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Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio
di GIROLAMO DE MICHELE. È da poche settimane in libreria la raccolta di saggi Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio [ed. or. Making Death and Life in Palestine, Pluto Press 2025], a cura di Tithi Bhattacharya e Susan Ferguson, all’interno della collana “Feminist” diretta da Francesca Coin e Sara Farris per le Edizioni Alegre. Il volume si avvale della Prefazione di Ruth Wilson Gilmore, e comprende saggi, oltre che delle curatrici, di Asmaa AbuMezied, Mai Abu Moghli, Rachel Rosen, Tal-Hi Bitton, Jemima Repo, Mai Taha, Sigrid Vertommen, Weeam Hammoudeh, Michael Nahman, Fady Joudah. Ci sono molte ragioni per considerare imprescindibile la lettura di questi saggi: a partire dal concatenamento fra le biografie scientifiche delle autrici, col correlato delle loro precedenti e attuali ricerche, con gli specifici temi qui approfonditi, e con i più generali temi della riproduzione sociale e del genocidio in atto. Le bibliografie dei singoli saggi approfondiscono e/o aprono campi di ricerca inediti, o quasi, in Italia, dove il dibattito storiografico risente dall’assenza – che a volte suona quasi come una diserzione – dalla decennale ricerca dei Genocide Studies, dalle voci non occidentali e non maschili, dalla rivoluzione concettuale rappresentata dall’imporsi sulla scena del pensiero critico (e non solo “di genere”) della riproduzione sociale. Il che non ha impedito alla critica militante di procedere, lungo altre vie e con altri mezzi, su questi percorsi (Euronomade ha dedicato uno dei suoi seminari a “Riproduzione sociale: sguardi, lotte, scenari”). Eppure uno dei significati che ha assunto l’imporsi del significante “genocidio” nelle piazze e strade globali è stato quello di una appropriazione, da parte del sud del mondo, di un termine che, subito dopo essere stato coniato e sancito come crimine internazionale, è stato sequestrato dall’Occidente, risemantizzato nell’unicità ed eccezionalità della Shoah, e usato come ulteriore argomento per escludere dalla storia chi non aveva – o non avrebbe dovuto avere – accesso alla scrittura della storia. Le imbarazzate ammissioni di “storici laureati” di non conoscere adeguatamente le condizioni di vita, sfruttamento, esclusione vigenti oggi in Israele e nei Territori occupati, a fronte delle contestazioni provenienti dal pubblico, dicono tutto. Per contro, è proprio da quel sud del mondo, da quei regimi coloniali, patriarcali e imperiali di esclusione che vengono le voci femminili e femministe che parlano in questi saggi, contribuendo a ridefinire il concetto di genocidio in termini sia estensivi che intensivi. Com’è noto, per genocidio, Convenzione del 1948 alla mano, si intende «ciascuno degli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale»; ed è un fatto che l’ONU riconosce, attraverso le sue istituzioni, il popolo palestinese come uno di questi “gruppi protetti”. Ci si sofferma meno sull’elenco degli atti genocidiari, che non sono solo l’uccisione o le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo – da cui le aberranti discussioni sul “numero esatto” delle vittime e sulle condizioni delle loro sepolture. Ci si sofferma meno su atti genocidiari quali il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale, e le misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo: atti la cui continuità nel tempo, ben prima del 7 ottobre 2023, contribuisce a creare quel “pattern of conduct” da cui dedurre come unica ragionevole intenzione l’intento di distruzione del popolo palestinese (come affermato nel rapporto della Commissione indipendente internazionale dell’ONU sul genocidio dei palestinesi in Gaza nel settembre 2025). È su questo piano che interviene il metodo della riproduzione sociale, che mira a individuare le condizione in cui, al tempo stesso, vengono prodotte le condizioni di vita e l’assoggettamento della vita al potere in un contesto sociale determinato. Condizioni che, nel contesto del colonialismmo israeliano, sono altresì condizioni di morte: da cui la scelta delle curatrici del volume di anteporre la parola “Death” a “Life” nel titolo. Così facendo, le studiose della riproduzione sociale arricchiscono di senso una fulminante battuta di Raphael Lemkin, il giurista che coniò la parola “geoncidio” (battendosi poi per tutta la restante vita contro i depotenziamenti e i riduzionismi del termine, ossia delle cose che stanno dietro al nome): «Il genos è sia l’unità contro cui è diretto il crimine sia l’unità da cui ha origine. Il genocidio è un crimine perpetrato da un genos contro un altro». Affermazione che, va segnalato, Anne O’Byrne pone in esergo al primo capitolo del suo The Genocide Paradox. Perché quel genos che appare unitario e univoco (ma non era così per Lemkin), sottoposto al vaglio critico si mostra spacchettato analiticamente nelle pratiche sociale di cura e riproduzione della vita: dalla gestazione e nascita del bios, alla cura dell’infanzia, alle condizioni di cui la vita è prodotta e costretta; dall’istruzione, sia essa quella imposta dall’occupante sia quella prodotta dalle istituzione palestinesi; dalle pratiche sociali e culturali in cui si forma e si rafforza l’identità palestinese, compreso il rapporto con la natura; all’accesso alle cure mediche e alla preservazione della vita. Ciascuno di questi aspetti, indagato nella sua duplice natura di produzione e oppressione della vita – o, anche: di assoggettamento e soggettivazione – viene rovesciato, con un esame analitico delle pratiche necropolitiche di segregazione e apartheid, prima, e di esplicita cancellazione tramite steerminio o sradicamento e deportazione, nel rovescio della vita, cioè nella morte. Da cui un’apparente proliferazione di neologismi – scolasticidio, iatrocidio, spaziocidio, fino a riprodutticidio – che rischia di essere frainta come tendenza al un panpenalismo che mira a creare un numero crescente di crimini in luogo di un’unica fattispecie criminosa: laddove non si tratta di moltiplicare il nome dei crimini, ma di individuare gli specifici atti concreti attraverso i quali non solo si manifesta l’intento genocidiario; e di segnalare la preesistente possibilità di un potenziale esito genocida insito nelle pratiche di assoggettamento della vita. La presenza della morte e dell’oppressione nei singoli frame di quotidianità smaschera le campagne di rebranding con cui lo Stato israeliano, e le comunità a suo sostegno, hanno cercato negli ultimi anni di recuperare consenso distogliendo l’attenzione dell’opinione pubblica globale «dall’impressionante storia di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale di Israele, mettendo in luce i traguardi culturali del paese e la sua cultura cosmopolita», cercando altresì di imporre l’immagine di Israele come unico «paese civile, mentre i palestinesi sono barbari, omofobi, incivili fanatici che si fanno saltare in aria», come scrive Nada Elia nel suo La Palestina è una questione femminista (il primo libro pubblicato da Coin e Farris quando hanno assunto la direzione della collana). Anche il rapporto fra genocidio e colonialismo d’insediamento (settler colonialism) viene in parte arricchito, ma anche messo in discussione dalla critica della riproduzione sociale. Il concetto di colonialismo d’insediamento è stato formulato da Patrick Wolfe (e ripreso da Francesca Albanese nel suo rapporto Genocidio come cancellazione culturale), che ne ha tracciato un confronto col genocidio: «In comune con il genocidio come lo definì Raphael Lemkin, il colonialismo dei coloni [settlers] ha dimensioni sia negative che positive. Negativamente, spinge alla dissoluzione delle società native. Positivamente, erige una nuova società coloniale sulla base della terra espropriata. Nel suo aspetto positivo, l’eliminazione è un principio organizzativo della società coloniale dei coloni piuttosto che un evento una tantum». Caso esemplare presentato da Wolfe è l’affermazione di Theodor Herzl: «Se voglio sostituire un vecchio edificio con uno nuovo, prima di costruire devo demolire». Con un’analisi più marxiana di quella di Wolfe, Tal-Hi Bitton, nel suo contributo “La decolonizzazione come lotta di classe della riproduzione sociale” osserva che la “natura eliminatoria e strutturale” del colonialismo d’insediamento non mette in chiaro come, accanto alla modalità eliminatoria, esista la modalità dello sfruttamento attraverso la creazione di condizioni sociali e lavorative: «in molte colonie lo sfruttamento dei colonizzati è un processo sociale fondamentale, tanto quanto l’appropriazione, aspetto che complica la composizione di classe nelle colonie d’insediamento». In breve, si tratta di intendere il colonialismo d’insediamento all’interno delle dimaniche del capitale, con la conseguente creazione di una Working Class che se per un verso, all’interno delle condizioni di vita predeterminate prodotte dal capitale, è inizialmente «priva della capacità di agire sulla propria esistenza quotidiana», per altro, cimentandosi nella lotta le soggettività intraprendono «una trasformazione del sé, dei propri valori e della comprensione di sé, nello sforzo di mutare le proprie condizioni» – in altri termini un “protagonismo” (termine derivato da Marta Harnecker e Michael Lebowitz) che fa sviluppare capacità concrete di solidarietà, resilienza e resistenza (Sumud) della comunità ed espansione della riproduzione della working class. La lotta contro la colonizzazione è quindi non solo resistenza all’espropriazione, ma «una forma di lotta di classe in opposizione alla separazione vera e propria tra produzione e riproduzione sociale creata dall’imperialismo e dal colonialismo d’insediamento»: una lotta nella quale il protagonismo delle donne palestinesi, che hanno connesso la lotta per la liberazione nazionale all’espanzione della riproduzione sociale, coglie la necessità di lottare non solo contro la sovranità politica, ma anche contro la struttura stessa delle relazioni sociali capitalistiche che sottendono e si espandono attraverso i processi coloniali. Una considerazione che sembra decisiva sia sul piano del metodo, sia alla luce della resistenza che la vita stessa – ben altro che “nuda” – pone in atto contro il divenire genocida del colonialismo sionista. L'articolo Morire e vivere in Palestina. Cura e riproduzione sociale contro il genocidio proviene da EuroNomade.
March 9, 2026
EuroNomade
Francesca Albanese: “Il genocidio di Gaza. Un crimine collettivo”
di GIROLAMO DE MICHELE. scarica qui la versione in italiano del nuovo rapporto di Francesca Albanese (di Girolamo De Michele) qui la versione originale in inglese Lo scorso 16 ottobre Masha Gessen ha pubblicato sul New York Times un lungo intervento su Francesca Albanese, intitolato Her Optimism Has Won Her Some of the Most Powerful Enemies in the World. Si tratta, scrive Gessen, del “primo di una serie di articoli sui nuovi ed emergenti tentativi di mantenere la promessa di giustizia internazionale”, nel momento in cui le grandi potenze occidentali stanno operando per far sì che il diritto internazionale umanitario – che non hanno mai amato – resti a lettera morta. Masha Gessen, ebrea russa dissidente, profuga di fatto (in Russia è stata condannata in contumacia a 8 anni di prigione per aver diffuso “false notizie”), è un’editorialista di peso nella grande stampa statunitense, e non solo. È significativo che la sua inchiesta sullo stato critico del diritto e dei diritti nel mondo occidentale prenda l’avvio con un testo su Francesca Albanese. Ed è ancor più significativo il suo punto di vista, per l’autorevolezza sua e del giornale che la ospita, in confronto alle miserie degli organi di stampa italiani, ormai indistinguibili dai Bar Sport social, i cui frequentatori sono impegnati in una squallida campagna di linciaggio mediatico contro la Relatrice speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani nella Palestina occupata da Israele. Campagna sulla quale non vale spendere parole – se non per ricordare che questo linciaggio mediatico è cresciuto in modo esponenziale da quando Albanese ha reso note le collusioni (e i profitti) di una cinquantina di grandi aziende globali con il genocidio in atto a Gaza. È in questo contesto che cade la pubblicazione del nuovo rapporto di Albanese Gaza genocide. A collective crime. Un rapporto il cui contenuto potrebbe essere sintetizzato parafrasando il celeberrimo (ancorché apocrifo) scambio di battute fra Picasso e un ufficiale nazista davanti a Guernica: – L’ha fatto lei questo rapporto immondo? – No: lo avete fatto voi. Il contenuto di questo settimo rapporto della Relatrice speciale ha infatti per oggetto il ruolo degli Stati terzi nel sostenere e supportare il genocidio attuato da Israele con il commercio di armi, che era già illegale, stante le norme vigenti, prima del 7 ottobre, e dovrebbe esserlo oggi a maggior ragione. Basti dire che si fatica a trovare qualche Stato con le mai pulite, e l’Italia non è certo fra questi pochi. Cosa si intende qui per “armi”? Non soltanto quelle fatte e finite: ma anche componenti, parti, segmenti della catena militare – ad esempio, i pezzi di ricambio degli aerei F-35. Nonché i prodotti dual-use, cioè quelli che formalmente non sono armi, ma che possono essere impiegati come tali. Per capire di quali violazioni si tratti basta leggere il paragrafo 6 del rapporto: > Il diritto internazionale impone a tutti gli Stati una serie di obblighi per > rispettare, prevenire e porre fine alle violazioni, ovunque si verifichino. > Nel contesto dei Territori Palestinesi Occupati (TPO), i più rilevanti sono: > > > > (a) Tutti gli Stati hanno obblighi diretti nei confronti del popolo > palestinese, in particolare l’obbligo di rispettare il suo diritto > all’autodeterminazione e alla libertà dall’apartheid e dal genocidio, e nei > confronti dello Stato di Palestina, nel rispetto dei principi di non > interferenza, integrità territoriale, indipendenza politica e autodifesa. > > (b) Obblighi erga omnes derivanti dalla grave violazione di norme imperative – > l’obbligo di rispettare l’autodeterminazione del popolo, il divieto di > genocidio, segregazione razziale, apartheid e acquisizione territoriale > attraverso la forza da parte di Israele, tra cui: (i) un obbligo positivo di > porre fine, individualmente e in cooperazione, a qualsiasi situazione illegale > attraverso mezzi legali; e doveri negativi di non (ii) riconoscere come legale > la situazione derivante dalla loro violazione, o (iii) prestare aiuto o > assistenza per mantenere tale situazione. > > > (c) Obblighi di dovuta diligenza per prevenire specifiche violazioni del > diritto internazionale, compresi gli obblighi di: (i) prevenire il genocidio > (attivati quando si verifica un “rischio grave”); (ii) garantire il rispetto > del diritto internazionale umanitario (attivato quando le violazioni sono > “probabili o prevedibili”) e (iii) cooperare per prevenire crimini e attacchi > contro persone protette a livello internazionale. > > (d) Obblighi di astenersi dal prestare aiuto o assistenza, o partecipare > direttamente ad atti illeciti a livello internazionale di altri Stati, tra cui > aggressione, apartheid e genocidio. Tutto ciò, che costituirebbe jus cogens, è stato nascosto sotto il tappeto degli scambi commerciali, delle partnership, degli investimenti finanziari, all’interno di una cornice narrativa che era già predisposta prima del 7 ottobre, e che a partire da quella data è diventata luogo comune: > Dopo il 7 ottobre 2023, la maggior parte dei leader occidentali ha ripetuto > acriticamente le narrazioni israeliane, diffuse dai media statali e aziendali, > ripetendo affermazioni di cui è stata dimostrata la falsità, e cancellando le > distinzioni fondamentali fra combattenti e civili. Gli israeliani sono stati > descritti come “civili” e “ostaggi”, e i palestinesi come “terroristi di > Hamas”, obiettivi “legittimi” o “collaterali”, “scudi umani” o “prigionieri” > legalmente detenuti. Attingendo a una lunga storia di “selvaggi” a cui sono > state negate le protezioni del diritto internazionale, rilanciata dal discorso > sulla guerra al terrorismo, gli Stati occidentali hanno contribuito a > giustificare il genocidio contro i palestinesi (par. 20) Proprio alla luce di questa narrazione dominante acquista valore l’aver imposto quantomeno la dicibilità della parola “genocidio”, come risultato di una guerra all’omertà, attraverso una mobilitazione mondiale dell’opinione pubblica che è infine esplosa anche in Italia, Così come acquista valore l’episodio della Samud Flotilla, non sono come innesco o scintilla delle proteste del 22 settembre e del 3 ottobre, ma anche per il collegamento che si è creato fra i lavoratori dei porti di Genova e Livorno con i portuali si una lunga serie di Stati: Francia, Belgio, Marocco, Svezia, Spagna, Gibilterra, Cipro, Malta, Grecia, Creta e Stati Uniti. Questo rapporto, come i precedenti, dei quali continua l’opera, fornisce nuove armi – quelle della critica, beninteso – alla lotta contro il genocidio. E al tempo stesso riqualifica questa lotta: non si tratta, infatti, di semplice empatia (che prima o poi qualcuno dovrà spiegarci cosa c’è di male nel provarla), ma di una opposizione a un sistema globale che, ammantato di ordine geopolitico, esige da un intero popolo litri di sangue e libbre di carne – sarà il caso di ricordare che Shylock è un mercante, e che il dramma shakespeariano è prima di tutto una feroce critica alla mentalità mercantile, entro la quale scompare nei fatti la distinzione fra ebreo e cristiano, così come fra ciò che col denaro si può fare e ciò che non si potrebbe fare. Un sistema nel quale oggi Israele funge da laboratorio di sperimentazione, sulla cavia palestinese, di tecnologie belliche, spionistiche, di controllo; sperimentazioni – si veda il libro di Antony Loewenstein Laboratorio Palestina (citato nel rapporto) – che vengono poi, dopo essere state testate in guerra, trasferite ai partner occidentali: il caso Paragon ne è un esempio lampante. Concludendo, con le parole del rapporto: > Il genocidio di Gaza non è stato commesso da un solo Stato, ma come parte di > un sistema di complicità globale. Anche quando la violenza genocida è > diventata evidente, gli Stati, per lo più occidentali, hanno fornito, e > continuano a fornire, a Israele sostegno militare, diplomatico, economico e > ideologico, anche se Israele ha utilizzato come arma la carestia e gli aiuti > umanitari. Gli orrori degli ultimi due anni non sono un’aberrazione, ma il > culmine di una lunga storia di complicità (par. 67). Che questa complicità debba cessare è un compito che va assunto. Nella consapevolezza che la battaglia in corso riguarda per un verso aspetti “contingenti” – il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e la persistente violazione degli obblighi internazionali da parte degli Stati complici del genocidio – che non sono presenti nel cosiddetto “piano di pace” Trump; ma anche, che la portata di questa lotta è ancor più vasta: in questo momento difendere il diritto internazionale umanitario sotto attacco, così come lo sono i diritti umai alla base della Costituzione americana negli USA di Trump, è un compito non solo radicale, ma rivoluzionario. Perché questa battaglia attacca il cuore dell’alleanza fra la nuova destra suprematista e (neo)fascista, e il capitalismo veccchio (quello “produttivo”) e nuovo (quello delle piattaforme): alleanza che con i diritti umani è di fatto, oltre che di ragione, incompatibile. Diritti che non sono sgorgati dalla mente di un dio, o dal cielo delle idee, ma sono stati conquistati con le lotte dei subalterni contro lo sfruttamento capitalistico, coloniale, razziale, patriarcale. La posta in gioco è questa: non da un fiume a un mare, ma lungo ogni fiume, fino a ogni mare e ogni montagna, per ogni popolo, in ogni angolo della Terra. L'articolo Francesca Albanese: “Il genocidio di Gaza. Un crimine collettivo” proviene da EuroNomade.
October 27, 2025
EuroNomade