Cremona: “Cessate il fuoco – Palestina viva”, da oltre un anno in piazza senza paura
Oggi il cielo sopra Cremona è terso e il sole del tramonto sembra quello di
mezzodì; solo le ombre lunghe ricordano che la sera si avvicina. Siamo nella
Piazza del Comune dove il potere secolare (il municipio) fronteggia il potere
religioso (l’ampia cattedrale romanica con l’elegante battistero su un lato e il
possente Torrazzo sull’altro). Da secoli le due autorità, dalle loro rispettive
altezze (il Torrazzo mt.112,54 è la torre campanaria più alta d’Europa) guardano
il privato cittadino facendolo sentire piccolo e inerme, in soggezione.
È questa una condizione tipica della provincia italiana, dove sotto la facciata
dell’indifferenza si nascondono sentimenti ben più umani: la vergogna di essere
messi sotto la lente e la preoccupazione di disturbare relazioni sociali di ogni
tipo. Per fortuna in ogni città ci sono anime belle che, incuranti di giudizi e
pettegolezzi, non temono di mostrare la verità così com’è, nella piena luce del
sole.
Insieme ad Anke Hein, originaria della Baviera e cittadina cremasca, sono in
visita al presidio settimanale del gruppo “Cessate il Fuoco – Palestina Viva”
che sulla scorta dei gruppi di Milano e Cagliari, da oltre un anno, si ritrova
nei luoghi simbolo della città lombarda per denunciare l’occupazione della
Palestina e il genocidio dei suoi abitanti.
Veniamo accolte calorosamente da Elena Rizzi e introdotte ad altri attivisti e
partecipanti. Il gruppo è variopinto e l’effetto colore risalta sui toni caldi
dei mattoni della piazza. Si agghindano le colonne del Comune con bandiere
palestinesi e della pace, e con cartelli e disegni di angurie; sul lato opposto,
sui gradini del sagrato, si distendono le lettere che compongono “genocidio” –
una parola importante, uno spartiacque, che la Corte Internazionale di Giustizia
ha saputo pronunciare ma che sta ancora bloccata nelle gole di tanti, persino di
alcuni che si dichiarano pro-palestinesi e pacifisti.
Ci allarghiamo in cerchio arrivando a lambire i tavolini dei bar affollati per
l’aperitivo; una brezza estiva dà sollievo e fa sventolare le bandiere. Un
microfono è stato posto al centro; parlano Ivan Guarino e Anna Rota. Entrambi
affrontano il tema che ci affligge e per cui siamo qui, la causa palestinese, da
una prospettiva ampia: ci mostrano come non solo siamo complici del massacro e
direttamente coinvolti in esso, ma che questa cosa ci tornerà indietro. Il vento
farà il suo giro. Se non si salveranno i palestinesi e la dignità di un popolo e
della sua terra, le prossime vittime da sacrificare saremo noi.
Ivan (sarà per il nome) è civilmente agguerrito e non fa sconti nel raccontare
le nefandezze del governo israeliano a donne e bambini, che ormai non sono solo
nel mirino dei soldati ma anche nella pianificazione coatta di sabotaggio alla
maternità – a Gaza il tasso di aborti è aumentato notevolmente, superando i 460
casi ogni 1.000 nati vivi, rispetto alla stima di 140 casi precedente
all’ottobre 2023. Nei soli primi mesi del 2026, il Ministero della Salute locale
ha continuato a registrare centinaia di casi al mese (es. 921 casi in aprile).
Di fronte a tali numeri solo la malafede può parlare di “casi sfortunati”.
Anna, con una dolcezza infinita, solleva il microfono e si rivolge pacata ai
concittadini, per invitarli ad ascoltare, ad abbassare corazze e fare un passo
verso il bene, la giustizia, la pace. Qualcuno dai tavolini ascolta, qualcuno ha
persino ruotato la sedia verso di noi. Il suo discorso è un monito a non
lasciarsi abbindolare dalla paura, quella che le istituzioni e i poteri forti
stanno fomentando a più non posso per giustificare il riarmo e dare avvio alla
nuova economia di guerra. I medesimi legati allo Stato genocida di Israele che,
come ora vigliaccamente tergiversano di fronte alla tragedia di donne e bambini,
non si faranno scrupoli a lasciar morire milioni di persone: i poveri, che
verranno rimpiazzati dalla classe media di oggi – di cui una buona
rappresentanza sta sorseggiando un cocktail a pochi metri. Ci staranno prestando
attenzione? Si sveglieranno? Noi li aspettiamo.
Il presidio è quasi finito; guardo Anke che, nella figura sottile e diafana, mi
ricorda un folletto della Foresta Nera arrivato senza indugi tra noi per dare il
proprio contributo; porta al collo il cartello che chiede la liberazione di
Hussam Abu Safiya, il medico in carcere senza un’ accusa formale da oltre un
anno, torturato e a rischio di morte.
Una campagna dedicata a lui è attiva e ogni coordinamento per la Palestina è
impegnato nel far conoscere il suo caso a un pubblico più grande. Dobbiamo
salvare Hussam Abu Safiya. La battaglia può diventare l’occasione per
compattarci ed estendere la rete all’interno del territorio.
A settembre ci saranno novità e diverse chiamate sparse per la Provincia.
Intanto, da ora e per tutto Agosto, ci si trova a Cremona ogni settimana, il
venerdì sera o il sabato mattina – seguite la pagina F “Cremona per la
Palestina” – e a Castelleone con il “coordinamento pace e disarmo” ogni due
sabati alle 10.30 presso l’arco del Voghera
(coordinamentopacedisarmo@gmail.com).
Marina Serina