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Veicolare messaggi nei tempi del turismo di massa
In Italia si contano 479 milioni di turisti l’anno; se in alcune località del Belpaese la stagione può ancora fare la differenza, nelle città d’arte il dato rimane stabile che splenda il sole, nevichi o piova a catinelle. E non servono i numeri ufficiali per rendersene conto… Questi i miei pensieri mentre passeggio a fatica tra la folla di “Spaccanapoli” sbirciando le vetrine e scattando foto a muri sbrecciati. Cerco graffiti, opere fatte a stensil, ma anche scritte e adesivi. La Street Art mi affascina dai tempi dell’università e sebbene non l’abbia mai praticata (non ne sarei capace), non perdo occasione per ammirarla. Mi piace per la sua immediatezza e per quel senso di complicità che trasmette, perché si attacca senza vergogna a pali, paracarri, cestini dell’immondizia, panchine, intonaci; si insinua ovunque le sia possibile trasmettere il suo messaggio irriverente e anti-sistema e farla franca. Con Napoli, con la sua tradizione popolare di bassi e bancarelle, l’arte da strada va a nozze, veicolando contenuti alle migliaia di persone che ogni giorno la attraversano rapite dall’allegro spirito partenopeo. La tradizione dei murales contempla un’intera via, ubicata nei Quartieri Spagnoli, dedicata all’immagine di Totó; Maradona in compagnia di Pulcinella e cornetti anti-malocchio di ogni dimensione impazzano per tutta la città. Ma tale “arte”, benché vanti un’origine popolare e susciti simpatia, lavora a creare la giusta atmosfera, quella che il turista riconosce come tipica del luogo e che gli garantirà di tornare al proprio dovere soddisfatto e possibilmente alleggerito, oltre che nel portafoglio, anche dei cupi pensieri quotidiani. Nelle viuzze dell’antico centro, nell’incessante turbinio di profumi e suoni, prende anima il ritornello della “canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici e dunque “chi vuol esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”. Questa però non è la Street Art che cerco. Mi piace quell’altra, che compare e scompare continuamente perché viene strappata via, che è dichiarata, brutta, sporca e illegale, che si offre come strumento di lotta dal basso e denuncia ingiustizie e ipocrisie. Uno tra i connubi più potenti degli ultimi anni è sicuramente quello tra la lotta del popolo palestinese e l’arte da strada. Napoli ne è un prolifico centro. Tempo fa circolarono video di operazioni di subadvertising e camouflage di manifesti pubblicitari di grande impatto emotivo: per esempio ne ricordo uno in cui  l’immagine della “Flagellazione di Cristo” apposta sulla locandina della mostra di Caravaggio offriva l’occasione di ricordare che Gesù era palestinese, mentre su un altro cartellone Frida Kahlo si trasformava in un’indomita resistente palestinese. Oggi nelle mie peregrinazioni non trovo opere di tale rilievo creativo, ma osservo che la città è costellata da un’infinità di micro-interventi sovversivi: semplici scritte lasciate da un pantone colorato su una saracinesca o graffiate con una chiave su di un muro o su un cancelletto; segni lasciati in impeti di rabbia da chiunque, che testimoniano l’insofferenza verso l’ingiustizia e il cuore dei napoletani. Tuttavia, in questi tempi di pazzi e criminali veri, il micro “vandalismo” di denuncia non è l’unica forma di resistenza che si sta diffondendo tra la gente comune; un’altra, della quale mi considero una praticante, è quella del “gadget”. È infatti mia regola indossare sempre qualcosa che sia testimonianza della tragedia che affligge il popolo palestinese da oltre settant’anni. Una volta sono gli orecchini a fetta d’anguria, un’altra il ciondolino della mappa della Palestina, un’altra ancora la spilletta appuntata alla borsa e l’immancabile sciarpa a quadretti bianchi e neri. La loro presenza è stata fonte di sorrisi e approvazione, quando non di veri e propri scambi. E non sono l’unica ad aver adottato una simile policy. Mi capita sempre più spesso di notare gli stessi simboli portati in giro da altri. Solo nei giorni trascorsi a Napoli ho incontrato diverse donne con orecchini uguali ai miei, ho notato angurie su magliette e cappellini, mentre spillette “Palestina Libera” richiamavano l’occhio da zainetti e borsette. In coda per entrare in pizzeria ho condiviso il marciapiede con tre napoletane veraci avvolte nelle kefiah. Leggo il fenomeno come una forma di umanità che si allarga a macchia d’olio e di cui è importante sostenere lo sviluppo, alla ricerca di quel punto di non ritorno che viene definito “massa critica”. Quando avevo poco più di vent’anni con tre amici in vacanza a Istanbul ci permettemmo una cena pantagruelica con annesso spettacolo di danza orientale. La serata era animata dal classico presentatore tuttofare che sul finire chiese ai partecipanti di ogni tavolo quale fosse il loro Paese di provenienza. A ogni nazione augurava prosperità e tante belle cose e invitava tutti gli altri ad applaudire festosi. Quando toccò al Sudafrica sulla sala calò un silenzio di piombo. Di lì a qualche mese cadde l’apartheid e iniziò il processo di verità, giustizia e riconciliazione. Non so dire se siamo vicini o meno al cambiamento; indifferenza, ignoranza e individualismo sono sempre ben presenti in società, ma certamente si vedono anche segnali positivi, di chiara umanità e mai come oggi è importante comprendere che il fenomeno del turismo di massa può essere un potente volano nel veicolare messaggi di pace e scuotere coscienze. Passando da un vicoletto a un corso, ruminando tra me e me, sono arrivata alla Feltrinelli di via dei Greci dove fra poco si terrà la presentazione del romanzo “Le nozze di Gaza” di Ibrahim Nasrallah. Sono molto curiosa: Ibrahim è uno scrittore di fama internazionale e la storia, apparsa nel 2009, ha riscosso parecchio successo proprio per l’originale intreccio. Ne parleranno Davide Gatto, traduttore del libro e Omar Suleiman, attivista e attore palestinese. Ah, dimenticavo di dirvi che sono arrivata qui grazie alla medaglietta della Palestina. Due giorni prima infatti ero alla cassa del negozio quando la signora addetta, mentre mi batteva lo scontrino, allargando un sorriso a trentadue denti, mi ha detto: “Oh, ma che bel ciondolo!” Così ho scoperto che a Napoli vive una libraia di nome Valentina che prova sempre a parlare di Palestina (lo ribadisce persino il suo stato WhatApp).  Ogni mese organizza un incontro per promuovere la cultura arabo-palestinese e il più delle volte il ricavato dell’iniziativa viene devoluto a progetti di solidarietà. Oggi andrà a Gazzella, una onlus storica di Gaza che deve il suo nome alle bambine rimaste orfane e che con grandissimo impegno e passione è riuscita a riaprire delle aule scolastiche sotto le tende. La chiacchierata in libreria è informale: si parla di letteratura, dell’autore e del suo maestro, Ghassan Ganafani, e della vita in Palestina; di come i grandi sanno parlare della miseria, della guerra e dell’occupazione senza quasi citarle e di come il loro messaggio arrivi chiaro e profondo. Intuisco dagli stralci letti che “Le nozze di Gaza” hanno come protagoniste delle donne – due sorelle gemelle e altre figure femminili. Ne sono ancora più curiosa e non vedo l’ora di leggerlo.       Marina Serina
May 27, 2026
Pressenza
Laika con Justice for Palestine a Roma e Bruxelles per chiedere la fine dell’accordo tra UE e Israele
All’alba dell’8 maggio, alla vigilia della Giornata dell’Europa, la street artist Laika ha compiuto un doppio blitz a Roma e Bruxelles, affiggendo tre opere che denunciano la complicità dell’Unione Europea e del Governo Italiano con Israele. L’azione artistica nasce dall’incontro con Justice for Palestine, l’iniziativa dei cittadini europei che chiede la sospensione totale dell’accordo di associazione tra Unione Europea e Israele. In via Quattro Novembre, davanti agli uffici di Roma del parlamento UE, l’opera di Laika ritrae Giorgia Meloni (dal titolo “Close friends”) che si dà la mano con il colono israeliano ritratto dalla copertina dell’Espresso mentre brutalizza e minaccia dei contadini palestinesi allontanandoli dalla loro terra. “Il Governo italiano è stato uno dei principali ostacoli per arrivare a sanzioni efficaci nei confronti dello stato di Israele“, afferma l’artista. A Bruxelles, in Rue Wayenberg, a pochi passi dall’Europarlamento, Benjamin Netanyahu, invece, è ritratto in un bacio con Ursula von der Leyen (dal titolo “A bloodthirsty love”), a testimoniare la complicità dell’UE con Israele. In entrambe le città, lo stesso filo conduttore: “Dikè: Justice in danger”, che ritrae la Giustizia messa sotto sequestro da due soldati dell’IDF. Un poster a Place Sainte Catherine, l’altro a Via della Cordonata. Con oltre 1 milione di firme raccolte nei paesi dell’UE, oltre 250.000 solo in Italia, Justice for Palestine impegna le istituzioni europee a prendere posizione per isolare dal punto di vista diplomatico, economico e commerciale Israele, a fronte della palese violazione dei diritti umani e del diritto internazionale con cui agisce a Gaza e nei territori occupati, tra il genocidio dei palestinesi nella Striscia e il regime di apartheid a cui sono sottoposti in Cisgiordania. Le opere di Laika accompagneranno nei prossimi mesi la campagna per pretendere la fine dell’accordo UE-Israele, che vede protagonista numerose organizzazioni della società civile e dell’associazionismo palestinese in tutta Europa. “Colpire l’economia dell’apartheid e del genocidio, a cominciare dal mercato delle armi, è lo strumento di lotta non violenta più efficace che ci sia per fermare i crimini di Israele e il progetto di cancellazione dei palestinesi“, afferma l’artista. Laika conclude con un appello per la liberazione dei due militanti della Global Sumud Flotilla: “Sono qui anche per chiedere l’immediata liberazione di Saif Abu Keshek e Thiago Avila, sequestrati illegalmente da Israele in acque internazionali”.   Ufficio stampa Laika Redazione Italia
May 8, 2026
Pressenza
OBEY a Napoli: arte, pace e diritti umani alle Gallerie d’Italia
Dal 6 maggio al 6 settembre 2026 la mostra curata da Giuseppe Pizzuto racconta il linguaggio visivo di Shepard Fairey tra pace, giustizia sociale, propaganda e spazio pubblico. La pace, i diritti umani, la giustizia sociale, il rifiuto delle discriminazioni e il ruolo delle comunità attraversano da anni il lavoro artistico di Shepard Fairey, una delle figure più riconoscibili della street art contemporanea internazionale. Sono questi i temi che ritornano con forza in OBEY: Power to the peaceful, la mostra curata da Giuseppe Pizzuto e ospitata alle Gallerie d’Italia – Napoli dal 6 maggio al 6 settembre 2026. Il percorso espositivo non si presenta soltanto come una raccolta di opere, ma come un attraversamento visivo del nostro presente. Guerre, disuguaglianze, propaganda, conflitti sociali e ricerca di nuove forme di convivenza emergono attraverso immagini potenti, immediate, pensate per arrivare direttamente allo spettatore. Tutto questo prende forma in un’esplosione di colori accesi, geometrie nette, simboli riconoscibili e figure monumentali. Le opere di OBEY sono fruibili, dirette, quasi magnetiche. Catturano lo sguardo con la forza della cultura pop e della grafica urbana, ma dietro quella bellezza apparentemente immediata custodiscono messaggi profondi, civili e universali. È proprio questo uno degli aspetti più forti della mostra: la capacità di trasformare temi complessi come pace, diritti umani, giustizia sociale, propaganda, discriminazione e responsabilità collettiva in immagini di grande pregio comunicativo. Immagini che arrivano subito, quasi fisicamente, e solo dopo chiedono allo spettatore di fermarsi, osservare meglio e interrogarsi. Le opere di OBEY utilizzano gli stessi codici della propaganda, con figure iconiche, slogan, colori netti e costruzioni grafiche potenti, per ribaltarne però il significato dall’interno. Non chiedono obbedienza, ma attenzione. Non impongono risposte, ma aprono domande. Il percorso espositivo si articola nei nuclei tematici People Power, Propaganda, Guerra e Pace e Giustizia Sociale, raccogliendo oltre 130 opere tra lavori storici, rarità d’archivio e opere inedite. Alcuni lavori sembrano condensare perfettamente il senso dell’intera mostra: “Make Art Not War”, “Uplift Justice” e “Chaos Rise Above” raccontano la pace non come concetto astratto, ma come scelta concreta, partecipazione e responsabilità condivisa. In queste immagini il colore non addolcisce il messaggio, lo amplifica. È una bellezza che scuote, un’armonia attraversata da inquietudine e memoria. Rosso, nero, oro, simboli floreali, volti femminili, richiami spirituali e politici convivono creando una tensione continua tra estetica e contenuto. Tra le opere più emblematiche emerge anche “Third Eye Open Peace”, dove il simbolo della pace compare all’interno dello sguardo stesso dell’immagine, quasi a suggerire una diversa forma di consapevolezza. Lo stesso messaggio esce poi dalle sale del museo e raggiunge la città attraverso il grande murale realizzato da Shepard Fairey a Ponticelli, già raccontato da Pressenza nell’articolo: Napoli, a Ponticelli il murale “Third Eye Open Peace” di Shepard Fairey: arte pubblica per la pace Con “Third Eye Open Peace”, il linguaggio di OBEY attraversa anche la periferia urbana, trasformando un muro in uno spazio pubblico di dialogo e riflessione. È qui che la street art ritrova forse la sua natura più autentica: interrompere il flusso distratto della città e restituire alle immagini una funzione collettiva, accessibile a tutti. Il rapporto tra Shepard Fairey e Napoli appare particolarmente naturale. L’artista ha descritto la città come un intreccio continuo di vecchio e nuovo, bellezza e disordine, energia popolare, architetture monumentali e segni del tempo. Una città visivamente viva, stratificata, imperfetta e proprio per questo profondamente vicina al suo immaginario artistico. Anche la scelta di intervenire a Ponticelli non appare casuale. L’arte pubblica può contribuire a generare attenzione, orgoglio e partecipazione all’interno dei quartieri, senza ridurre la rigenerazione urbana a semplice operazione estetica. In questo caso il murale non cancella l’identità del luogo, ma prova a dialogare con essa, portando nel quotidiano un messaggio di pace, responsabilità e consapevolezza. Nato dalla cultura skate e dalla grafica underground degli anni Novanta, Shepard Fairey ha costruito nel tempo un linguaggio visivo riconoscibile in tutto il mondo. Il suo nome è legato anche all’iconica immagine “HOPE”, realizzata per la campagna presidenziale di Barack Obama, diventata una delle immagini simbolo della cultura contemporanea. Ma il lavoro di OBEY va oltre la celebrità di una singola icona. La sua ricerca continua a muoversi tra arte pubblica, critica sociale e riflessione politica, utilizzando le immagini come strumenti capaci di generare partecipazione, consapevolezza e memoria collettiva. “OBEY: Power to the peaceful” non è soltanto una mostra da visitare, ma un’esperienza da attraversare lentamente, lasciandosi colpire dalla forza visiva delle opere e dalle domande che esse riescono ancora a porre. L’invito è rivolto ai cittadini napoletani, ai visitatori e ai tanti turisti che attraverseranno Napoli nei prossimi mesi: entrare nelle sale delle Gallerie d’Italia significa concedersi uno spazio di osservazione e riflessione attraverso un linguaggio immediato, potente e profondamente contemporaneo. A Shepard Fairey, e a tutti gli artisti che continuano a mettere il proprio linguaggio al servizio della pace, della giustizia sociale e della dignità umana, va riconosciuto il valore di non smettere di credere nel potere comunicativo dell’arte. Perché forse il compito più importante dell’arte contemporanea è proprio questo: impedirci di diventare indifferenti. Album fotografico a cura di Lucia Montanaro, realizzato durante la visita alla mostra “OBEY: Power to the peaceful” alle Gallerie d’Italia di Napoli. Lucia Montanaro
May 6, 2026
Pressenza
Napoli, a Ponticelli il murale “Third Eye Open Peace” di Shepard Fairey: arte pubblica per la pace
Nel quartiere Ponticelli, in via Carlo Miranda 15, nasce Third Eye Open Peace, il nuovo murale di Shepard Fairey, conosciuto a livello internazionale come OBEY. L’intervento si inserisce nel contesto dell’arte pubblica urbana come un messaggio articolato che intreccia pace, consapevolezza e responsabilità individuale. Realizzata come dono alla città, l’opera arriva in un momento segnato da conflitti e tensioni globali e invita a riflettere non solo sulla necessità della pace, ma anche sulle condizioni interiori che la rendono possibile. Al centro della composizione emerge un volto femminile frontale, incorniciato da elementi floreali che richiamano crescita e trasformazione. Sopra, la parola “PACE” si impone come dichiarazione diretta, mentre i raggi sullo sfondo amplificano la dimensione simbolica dell’immagine. Il fulcro visivo è il terzo occhio, integrato con il simbolo della pace, che richiama il dialogo con il proprio sé interiore e la ricerca di equilibrio tra dimensione individuale e collettiva. «Se riusciamo a connetterci con la nostra stessa umanità, possiamo provare empatia per gli altri», afferma Fairey, sottolineando come il “terzo occhio aperto” rappresenti la capacità di guardare non solo verso l’esterno, ma anche dentro di sé. Il murale dialoga con il contesto urbano dell’area orientale di Napoli, trasformando un edificio di edilizia residenziale pubblica in uno spazio simbolico capace di attivare riflessione e senso di appartenenza. Il progetto è stato accolto e sostenuto dal Comune di Napoli, promosso da Wunderkammern (Deodato Group) e coordinato da Arteteca / INWARD. L’opera accompagna la mostra OBEY: Power to the Peaceful, in programma dal 6 maggio alle Gallerie d’Italia, a cura di Giuseppe Pizzuto. Fonte http://Comune di Napoli Redazione Napoli
May 5, 2026
Pressenza
La “Madre” degli italiani emigrati in Brasile
Il murale monumentale realizzato sulla facciata della nuova sede del Consolato Generale d’Italia a Porto Alegre è un omaggio ai 150 anni dell’immigrazione italiana nel Rio Grande do Sul. Firmata dall’artista brasiliana Hanna Lucatelli e curata da Giulia Lavinia Lupo, l’opera propone una rilettura della storia dell’immigrazione italiana, ponendo al centro la figura della donna migrante, raffigurata mentre lascia alle spalle l’Italia insieme ai figli, protagonista che diventa simbolo di memoria, cura e forza, nonché della continuità tra generazioni. L’inaugurazione si è tenuta martedì 24 marzo alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Brasile, Alessandro Cortese, e del Console Generale Valerio Caruso. «Questo murale è un regalo dell’Italia alla città di Porto Alegre e alla comunità italiana del Rio Grande do Sul», ha dichiarato l’Ambasciatore Cortese, sottolineando il ruolo fondamentale delle comunità italiane nello sviluppo del Brasile e il valore culturale dell’opera per il territorio. Alto 45 metri, il murale occupa interamente una delle facciate del Duo Concept Corporate, edificio che a partire da maggio ospiterà gli uffici del Consolato. Il progetto nasce da una domanda semplice e profonda: chi era quella donna che, 150 anni fa, ha attraversato l’oceano lasciando tutto? Attraverso questa prospettiva, MADRE restituisce visibilità a una presenza spesso rimasta ai margini della memoria ufficiale, offrendo uno sguardo inedito sulla storia migratoria. «Il murale nasce dall’idea della traversata come trasformazione – spiega la curatrice Giulia Lavinia Lupo – La figura centrale rappresenta chi ha lasciato la propria terra portando con sé non solo beni materiali, ma anche memoria, cultura e identità, elementi che continuano a vivere nelle nuove generazioni». Il murale si inserisce nello spazio urbano del centro storico della città, come intervento di arte pubblica. Come sottolinea l’artista, Hanna Lucatelli, la street art diventa così uno strumento per rendere l’arte accessibile a tutti e creare momenti di riflessione all’interno della vita quotidiana. Più che una commemorazione, MADRE si propone come un gesto collettivo che unisce passato e presente, trasformando la memoria dell’emigrazione in un racconto vivo e condiviso, capace di rafforzare il legame culturale tra Italia e Brasile Hanna Lucatelli è un’artista visiva, muralista e madre. Nata a San Paolo nel 1990, è cresciuta in una città intensa e ricca di movimento, che ha influenzato il suo sguardo e il suo modo di creare. Il suo lavoro nasce dal desiderio di connettersi – con le persone, con la città e con il tempo – creando piccoli respiri all’interno del ritmo accelerato della vita quotidiana. Nelle sue opere, la figura femminile appare in modo forte e sensibile: corpi che occupano spazio, affermano la propria presenza e invitano alla riflessione, avvicinando il femminile all’ambiente urbano. In modo semplice e personale, la sua ricerca mira a ricostruire l’immaginario collettivo sulla donna, rappresentandone la forza, il coraggio e la complessità, lontano da stereotipi o idealizzazioni. Il suo lavoro si avvicina anche alla dimensione spirituale e propone una rilettura di riferimenti storici, creando connessioni tra memoria, territorio e identità. Attraverso un processo intuitivo, indaga simboli e atmosfere che attraversano il tempo, costruendo immagini che dialogano con tradizioni e sensibilità locali in modo rispettoso e contemporaneo. Per Hanna, l’arte è una forma di dialogo. Più che colorare i muri, la sua ricerca è volta a risvegliare un altro tipo di attenzione… più aperta, più attenta, più umana. Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
8 marzo 2026: a Napoli l’arte al servizio della memoria
Arte urbana e memoria femminile nel cuore di Napoli 8 marzo 2026. Una data che ogni anno porta con sé nuove storie, rivendicazioni, lotte sociali, diritti conquistati passo dopo passo. Cresce la consapevolezza, ma restano ferite aperte. L’8 marzo affonda le radici nelle proteste operaie, nelle battaglie per il voto, nelle richieste di condizioni di lavoro dignitose. Nelle donne che hanno pagato con l’esclusione, con il carcere, con la marginalizzazione il prezzo della parola. Con il tempo questa giornata è stata addolcita, semplificata, quasi neutralizzata. Mimose, auguri, ritualità ripetute. Eppure il suo significato più profondo resta intatto: ricordare che i diritti sono conquiste e che ogni conquista richiede memoria, vigilanza, responsabilità. Oggi, mentre nel mondo si combattono guerre che colpiscono in modo sproporzionato donne e bambini, mentre in molti Paesi i diritti femminili arretrano e la violenza di genere continua a essere una realtà quotidiana, l’8 marzo chiede di tornare alla sua sostanza. Chiede memoria attiva. Come spesso mi accade, ho cercato un filo rosso per onorare questa giornata. Ho pensato alle donne che in questi anni riempiono le nostre cronache di dolore. Alle donne e alle bambine in guerra, alle loro lotte quotidiane, silenziose, ostinate. Passeggiavo e, ancora una volta, l’arte mi è arrivata addosso senza che la cercassi. L’arte ha sempre avuto questa forza: affermare ciò che la società fatica ad accettare. Può appartenere al passato, parlare al presente, interrogare il futuro. Le donne sono state rappresentate fin dall’antichità come simboli, allegorie, muse. Eppure hanno creato, scritto, dipinto, studiato, trasformato il linguaggio del loro tempo. Non solo oggetti di rappresentazione, ma soggetti di senso. L’arte non impone, interroga. Non urla, resta. Ho scelto loro. Combattenti diverse, esempi di vita, icone che il tempo non ha cancellato. Tutte insieme, senza podi. Tutte, in modi differenti, hanno spostato il nostro mondo un passo più avanti. Con loro resto in questo breve viaggio, senza dimenticare le altre. L’ho trovato in un vicolo dedicato alle donne, nel cuore di Napoli. A pochi passi dal rumore del centro storico, tra le voci e il brulicare continuo, Vicoletto Donnaregina è uno spazio stretto, poco illuminato, quasi silenzioso. Proprio in quel silenzio il ritmo cambia. Ed è lì che l’arte entra in gioco. Non per decorare, ma per compiere il suo gesto più autentico: fermare il tempo e aprire uno spazio di coscienza. I volti che emergono dalle pareti fanno parte dell’intervento dell’artista Trisha Palma, che in questo vicolo ha scelto di dare forma a una memoria femminile visibile, concreta, quotidiana: un gesto che restituisce voce a chi la storia ha spesso silenziato. Sulle pareti compaiono volti di donne che hanno lasciato tracce profonde nel nostro tempo. Accanto ai ritratti, frasi che non sono slogan, ma sintesi di esistenze complesse. “Innamorati di te, della vita e poi di chi vuoi.” La vita di Frida Kahlo è stata segnata dal dolore fisico, da malattia e incidenti che l’hanno costretta a convivere con una fragilità permanente. Il suo corpo, ferito, è diventato linguaggio. In un’epoca in cui alle donne era chiesto di essere discrete e silenziose, Frida ha mostrato cicatrici, sangue, desiderio, rabbia. Ha trasformato la sofferenza in arte e l’identità in atto politico. La sua frase oggi parla a chi lotta per il diritto di essere sé stessa in un mondo che ancora giudica e limita. “Non staremo zitte mai più” Michela Murgia ha scelto la parola come forma di responsabilità civile. Ha denunciato le strutture culturali che rendono invisibili le donne, ha affrontato il potere del linguaggio, ha rifiutato la neutralità. Anche durante la malattia ha continuato a intervenire nel dibattito pubblico, trasformando la fragilità in testimonianza. Quel “non staremo” è un plurale che chiama in causa tutte. In un tempo in cui il silenzio diventa complicità, la parola resta un atto di coraggio. “Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza.” Rita Levi-Montalcini studiò e fece ricerca quando le leggi razziali la esclusero dall’università. Allestì un laboratorio nella sua camera da letto e continuò a lavorare senza riconoscimento fino a quando il suo talento non fu evidente. Donna, ebrea, scienziata in un contesto ostile, dimostrò che l’intelligenza può sopravvivere anche quando il sistema cerca di soffocarla. In un presente in cui la conoscenza viene talvolta svalutata, la sua storia è un richiamo alla competenza come forma di libertà. “Nelle mie mani è la mia prima risurrezione.” Matilde Serao non si limitò a scrivere: fondò e diresse uno dei quotidiani più importanti del suo tempo, in anni in cui la direzione di un giornale era impensabile per una donna. Raccontò Napoli senza compiacenza, descrisse la povertà e le ingiustizie sociali, diede voce a chi non l’aveva. Impugnare la penna fu il suo gesto di autonomia. In un’epoca in cui l’informazione è terreno di conflitto, la sua figura ricorda che raccontare è un atto di responsabilità storica. “Vi mostrerò di cosa è capace una donna.” Artemisia Gentileschi subì violenza e affrontò un processo pubblico umiliante, durante il quale dovette difendere la propria verità sotto tortura. Non si ritirò. Continuò a dipingere, rappresentando donne forti, determinate, capaci di reagire. In un Seicento che non riconosceva autorità artistica alle donne, costruì una carriera internazionale. La sua frase non è una supplica, ma una promessa: il talento non chiede concessioni, chiede spazio. Raccontare queste storie significa ricordare che dietro ogni frase c’è fatica, esclusione, lotta. Le donne dipinte sui muri appartengono al passato, ma le donne che oggi combattono appartengono al presente. È a queste donne che va il nostro omaggio. A Frida, a Michela, a Rita, a Matilde, ad Artemisia. Alle loro vite attraversate da ostacoli reali, alle loro parole che hanno aperto strade. Ma questo omaggio si estende a ogni donna. A tutte quelle che ogni giorno combattono per restare al proprio posto, per non essere messe ai margini, per essere ascoltate. Alle donne che vivono nei territori di guerra e proteggono i propri figli sotto le bombe, a quelle che devono difendere la propria casa, procurarsi il cibo, garantire dignità alla propria famiglia anche quando tutto intorno crolla. A chi lavora in silenzio, a chi studia controcorrente, a chi resiste senza essere raccontata. Usare il dono della vita come strumento. Non sprecare il proprio tempo. Non essere oggetto ma consapevolezza. Non arrendersi. Non restare in disparte. Non farsi sminuire. Non abbassare lo sguardo. Non sentirsi inadeguate. Forse è questo il modo più autentico per onorare un giorno. Noi che possiamo. Noi che viviamo il tempo delle possibilità e dei diritti. Noi che, rispetto alle donne del passato, abbiamo il potere dell’indipendenza, abbiamo il dovere e la responsabilità di usarlo. Anch’io ci provo, ogni giorno. Praticando la memoria, scrivendo, fotografando. Le fotografie sono di Lucia Montanaro Murales di Vicoletto Donnaregina a Napoli Lucia Montanaro
March 8, 2026
Pressenza
Warhol vs Banksy a Villa Pignatelli: quando le immagini continuano fuori dalle sale
Il mio piccolo viaggio attraverso l’arte continua. Questa volta mi ha portata a Napoli, a Villa Pignatelli, dove il 21 gennaio 2026 è stata inaugurata la mostra “Warhol vs Banksy – Passaggio a Napoli”, un confronto tra due artisti lontani per epoca, linguaggio e biografia, ma capaci di rincorrersi, sorprendentemente, sul terreno della critica sociale, dello sguardo sul potere e sull’essere umano. La mostra, curata da Sabina de Gregori e Giuseppe Stagnitta, presenta oltre cento opere che mettono a confronto Andy Warhol e Banksy. All’inaugurazione erano presenti, tra gli altri, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna e il Presidente della Commissione Cultura della Camera dei deputati Federico Mollicone. L’esposizione è patrocinata dal Ministero della Cultura e dal Comune di Napoli e sarà aperta al pubblico fino al 2 giugno 2026. Villa Pignatelli si conferma così non solo come spazio espositivo, ma come luogo capace di accogliere e mettere in dialogo grandi narrazioni dell’arte contemporanea, inserendole in un contesto storico che amplifica il valore simbolico delle opere. Entrare nelle sale significa attraversare due universi. Da un lato Andy Warhol, che ha trasformato la società dei consumi, i media e la riproducibilità dell’immagine in linguaggio artistico. Warhol osserva, registra, ripete. Trasforma il dollaro, i volti celebri, gli oggetti quotidiani e i disastri in icone. In questo processo ciò che è umano diventa immagine, ciò che è tragedia diventa superficie, ciò che è valore diventa merce. Non denuncia: mostra. E proprio in questo gesto, apparentemente neutro, apre una frattura che continua a interrogarci. Lo si vede anche nel nucleo dedicato al denaro. Il dollaro firmato da Warhol diventa opera, rivelando il meccanismo attraverso cui il valore si costruisce e si mitizza. Accanto, Banksy risponde con le sue false banconote, le Di-faced Tenners, lanciate realmente tra la folla. Non immagini da guardare, ma oggetti messi in circolazione. Qui il sistema non è solo esposto: è attraversato. Dall’altro lato c’è Banksy, artista senza volto, che dell’arte fa un gesto diretto, urbano, spesso clandestino. Le sue opere nascono nei luoghi del conflitto, sulle pareti delle città, lungo le crepe del presente. Guerra, infanzia, controllo, potere, disuguaglianze, identità, migrazioni: il suo immaginario è immediato, simbolico, talvolta ironico, talvolta durissimo. Tra le opere presenti in mostra, assume un valore particolare anche la Madonna con la pistola, il celebre intervento realizzato da Banksy nel centro storico di Napoli. Un’immagine che accosta sacro e violenza, devozione e minaccia, e che è entrata nel tessuto simbolico della città. Dentro la mostra, la Madonna con la pistola porta con sé tutto il peso di questo contesto: non è solo un’icona, ma una presenza che nasce da una strada precisa, da una città segnata da contraddizioni profonde, dove sacralità e ferita convivono nello stesso spazio. Tra le immagini più iconiche, la Bambina con il palloncino continua a imporsi come una delle più potenti. Una figura semplice: una bambina, un palloncino rosso a forma di cuore, un gesto sospeso tra il lasciare andare e il tentare di afferrare. Dentro questa semplicità si concentra una metafora densa: innocenza, perdita, desiderio, fragilità dei sogni. Quel palloncino che vola via può essere amore, speranza, tutto ciò che rischia di sfuggirci. Eppure la mano resta tesa. Tra le opere più destabilizzanti, Queen Vic colpisce per la sua forza simbolica. Banksy riprende il ritratto severo della regina Vittoria e lo stravolge, trasformandolo in un’immagine provocatoria che smonta l’ipocrisia di un potere che impone regole morali mentre nega libertà fondamentali. Il corpo diventa il luogo dello scontro. L’icona si trasforma in cortocircuito. Nel percorso espositivo questi due sguardi si incontrano senza confondersi. Warhol smonta il meccanismo. Banksy lo attraversa e lo colpisce. E in questo rincorrersi emerge una domanda comune: che cosa stiamo diventando? La dimensione sociale di Banksy, tuttavia, non si esaurisce nelle immagini. Nel corso degli anni, accanto al lavoro artistico, ha sostenuto anche iniziative concrete legate a temi umanitari. Tra queste, il finanziamento della nave di soccorso Louise Michel, restaurata e ridipinta di rosa, oggi operativa nel Mediterraneo centrale. Nel luglio 2024, come riportato da Reuters, la nave è stata bloccata per venti giorni nel porto di Lampedusa dopo un’operazione di soccorso. Un episodio che ha riacceso il dibattito sulle restrizioni imposte alle navi umanitarie e sulla gestione delle migrazioni. Nel febbraio 2023, nel giorno di San Valentino, Banksy ha inoltre realizzato a Margate il murale Valentine’s Day Mascara: una casalinga anni Cinquanta, apparentemente sorridente, spinge un uomo dentro un vecchio congelatore. Solo avvicinandosi si notano i segni della violenza subita. Qui la vittima si ribella. Nei giorni successivi il congelatore è stato rimosso, lasciando il murale mutilato. Un’assenza che ne ha amplificato il senso. A questo punto, il percorso della mostra sembra non fermarsi nelle sale. Nelle opere appese alle pareti torna sempre una fragilità esposta. Qualcosa che potrebbe andare perduto. Qualcosa che chiede di essere visto prima che sia troppo tardi. In questo senso, il “passaggio” evocato dal titolo non è soltanto tra due artisti, ma tra due modi di stare nel reale: uno che lo riflette e lo amplifica, l’altro che lo attraversa per renderlo visibile. In questo dialogo tra Warhol e Banksy, l’arte si conferma come uno spazio capace di generare domande e di attraversare il presente, mantenendo aperta una relazione con ciò che siamo. Galleria fotografica  di Lucia Montanaro Inaugurazione della mostra “Warhol vs Banksy – Passaggio a Napoli”, Villa Pignatelli, Napoli. Girl with Balloon – Banksy La “Bambina con il palloncino”, una delle opere più iconiche in mostra Andy Warhol – Liza Minnelli Disco e chitarra firmata esposti nella mostra. Opere di Banksy in mostra Allestimento con stencil e serigrafie di Banksy. Opere di Andy Warhol esposte a Villa Pignatelli Vinili, ritratti e materiali legati alla cultura pop. Pubblico all’inaugurazione della mostra Villa Pignatelli, Napoli. Presentazione istituzionale della mostra Intervento delle autorità e dei curatori all’inaugurazione. Banksy – Il lanciatore di fiori, simbolo di protesta nonviolenta Massimo Osanna (Direttore Generale Musei) e Federico Mollicone (Presidente Commissione Cultura) a Villa Pignatelli Inaugurazione della mostra “Warhol vs Banksy” a Villa Pignatelli Madonna con la pistola – Banksy Opera esposta nella mostra “Warhol vs Banksy – Passaggio a Napoli”.  Banksy, Queen Vic, in mostra a Villa Pignatelli Lucia Montanaro
January 22, 2026
Pressenza
Costruiamo insieme Resistenza
Compagn* uniamoci per la Palestina! Stiamo organizzando una mostra dedicata alla lotta e alla resistenza del popolo palestinese: un’esplosione di arte, riflessioni e solidarietà per urlare contro l’oppressione. L’evento si terrà al Corto Circuito ma senza di voi non decolla! Cerchiamo volenteros* compagn* per montare stand e allestire spazi: un lavoro collettivo per creare uno spazio di denuncia e speranza. Non serve essere espert*, basta la voglia di sporcarsi le mani per una causa giusta. La mostra sarà un grido di libertà, un megafono per le voci della Palestina e un pugno alzato per la nostra comunità. Unitevi al montaggio, portate energia, idee e rabbia! La solidarietà si costruisce insieme: ogni mano in più è un mattone per la libertà. Durante il montaggio ci sarà anche un Contest di Street Art – “Muri di Resistenza”: invitiamo gli street artist a sfidarsi a colpi di spray per creare opere dedicate alla Palestina. I murales resteranno come testimonianza permanente al CSOA. Portate bombolette e idee! Palestina libera! Uniamoci per la giustizia e la libertà! Musica e Pub aperti tutto il giorno The post Costruiamo insieme Resistenza first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
Roberto è VIVO e lotta insieme a noi.
ROBERTO SCIALABBA VIVE NELLE NOSTRE LOTTE! Il 28 febbraio 1978 i fascisti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) uccidono il compagno Roberto Scialabba, militante comunista e rivoluzionario del quartiere di Cinecittà. Di lui, dopo la sua uccisione per mano fascista, i compagni del quartiere scrissero “Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro l’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista!”. Anche quest’anno ci sarà un presidio per ricordare Roberto, per rinnovare la continuità con Il suo impegno militante e per fare del suo ricordo un momento di raccoglimento e riflessione sugli obiettivi e i compiti attuali della lotta antifascista. Ai tempi del governo Meloni dei nostalgici del fascismo del secolo scorso e delle sue manovre per soffiare sulla guerra tra poveri ricorrendo alla solita propaganda razzista. Ne sono la prova proprio Cinecittà e i suoi abitanti più poveri, divenuti bersaglio nell’ultimo mese di una vomitevole campagna mediatica che tace speculazioni e sprechi in atto nel quartiere e aizza i sentimenti delle masse popolari contro gli ultimi, a cominciare da chi è costretto ad occupare. Ai tempi del coinvolgimento dell’Italia nella nuova guerra mondiale forsennatamente alimentata da USA, UE e sionisti d’Israele e della guerra interna che quotidianamente in Italia falcidia una media di 4 lavoratori che muoiono uccisi sul loro posto di lavoro come ci rammenta da ultimo la strage dei cantieri Esselunga di Firenze. Ai tempi dell’eroica lezione che la resistenza palestinese dal 7 ottobre ’23 sta impartendo ai popoli del mondo, facendo scuola di come le masse popolari ovunque nel mondo devono e possono passare all’attacco e che i nemici dei popoli sono tigri di carta. PER QUESTO, PER ALTRO E PER TUTTO INVITIAMO A PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE MERCOLEDì 28 FEBBRAIO ALLE ORE 17.00 IN PIAZZA SAN GIOVANNI BOSCO IN MEMORIA DI ROBERTO SCIALABBA LOTTARE CONTRO IL FASCISMO E’ UNA BATTAGLIA DI CIVILTA’! E’ PARTE DELLA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA SOCIETA’! Le compagne e i compagni di Cinecittà The post Roberto è VIVO e lotta insieme a noi. first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
February 26, 2024
CSOA CORTO CIRCUITO