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Cisgiordania: visti revocati e arresti illegittimi
E’ questo il trattamento riservato agli italiani dalla cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente”. L’Italia e l’Europa – proxy informali di Israele – intensificano sorveglianza, repressione e militarizzazione “C’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia – e addirittura la sola in “medioriente”? Il Governo italiano risponde con il nuovo Decreto Sicurezze già in azione contro gli scioperi dei trasportatori al Sud. Mentre le forze di occupazione sioniste danno seguito alle operazioni di distruzione sistematica dei villaggi palestinesi in Cisgiordania, servendosi dei coloni, dodici persone, di cui cinque italiane, sono state sequestrate dall’IOF nel villaggio di al-Bweib , vicino a Hebron (nome originario arabo Al-Khalil ), nel sud della Cisgiordania. Partecipavano alle attività di raccolta delle olive e di protezione degli agricoltori palestinesi. La polizia israeliana ha dichiarato che gli attivisti stavano partecipando alla raccolta delle olive in una zona militare riservata senza coordinarsi con le autorità israeliane (un’accusa usata in passato anche in modo pretestuoso per ostacolare palestinesi e attivisti). Questa settimana nella zona erano già stati fermati e poi espulsi altri due attivisti italiani, Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, con l’accusa di terrorismo. Inutile dire che le accuse sono del tutto infondate: gli attivisti facevano parte della carovana umanitaria “Youth of Sumud” impegnata nel sostegno alla comunità palestinese durante il periodo della raccolta delle olive. Uno dei due, Manuel, ha raccontato alla stampa di essere stato bendato e rinchiuso nel retro di un blindato, picchiato e trattenuto illegalmente – o per meglio dire, rapito – per due giorni, al termine dei quali è stato rilasciato ed espulso con divieto di ingresso per i prossimi 10 anni. Contestualmente, è stato revocato il visto a Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, la cui “colpa” è quella di aver denuncia il genocidio in corso a Gaza e l’illegittimità dell’occupazione dei territori palestinesi. La motivazione fornita dalle autorità sioniste – “le circostanze relative al suo caso sono cambiate” – non nasconde la realtà: le viene vietato l’ingresso per aver fatto il proprio dovere di parlamentare – e di essere umano. Una domanda a questo punto diventa indifferibile: c’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia? – e addirittura la sola in Medio Oriente? Uno Stato che dalla sua fondazione occupa e devasta le terre altrui, che vieta l’ingresso ai dissidenti, che pratica la pulizia etnica e la segregazione come elementi fondanti del suo sistema sociale, che arresta ed espelle senza legittimità attivisti disarmati impegnati nella solidarietà con il popolo palestinese, può definirsi una “democrazia”? La risposta è nei fatti, e i fatti parlano di un regime che commette crimini e viola il diritto internazionale, in ogni sua forma. L’ALLINEAMENTO EUROPEO: SORVEGLIANZA, REPRESSIONE, MILITARIZZAZIONE Quanto accaduto a Manuel, Alberto e Stefania è parte di un sistema repressivo coordinato che permette ai governi europei di agire come proxy di Israele, criminalizzando la solidarietà con la Palestina e colpendo chiunque osi denunciare il genocidio. Le misure adottate in tutta Europa compongono un quadro coerente, fondato su sorveglianza, repressione e militarizzazione. In Germania si moltiplicano le banche dati di polizia dedicate ai movimenti pro-Palestina; in Francia le misure amministrative di controllo giudiziario e le interdizioni dal territorio vengono utilizzate per monitorare e neutralizzare preventivamente i dissidenti; in Italia le relazioni dei servizi e i dossier trasmessi alle procure disegnano una mappa del dissenso che precede e orienta l’azione repressiva. Non si tratta di prevenzione del reato, ma di sorveglianza politica di opinioni e appartenenze. L’Europa ha compiuto una scelta di campo strutturale. L’aumento delle spese militari è diventato il vincolo principale delle politiche di bilancio; i programmi di riarmo non sono più oggetto del dibattito democratico; la ricerca è sempre più orientata verso il dual-use. Si prepara una generazione alla cultura della guerra attraverso la militarizzazione della scuola, le forze armate e le aziende della difesa entrano negli istituti scolastici attraverso progetti didattici e percorsi di orientamento, mentre il welfare viene smantellato per finanziare gli armamenti. Sul piano della repressione, in Germania, cinque attivisti pro-Palestina – cittadini britannici, spagnoli, irlandesi e tedeschi – sono detenuti da mesi in cinque carceri diverse, accusati di “associazione a delinquere” per aver protestato contro Elbit Systems, il maggiore produttore di armi israeliano, e rischiano pene fino a 20 anni. Il loro processo è stato definito dalle stesse difese un “ show trial ” politico, con detenzioni che superano i limiti di legge. A Praga , Youssef Moursi, studente egiziano di 25 anni, è in carcere preventivo da sei mesi con l’accusa di “terrorismo” per un incendio mai provato; i primi tre mesi li ha trascorsi in isolamento – una tortura psicologica, come ha denunciato lui stesso, per “spezzare” gli attivisti. Nel Regno Unito, attivisti di Palestine Action sono stati condannati con l’accusa di “reato terroristico” per aver danneggiato una fabbrica di armi destinata a israele. Il denominatore comune: ” Chi tocca gli interessi dell’industria bellica e quindi dello stato sionista viene trattato come un terrorista “. E l’Europa, invece di difendere i diritti dei propri cittadini, si allinea supinamente a questa narrazione, trasformando le proprie procure e le proprie polizie in strumenti di una repressione che serve gli interessi di Tel Aviv. IL NUOVO DDL SICUREZZA: IL “MODELLO ISRAELE” ATTECCHISCE I governi occidentali sono ottimi allievi dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, l’Italia al primo banco. La deriva repressiva arriva anche da noi, con il nuovo, ennesimo, DDL Sicurezza , approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre 2026. Il provvedimento – che si somma al decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella legge n. 54 del 24 aprile 2026– introduce misure “ di dubbia costituzionalità ” e “ destinate a restringere ulteriormente gli spazi di libertà e di manifestazione ”. Il nuovo testo estende il fermo preventivo a 24 ore e applicabile anche ai minorenni (con presunzione di imputabilità dai 14 anni), introduce il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” che punisce con pene fino a 12 anni chi organizza o promuove gruppi di protesta, prevede sanzioni amministrative ai genitori dei minori coinvolti, il divieto di raduno per i minorenni e l’arresto in flagranza differita basato su immagini e video. A tal proposito, è importante ricordare che il 30 settembre è entrato in vigore il Decreto Legislativo n. 160/2026, che consente alle forze dell’ordine di utilizzare l’intelligenza artificiale per l’identificazione degli individui, senza la necessità di beneplacito di un giudice. A tutto questo si aggiunge l’invio di 500 militari a Milano per il controllo del territorio. Il decreto si inserisce in un momento storico di particolare consapevolezza: nell’anno appena trascorso abbiamo assistito ad arresti di massa, processi alle intenzioni, profilazione dei manifestanti e narrazioni mediatiche a dir poco inverosimili, elementi che contribuiscono alla percezione della norma come strumento di punizione, che potrebbe colpire chiunque, anche chi manifesta in modo pacifico. Il decreto intende rispondere alle questioni sociali, economiche e democratiche che affliggono il paese trasformandole in problemi di ordine pubblico, con la restrizione degli spazi del dissenso e colpendo l’agibilità dell’azione sindacale, sociale e democratica. Lo stato sociale è definitivamente sostituito con lo stato di Polizia, ne è una prova la repressione in corso contro gli scioperi dei trasportatori. Global Sumud Italia Mail : it-media@gmtgaza.org – gsf.italia.stampa@proton.me Global Sumud Flotilla
October 24, 2026
Pressenza
30 ottobre: Dalla città al Porto, Ravenna sciopera con i portuali di tutto il mondo!
        Il 30 ottobre Ravenna si unisce allo sciopero mondiale dei portuali contro la guerra, indetto dalla rete internazionale Ports in Action composta da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport Workers Federation of India (India). Nel mondo si fermeranno quasi 60 porti e nuove adesioni stanno arrivando.  I portuali di tutto il mondo e la società civile si oppongono ai traffici di armi che alimentano guerre, genocidi ed ecocidi, si oppongono alla militarizzazione dei porti, alla corsa al riarmo e all’automazione portuale che erodono i diritti sociali e dei lavoratori. In Italia ci sarà anche uno sciopero generale intercategoriale indetto da USB, contro il carovita e per aumenti salariali. A Ravenna faremo una intera giornata di mobilitazione e sciopero che partirà dalla città e arriverà al porto (Marina di Ravenna). Il porto di Ravenna, già hub del fossile, è al centro di un processo di militarizzazione inquietante, tra traffici di armi, di materiale “dual use” e precursori di esplosivi come il nitrato di ammonio, verso Israele ma anche verso altre mete per nulla democratiche come Emirati Arabi Uniti ed Egitto.  Le Dogane per oltre un anno hanno cercato di opporre il segreto sulla quantità di armi che passano, invocando anche lo stato di guerra mondiale “ibrida” e permanente. L’avvocatura di Stato che dipende direttamente da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato che il porto di Ravenna è un porto a rilevanza militare (pur essendo classificato come civile e commerciale) e per questo vanno limitati i diritti democratici alla trasparenza. Sconfitte in ogni grado di giudizio dal lavoro della giornalista Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, le Dogane sono costrette a divulgare i dati, grazie ad una sentenza del Consiglio di Stato che farà giurisprudenza. Dal nostro porto nel 2025 sono stati scoperti traffici di munizioni e componenti di armamenti pesanti verso Israele, nel 2026 sappiamo di altre spedizioni di dual use dirette a Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano, effettuate attraverso il porto ravennate. Ma quelle scoperte sono solo punte di iceberg giganteschi. Si aggiungono anche le spedizioni di merci verso le colonie illegali israeliane in Cisgiordania violando il diritto internazionale. Poche settimane fa a Ravenna ha fatto scalo anche la nave in uso all’esercito italiano, la Capucine. Traffici di armi si incrociano con traffici di gas e petrolio: a Ravenna oltre al petrolchimico abbiamo il rigassificatore, il deposito di gnl, una fitta rete di gasdotti, l’impianto di cattura e stoccaggio  della CO2, tutte infrastrutture critiche che alimentano la crisi climatica ed ecologica, legano sempre di più il territorio alla dipendenza dal sistema fossile  e mettono a rischio la nostra sicurezza.  Ravenna è snodo di tre corridoi Ten-t (reti ferroviarie e portuali europee ad uso civile ma sempre più usate per il trasporto di armi) e, con con il sostanziale avallo da parte dell’autorità portuale, del Comune e della Regione, è candidata ad essere un punto strategico anche del corridoio Imec che collegherà Europa, Israele e India e che verrà usato anche per inviare e importare armi. Il Comune e la Regione, non si sono costituiti ad adiuvandum nella storica vertenza legale contro le dogane, e nonostante le belle parole, come azionisti pubblici di Sapir (gestore del terminal container) hanno approvato un codice etico quantomeno ambiguo, che all’art 3 comma 15 dice che Sapir “valuterà” se instaurare o mantenere rapporti “con soggetti coinvolti in attività illecite, terrorismo, criminalità organizzata, violazione di diritti umani” (!).  Ma la lotta della società civile e dei portuali contro le guerre, contro il traffico di armi, contro genocidio ed ecocidio va avanti.   Dobbiamo impegnarci per l’applicazione integrale (e per il miglioramento) della legge 185/1990, del regolamento europeo sul dual use (UE) 2021/821 e al contempo mettere in evidenza lo strettissimo legame esistente fra guerre e sistema fossile, lavorando per una svolta reale nel modello energetico. Ci rifiutiamo di stare a guardare mentre tutto questo accade sotto i nostri occhi, mentre le guerre continuano a distruggere vite, risorse, salute e natura. Invitiamo tutte e tutti a unirsi a noi il 30 ottobre!   Programma: 9:00 ritrovo degli studenti in piazza del Popolo e corteo verso la Darsena  10:00  concentramento generale alla Darsena (retro stazione) e corteo verso autorità portuale  11:00  partenza per il porto con bici-bus-auto private Per chi va in bici: pedalata antifa (percorso Autorità portuale-ponte mobile- ciclabile verso Marina di Ravenna)  Per chi in bus: prendere bus numero 70 (ogni 30 minuti) 12:30 Marina di Ravenna concentramento presso Piazzale della Marina (sotto la Nave Militare)  pranzo sociale (preparato da Sovversughi) a offerta libera  Interventi, musica, arte 14:00 corteo verso il Canale    Organizzano  Coordinamento popolare contro i traffici di armi porto Ravenna (La comune, Arci brigante Pieve Cesato, Brigate di Solidarietà, Ravenna in comune, Sanitari per Gaza Ravenna, coord.No NATO, SGB Ravenna, Slai Cobas Ravenna, Potere al popolo Ravenna, Carc, Partito Comunista di Unità Popolare) USB Romagna OSA-Opposizione Studentesca d’Alternativa  Cambiare Rotta Giovani palestinesi Bologna BDS Ravenna Sovversughi   Aderiscono  Global Sumud Flotilla Sanitari per Gaza Italia  Cap (comitato autonomo portuale Ravenna) Rete no rigass no gnl Fronte Della Gioventù Comunista  Piceno per la Palestina Ferrovieri contro la guerra Fondazione Cetacea  Coordinamento ravennate per il Clima Fuori dal Fossile  Emergency Ravenna  Mercoledì per la Palestina  Arci Ravenna Agorà    Altri nostri articoli: > La sentenza del Consiglio di Stato su Ravenna fa giurisprudenza Redazione Romagna
October 23, 2026
Pressenza
Varese per la Palestina: “La fine del genocidio”
“La fine del genocidio”, così si intitola la manifestazione nazionale promossa da diverse associazioni pro-Palestina — Movimenti Studenti Palestinesi, Giovani Palestinesi d’Italia, Associazione dei Palestinesi in Italia e Unione Democratica Arabo-Palestinese — nell’ambito di un più ampio coordinamento, quello di Global Coalition for Palestine che tra il 9 e l’11 ottobre, ha organizzato manifestazioni in tutta Europa. A Varese, il Comitato Varesino per la Palestina (CVP) ha risposto alla chiamata e ha portato in piazza tantissime persone con bandiere, striscioni, cartelloni e oggetti per fare rumore. A Varese, come ogni sabato pomeriggio, il CVP si ritrova in piazza e per 15 minuti cerca di attirare l’attenzione delle persone “facendo rumore” con l’intento di non fare cadere nell’oblio il massacro dei palestinesi da parte del governo di Israele. Oggi la partecipazione è stata ampia e sentita, perché anche la gente di Varese si è unita alla richiesta della fine del genocidio, lo sblocco degli aiuti per Gaza, il ritiro dell’esercito di occupazione. Sono intervenuti Filippo Bianchetti del CVP, l’avvocato Ugo Giannangeli, una rappresentante di Emergency, e altre persone che hanno contribuito con discorsi e letture. È stata espressa indignazione per la recente partecipazione e il discorso tenuto dal Premier Israeliano all’assemblea generale dell’ONU e per quanto accade nella nostra provincia, dove si concentra un numero significativo di aziende che operano nel settore militare, nella tecnologia bellica e nella produzione di aerei da guerra. Durante il presidio sono stati informati i partecipanti sulle campagne di autodenuncia, dal valore fortemente simbolico, promosse a Varese dal CVP, contro la linea filosionista imposta dallo stato di Israele e dagli altri governi suoi sostenitori, a cui tutti possono aderire cliccando a questo link: Mi autodenuncio Una rappresentante di Emergency ha richiamato l’attenzione sulla raccolta di firme avviata qualche giorno fa dal titolo “Io obietto la guerra” che ha l’intento di portare in Parlamento il diritto all’obiezione di coscienza alla guerra, ricordando che l’obbligatorietà alla leva in Italia è stata sospesa e non soppressa del tutto. L’obiezione riguarderebbe, non solo l’eventuale servizio militare, ma anche le attività lavorative collegate alla progettazione, produzione, commercio e movimentazione di armi e strumenti destinati alla guerra. Qui si trovano tutte le informazioni e il link per aderire alla raccolta firme: Io obietto la guerra Il problema della Palestina è nel cuore di molta gente in Italia, in giornate come queste l’indignazione e la voglia di partecipare è sotto gli occhi di tutti, e dovrebbero prenderne atto anche i politici che guidano il paese perché le richieste che arrivano dalle piazze non possono continuare ad essere ignorate. Monica Perri
October 11, 2026
Pressenza
Sarà un “Autunno Caldo”?
Ieri pomeriggio si è tenuta a Roma, così come in molte città italiane e del mondo, una grande manifestazione di solidarietà con il popolo palestinese. Il concentramento era al Colosseo e da lì il corteo si è sempre più ingrandito con l’arrivo di cortei provenienti da alcune scuole e da diversi quartieri di Roma, superando così alla fine abbondantemente le diecimila persone. I manifestanti erano soprattutto giovani studenti universitari e giovanissimi e agguerriti studenti delle superiori con i loro collettivi e la loro determinazione a cambiare il mondo e una storia che sembra già irreversibilmente segnata da precarietà, disastri ambientali e dal terribile moloc della guerra. La manifestazione romana è stata indetta dagli Studenti Palestinesi e da altre sigle della diaspora palestinese con la parola d’ordine “La fine del genocidio è la fine del sionismo. Stop accordi. Embargo a Israele.” Hanno partecipato al corteo alcuni partiti politici “extraparlamentari” : Rifondazione Comunista, PCI, Sinistra Anticapitalista, Partito Comunista dei Lavoratori. Presente anche il Movimento 5 stelle. Oltre ai diversi collettivi studenteschi di varie scuole di Roma, c’erano i giovani di Osa, di Cambiare Rotta, del Fronte della Gioventù Comunista e dei 5 stelle. Il corteo è terminato pacificamente nel piazzale Aldo Moro, antistante l’Università la Sapienza. Mauro Carlo Zanella
October 11, 2026
Pressenza
Si può danzare fra le macerie
A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi, Francesca Albanese, ha descritto la situazione nella Striscia di Gaza come orribile, affermando che la popolazione assediata sta morendo lentamente. In dichiarazioni giornalistiche, Albanese ha affermato che le bombe sganciate finora su Gaza equivalgono alla potenza di sei bombe atomiche. La situazione a Gaza va di male in peggio. Secondo i dati dell’ufficio statistico locale, in questa guerra genocidaria, Israele ha sganciato 223.000 tonnellate di bombe sulla Striscia. Il numero totale degli uccisi ha raggiunto quota 74.254, mentre il numero totale dei feriti è arrivato a 175.306, un bilancio documentato da fonti mediche che riflette l’entità delle perdite umane dopo tre anni di guerra genocida. Ad un anno dalla firma del finto cessate il fuoco, Israele continua ad uccidere i civili palestinesi. In tre anni di aggressione, un bambino palestinese è stato ucciso ogni 71 minuti, per un totale di 21,976 bambini uccisi dall’inizio dell’invasione. A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco. Bacchiare le olive in Cisgiordania Ieri, Ahmad Ibrahim Ajarma, 32 anni, è stato ucciso dalle pallottole dell’esercito israeliano in una strada vicino a Nabi Younis, a nord di el-Khalil. L’esercito di occupazione ha preso il suo corpo in ostaggio. Oggi, sabato, le forze di occupazione israeliane hanno lanciato una raffica di lacrimogeni contro decine di agricoltori palestinesi intenti a raccogliere olive nella zona di Ain Rutba, a Deir Abu Mash’al, a nord-ovest di Ramallah. Un fotoreporter è rimasto ferito da un proiettile e diversi contadini hanno riportato ferite. Un nostro contatto nella zona ha riferito che le forze israeliane hanno represso gli agricoltori in un’area situata vicino a un avamposto abitato da coloni, per cacciarli dalle loro terre e allargare la colonizzazione. L’attacco militare dei soldati è avvenuto in sostegno all’aggressione di un gruppo di coloni che hanno tentato di rubare il raccolto e incendiare gli alberi. Nella stessa zona, ieri venerdì è avvenuta la stessa scena, con i coloni che sono arrivati su piccole auto a 4 ruote motrici e un bulldozer, vandalizzando i campi agricoli con lo sradicamento degli ulivi. La stampa palestinese ha contato, ieri e nella sola provincia di Ramallah, 19 attacchi dei coloni ai danni di agricoltori palestinesi. Abitare a Qusra Sono passati due mesi e due giorni dall’inizio dell’assedio, da parte dei coloni e dell’esercito israeliano, delle tre famiglie palestinesi di Qusra. 11 persone che non possono né uscire da casa, né rientrarvi. Niente scuola e niente lavoro. Ma… Ma “questo popolo ha sette anime” 17esima puntata: I Camps Breakerz, gruppi di danza sportiva tra le macerie I Camps Breakerz sono nati nel 2003 nel campo profughi di Nuseirat, nei Territori Palestinesi (Gaza) allora occupata da Israele, facendosi portavoce dei rifugiati e del popolo palestinese. La danza rappresenta per loro una forma di resistenza, per affrontare la complessa situazione politica del popolo palestinese. Dal 2004, la CB Crew si esibisce e organizza corsi e workshop di danza nella Striscia di Gaza, in Germania e negli Stati Uniti. L’invasione israeliana ha distrutto tutto, ma gli istruttori non si sono persi d’animo. Hanno ricostruito i gruppi giovanili, riaperto la scuola all’aperto e raccolto fondi nel resto del mondo per finanziare opere di sostegno alla popolazione affamata e realizzando performance tra le macerie. Le loro performance, caratterizzate da grande energia espressiva, riflettono i sentimenti e il messaggio di un popolo che aspira alla libertà, all’amore e alla pace. Attraverso le esibizioni e l’insegnamento, i CB hanno compreso l’importanza della danza e dell’arte per la popolazione di Gaza. La scuola della CB Crew è la prima scuola di danza nella storia della Striscia di Gaza; è stata fondata nel 2012 grazie al sostegno di sostenitori privati da tutto il mondo. Hanno scelto il nome “Camps Breakerz” per trasmettere al mondo un’immagine positiva dei campi profughi.CB Crew: un unico campo, un’unica squadra, un unico sogno. Esistono anche un canale YouTube (12) Camps Breakerz Crew – YouTube, una pagina FB (20+) Facebook e un account Instagram (2) Instagram   ANBAMED
October 10, 2026
Pressenza
Cagliari, sabato 10 ottobre 2026: fermare il genocidio, embargo a Israele
Sabato 10 ottobre, Cagliari: ore 16 corteo da Piazza Costituzione, poi dalle 17.30 “Quasi un festival” in via Roma. Rispondiamo all’appello nazionale delle realtà palestinesi in Italia: fermare il genocidio, embargo a Israele. Come funziona 16.00 · ci troviamo in Piazza Costituzione Corteo fino alla passeggiata di via Roma Dalle 17.30 · in via Roma comincia Quasi un festival Tre Piazze tematiche Non è un palco con un comizio. Sono tre piccoli cerchi di persone lungo via Roma: li riconosci da un cartello sull’albero e dal nastro di carta per terra. In ogni cerchio una persona introduce un tema, poi la parola passa a chi c’è: domande, idee, confronto. Puoi fermarti, ascoltare, intervenire, spostarti da un cerchio all’altro. Piazza Palestina liberata: il genocidio e le responsabilità dell’Europa, la normalizzazione dell’occupazione, i prigionieri politici, l’università Piazza Sardegna liberata: Saras, RWM, l’occupazione militare dell’isola, la vittoria contro i radar Piazza Resistenza: scuola e militarizzazione, la nuova repressione, il DDL antisemitismo, le banche complici, l’azione non violenta Intorno: musica e danza in movimento, illustrazione collettiva, immagini, libri, la raccolta firme di Emergency, Medici per Gaza, un albero di aquiloni e poesia. A chiudere il percorso, una Via Crucis palestinese. Criticare Israele non è antisemitismo. La solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia. Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, con oltre 25 realtà di tutta la Sardegna.   Redazione Sardigna
October 6, 2026
Pressenza
“La Fenice”: un palestinese trasforma il legno d’ulivo in opere d’arte
Questo popolo ha sette anime, 15a puntata La figura iconica di Handala, simbolo della lotta palestinese, o una mappa della Palestina, o un tavolo, o uno specchio, o altri oggetti artistici e creativi… ecco come gli ulivi si trasformano nelle mani dell’artista palestinese Salah Hussein, passando da inanimati pezzi di legno in vibranti opere d’arte o sculture. Nel suo laboratorio, che ha chiamato “Al-Anqa” (La Fenice), nel villaggio di Beit Duqqu, a nord-ovest di Gerusalemme, Salah – un ex prigioniero che ha trascorso 17 anni nelle carceri israeliane – crea diverse opere d’arte in legno d’ulivo. Non è solo un lavoro che lo aiuta ad affrontare le difficoltà della vita, ma anche una forma d’arte in cui ha trovato la sua vocazione, mettendo in mostra con maestria la bellezza del legno in forme e colori. Salah si considera un sopravvissuto dalla tomba (il carcere), spiegando che il nome Fenice, per lui, è legato alla situazione in cui il palestinese vive permanentemente e racchiude un duplice significato: il primo è un’eredità palestinese, che conferma la volontà di riprovare e di non arrendersi mai, “perché sono rimasto a lungo nelle tombe (prigioni) e sono tornato alla vita”. Il secondo significato è la rinascita dell’albero morto, che viene rimodellato, ricostruito e riportato alla luce in modi che gli si addicono. In quanto artista, Salah seleziona un pezzo di legno e inizia a immaginarne il futuro. Spiega: “Il mio ruolo è quello di mettere in risalto la bellezza intrinseca del pezzo stesso; non posso aggiungere nulla di più bello al legno d’ulivo di quanto già non sia”. Il lavoro di Salah abbraccia una vasta gamma di forme, tra cui sedie, divani, scaffali, tavoli, sculture e altre creazioni artistiche. Crede che qualsiasi oggetto realizzato in legno d’ulivo, indipendentemente dalla sua natura, sia bello e possieda un’anima unica. I suoi strumenti spaziano da una sega elettrica per tagliare e modellare il legno a un martello e a vari scalpelli di diverse forme e dimensioni, che utilizza per intagliare le sue creazioni. Con l’arte di modellare i tronchi d’ulivo, l’artista palestinese dimostra che non c’è motivo di disperare della vita, e ciò si riflette nella natura delle sue opere, che richiedono “pazienza” e impegno per produrre un pezzo distintivo che esprima il valore dell’albero sacro di cui i palestinesi vanno fieri. ANBAMED
September 19, 2026
Pressenza
L’attualità del pensiero di Edward W. Said sulla fine del processo di pace in Palestina
A quasi un quarto di secolo di distanza torna di grandissima attualità una raccolta di articoli dell’accademico palestinese Edward W. Said (1935-2003), anglista, docente di inglese e letteratura comparata, per quarant’anni presso la Columbia University di New York, tra i quali quello qui sotto, rilanciato in un post (https://www.facebook.com/share/p/1JoRQS5Bk4/) dal giornalista palestinese Bassam Saleh, inviato dell’agenzia Alnahar News. L’articolo è contenuto ne la Fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo (The End of the Peace Process: Oslo and After, 2000), trad. di M. Nadotti, Collezione Campi del Sapere, Milano, Feltrinelli, 2002, libro ad alto tasso di preveggenza. In dissenso aperto con Arafat, dopo aver collaborato con l’OLP per decenni e duramente critico nei confronti di ciò che reputava una vera e propria “svendita” del popolo palestinese operata dal trattato di Oslo, Edward E. Said è conosciuto anche per l’elaborazione del concetto di “orientalismo”: uno strumento di analisi critica a 360° del nostro perdurante e patologico eurocentrismo, da inserire a pieno titolo nella cassetta degli attrezzi di una moderna antropologia culturale: un’eurocentrismo che si declina, peraltro, anche nella crescente islamofobia di questi ultimi anni all’ origine del plateale appoggio filo-sionista dell’attuale destra al potere in Italia ma anche dell’accondiscendenza di ampi spezzoni all’interno della galassia della sinistra cosiddetta “riformista”. Nell’articolo si ricorda inoltre che la politica degli insediamenti non fu appannaggio unicamente della destra ma a partire dal ’67 proprio di quel partito laburista e di quell’area di sinistra che ancora oggi promuove un colonialismo di insediamento secondo l’approccio del kibbutz, proprio per non farsi scavalcare da “destra” dalle comunità ebraiche estremiste, così come è stato recentemente denunciato in alcuni articoli del quotidiano israeliano progressista Haarezt e qui sintetizzati sempre da Bassam Saleh (https://www.facebook.com/share/p/1FDGkvkoNv/). Dopo il 1967, l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza portò alla creazione di un sistema militare e civile per i palestinesi, concepito per soggiogarli e realizzare l’egemonia israeliana, un’estensione del modello su cui si fondava Israele. Gli insediamenti furono istituiti alla fine dell’estate del 1967 (e Gerusalemme fu annessa), non da partiti di destra, bensì dal Partito Laburista, membro dell’Internazionale Socialista. L’emanazione di centinaia di “leggi degli occupanti” violò direttamente non solo i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma anche le Convenzioni di Ginevra. Queste violazioni spaziavano dalla detenzione amministrativa alla confisca di massa di terre, alla demolizione di case, allo sfollamento forzato, alla tortura, all’abbattimento di alberi, agli assassinii, alla censura di libri e alla chiusura di scuole e università. L’espansione degli insediamenti illegali continuò senza sosta, mentre la politica di pulizia etnica si estese ad altre terre arabe per accogliere immigrati ebrei provenienti da Russia, Etiopia, Canada, Stati Uniti e altri paesi. Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel settembre 1993, la situazione dei palestinesi è andata progressivamente peggiorando. Per i palestinesi è diventato impossibile spostarsi liberamente, è stato loro impedito l’accesso a Gerusalemme e imponenti progetti di costruzione hanno alterato la geografia del paese. La discriminazione è stata pianificata meticolosamente in ogni aspetto. Non c’è dubbio che il dilemma morale che si pone a chiunque tenti di affrontare il conflitto israelo-palestinese sia profondo. Gli ebrei israeliani non sono coloni bianchi come quelli che colonizzarono l’Algeria o il Sudafrica, sebbene siano stati impiegati metodi simili. Sono giustamente considerati vittime di una lunga storia di persecuzioni occidentali, principalmente antisemite e cristiane, culminate negli orrori quasi inimmaginabili dell’Olocausto nazista. Ma per i palestinesi, il loro ruolo è quello di vittime. Questo spiega perché i liberali occidentali, che hanno pubblicamente sostenuto il movimento anti-apartheid, il movimento sandinista in Nicaragua, Bosnia, Timor Est, il movimento per i diritti civili in America, la commemorazione armena del genocidio turco e molte altre cause politiche simili, si siano astenuti dal sostenere pubblicamente il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. Quanto alla politica nucleare israeliana, alla sua campagna di tortura legalizzata, all’uso di civili come ostaggi o al suo rifiuto di concedere ai palestinesi permessi di costruzione sulle loro terre in Cisgiordania, queste questioni non sono mai state sollevate nella sfera pubblica liberale. Ciò è dovuto in parte alla paura e in parte al senso di colpa. Una sfida ancora maggiore risiede nella difficoltà di separare le popolazioni palestinese e israeliana, ormai intrecciate in innumerevoli modi, nonostante l’enorme abisso che le separa. Molti di noi, che da tempo si battono per uno Stato palestinese, comprendono che un tale “Stato” (le virgolette sono appropriate!), qualora emergesse dalla catastrofe di Oslo, sarebbe debole, economicamente dipendente da Israele e completamente privo di qualsiasi reale potere o sovranità. Inoltre, l’attuale mappa della Cisgiordania rivela che le aree autonome sono frammentate e isolate (la loro estensione attuale non supera il tre per cento della Cisgiordania, mentre il governo di Netanyahu continua a rifiutarsi di concedere loro un ulteriore tredici percento). Queste aree assomiglierebbero quindi a dei Bantustan, controllati dall’esterno da Israele. L’unica soluzione sensata, pertanto, è che i palestinesi e i loro sostenitori riprendano la lotta contro i principi fondamentali israeliani che discriminano i non ebrei nella Palestina storica. Questa mi sembra la richiesta logica di qualsiasi campagna per la giustizia palestinese, piuttosto che l’occasionale, esitante e debole richiesta di separazione tra le due parti da parte del movimento israeliano “Peace Now”. Nessun principio dei diritti umani, per quanto flessibile, può essere conciliato con la discriminazione praticata da Israele nei confronti dei non ebrei, principalmente contro i palestinesi. Non c’è speranza di riconciliazione tra Palestina e Israele se non si affronta la contraddizione tra l’ideologia isolazionista di Israele, sia sul piano religioso che etnico, e le esigenze di una vera democrazia. Eludere questo problema, minimizzarlo a parole o ricorrere a vaghe definizioni di “pace” non porterà altro che sofferenza e angoscia sia ai palestinesi che agli israeliani nel lungo periodo. Stefano Bertoldi
September 6, 2026
Pressenza
Cremona: “Cessate il fuoco – Palestina viva”, da oltre un anno in piazza senza paura
Oggi il cielo sopra Cremona è terso e il sole del tramonto sembra quello di mezzodì; solo le ombre lunghe ricordano che la sera si avvicina. Siamo nella Piazza del Comune dove il potere secolare (il municipio) fronteggia il potere religioso (l’ampia cattedrale romanica con l’elegante battistero su un lato e il possente Torrazzo sull’altro).  Da secoli le due autorità, dalle loro rispettive altezze (il Torrazzo mt.112,54 è la torre campanaria più alta d’Europa) guardano il privato cittadino facendolo sentire piccolo e inerme, in soggezione. È questa una condizione tipica della provincia italiana, dove sotto la facciata dell’indifferenza si nascondono sentimenti ben più umani: la vergogna di essere messi sotto la lente e la preoccupazione di disturbare relazioni sociali di ogni tipo. Per fortuna in ogni città ci sono anime belle che, incuranti di giudizi e pettegolezzi, non temono di mostrare la verità così com’è, nella piena luce del sole. Insieme ad Anke Hein, originaria della Baviera e cittadina cremasca, sono in visita al presidio settimanale del gruppo “Cessate il Fuoco – Palestina Viva” che sulla scorta dei gruppi di Milano e Cagliari, da oltre un anno, si ritrova nei luoghi simbolo della città lombarda per denunciare l’occupazione della Palestina e il genocidio dei suoi abitanti. Veniamo accolte calorosamente da Elena Rizzi e introdotte ad altri attivisti e partecipanti. Il gruppo è variopinto e l’effetto colore risalta sui toni caldi dei mattoni della piazza. Si agghindano le colonne del Comune con bandiere palestinesi e della pace, e con cartelli e disegni di angurie; sul lato opposto, sui gradini del sagrato, si distendono le lettere che compongono “genocidio” – una parola importante, uno spartiacque, che la Corte Internazionale di Giustizia ha saputo pronunciare ma che sta ancora bloccata nelle gole di tanti, persino di alcuni che si dichiarano pro-palestinesi e pacifisti. Ci allarghiamo in cerchio arrivando a lambire i tavolini dei bar affollati per l’aperitivo; una brezza estiva dà sollievo e fa sventolare le bandiere. Un microfono è stato posto al centro; parlano Ivan Guarino e Anna Rota. Entrambi affrontano il tema che ci affligge e per cui siamo qui, la causa palestinese, da una prospettiva ampia: ci mostrano come non solo siamo complici del massacro e direttamente coinvolti in esso, ma che questa cosa ci tornerà indietro. Il vento farà il suo giro. Se non si salveranno i palestinesi e la dignità di un popolo e della sua terra, le prossime vittime da sacrificare saremo noi. Ivan (sarà per il nome) è civilmente agguerrito e non fa sconti nel raccontare le nefandezze del governo israeliano a donne e  bambini, che ormai non sono solo nel mirino dei soldati ma anche nella pianificazione coatta di sabotaggio alla maternità – a Gaza il tasso di aborti è aumentato notevolmente, superando i 460 casi ogni 1.000 nati vivi, rispetto alla stima di 140 casi precedente all’ottobre 2023. Nei soli primi mesi del 2026, il Ministero della Salute locale ha continuato a registrare centinaia di casi al mese (es. 921 casi in aprile). Di fronte a tali numeri solo la malafede può parlare di “casi sfortunati”. Anna, con una dolcezza infinita, solleva il microfono e si rivolge pacata ai concittadini, per invitarli ad ascoltare, ad abbassare corazze e fare un passo verso il bene, la giustizia, la pace. Qualcuno dai tavolini ascolta, qualcuno ha persino ruotato la sedia verso di noi. Il suo discorso è un monito a non lasciarsi abbindolare dalla paura, quella che le istituzioni e i poteri forti stanno fomentando a più non posso per giustificare il riarmo e dare avvio alla nuova economia di guerra. I medesimi legati allo Stato genocida di Israele che, come ora vigliaccamente tergiversano di fronte alla tragedia di donne e bambini, non si faranno scrupoli a lasciar morire milioni di persone: i poveri, che verranno rimpiazzati dalla classe media di oggi – di cui una buona rappresentanza sta sorseggiando un cocktail a pochi metri. Ci staranno prestando attenzione? Si sveglieranno? Noi li aspettiamo. Il presidio è quasi finito; guardo Anke che, nella figura sottile e diafana, mi ricorda un folletto della Foresta Nera arrivato senza indugi tra noi per dare il proprio contributo; porta al collo il cartello che chiede la liberazione di Hussam Abu Safiya, il medico in carcere senza un’ accusa formale da oltre un anno, torturato e a rischio di morte. Una campagna dedicata a lui è attiva e ogni coordinamento per la Palestina è impegnato nel far conoscere il suo caso a un pubblico più grande. Dobbiamo salvare Hussam Abu Safiya. La battaglia può diventare l’occasione per compattarci ed estendere la rete all’interno del territorio. A settembre ci saranno novità e diverse chiamate sparse per la Provincia. Intanto, da ora e per tutto Agosto, ci si trova a Cremona ogni settimana, il venerdì sera o il sabato mattina – seguite la pagina F “Cremona per la Palestina” – e a Castelleone con il “coordinamento pace e disarmo” ogni due sabati alle 10.30 presso l’arco del Voghera (coordinamentopacedisarmo@gmail.com).             Marina Serina
July 19, 2026
Pressenza
36 anni di Okkupazione al Corto Circuito
Martedì scorso il Corto Circuito ha spento 36 candeline in un’atmosfera festosa, militante e piena di quella solidarietà concreta che solo i luoghi liberati sanno esprimere. Una festa partecipata, con vecchi e nuovi compagni, ha riempito gli spazi del centro sociale di risate, discussioni e quella gioia collettiva che nasce dal ritrovarsi insieme per difendere e far vivere un pezzo di città strappato all’abbandono e alla speculazione.   Al centro della serata c’è stata la bellissima mappa psicogeografica dello spazio, presentata da Andrea Leroy per Leroy S.P.Q.R. DAM: un’opera corale e militante che racconta la storia di questi 36 anni. Intorno al disegno del centro si dispiegano decine di immagini che ne raccontano l’anima: il vecchio edificio scolastico occupato, la ricostruzione dopo l’incendio delle cucine, l’area cani intitolata idealmente a Umberto D. e al suo cagnolino, il campo di calcio testimone di cento tornei popolari e immortalato con lo sguardo combattivo di Letizia Battaglia. Ogni angolo dell’opera è un pezzo di memoria viva, un inno alla capacità delle persone di riappropriarsi degli spazi e trasformarli in luoghi di resistenza, cultura e socialità dal basso.     La cena sociale, realizzata a più mani, ha reso ancora più concreta l’idea di un altro modo di stare insieme: sano, abbondante e condiviso. Grazie a chi c’era e ha voluto condividere insieme a noi questo momento di festa. E chi non è riuscito a venire si è perso qualcosa The post 36 anni di Okkupazione al Corto Circuito first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
June 22, 2026
CSOA CORTO CIRCUITO