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Le vite che la guerra attraversa – Viola Ardone racconta Tanta ancora vita
Un’intervista alla scrittrice Viola Ardone sul romanzo Tanta ancora vita, tra guerra in Ucraina, infanzia, migrazione e memoria. Le guerre attraversano oggi molte parti del mondo. Si sovrappongono nelle cronache quotidiane, scorrono nelle immagini dei notiziari, rischiano perfino di diventare un rumore di fondo a cui, poco alla volta, ci si abitua. Eppure dietro i numeri che scorrono nelle statistiche ci sono vite interrotte, famiglie divise, infanzie costrette a cambiare direzione troppo presto. Il rischio di assuefarsi è ogni giorno più alto. Per questo il dovere della memoria non dovrebbe mai essere accantonato. A volte, quando le immagini dei telegiornali scorrono davanti ai nostri occhi rese familiari dalla ripetizione quotidiana, anche la scelta di una lettura può fare la differenza e assumere un ruolo decisivo nella memoria. La guerra in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa, continua a produrre distruzione, sfollamenti e vite sospese. Sono molti i libri che negli ultimi anni hanno affrontato questi temi. Oggi abbiamo incontrato il libro della scrittrice e amica Viola Ardone, Tanta ancora vita, che riporta l’attenzione su una guerra che continua a devastare vite e territori ma che, a tratti, sembra scivolare ai margini dell’attenzione pubblica. Il protagonista è Kostya, un bambino ucraino di dieci anni che lascia il suo paese appena invaso per raggiungere la nonna Irina, che lavora a Napoli come domestica. Nello zaino porta poche cose: vestiti di ricambio, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo scritto su un foglio. Suo padre lo accompagna all’inizio di questo viaggio e lo affida alla strada mentre la guerra entra nella vita del paese. Non sappiamo con certezza quale sarà il suo destino. Nel romanzo si parla della possibilità che sia partito per il fronte, ma la sua sorte resta incerta, sospesa come accade a tante vite nelle guerre contemporanee. Il viaggio di Kostya è lungo e difficile. Attraversa frontiere, incontra soldati, sconosciuti che a volte lo ostacolano e altre volte lo aiutano, finché riesce ad arrivare a Napoli. Una mattina Vita, la donna per cui lavora la nonna, apre la porta di casa e lo trova addormentato sullo zerbino. Anche Vita è una figura segnata dalla perdita. Quattro anni prima ha perso suo figlio in un incidente e da allora vive una vita sospesa. Le sue giornate scorrono tra silenzi, ricordi e una depressione che nel romanzo assume persino un nome proprio: Orietta. Non è solo una malattia, ma quasi una presenza con cui la protagonista ha imparato a convivere, qualcosa che entra nelle pieghe della sua vita e che a volte prende spazio nei pensieri e nei gesti quotidiani. Accanto a lei vive e lavora Irina, la nonna di Kostya. È una donna ucraina emigrata da anni in Italia, una domestica che nel romanzo assume una profondità sorprendente. Porta dentro di sé la storia di tante donne dell’Est Europa che hanno lasciato la propria terra per sostenere le famiglie rimaste a casa. È una donna colta, legge Dante e parla italiano con una lingua quasi letteraria, ma sceglie di non sciogliere completamente la distanza linguistica con il paese in cui vive, come se quella distanza fosse anche un modo per custodire la propria identità. Anche Irina è attraversata dalla perdita. A un certo punto della storia decide di tornare in Ucraina per cercare il figlio, dato per disperso nella guerra. È una scelta che riporta improvvisamente il conflitto dentro la vita di tutti i personaggi e che mette in movimento anche Vita, spingendola a uscire dalla sua immobilità. Viola Ardone sceglie però una strada diversa: non racconta la guerra solo attraverso i fatti. Fa camminare il suo libro in avanti attraverso i sentimenti. La storia procede quasi a colpi di emozioni, di fragilità condivise, di momenti intimi che rivelano poco alla volta la vita dei personaggi. Attraverso il viaggio di Kostya il lettore incontra la guerra dal punto di vista di chi la subisce. Il bambino la racconta con una lingua piena di ironia e invenzioni, ma anche con una lucidità sorprendente. A un certo punto dice una frase che colpisce per la sua semplicità: la guerra non dovrebbe uscire mai dai videogiochi. Accanto alla guerra, il libro racconta anche altri temi profondamente contemporanei: la solitudine, la depressione, la migrazione, l’incontro tra vite ferite che può aprire una possibilità di trasformazione. La relazione tra Vita e Kostya non cancella il dolore, ma riapre uno spazio inatteso. In un passaggio del romanzo è la protagonista stessa a riconoscere che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. C’è anche un altro aspetto che rende questo romanzo particolarmente significativo. In un tempo in cui l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da un conflitto all’altro, la guerra in Ucraina rischia a volte di scivolare ai margini dell’attenzione pubblica pur continuando a produrre distruzione e sofferenza. Raccontarla attraverso una storia significa anche restituirle memoria, riportarla dentro il discorso umano e non solo geopolitico. Ho chiesto a Viola Ardone di condividere alcune riflessioni su questo libro e sui temi che lo attraversano. 1) Raccontare una guerra ancora in corso non è una scelta scontata e forse nemmeno commerciale. C’è voluto coraggio per scrivere questo libro? Raccontare una guerra mentre la guerra sta ancora accadendo significa scrivere in un terreno instabile, dove le parole arrivano sempre un attimo dopo i fatti e spesso sembrano insufficienti. Non so se serva coraggio; forse serve piuttosto una certa ostinazione a non voltarsi dall’altra parte. La letteratura non ha il compito di aspettare che la storia diventi polvere da archivio: può provare a stare nel presente, anche quando il presente è doloroso e contraddittorio. Non mi interessava fare un libro “sulla guerra”, ma un libro sulle vite che la guerra attraversa. E quelle vite non smettono di esistere solo perché il conflitto è ancora in corso. 2) Nel romanzo la guerra non è raccontata dal fronte ma attraverso la vita delle persone. Perché hai scelto questa prospettiva così quotidiana e intima? Le guerre ci arrivano quasi sempre attraverso le immagini del fronte: carri armati, macerie, mappe, confini. Ma la guerra vera – quella che cambia le persone – accade spesso lontano dalle linee di combattimento. Accade nelle cucine, nei corridoi delle case, nelle telefonate interrotte, nei silenzi. Ho scelto una prospettiva quotidiana perché è lì che la guerra mostra il suo effetto più radicale: non solo distrugge città, ma incrina la trama invisibile delle relazioni, della fiducia, della memoria. Raccontare quella dimensione intima mi sembrava un modo per restituire alla guerra il suo volto più umano e, proprio per questo, più inquietante. 3) Il romanzo nasce dall’incontro tra tre solitudini: Vita, Kostya e Irina. Alla fine di questo percorso narrativo hai trovato le risposte che immaginavi quando hai iniziato a scriverlo? Vita, Kostya e Irina sono tre solitudini che si sfiorano in un momento in cui ciascuno di loro è in qualche modo sospeso: tra passato e futuro, tra perdita e possibilità. Scrivendo ho capito che le risposte, se arrivano, non sono mai definitive. Piuttosto accade qualcosa di diverso: i personaggi imparano a stare dentro le proprie domande senza esserne schiacciati. E forse è questo il vero movimento del romanzo: non la soluzione dei problemi, ma la possibilità di condividere il peso delle proprie fragilità. 4) Il personaggio di Irina restituisce identità e profondità a una figura spesso invisibile: quella delle donne straniere che lavorano nelle nostre case. Nelle tue intenzioni c’era anche il desiderio di restituire umanità e complessità a queste vite troppo spesso ridotte al solo ruolo che ricoprono? Le donne che lavorano nelle nostre case – badanti, colf, assistenti familiari – sono presenze fondamentali e allo stesso tempo quasi invisibili. Abitano l’intimità delle famiglie, ma raramente entrano nella narrazione pubblica con una loro complessità. Irina nasce proprio da questa contraddizione: è una donna che attraversa la vita degli altri mentre la sua storia rimane spesso in ombra. Restituirle una voce significava ricordare che ogni persona porta con sé un passato, una lingua, una nostalgia, un progetto. Nessuno è mai soltanto il ruolo che svolge. 5) A un certo punto Vita riconosce che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. Quanto era importante raccontare questo ritorno della speranza dopo il lutto e la depressione? Il ritorno della speranza era per me un passaggio essenziale. Non una speranza ingenua o salvifica, ma una speranza fragile, quasi timida. Dopo un lutto o una depressione la speranza non arriva come una rivelazione luminosa: arriva spesso come un piccolo gesto, una possibilità che all’inizio fa quasi paura. Per Vita riconoscere di poter sperare di nuovo è un momento decisivo, perché significa ammettere che la vita – nonostante tutto – può ancora sorprendere. 6) Oggi l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da una guerra all’altra. Che ruolo può avere la letteratura nel mantenere viva la memoria delle vite coinvolte nei conflitti? La letteratura non può fermare le guerre, ma può fare qualcosa che spesso la cronaca non riesce a fare: restituire durata alle vite. Le notizie scorrono velocissime, le tragedie si accavallano, l’attenzione collettiva si sposta continuamente. Un romanzo invece rallenta il tempo. Permette di abitare una storia, di conoscere i volti, le paure, le contraddizioni delle persone coinvolte. In questo senso la letteratura può diventare una forma di memoria emotiva: non conserva solo i fatti, ma l’esperienza umana che quei fatti hanno prodotto. 7) Molti tuoi romanzi hanno avuto una grande diffusione e Il treno dei bambini è diventato anche un film. Ti immagini Tanta ancora vita trasformato in un film o in una serie? E se accadesse, che cosa ti piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire di questa storia? Quando scrivo non penso mai al cinema, perché il linguaggio del romanzo e quello delle immagini sono molto diversi. Però è vero che le storie, a volte, trovano nuove forme. Se Tanta ancora vita diventasse un film o una serie, mi piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire soprattutto il ritmo silenzioso della storia: gli spazi domestici, le pause, gli sguardi, quella dimensione quasi sospesa in cui tre persone molto diverse iniziano lentamente a riconoscersi. Perché, in fondo, il cuore del romanzo non è la guerra, ma ciò che continua a resistere dentro le persone nonostante la guerra. Viola Ardone, Tanta ancora vita, Einaudi Stile Libero. Un ringraziamento sincero a Viola Ardone per la generosità delle sue risposte e per la bellezza delle parole con cui ha voluto accompagnare questa conversazione. Lucia Montanaro
March 12, 2026
Pressenza
Cuba, Diaz Chanel: “Non stiamo intraprendendo colloqui con il governo USA”
“Non ci sono colloqui con il governo degli Stati Uniti, fatta eccezione per contatti tecnici in materia di migrazione.” – lo riferisce il 12 gennaio 2026, in un post su X, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica di Cuba, in risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Usa, Donald Trump, a bordo dell’Air Force One in cui ha affermato che Washington ha già avviato “conversazioni” con L’Avana. “Siamo sempre stati disposti a impegnarci in un dialogo serio e responsabile con le diverse amministrazioni statunitensi, inclusa quella attuale, sulla base dell’uguaglianza sovrana, del rispetto reciproco, dei principi del diritto internazionale, del reciproco vantaggio senza interferenze negli affari interni e nel pieno rispetto della nostra indipendenza. L’origine e l’inasprimento estremo del blocco non hanno nulla a che fare con i cubani residenti negli Stati Uniti, spinti lì da questa politica fallimentare e dai privilegi della la Ley de Ajuste Cubano. Ora sono vittime del cambiamento nelle politiche sui migranti e del tradimento dei politici di Miami. Esistono accordi bilaterali in materia di migrazione che Cuba rispetta scrupolosamente. Come dimostra la storia, affinché le relazioni tra Stati Uniti e Cuba possano progredire, devono basarsi sul diritto internazionale anziché su ostilità, minacce e coercizione economica.” In precedenza Trump aveva “suggerito” al governo cubano di raggiungere un accordo con lui “prima che sia troppo tardi”, un’affermazione a cui sempre Díaz-Canel aveva ribattuto dichiarando che “nessuno ci dice quello che dobbiamo fare”. https://it.granma.cu/cuba/2026-01-14/non-esistono-conversazioni-con-il-governo-degli-usa-salvo-contatti-tecnici-nellambito-migratorio Lorenzo Poli
January 17, 2026
Pressenza
L’Europa non crolla sotto le bombe. Si sta svuotando dall’interno
> L’Europa non sta crollando a causa di missili, invasioni o città ridotte in > macerie. La frattura viene dall’interno. Ciò che sta accadendo è più lento e > pericoloso di una guerra, e milioni di giovani europei se ne vanno perché non > c’è futuro per loro dove sono nati. E mentre tutto questo accade, Bruxelles > discute regolamenti che nessuno legge. L’emorragia non fa rumore, ma sta > svuotando il cuore del continente. Dietro questa migrazione silenziosa si cela un modello esausto. Le economie europee sono cresciute senza condivisione, hanno incorporato senza inclusione, hanno promesso sicurezza ma hanno consegnato precarietà. In Italia, Grecia e Portogallo, intere generazioni vivono con salari insufficienti a sostenere una vita dignitosa. In Francia, lo stato sociale è diventato un campo di battaglia. In Germania, la prosperità non è più sufficiente a sostenere la propria narrazione. Il continente sta invecchiando, diventando isolato e burocratico, e il suo peggior nemico non è esterno; è la disillusione. Questa disillusione sta rimodellando la politica europea. In Ungheria, Polonia, Paesi Bassi e Francia, i partiti ultranazionalisti stanno crescendo nel vuoto lasciato dalle socialdemocrazie. Al nord, Svezia e Finlandia si stanno orientando verso la militarizzazione. Al sud, Spagna e Italia brancolano tra stanchezza e rabbia. L’Europa non teme più il futuro, ma lo evita. Il continente che un tempo dettava il corso del mondo ora si chiede come sopravvivere alla propria disillusione. La frattura europea non sarà un’esplosione, ma una lenta scomparsa demografica, morale e politica. L’ESODO SILENZIOSO CHE L’EUROPA NASCONDE Negli ultimi dodici anni l’Europa ha perso più di 8,3 milioni di giovani. Non si tratta di una stima soggettiva, ma di dati ufficiali forniti da Eurostat e dalla Banca Mondiale. La sola Romania ha visto emigrare 3,7 milioni di persone dal 2007, il più grande esodo civile dalla Seconda Guerra Mondiale. La Lettonia ha perso il 25% della sua popolazione tra il 2000 e il 2023. La Bulgaria ha perso più di 2 milioni di abitanti in trent’anni e non ci sono stati bombardamenti. C’è un’evacuazione economica al rallentatore. Nel 2023, oltre 400.000 spagnoli sotto i 35 anni vivevano fuori dalla Spagna. Il Portogallo ha il 10% della sua popolazione totale che vive all’estero. L’Italia registra oltre 1.200.000 emigranti qualificati dal 2008, per lo più medici, ingegneri e personale sanitario. L’Europa non sta perdendo turisti. Sta perdendo coloro che sostengono il suo domani. La cosa più rivelatrice è che non fuggono dalla Russia o dalle guerre, fuggono dal costo degli alloggi, dai salari stagnanti, dal lavoro precario e da un sistema in cui l’energia e la tecnologia costano più che in qualsiasi altra area del pianeta. Mentre Bruxelles gioca a regolamentare il futuro, il futuro sta uscendo dalla porta. I 13 PAESI CHE STANNO GIÀ RETROCEDENDO Nell’Europa orientale, la fuga umana ha le dimensioni di un’intera economia. La Romania ha perso quasi il 20% della sua popolazione e oltre 60 miliardi di dollari in talento produttivo accumulato dal 2007. La Lettonia ha perso l’equivalente di 12 miliardi di dollari all’anno in capitale umano, con l’evaporazione del 25% della sua forza lavoro dal 2000. La Lituania, con un PIL di appena 76 miliardi di dollari, ha visto evaporare una popolazione equivalente a 15 miliardi di dollari in produttività futura e la Polonia ha perso lavoratori qualificati per un valore stimato di 100 miliardi di dollari in tasse non riscosse dal 2010. Il sud vive un altro livello di collasso. La Grecia ha un debito superiore ai 400 miliardi di dollari, con più di 500.000 giovani emigrati in seguito alla crisi; il Portogallo supera i 280 miliardi di dollari di debito pubblico, mentre 1,5 milioni di portoghesi vivono all’estero, pari a oltre il 15% del PIL perso in produttività. La Spagna supera i 32 miliardi di dollari all’anno in fuga netta di giovani che emigrano e non tornano. In Italia si sono persi professionisti qualificati per un valore di oltre 200 miliardi di dollari nell’ultimo decennio, tra cui 70.000 medici e tecnici sanitari. L’energia industriale in Europa è arrivata a costare 300 dollari per MWh nel 2022, mentre negli Stati Uniti non supera i 70 dollari. L’Italia ha un debito pari al 140% del PIL, equivalente a 3,1 trilioni di dollari; e in Grecia, Portogallo e Romania i salari minimi superano di poco gli 800 dollari al mese. Non se ne vanno a causa di una guerra, se ne vanno perché il modello è crollato di fronte al costo della vita e della produzione e l’Europa continua ad esistere sulle mappe, ma non più nelle decisioni vitali. IL CENTRO CROLLA. GERMANIA E FRANCIA GIÀ NE RISENTONO La fuga non è più solo umana. È industriale. La Germania ha perso oltre 90 miliardi di dollari in investimenti industriali diretti tra il 2022 e il 2024, dirottati verso Stati Uniti e Cina. BASF ha trasferito 10 miliardi di dollari in un nuovo mega impianto chimico a Zhanjiang. Volkswagen, BMW e Mercedes hanno confermato che oltre 50 miliardi di dollari in nuovi impianti per veicoli elettrici saranno installati fuori dall’Europa, principalmente in Texas e Shanghai, e non si tratta di speculazioni. L’attrattiva degli Stati Uniti è puramente energetica e fiscale. Lo Stato federale sovvenziona fino a 7.500 dollari per ogni auto elettrica prodotta localmente. L’elettricità industriale in zone come il Texas costa 30 dollari per MWh, contro i 90-120 dollari per MWh della Germania post-Nord Stream. Ogni megafabbrica che sceglie il Texas invece dell’Europa rappresenta tra i 5 e i 10 miliardi di dollari di PIL futuro annuo che svanisce dal continente. La Francia, dal canto suo, non esporta più talenti, ma li importa. Nel 2023 ha reclutato più di 25.000 medici stranieri, principalmente dal Marocco, dalla Tunisia e dal Senegal, per sostenere un sistema ospedaliero collassato per mancanza di personale locale. Il deficit previsto supera i 12 miliardi di dollari all’anno per la sostituzione di lavoratori qualificati. Le università francesi formano meno ingegneri di quanti ne richieda l’industria del Paese. L’Europa non solo ha perso il monopolio produttivo, ma sta perdendo anche la capacità umana di ricostituirlo con la propria gente. L’EUROPA È UN LUOGO CHE VIENE ABBANDONATO Il simbolo più evidente non è nelle frontiere, ma negli aerei in partenza. Più di un milione di portoghesi vivono oggi in Francia, generando oltre 15 miliardi di dollari all’anno di PIL per un altro Paese e più del 70% non intende tornare, secondo i dati dell’Osservatorio Portoghese sull’Emigrazione. Il Portogallo ha già perso in capitale umano l’equivalente del 20% della sua economia attuale. La Lettonia è il caso più estremo del Baltico. È passata da 2,3 milioni di abitanti nel 2000 a soli 1,8 milioni nel 2023. Una perdita del 25% della sua popolazione attiva, valutata in oltre 30 miliardi di dollari in produttività futura evaporata. Si tratta di una scomparsa demografica non causata da guerre. Il Paese esiste sulle mappe, ma non sarà più in grado di sostenere da solo la sua piramide lavorativa e fiscale. La Spagna subisce una fuga silenziosa e strategica. Ogni anno se ne vanno più di 100.000 professionisti qualificati, tra cui medici, scienziati e ingegneri che generano in altri paesi un output stimato superiore a 25 miliardi di dollari all’anno in valore aggiunto perso. Germania, Regno Unito e Svizzera accolgono questi talenti senza pagare per la loro formazione. GLI STATI UNITI E LA CINA VINCONO. L’EUROPA SI LIMITA A OSSERVARE Gli Stati Uniti stanno assorbendo l’industria che l’Europa non è più in grado di sostenere. Dal 2022 le aziende europee hanno annunciato oltre 200 miliardi di dollari di investimenti industriali trasferiti sul suolo statunitense, attratti da energia tre volte più economica e sussidi federali diretti dall’Inflation Reduction Act per 369 miliardi di dollari. La sola Germania ha dirottato 100 miliardi di dollari in progetti chimici, automobilistici e farmaceutici verso il Texas, la Louisiana e l’Ohio. Washington non sta conquistando le fabbriche, le sta ricevendo senza resistenza. La Cina gioca su un altro piano. Acquista energia quattro volte più economica rispetto all’Europa grazie a contratti con la Russia e l’Arabia Saudita inferiori a 10 dollari per MWh e, con questo divario, sta sostituendo l’Europa come esportatore globale. Nel 2024 il surplus commerciale cinese con l’UE ha superato i 400 miliardi di dollari, e Pechino sta attirando i giovani ricercatori europei che non riescono più a trovare finanziamenti locali. Solo nel 2023 la Cina ha attirato più di 12.000 scienziati europei con contratti superiori a 120.000 dollari l’anno, cosa inaccessibile nelle università europee in regime di austerità. Nel frattempo, Bruxelles investe migliaia di ore nella legislazione sui caricabatterie USB e sulle quote di emissione, ma non è riuscita a fissare un prezzo energetico stabile per la sua industria né un piano reale per trattenere i talenti. La discussione è normativa e la fuga è globale. L’Europa continua a parlare e i suoi figli non ascoltano più. 2030: L’UE PUÒ CONTINUARE AD ESISTERE… MA VUOTA L’Unione Europea può arrivare al 2030 istituzionalmente intatta, con un parlamento funzionante, una commissione che emana direttive e vertici diplomatici impeccabili. Ma dietro questa facciata potrebbe esserci un continente vuoto, senza tessuto industriale, senza forza lavoro giovane e senza un reale potere strategico. Il rischio non è il collasso istituzionale, è l’irrilevanza. Se l’attuale tendenza continuerà, l’Europa perderà più di 1,5 trilioni di dollari in investimenti industriali accumulati tra il 2024 e il 2030 a favore degli Stati Uniti e dell’Asia e più di 15 milioni di lavoratori potrebbero uscire dal sistema produttivo europeo senza essere sostituiti dalle nuove generazioni. L’età media in Italia e Germania supererà i 50 anni, mentre in paesi come l’India è di 29 anni. Non è solo un problema demografico, è una rottura della spinta economica. Il continente può trasformarsi in quello che molti analisti definiscono già il suo destino silenzioso, in altre parole un museo globale, con città da cartolina che accolgono turisti cinesi, arabi e statunitensi che contribuiscono con oltre 600 miliardi di dollari all’anno alla spesa turistica… mentre anche l’industria europea si riduce a pezzi da museo. L’Europa può continuare a esistere, senza forza, senza progetti e senza un proprio futuro. L’EUROPA SI STA DISSOLVENDO L’Europa non sta affrontando un’invasione né un crollo improvviso. Sta affrontando qualcosa di più pericoloso. Si sta dissolvendo silenziosamente, non a causa della guerra, ma dell’irrilevanza. Per aver delegato l’energia alla Russia, l’industria alla Cina e la strategia agli Stati Uniti. Per aver insegnato al mondo la democrazia e i diritti, ma aver dimenticato di difendere con lo stesso rigore la propria sovranità materiale. C’è ancora margine. Forse cinque anni, non di più. Se l’Europa riuscirà a riprendere il controllo del prezzo e dell’origine della sua energia, se deciderà di produrre dove vive e non solo di consumare ciò che altri producono, se tornerà a considerare il talento giovane una priorità invece che una risorsa da esportare, allora potrà non solo sopravvivere, ma rinascere, ma l’orologio non segna più decenni, bensì cicli elettorali. L’Europa non è condannata a scomparire. È condannata a scegliere se continuare ad amministrare rovine gloriose o ricostruire un futuro che non dipenda da nessun altro. E questa decisione non sarà presa dai discorsi ufficiali. Saranno quelli che oggi stanno facendo le valigie a prenderla. Bibliografia: . Eurostat, Demographic Trends & Migration Report 2023–2024 . FMI, Regional Outlook on Europe — Structural Decline Indicators . Banco Mundial, Global Talent Drain & Human Capital Flight in the EU . IEA, Energy Price Divergence between EU–US–China 2022–2024 . Comisión Europea, European Industrial Competitiveness Report 2024 . OECD, The Silent Migration Crisis in Southern Europe . Bloomberg & Financial Times, Factory Exodus & IRA vs EU Analysis 2023–2024 . McKinsey Global Institute, Industrial Relocation and Talent Flows 2030 Risk Model -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Mauricio Herrera Kahn
November 14, 2025
Pressenza