelli (660 mila morti). Le milizie Janjaweed, armate e finanziate
dal governo, bruciarono villaggi, stuprarono donne, massacrarono civili, oltre
600mila morti e due milioni di sfollati, secondo l’ONU. Nel 2013 queste milizie
vennero legittimate con la creazione delle forze paramilitari denominate Rapid
Support Force (FSR), presentate da al-Bashir come forza di contro-insurrezione
in Darfur e nel Kordofan meridionale, e nel 2017 furono riconosciute formalmente
dal parlamento sudanese, che ne legittimò in tal modo le operazioni sterministe
del passato e le usò anche come truppe mercenarie per intervenire in Yemen.
(2) CESPI, Il Sudan nel Corno d’Africa. Un’opportunità mancata (apr. 2025
(3)
https://www.iom.int/eu-horn-africa-migration-route-initiative-khartoum-process#:~:text=The%20Khartoum%20Process%2C%20primarily%20focused,the%20European%20Union%20(EU).
(4)
https://countercurrents.org/2025/11/how-the-uae-is-re-exporting-arms-to-sudan
(5) https://www.governo.it/en/node/22376
(6)
https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/18-02-2025-edge-group-and-leonardo-sign-groundbreaking-collaboration-agreement
(7) Per approfondimenti sugli eventi dal 2019, vedi: Sudan – La giunta militare
tenta di dividere il fronte di lotta, 20 luglio 2019,
https://www.paginemarxiste.org/sudan-la-giunta-militare-tenta-di-dividere-il-fronte-di-lotta/;
Sudan, una rivoluzione popolare incompiuta – Il conflitto tra due bande militari
nel riassetto dei rapporti tra le potenze, 17 maggio 2023,
https://www.paginemarxiste.org/sudan-una-rivoluzione-popolare-incompiuta/;
Perché in un singolo Paese come il Sudan si concentrano tali e tante rivalità
interimperialiste?, 21 agosto 2023,
https://www.paginemarxiste.org/perche-in-un-singolo-paese-come-il-sudan-si-concentrano-tali-e-tante-rivalita-interimperialiste/
(8)
https://www.wilsoncenter.org/article/conflict-sudan-map-regional-and-international-actors
(9) Dell’Italia si è già detto ma ricordiamo che gli Emirati ricevono (e girano
alle RSF) droni, bombe guidate GB50A e obici AH-4 da 155 mm dal gruppo cinese
Norinco, carri armati e fucili dal Canada, armi varie della Norvegia, dal gruppo
turco Burgu Metal, dal bulgaro Dunarit. Alle SAF invece giungono fucili Tigr per
tiratori scelti o i fucili Saiga-MK – del gruppo russo Kalashnikov Concern, armi
dai gruppi turchi Sarsilmaz, Derya Arms, BRG Defense e Dağlıoğlu Silah. Il tutto
aggirando, as usual, l’embargo alle armi sancito dall’ONU per il Darfur, o
quello della Ue per il Sudan.