Veicolare messaggi nei tempi del turismo di massa
In Italia si contano 479 milioni di turisti l’anno; se in alcune località del
Belpaese la stagione può ancora fare la differenza, nelle città d’arte il dato
rimane stabile che splenda il sole, nevichi o piova a catinelle. E non servono i
numeri ufficiali per rendersene conto…
Questi i miei pensieri mentre passeggio a fatica tra la folla di “Spaccanapoli”
sbirciando le vetrine e scattando foto a muri sbrecciati. Cerco graffiti, opere
fatte a stensil, ma anche scritte e adesivi. La Street Art mi affascina dai
tempi dell’università e sebbene non l’abbia mai praticata (non ne sarei capace),
non perdo occasione per ammirarla. Mi piace per la sua immediatezza e per quel
senso di complicità che trasmette, perché si attacca senza vergogna a pali,
paracarri, cestini dell’immondizia, panchine, intonaci; si insinua ovunque le
sia possibile trasmettere il suo messaggio irriverente e anti-sistema e farla
franca.
Con Napoli, con la sua tradizione popolare di bassi e bancarelle, l’arte da
strada va a nozze, veicolando contenuti alle migliaia di persone che ogni giorno
la attraversano rapite dall’allegro spirito partenopeo.
La tradizione dei murales contempla un’intera via, ubicata nei Quartieri
Spagnoli, dedicata all’immagine di Totó; Maradona in compagnia di Pulcinella e
cornetti anti-malocchio di ogni dimensione impazzano per tutta la città. Ma tale
“arte”, benché vanti un’origine popolare e susciti simpatia, lavora a creare la
giusta atmosfera, quella che il turista riconosce come tipica del luogo e che
gli garantirà di tornare al proprio dovere soddisfatto e possibilmente
alleggerito, oltre che nel portafoglio, anche dei cupi pensieri quotidiani.
Nelle viuzze dell’antico centro, nell’incessante turbinio di profumi e suoni,
prende anima il ritornello della “canzona di Bacco” di Lorenzo de’ Medici e
dunque “chi vuol esser lieto, sia, di doman non c’è certezza”. Questa però non è
la Street Art che cerco. Mi piace quell’altra, che compare e scompare
continuamente perché viene strappata via, che è dichiarata, brutta, sporca e
illegale, che si offre come strumento di lotta dal basso e denuncia ingiustizie
e ipocrisie.
Uno tra i connubi più potenti degli ultimi anni è sicuramente quello tra la
lotta del popolo palestinese e l’arte da strada. Napoli ne è un prolifico
centro. Tempo fa circolarono video di operazioni di subadvertising e camouflage
di manifesti pubblicitari di grande impatto emotivo: per esempio ne ricordo uno
in cui l’immagine della “Flagellazione di Cristo” apposta sulla locandina della
mostra di Caravaggio offriva l’occasione di ricordare che Gesù era palestinese,
mentre su un altro cartellone Frida Kahlo si trasformava in un’indomita
resistente palestinese. Oggi nelle mie peregrinazioni non trovo opere di tale
rilievo creativo, ma osservo che la città è costellata da un’infinità di
micro-interventi sovversivi: semplici scritte lasciate da un pantone colorato su
una saracinesca o graffiate con una chiave su di un muro o su un cancelletto;
segni lasciati in impeti di rabbia da chiunque, che testimoniano l’insofferenza
verso l’ingiustizia e il cuore dei napoletani.
Tuttavia, in questi tempi di pazzi e criminali veri, il micro “vandalismo” di
denuncia non è l’unica forma di resistenza che si sta diffondendo tra la gente
comune; un’altra, della quale mi considero una praticante, è quella del
“gadget”. È infatti mia regola indossare sempre qualcosa che sia testimonianza
della tragedia che affligge il popolo palestinese da oltre settant’anni. Una
volta sono gli orecchini a fetta d’anguria, un’altra il ciondolino della mappa
della Palestina, un’altra ancora la spilletta appuntata alla borsa e
l’immancabile sciarpa a quadretti bianchi e neri. La loro presenza è stata fonte
di sorrisi e approvazione, quando non di veri e propri scambi. E non sono
l’unica ad aver adottato una simile policy. Mi capita sempre più spesso di
notare gli stessi simboli portati in giro da altri. Solo nei giorni trascorsi a
Napoli ho incontrato diverse donne con orecchini uguali ai miei, ho notato
angurie su magliette e cappellini, mentre spillette “Palestina Libera”
richiamavano l’occhio da zainetti e borsette. In coda per entrare in pizzeria ho
condiviso il marciapiede con tre napoletane veraci avvolte nelle kefiah.
Leggo il fenomeno come una forma di umanità che si allarga a macchia d’olio e di
cui è importante sostenere lo sviluppo, alla ricerca di quel punto di non
ritorno che viene definito “massa critica”. Quando avevo poco più di vent’anni
con tre amici in vacanza a Istanbul ci permettemmo una cena pantagruelica con
annesso spettacolo di danza orientale. La serata era animata dal classico
presentatore tuttofare che sul finire chiese ai partecipanti di ogni tavolo
quale fosse il loro Paese di provenienza. A ogni nazione augurava prosperità e
tante belle cose e invitava tutti gli altri ad applaudire festosi. Quando toccò
al Sudafrica sulla sala calò un silenzio di piombo. Di lì a qualche mese cadde
l’apartheid e iniziò il processo di verità, giustizia e riconciliazione.
Non so dire se siamo vicini o meno al cambiamento; indifferenza, ignoranza e
individualismo sono sempre ben presenti in società, ma certamente si vedono
anche segnali positivi, di chiara umanità e mai come oggi è importante
comprendere che il fenomeno del turismo di massa può essere un potente volano
nel veicolare messaggi di pace e scuotere coscienze.
Passando da un vicoletto a un corso, ruminando tra me e me, sono arrivata alla
Feltrinelli di via dei Greci dove fra poco si terrà la presentazione del romanzo
“Le nozze di Gaza” di Ibrahim Nasrallah. Sono molto curiosa: Ibrahim è uno
scrittore di fama internazionale e la storia, apparsa nel 2009, ha riscosso
parecchio successo proprio per l’originale intreccio. Ne parleranno Davide
Gatto, traduttore del libro e Omar Suleiman, attivista e attore palestinese.
Ah, dimenticavo di dirvi che sono arrivata qui grazie alla medaglietta della
Palestina. Due giorni prima infatti ero alla cassa del negozio quando la signora
addetta, mentre mi batteva lo scontrino, allargando un sorriso a trentadue
denti, mi ha detto: “Oh, ma che bel ciondolo!” Così ho scoperto che a Napoli
vive una libraia di nome Valentina che prova sempre a parlare di Palestina (lo
ribadisce persino il suo stato WhatApp). Ogni mese organizza un incontro per
promuovere la cultura arabo-palestinese e il più delle volte il ricavato
dell’iniziativa viene devoluto a progetti di solidarietà. Oggi andrà a Gazzella,
una onlus storica di Gaza che deve il suo nome alle bambine rimaste orfane e che
con grandissimo impegno e passione è riuscita a riaprire delle aule scolastiche
sotto le tende.
La chiacchierata in libreria è informale: si parla di letteratura, dell’autore e
del suo maestro, Ghassan Ganafani, e della vita in Palestina; di come i grandi
sanno parlare della miseria, della guerra e dell’occupazione senza quasi citarle
e di come il loro messaggio arrivi chiaro e profondo. Intuisco dagli stralci
letti che “Le nozze di Gaza” hanno come protagoniste delle donne – due sorelle
gemelle e altre figure femminili. Ne sono ancora più curiosa e non vedo l’ora di
leggerlo.
Marina Serina