Tag - Pace e Disarmo

Conflitti e mondo: quali sentieri possibili? Incontro di arteterapia sociale a Sesto San Giovanni, Milano
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università promuove un laboratorio di arteterapia sociale che si svolgerà sabato 28 marzo 2026 dalle 15.00 alle 17.00 presso il Centro Sociale Silvia Baldina  in via Generale Cantore,145 a Sesto San Giovanni (Mi) e sarà condotto da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio. L’obiettivo del laboratorio creativo  è quello di sensibilizzare cittadinanza, docenti, lavoratori e famiglie su quanto sta avvenendo nel nostro paese riguardo la militarizzazione e i venti di guerra utilizzando il linguaggio proprio dell’arte del disegno e del collage di diversi materiali. I prodotti artistici di ognuno/a alla fine del laboratorio saranno la base collettiva del lavoro svolto. Per prenotazioni scrivere a osservatorionomili@gmail.com    con oggetto LABORATORIO ARTETERAPIA SOCIALE. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 20, 2026
Pressenza
Dichiarazione urgente sulla detenzione illegale di Yurii Sheliazhenko
Le organizzazioni firmatarie dell’appello si dichiarano sconvolte dalla detenzione e dalla privazione della libertà del difensore dei diritti umani Yurii Sheliazhenko, avvenuta il 19 marzo, da parte delle autorità ucraine a Kyiv. Ciò avviene a poche settimane da un appello congiunto alle autorità affinché cessassero tali persecuzioni nei confronti degli obiettori di coscienza e interrompessero la persecuzione in corso nei confronti di Yurii Sheliazhenko. Secondo le informazioni disponibili, Yurii Sheliazhenko è stato fermato da agenti della Polizia del Distretto Pechersk di Kyiv senza un’adeguata base giuridica e senza il rispetto delle garanzie procedurali previste dalla legge ucraina. In particolare, vi sono indicazioni che: – non è stato redatto alcun verbale di detenzione; – non sono stati forniti chiari motivi giuridici per la privazione della libertà; – è stato ostacolato l’accesso all’assistenza legale; – è stato ostacolato il contatto con l’Ufficio Statale di Investigazione ucraino; – è stato trasferito, o si intendeva trasferirlo, a un Centro Territoriale di Reclutamento e Supporto Sociale (TCC) senza il dovuto procedimento legale. Si osserva che un eventuale coinvolgimento del TCC non esclude la responsabilità delle forze dell’ordine per la privazione iniziale della libertà. Tali azioni possono costituire violazioni della Costituzione dell’Ucraina e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in particolare dell’Articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), nonché dell’Articolo 9 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR). Yurii Sheliazhenko è un noto obiettore di coscienza, dichiaratosi pubblicamente tale dal 1998, pacifista e difensore dei diritti umani. È inoltre accademico, segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino (organizzazione membro di War Resisters International), direttore dell’Istituto di Pace e Diritto in Ucraina e membro del consiglio dell’European Bureau for Conscientious Objection e di World Beyond War. Egli ha inoltre denunciato in precedenza le pratiche crudeli della cosiddetta “busificazione”, la coscrizione forzata e la registrazione militare obbligatoria in Ucraina, che in alcuni casi hanno persino portato a torture e morti nei centri di reclutamento militare. Condanniamo con fermezza tutte queste azioni come gravi violazioni dei diritti umani, incompatibili con un ordinamento democratico. Invitiamo le autorità ucraine a rilasciare immediatamente Yurii Sheliazhenko e a cessare ogni procedura di coscrizione forzata. Ricordiamo che il suo caso è stato precedentemente incluso in una Comunicazione dei Mandati del Relatore Speciale sul diritto alla libertà di riunione pacifica e di associazione; del Relatore Speciale sulle questioni delle minoranze e del Relatore Speciale sulla libertà di religione o di credo. Il caso di Yurii Sheliazhenko, la comunicazione dei Relatori Speciali e la risposta delle autorità ucraine sono stati inoltre evidenziati dall’OHCHR nel suo rapporto sull’obiezione di coscienza al servizio militare, in particolare nel capitolo intitolato “Astenersi dal limitare indebitamente i diritti umani di coloro che rappresentano o sostengono i diritti degli obiettori di coscienza”. Il suo caso è stato inoltre richiamato nel Rapporto Annuale 2023/2024 di Amnesty International. Ribadiamo il nostro appello alla comunità internazionale affinché adotti tutte le azioni opportune per garantire che i difensori dei diritti umani e gli attivisti per la pace non vengano criminalizzati per le loro azioni a favore della pace e della nonviolenza; inoltre, affinché il diritto all’obiezione di coscienza sia pienamente attuato in linea con gli standard internazionali e che gli obiettori di coscienza ricevano la necessaria protezione contro le persecuzioni nel loro paese di origine, anche attraverso il riconoscimento dell’asilo.   Connection e.V. European Bureau for Conscientious Objection International Fellowship of Reconciliation War Resisters’ International   Pressenza IPA
March 20, 2026
Pressenza
Oggi come ieri, no alle guerre
“Tutti i popoli amanti della pace debbono dunque unirsi perché gli orrori di una nuova e più atroce guerra siano risparmiati all’umanità” di Eugénie Cotton 1948 Era il 14 marzo 1948, una domenica. Al Foro Italico di Roma si riunirono 30.000 donne per una grande manifestazione, le Assise della Pace. Sull’Unità del 14 marzo, il giorno seguente, venne definita “la più grande manifestazione nazionale femminile che si sia avuta dalla liberazione ad oggi. La parola di Pace che uscirà da questa Assise per iniziativa del Fronte democratico popolare dovrà varcare i limiti stessi di una affermazione nazionale e divenire il primo, grande appello delle donne italiane alle donne di tutto il mondo perché madri, spose, sorelle, giovani donne di ogni paese, e con esse combattenti e reduci che della guerra hanno sofferto le atroci conseguenze, si uniscano in un fronte internazionale contro i pericoli incombenti di un nuovo conflitto”. Pochi anni erano trascorsi dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalle due bombe atomiche che, sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945 aggiunsero morti e terrore alle sofferenze già patite nei lunghi anni di guerra. Conflitto concluso certo ma nuove tensioni si stavano delineando: il blocco occidentale e quello orientale si stavano delineando e il mondo venne diviso in sfere d’influenza, non senza strappi, forzature e preoccupazioni. La preoccupazione per nuovi conflitti spinse l’UDI – Unione Donne Italiane, riunite durante il secondo congresso nazionale dell’ottobre ’47 a Milano, di promuovere una petizione popolare per richiedere al Presidente della Repubblica e all’Organizzazione delle Nazioni Unite il disarmo degli eserciti e l’interdizione delle armi atomiche. Ciò in collegamento con altri gruppi di donne attivi in oltre 50 paesi europei. Fu la prima petizione popolare nella storia della Repubblica italiana. Fu un grande successo. Le donne dell’Udi si mossero capillarmente, nelle città e nelle campagne, alla fine raccolsero più di due milioni di firme che vennero consegnate al Presidente della Repubblica De Nicola la grande Assise di Pace di marzo partecipata da 30.000 donne proveniente da ogni provincia. Quelle stesse firme vennero poi consegnate a Benjamin Cohen, segretario generale aggiunto dell’Onu, a Parigi il 4 novembre 1948, grazie ad una delegazione italiana. Sono passati ben più di 70 anni da quella grande manifestazione eppure ci si sente unite e uniti attraverso i decenni dal timore di nuove guerre.  Una stessa dolorosa familiarità ci sorprende anche con un’affermazione di Eugénie Cotton presidentessa della FDIF – Federazione Democratica Internazionale Femminile. Durante la quinta sessione dell’esecutivo della Federazione, avvenuta nello stesso ’48 denunciò “la politica bellicista del governo degli Stati Uniti e la sua ingerenza scandalosa negli affari interni d’Italia e di altri paesi che esso vorrebbe attrarre nella sua orbita, nel suo blocco di guerra”. La stessa volontà di dire no a tutte le guerre è quella che muove gli aderenti del Coordinamento Agite a partecipare ai Sabati di Pace. Il 21 marzo in piazza Carignano ci si riunirà per il consueto appuntamento, il 212° sabato dall’inizio della guerra in Ucraina. No alle guerre e no all’utilizzo dell’atomica, richiedendo la ratifica da parte dello Stato italiano del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) approvato dall’ONU il 7 luglio 2017 ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021. La necessità di questa ratifica e della messa al bando di tutte le armi nucleari è un’evidenza chiara anche sole a partire dal numero delle vittime delle due bombe sganciate nel 1945: 70.000 la prima e 35.000 la seconda senza contare i dispersi e la distruzione dell’intero territorio. Chi sopravvisse è chiamato in Giappone hibakusha. I loro figli e nipoti sono hibakusha di seconda e terza generazione, tutte persone che in un modo o nell’altro hanno avuto grossi problemi di salute, in primis la leucemia. È possibile ascoltare alcune loro testimonianze, oltre ad approfondimenti sull’atomica e sui suoi effetti durante la mostra Senzatomica visitabile ancora fino al 10 aprile presso il Centro Culturale Le Serre di Grugliasco. Tutti modi per riflettere sulla necessità di riflessione ma anche azione. Sara Panarella
March 20, 2026
Pressenza
L’indipendenza della magistratura per salvare lo Stato di diritto e la pace
La vigilia del voto referendario sull’ordinamento della magistratura rischia di essere coperta dai lampi di guerra e dalle avvisaglie quotidiane di una devastante crisi economica. Mentre si cerca di nascondere sotto il tema della separazione delle carriere la soppressione dell’autonomia degli organi di autogoverno e di disciplina della magistratura, e rimarrà affidata alla maggioranza semplice dell’attuale parlamento la riforma sostanziale delle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario (art.8 delle disposizioni transitorie della riforma), il governo Meloni cerca di ottenere consenso su rilevanti modifiche della Costituzione in nome degli errori che sarebbero stati commessi in passato da singoli giudici, o per abbattere quello che si suole definire come “sistema delle correnti”. Un sistema che è stato denunciato e sanzionato dalla stessa giurisdizione. Si arriva quindi ad attaccare (con il sorteggio) il diritto dei magistrati di scegliersi i loro rappresentanti nel CSM, presidio democratico che i costituenti avevano voluto alla fine della dittatura fascista, e che adesso si vorrebbe frantumare in tre parti. La riforma sulla quale si voterà al referendum, in base a dichiarazioni degli esponenti di governo disseminate negli atti parlamentari, è solo una parte di un disegno più ampio che intende trasferire potere dalla giurisdizione all’esecutivo, come si vorrebbe fare con gli interventi annunciati in materia di esercizio dell’azione penale, il cui ambito andrebbe stabilito dal governo. E poi potrebbe seguire lo sganciamento della polizia giudiziaria dai poteri di impulso delle procure. Ad ogni decisione scomoda per chi governa seguiranno attacchi personali e gogne mediatiche che in un prossimo futuro potrebbero tradursi in procedimenti disciplinari. Comunque vada il voto, gli attacchi ai giudici non allineati agli indirizzi della maggioranza continueranno, in un quadro normativo ancora confuso, tanto che, se la riforma costituzionale andrà a regime, si possono attendere numerosi conflitti di attribuzione che saranno sollevati davanti alla Corte Costituzionale. Di certo non si tratta di ripristinare criteri meritocratici, come sostengono i fautori del Sì alla riforma, semmai il merito sarà stabilito in base al conformismo delle decisioni dei giudici agli orientamenti di chi governa ed incide, attraverso una maggioranza parlamentare inattaccabile, sulla nomina dei componenti del CSM e della nuova Alta Corte di Disciplina. La riforma del sistema disciplinare, al di là della separazione delle carriere, rappresenta il fulcro della riforma costituzionale, che nelle dichiarazioni di diversi esponenti di governo non ha lo scopo di restituire efficienza, o di rendere la giustizia più accessibile ai cittadini, che soffrono continue restrizioni del diritto al patrocinio gratuito e la lunghezza insopportabile dei procedimenti civili, ma mira a riprendere il controllo sugli organi giurisdizionali. Non ci si può fermare ad un testo di riforma costituzionale che prevede una delega completa al governo, attraverso la solida maggioranza parlamentare di cui dispone, per riformulare l’intero ordinamento della magistratura e le regole di funzionamento dei nuovi organi di autogoverno, che dovrebbero essere modellati sulla separazione delle carriere. Magari senza accogliere neppure un emendamento dell’opposizione, come è accaduto per la riforma della magistratura che adesso si sottopone al referendum. Chi sostiene la necessità di limitare il dibattito al testo stringato delle diverse modifiche costituzionali sottoposte a referendum, come molti esponenti dell’avvocatura associata, è in evidente contraddizione con chi, dallo stesso schieramento, sostiene che la magistratura sarebbe un “cancro” del paese, o sarebbe composta da giudici ideologizzati, che anteporrebbero al dovere di applicare la legge (art.101 Cost.) la finalità di contrastare l’azione di governo. Anche la distinzione tra “testo” e “contesto”, come se gli elettori dovessero pronunciarsi solo su un quesito tecnico, peraltro formulato in modo che risente delle contraddizioni interne al testo di riforma, è un espediente per disorientare cittadini che non hanno competenze giuridiche e che in questi ultimi giorni sono bersaglio di una devastante campagna elettorale dei fautori del Sì basata esclusivamente sulla delegittimazione della magistratura. Una modalità di propaganda politica che spaccherà il paese per un tempo molto più lungo dei tempi previsti per la riforma costituzionale. L’indipendenza della magistratura dalla politica è una condizione essenziale per garantire lo Stato di diritto. Che non si limita alle garanzie formali dell’ordinamento democratico, ma che, per effetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, corrisponde ad una tutela rafforzata dei diritti fondamentali, dal diritto alla vita ed alla salute, al diritto al lavoro ed alla unità familiare, dal diritto alla libertà personale alla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione nei cd. corpi intermedi, come le organizzazioni non governative. A chi esibisce casi singoli, errori giudiziari come il caso Tortora, o alimenta demagogia su falsi moralismi, come nel caso della cd. “famiglia nel bosco”, che sarà ricevuta da La Russa in Parlamento, si possono opporre centinaia di decisioni dei giudici che, giorno dopo giorno, di fronte a persistenti abusi di Stato o illegittimità istituzionali, hanno garantito i diritti fondamentali a cittadini comuni, ad esempio in materia di tutela ambientale, di diritto alla salute, o di diritto del lavoro, ed anche a persone immigrate, come nel caso delle mancate convalide dei trattenimenti amministrativi nei centri di detenzione per i rimpatri (CPR). Una giurisdizione indipendente garantisce il rispetto del principio di uguaglianza a salvaguardia dei diritti dei soggetti più deboli di fronte agli altri poteri dello Stato. Una giurisdizione indipendente è essenziale anche a livello europeo, mentre si attendono importanti decisioni della Corte di giustizia sulla legittimità della esternalizzazione dei rimpatri, della detenzione amministrativa e delle procedure di asilo in paesi terzi ritenuti “sicuri”. Il ruolo della giurisdizione diventa ancora più importante in un momento in cui l’Unione europea sembra dividersi su tutto, per il ricatto di alcuni paesi sovranisti e nazionalisti, ma sembra trovare un accordo, su forte impulso italiano, su politiche di ulteriore sbarramento delle frontiere. Che adesso sarebbero a rischio per arrivi di massa da paesi in guerra, arrivi che probabilmente non si verificheranno, ma che sono allarmi agitati per diffondere paura e conquistare consensi elettorali in favore dei partiti sovranisti che si candidano ad essere gli unici garanti dell’ordine e della sicurezza. La tenuta dello Stato di diritto è strettamente legata al rispetto del diritto internazionale. Chiunque si schieri con chi viola il diritto internazionale, anche quando si ritenga di intervenire per garantire i traffici commerciali, come quelli attualmente bloccati attraverso lo stretto di Hormuz, rischia di cadere in una spirale senza fine di attacchi, e di guerra ibrida, senza alcun rispetto delle Convenzioni internazionali. Solo la fine del ricorso alle armi, per risolvere le controversie internazionali (art.11 Cost.), ed il superamento del fossile come risorsa energetica dominante, con il ritorno ad una politica basata sul multilateralismo e sul ricorso alle fonti energetiche alternative, possono salvare il genere umano. Perché questa guerra globale, che sta devastando intere regioni del globo non lascerà indenne nessuno. In momenti come questi ritorna cruciale il ruolo della magistratura interna, delle corti europee e della giurisdizione internazionale. Senza l’affermazione della giustizia, a tutti i livelli, non ci sono prospettive di pace. Se Trump ha potuto imporre la sua politica economica, ed adesso la guerra vera in tutto il medio-oriente, e la finta pace, attraverso il Board of Peace, affermando un potere personale immune da qualsiasi controllo giurisdizionale, si deve ad una magistratura che negli Stati Uniti, non ha saputo sanzionare l’attacco sovversivo di Capitol Hill e che oggi fatica ad affrontare i dossier sui rapporti tra Epstein e l’attuale padrone della Casa Bianca. La Corte Suprema ha legittimato numerose aberrazioni dello Stato di diritto perpetrate negli Stati Uniti da agenti istituzionali, salvo un recente ripensamento sull’agenzia ICE che, nel contrasto dell’immigrazione, ha operato allo stesso livello delle bande criminali che doveva combattere, anche a costo di uccidere a freddo civili inermi. Vanno salvaguardate, oltre al diritto internazionale, ormai soppiantato dal diritto della forza, quelle giurisdizioni come la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, che se non fossero state contrastate in tutti i modi, in Italia, ad esempio sul caso Almasri, dai governi di indirizzo populista e nazionalista, avrebbero potuto portare avanti fino ad una condanna i procedimenti contro i principali responsabili dello stato di guerra permanente che oggi oscura il futuro del mondo. Una condanna che, con adeguate sanzioni a livello internazionale, avrebbe potuto costituire un deterrente di fronte alle politiche basate sulle guerre di aggressione. Basti pensare a Putin e Netanyahu, ed ai loro accoliti, che sono i principali artefici, con gli Stati Uniti di Trump, della guerra in Ucraina e del conflitto in Medio-Oriente che, per effetto degli attacchi innescati da Israele, con il sostegno americano, e delle reazioni dell’Iran, sta bloccando, dopo i trasporti via mare, anche i principali impianti estrattivi, con il collasso economico dell’occidente industrializzato. Non basterà invocare l’intervento delle Nazioni Unite, da parte di chi si è schierato dalla parte dei nemici del multilateralismo, per prospettare soluzioni a guerre che sono soltanto la conseguenza delle politiche economiche imposte dalle destre, e dai potentati economici che le sostengono, a livello mondiale. Il conflitto asimmetrico nell’area del Golfo Persico non avvicina la democrazia in Iran, come non è arrivata la democrazia dopo anni di presenza americana in Afghanistan. La soluzione finale su Gaza, rispetto alla quale l’ONU è stato messo in una condizione di impotenza per effetto dei veti incrociati, rischia adesso di diventare la conferma definitiva della fine del diritto internazionale, per la mancanza di una giurisdizione che riesca a sanzionare i crimini di genocidio e di pulizia etnica. La giurisdizione, internazionale ed interna, viene delegittimata quando sarebbe più necessaria che mai. L’aumento irreversibile della disoccupazione, derivante anche dalle modalità proprietarie del ricorso all’intelligenza artificiale, la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso, lo svuotamento dei diritti di associazione e di partecipazione, la negazione dei diritti sociali, segneranno una stagione di conflitti crescenti tra singoli cittadini, associazioni, corpi collettivi, comunità locali, ed autorità statali. La crisi economica devastante che si profila all’orizzonte, senza un ruolo effettivo dei controlli giurisdizionali, non deve risolversi nell’ennesima guerra tra poveri, a tutto vantaggio dei governi che ne sono i principali responsabili. Ed è adesso che deve intervenire una giurisdizione davvero indipendente dal potere politico, garanzia della certezza del diritto e del riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali. In questa direzione, oltre al voto referendario per il No alla riforma costituzionale targata Nordio, sarà necessario l’agire quotidiano di tutte le forze che si stanno riaggregando in difesa dello Stato di diritto e della Costituzione democratica. Oggi sul referendum in materia di giustizia, domani nella prospettiva di un nuovo governo del paese, con un diverso ruolo in Europa e nel mondo. Perché il diritto della forza non prevalga sulla forza del diritto. Fulvio Vassallo Paleologo
March 20, 2026
Pressenza
Genova: la 1242ª ora per la pace con i Ferrovieri Contro la Guerra e Mauro Armanino
Mercoledì scorso nel capoluogo ligure si è svolta, come costantemente dal 1983, l’iniziativa promossa dai suoi praticanti, le persone che una volta alla settimana si radunano nel centro della città manifestando il ‘silenzio per la pace’. Dopo la prima ‘ora in silenzio’ che il collettivo francese Artisans de paix ha praticato nel 1982, la prassi si è diffusa anche in Italia, di recente – come illustra la mappa online dall’estate scorsa sul repertorio italiano di Pressenza (sul sito nella colonna a destra della videata) in moltissime città e località di tutta la Penisola e di Sardegna e Sicilia. A Genova la settimanale ‘ora contro la guerra’ è praticata dal 1983, quando il gruppo ligure di Amici dell’Arca, collegato alla Comunità Gandhiana Internazionale dell’Arca, ha iniziato a manifestare nella città mentre la biennale Fiera del Mare vi presentava una ‘mostra navale bellica’… … e il 18 marzo 2026 i promotori dell’iniziativa svolta ogni mercoledì pomeriggio, dalle 18 alle 19, in piazza Ferrari, sulla gradinata di Palazzo Ducale, un edificio storico cittadino dove vengono allestite mostre d’arte e rassegne e tenuti eventi culturali, in cui ha sede la Fondazione per la Cultura e sulla cui facciata è esposto lo striscione R1PUD1A, hanno dedicato la 1242ª ora contro la guerra in solidarietà con la Rete Sanitari per Gaza e con il  collettivo Ferrovieri Contro la Guerra, contemporaneamente mobilitato alla stazione ferroviaria ‘Centrale’ di La Spezia e di cui hanno diffuso il comunicato: > Il 12 marzo 2026 una protesta di movimenti antimilitaristi ha bloccato un > treno carico di armi nella stazione di Pisa Centrale. > Già dalla mattina il sindacato USB ha individuato il transito del convoglio, > proclamato sciopero nelle aziende coinvolte e organizzato un presidio a > Livorno Calambrone. In conseguenza di questa azione il treno è stato deviato > dalle Ferrovie sulla linea Vada-Collesalvetti-Pisa. > Parallelamente nella stazione di Pisa Centrale, centinaia di manifestanti > chiamati a raccolta dal Movimento “No Base nè a Coltano nè altrove” hanno > occupato il binario 3 costringendo RFI a interrompere la circolazione. > Sappiamo che il treno è poi ripartito per Palmanova, ma la mobilitazione > combinata ha certamente danneggiato programmi e tempi del trasporto. > Siamo consapevoli che non basta fermare un convoglio per mettere in crisi la > logistica di guerra, ma tali azioni possono concretamente risvegliare > l’opinione pubblica, la protesta e la solidarietà. > Quindi ben venga anche un solo treno bloccato! > Come collettivo FCG ma soprattutto come Ferroviere e Ferrovieri, pur nella > attenzione necessaria, diciamo ai colleghi e alle colleghe di qualsiasi > divisione e categoria di non essere complici dei traffici di morte. Peraltro > non avendo cognizione della destinazione finale di tali convogli, ossia se > destinati a spostamenti interni o realmente a teatri di guerra, riteniamo > potenzialmente letale ogni carico militare > Quando ci viene comandato la manovra, la formazione/verifica o la > condotta/scorta di un trasporto di materiale militare, la lavorazione > infrastrutturalea uno scalo che svolgera funzioni belliche, la regolazione > della circolazione dobbiamo chiederci se queste tipologie di trasporto siano > solo una semplice lavorazione, oppure no. > Non disponiamo ad oggi di una normativa nazionale che ci consenta di praticare > l’obiezione di coscienza antimilitarista sul posto di lavoro, senza rischi di > sanzione, ma della nostra coscienza ne abbiamo piena facoltà. In un contesto > dove i fondi illimitati destinati alla guerra vengono tolti alla sicurezza del > trasporto e ai nostri salari. La guerra non è colpa nostra, sia chiaro. Ma > possiamo contribuire almeno a incepparla. > II blocco di ieri ci fa capire quanto sia importante la sinergia tra realtà > antimilitariste, categorie di lavoro e collettività. La loro unione è > fondamentale e ha bisogno di coordinamento tra gli oppositori alla guerra. > Perchè non ci sono solo i treni militarizzati ma esistono anche realtà > lavorative infrastrutturali come quelle da noi già denunciate (Tombolo, La > Spezia, Genova Sampierdarena) che vanno bloccate. > II 18 marzo saremo alla stazione di La Spezia Centrale insieme al > Coordinamento Restiamo Umani > – Riconvertiamo Seafuture, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e i > pendolari sui soldi “rubati al trasporto pubblico” e destinati in funzione > militare allo scalo di La Spezia Marittima. > Infine la solidarietà: dovrà sicuramente essere messa al centro della nostra > attenzione. La pioggia di denunce mandate dal governo per i blocchi > dell’autunno scorso e quelle che potrebbero esserci ancora devono vedere tutte > e tutti noi protagonisti nell’affermare un concetto inderogabile: nessuno e > nessuna deve restare sola. Si parte insieme, e si torna insieme. Alla 1242ª ora in silenzio per la pace del gruppo ha partecipato anche Mauro Armanino, che era stato presente all’iniziativa svolta a Genova il 12 novembre scorso e recentemente partecipante al silenzio per pace che dal 22 settembre 2025 viene praticato ogni lunedì sera, dalle 19 alle 20, in un luogo molto suggestivo ed emblematico, la Baia del Silenzio di Sestri Levante.   La mappa che indica sulla carta geografica le attività praticate continuativamente, ogni anno, mese, settimana o giorno, dai gruppi pacifisti italiani è anche visualizzabile mediante il sistema di geolocalizzazione Google Earth: Maddalena Brunasti
March 20, 2026
Pressenza
La Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla riparte dai porti italiani
Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino alla Sicilia e poi a Gaza, le barche della flotilla porteranno aiuti umanitari, medici e personale per la ricostruzione nella Striscia. La Global Sumud Flotilla salperà da innumerevoli porti italiani nel corso del prossimo mese, con una portata mai vista prima: almeno cento barche con migliaia di partecipanti da 50 Paesi. L’obiettivo non è più limitato a portare aiuti umanitari e rompere il blocco navale che da quasi 20 anni tiene sotto assedio le acque di Gaza – un assedio illegittimo secondo il diritto internazionale, che viene ignorato e normalizzato da tantissimi governi occidentali, tra cui quello italiano. Su richiesta della popolazione palestinese, infatti, alla flotilla parteciperanno medici, costruttori, educatori e altri figure fondamentali alla ricostruzione della Striscia.  È uno sforzo guidato da chi la Palestina la vive, a differenza del piano “Riviera di Gaza” propinato dal cosiddetto Board of Peace di Trump e Kushner: un nodo turistico e finanziario che ignora totalmente la volontà di una popolazione che da anni sopravvive a occupazione e genocidio.  In un mondo in cui le guerre imperversano sulla pelle dei civili, la resistenza e resilienza dei palestinesi – in arabo, appunto, sumud ( صمود ) – sono il faro del viaggio di solidarietà e speranza che guida la Global Sumud Flotilla. Questo viaggio parte proprio dall’Italia, che ancora è complice della  produzione di armamenti venduti a Israele, in particolare tramite Leonardo S.p.A, partecipata statale che collabora producendo droni armati, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza, come rivelato dal dossier di Rossana De Simone per BDS. E mentre il Consiglio dei Ministri riferisce “grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti” della guerra iniziata da Israele e Stati Uniti in Iran e in tutto il Medio Oriente, l’Italia continua a fornire armi e a ospitare basi militari statunitensi senza battere ciglio. La flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo Meloni. Lo dimostrerà con una serie coordinata di partenze da diversi porti italiani, per raggiungere la Sicilia e salpare insieme per Gaza. La partenza delle barche sarà accompagnata da talk, concerti ed eventi partecipati da civili e personalità pubbliche solidali alla causa. Livorno 22 marzo Ancona 22 marzo Civitavecchia 29 marzo Napoli 29 marzo Bari 4-7 aprile Appuntamenti in altri porti italiani sono in via di definizione e saranno comunicati nei prossimi aggiornamenti. Comunicare in anticipo la presenza presso uno degli eventi al form seguente che riporta gli orari:  https://rsvp/prelanci/GSF In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi. Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
La Marcia dei bruchi si conclude a Milano sabato 28 marzo. Venite a fare l’ultimo chilometro con noi?
“Signor John, cosa sta succedendo nel mondo?”. Me lo ha chiesto un ragazzino di quinta elementare durante un incontro in Val Camonica. “E perché fanno le guerre?”, ha aggiunto una bambina di prima elementare, forse la più piccola del gruppo. Eravamo riuniti nell’atrio di una scuola elementare, con tutte le classi, dalla prima alla quinta. Ero stato invitato a incontrare gli alunni e alunne di questa scuola alla vigilia della marcia che, martedì 10 marzo scorso, ha coinvolto a Darfo Boario Terme circa 500 persone tra alunne, alunni e docenti. Come si fa a rispondere a domande così difficili, soprattutto quando arrivano da bambini così piccoli, con uno sguardo e un tono molto più seri di quelli di tanti adulti dei nostri tempi? Mi chiamo John Mpaliza, sono un cittadino italo-congolese. Vivo a Trento e sono in Italia da 34 anni: ne ho 57. Ingegnere informatico di formazione e di professione fino al 2014, oggi sono attivista per i diritti umani a tempo pieno. Da 16 anni organizzo marce nazionali e internazionali con l’obiettivo di creare momenti di dialogo e di confronto sui temi dei diritti umani, della giustizia e della pace. Da cinque anni promuovo la Marcia dei bruchi, un’iniziativa che ogni anno scolastico, sempre in una regione diversa, coinvolge migliaia di giovani, soprattutto studenti attraverso le scuole. In questo momento sto attraversando a piedi la Lombardia con la quinta edizione di questa iniziativa, partita sabato 21 febbraio da Mantova, che si concluderà a Milano nel pomeriggio di sabato 28 marzo. Ti starai probabilmente chiedendo come sarà andata a finire con le domande di quei bambini! Me lo chiedo ancora anch’io. Non so bene cosa abbia detto per convincerli. Si poteva leggere nei loro occhi e nell’espressione dei loro volti che erano soddisfatti della risposta. Ricordo solo che ho sorriso, ho chiesto scusa per non avere una risposta semplice pronta e ho iniziato a raccontare. Cosa? Non ricordo, ma ricordo le loro facce. Sembrava ascoltassero una fiaba. Erano circa ottanta, tutti curiosi, tranquilli e attentissimi. Alla fine ho visto sui loro volti quella bellissima espressione di soddisfazione, senza maschera, che solo i bambini hanno. Cos’era successo? Mistero! In quel momento ho capito che le mie spiegazioni erano arrivate a destinazione: nei loro cuori. Potevo quindi fermarmi. Ho quindi messo una canzone che speravano conoscessero ed hanno cantato a squarciagola. “Me la sono cavata piuttosto bene”, ho pensato tra me e me. E se fosse capitato a voi? Mi piacerebbe davvero saperlo come avreste risposte a quelle domande! Tornando a noi adulti, purtroppo la situazione attuale nel mondo non è delle migliori. Tra governanti criminali e armi di distruzione di massa — non solo quelle atomiche, ma anche la sempre più invasiva intelligenza artificiale — l’umanità sembra avvicinarsi come non mai a un punto di non ritorno. Palestina, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Iran, Ucraina, Venezuela, Libia, Cuba, Haiti, Siria. La lista è purtroppo lunghissima! Basta che nel sottosuolo di un Paese ci siano importanti riserve di materie prime, soprattutto petrolio, per finire nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati. Tra questi, secondo me, soprattutto la nostra Europa — soprattutto quella cosiddetta “unita e fondata sui diritti” — che sembra non rendersi conto di essere una marionetta in una relazione transatlantica in cui a guidare, comandare e trarre beneficio sono sempre, e da sempre, gli Stati Uniti. Gli esempi di questa relazione malata, tossica, sono tanti. Uno dei più evidenti, dopo i dazi introdotti da Trump e accettati dall’Unione Europea senza grandi reazioni, è la richiesta ai Paesi della NATO di contribuire con il 5% del PIL al finanziamento dell’organizzazione. La NATO, dalla sua nascita, è stata spesso il braccio armato della principale potenza occidentale, partecipando a diverse guerre sanguinosissime provocate dagli USA senza l’avvallo preventivo delle Nazioni Unite che, seppure siano rappresentative quasi del solo “Nord del mondo”, dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti umani e lavorare per la mediazione e la pace. Non sarebbe corretto però fare di tutta l’erba un fascio. C’è anche chi dice “no”. La Spagna guidata da Pedro Sánchez, ad esempio, si è opposta al finanziamento della NATO con il 5% del PIL e ha negato l’utilizzo delle proprie basi militari per gli attacchi contro l’Iran, oltre alla sua recente decisione di richiamare definitivamente la sua ambasciatrice da Tel Aviv. Quindi allora, qualcosa si può fare, giusto? La speranza è che, poco alla volta, altri Paesi seguano questa strada e che le cittadine e i cittadini europei decidano di sostenere e proteggere queste scelte della Spagna: lo stesso sostegno che chiediamo per i Paesi che si trovano nel mirino degli Stati Uniti, come Cuba, affamata, e Venezuela, ma non solo. Quando la legge del più forte diventa la norma, nessun Paese ricco di materie prime o di energia è davvero al sicuro. Anzi, nessun Paese è proprio al sicuro, nemmeno l’Italia! Per questo, l’umanità — o ciò che ne resta — deve fare una cosa sola: unirsi e lottare contro ogni forma di imperialismo, capitalismo e neocolonialismo. Pensare che non toccherà mai a noi, o che finché riguarda i Paesi del cosiddetto “Sud del mondo” siano affari loro, è come vedere la casa del vicino andare a fuoco e voltarsi dall’altra parte, convinti che le fiamme non arriveranno mai fino alla nostra. E la Marcia dei bruchi? Questa iniziativa porta avanti queste lotte nei territori, coinvolgendo soprattutto quei giovani che spesso definiamo “il nostro futuro” ma che, in realtà, sono già “il nostro presente”. La marcia è alla quinta edizione. Mancano 15 regioni! Ce la faremo? Un appello a fare insieme a noi l’ultimo km, sabato 28 marzo a Milano Vorrei quindi lanciare questo appello a tutte le persone e ai gruppi di buona volontà di Milano, della Lombardia e non solo: venite sabato 28 marzo, nel pomeriggio, e facciamo insieme l’ultimo chilometro e chiudiamo insieme questa edizione, con un messaggio di speranza: ci siamo e ci impegniamo per un futuro miglio! Portate bandiere o cartelloni con messaggi per dare voce alle cause e ai Paesi che vi stanno a cuore. La marcia si svolgerà nel pomeriggio, dopo le 15, e si concluderà entro le 18. PS: informazioni e dettagli su orario, piazza di ritrovo e percorso saranno disponibili da mercoledì 25 marzo sul sito della Marcia dei bruchi: www.marciadeibruchi.org Potete anche contattarmi direttamente per informazioni o adesioni: 320 430 9765. “Cammineremo insieme e, come bruchi, ci trasformeremo in farfalle. E così vogliamo trasformare anche il mondo”. Sono le parole di Giacomo, l’adolescente che diede il nome a questa iniziativa quando aveva 9 anni. Quest’anno ha partecipato anche lui alla marcia in Val Camonica. John Mpaliza https://www.marciadeibruchi.org https://www.marciadeibruchi.org/appello-ultimo-km-a-milano       Redazione Italia
March 20, 2026
Pressenza
Iran tra guerra, autoritarismo e il rischio di un futuro incerto
Negli ultimi venti giorni il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti ha conosciuto una nuova e pericolosa escalation militare. Mentre i governi discutono di deterrenza, strategie e sicurezza regionale, sul terreno la realtà appare molto diversa: il prezzo umano della guerra ricade, come spesso accade, soprattutto sui civili.Secondo numerose testimonianze e fonti locali, diversi attacchi militari hanno colpito aree urbane densamente popolate. Edifici residenziali, infrastrutture civili e centri medici sono stati gravemente danneggiati. Tra gli episodi che hanno suscitato maggiore indignazione vi è il bombardamento di una scuola elementare frequentata da bambine durante le ore scolastiche.Un altro episodio particolarmente drammatico riguarda un ospedale che, secondo varie testimonianze, sarebbe stato colpito o gravemente danneggiato durante gli attacchi. Quando le strutture sanitarie diventano vittime dirette o indirette delle operazioni militari, le conseguenze umanitarie si moltiplicano in modo drammatico.Le guerre contemporanee dimostrano sempre più spesso una verità amara: la linea che dovrebbe separare obiettivi militari e vita civile tende a dissolversi rapidamente. Quartieri residenziali diventano improvvisamente zone di guerra, famiglie si trovano intrappolate tra sirene ed esplosioni, e bambini crescono nel rumore delle bombe. Dietro ogni cifra sulle vittime esistono storie umane: genitori che cercano i propri figli tra le macerie, medici che lavorano senza sosta in ospedali sovraffollati, famiglie costrette ad abbandonare le proprie case nel tentativo di trovare sicurezza altrove.In parallelo alla violenza militare, un altro fenomeno ha aggravato la situazione: la quasi totale interruzione dell’accesso a Internet in Iran. Il blackout digitale ha isolato milioni di cittadini dal resto del mondo, rendendo estremamente difficile la circolazione di informazioni indipendenti e il monitoraggio della situazione umanitaria.Quando una società è colpita contemporaneamente da bombardamenti e da silenzio informativo, il rischio è che la sofferenza umana diventi invisibile. Ma la tragedia della guerra si inserisce in una storia più lunga di autoritarismo politico. Il popolo iraniano vive da oltre un secolo tra cicli di potere concentrato, repressione e promesse incompiute di riforma. Prima sotto una monarchia centralizzata che limitava la partecipazione democratica, e poi sotto una Repubblica Islamica che ha costruito un sistema teocratico dominato da istituzioni religiose non elette.Entrambi i modelli hanno prodotto restrizioni delle libertà civili, censura e persecuzione degli oppositori.La crisi iraniana, tuttavia, non può essere risolta sostituendo un’autorità con un’altra. Negli ultimi anni alcune figure dell’opposizione in esilio hanno cercato di presentarsi come alternativa politica al sistema attuale. In particolare la figura di Reza Pahlavi viene talvolta proposta come possibile leader di una futura transizione.Tuttavia, la sua leadership è stata oggetto di forti critiche da parte di diversi gruppi politici e sociali iraniani.Molti attivisti ritengono che la sua strategia politica abbia contribuito ad aumentare le divisioni all’interno dell’opposizione, in particolare nei rapporti con diverse comunità e minoranze etniche presenti nel paese, tra cui curdi, baluci, turchi, turkmeni, lori e bakhtiari. Secondo questi critici, l’incapacità di costruire un fronte politico inclusivo e pluralista ha indebolito l’opposizione democratica e alimentato nuove tensioni interne.Inoltre, negli anni delle proteste popolari, alcuni osservatori hanno sostenuto che appelli e mobilitazioni provenienti dall’esterno abbiano talvolta incoraggiato giovani manifestanti a scendere nelle strade senza adeguate strutture di protezione o organizzazione politica, esponendoli alla repressione violenta dello Stato. La storia recente dell’Iran dimostra che quando i cittadini scendono in piazza contro un sistema autoritario, spesso pagano un prezzo altissimo.Il dibattito sull’opposizione iraniana è quindi attraversato da interrogativi profondi: quale tipo di leadership può realmente rappresentare le aspirazioni democratiche della società? Un altro elemento controverso riguarda le posizioni di alcune figure dell’opposizione rispetto alla pressione militare internazionale contro l’Iran. Una parte della società iraniana teme che qualsiasi sostegno a bombardamenti o interventi militari possa aggravare la sofferenza della popolazione civile. In questo senso, il rischio più grande è che il destino di milioni di persone venga trasformato in uno strumento di lotta geopolitica o di ambizione politica. La storia recente del Medio Oriente dimostra che le guerre raramente producono democrazia. Più spesso lasciano dietro di sé città distrutte, economie collassate e società traumatizzate per generazioni. Per questo motivo la domanda centrale rimane inevitabile: quanto ancora dovranno pagare i civili per decisioni prese lontano dalle loro vite? Il popolo iraniano ha già pagato un prezzo altissimo attraverso decenni di autoritarismo, crisi economiche e isolamento internazionale.Costringerlo a pagare anche il prezzo di una guerra sarebbe un errore storico di proporzioni incalcolabili Il costo economico della guerra e la questione delle riparazioni Oltre alla tragedia umanitaria, ogni guerra porta con sé un prezzo economico che può pesare su una società per generazioni. Le infrastrutture distrutte, le reti energetiche danneggiate, le città bombardate e i sistemi sanitari indeboliti richiedono decenni di ricostruzione.La storia recente offre esempi molto chiari. Dopo la guerra del Golfo del 1991, l’Iraq è stato obbligato a pagare ingenti riparazioni di guerra attraverso il sistema internazionale di compensazione delle Nazioni Unite. Il processo di pagamento è durato più di trent’anni e ha comportato il trasferimento di una parte significativa delle entrate petrolifere del paese per risarcire i danni del conflitto. Questo precedente mostra come le conseguenze economiche della guerra possano prolungarsi ben oltre la fine delle operazioni militari.Nel caso dell’Iran, il rischio sarebbe ancora più grave. L’economia del paese è già fortemente indebolita da anni di sanzioni, inflazione e crisi strutturali. Una guerra su larga scala potrebbe distruggere ulteriormente le infrastrutture economiche e industriali.In uno scenario del genere, la ricostruzione richiederebbe risorse immense che lo Stato iraniano potrebbe non essere in grado di sostenere. Se un paese con un’economia fragile si trovasse costretto ad affrontare anche il peso di eventuali riparazioni o costi di ricostruzione, potrebbe essere costretto a dipendere quasi esclusivamente dalle proprie risorse naturali, come il petrolio. Questo significherebbe che una parte significativa delle entrate nazionali verrebbe destinata al pagamento dei costi della guerra invece che al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Per i cittadini comuni ciò potrebbe tradursi in inflazione più alta, disoccupazione diffusa, servizi pubblici indeboliti e un rallentamento drammatico dello sviluppo economico.La ricostruzione di città distrutte e infrastrutture essenziali può richiedere decenni. In molti casi, i paesi colpiti da guerre prolungate restano segnati da economie fragili e da profonde disuguaglianze sociali per generazioni. Divisioni nell’opposizione e il rischio di nuove forme di autoritarismo Parallelamente alla crisi geopolitica e alla minaccia della guerra, l’Iran affronta anche una profonda frammentazione politica all’interno dell’opposizione.Negli ultimi anni, diverse correnti politiche in esilio hanno cercato di presentarsi come alternative al sistema attuale. Tuttavia, invece di costruire un fronte democratico ampio e inclusivo, queste dinamiche hanno spesso prodotto divisioni interne. Molti attivisti e osservatori hanno espresso preoccupazione per la possibilità che, in assenza di un progetto realmente democratico e pluralista, nuove forme di autoritarismo possano emergere anche dopo la caduta di un sistema politico. La storia dimostra che quando la politica si basa sulla personalizzazione del potere, sull’esclusione delle minoranze e sulla retorica della purezza nazionale, il rischio di derive autoritarie e persino di forme di fascismo politico diventa reale. Per un paese complesso e plurale come l’Iran – abitato da diverse comunità linguistiche, culturali ed etniche – qualsiasi progetto politico che ignori la diversità rischia di produrre nuove tensioni e nuovi conflitti. Una transizione democratica richiede invece inclusione, pluralismo e rispetto per tutte le componenti della società. Conclusione: il prezzo della guerra e la dignità di un popoloGuardando alla storia contemporanea del Medio Oriente, una lezione appare evidente: la guerra raramente costruisce la democrazia.Costruisce macerie, traumi collettivi e generazioni segnate dalla violenza.Per il popolo iraniano, che ha già vissuto decenni di repressione politica, crisi economica e isolamento internazionale, una guerra su larga scala potrebbe trasformarsi in una tragedia nazionale di proporzioni storiche.Le bombe possono distruggere città in poche ore, ma ricostruire una società richiede decenni.Per questo motivo la domanda più importante non riguarda soltanto strategie militari o equilibri geopolitici. Riguarda le persone. Riguarda i bambini che crescono sotto il suono delle sirene, le famiglie che perdono le loro case, i medici che curano i feriti nei corridoi degli ospedali bombardati.La vera domanda è semplice e allo stesso tempo terribile: Quanto ancora dovrà pagare il popolo iraniano per guerre e poteri che non ha scelto? Shayan Moradi Marzo 2026 Davide Bertok
March 20, 2026
Pressenza
Il lavoro ripudia la guerra
Segnaliamo che venerdì 20 marzo dalle 17.30 presso la sala Xenia di in Riva Tre Novembre a Trieste si terrà il convegno intitolato “Il lavoro ripudia la guerra, sciopero e obiezione di coscienza”, con la partecipazione dell’avvocato Carlo Guglielmi e Simone D’Aversa del Gruppo Autonomo Portuali di Livorno e la moderazione di Loredana Gec, operatrice culturale. Si possono prenotare posti in sala al numero 3516944186, solo attraverso messaggi su whatsapp. Redazione Friuli Venezia Giulia
March 19, 2026
Pressenza
Dichiarazione di IALANA sulla violazione del Diritto Internazionale
 Dichiarazione dell’Associazione Internazionale degli Avvocati contro le Armi Nucleari 1 19 marzo 2026 Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele viola chiaramente le norme fondamentali del diritto internazionale. Viola la sovranità dell’Iran, in contrasto con l’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite che proibisce la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Non vi è alcun argomento plausibile che gli Stati Uniti e Israele stiano agendo per legittima difesa contro un attacco imminente. Né il cambio di regime costituisce una giustificazione accettabile per l’uso della forza, poiché è in diretto contrasto con l’obbligo di rispettare l’indipendenza politica degli Stati. È vero che il regime iraniano si è reso colpevole di massicce violazioni dei diritti umani nel corso degli anni, compreso l’uccisione di migliaia o decine di migliaia di manifestanti nel gennaio 2026. Tuttavia, l’intervento umanitario, che può comportare l’uso della forza a danno dei civili, può essere giustificato, se mai lo fosse, solo per fermare un massacro di massa in corso o imminente2. Questa non è la situazione attuale in Iran, né gli attacchi statunitensi/israeliani sono limitati all’obiettivo di prevenire massicce violazioni dei diritti umani e non sono stati autorizzati dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o dalla comunità internazionale su tale base. Gli attacchi non sono quindi coerenti, né nella lettera né nello spirito, con la responsabilità di proteggere i principi espressi dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua risoluzione del 2005 sul World Summit Outcome3. È sorprendente che l’amministrazione Trump non abbia compiuto alcun sforzo concreto per ricorrere a meccanismi multilaterali o invocare il diritto internazionale. In particolare, né gli Stati Uniti né Israele hanno compiuto alcuno sforzo per portare la situazione all’attenzione del Consiglio di Sicurezza. Ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza ha il potere di adottare misure, compreso l’uso della forza, in caso di minaccia alla pace, una violazione della pace o un atto di aggressione. Sia con le sue azioni che con il suo disprezzo per il diritto internazionale, l’amministrazione Trump sta accelerando l’erosione delle regole fondamentali relative all’uso della forza, in atto da quasi trent’anni dopo la fine della Guerra Fredda. L’erosione dell’ordinamento giuridico che limita l’uso della forza armata è stato un processo lungo, scandito nel XXI secolo da shock sempre più frequenti causati da guerre su larga scala lanciate dalle grandi potenze con sempre minore rispetto per il diritto e per le istituzioni internazionali. La prima di queste è stata l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003. A differenza dell’amministrazione Trump, l’amministrazione di George W. Bush ha almeno cercato di fornire una giustificazione giuridica internazionale per l’invasione dell’Iraq, ma ha fondato la sua argomentazione su menzogne. Poi ci sono state l’annessione russa della Crimea nel 2014 e la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, entrambe prive di qualsiasi seria giustificazione dal punto di vista del diritto internazionale. Ci sono stati altri casi di aggressione in questo secolo, come la recente operazione militare statunitense per rapire il presidente del Venezuela. Ma le azioni degli Stati Uniti in relazione all’Iraq, quelle della Russia in Ucraina e i bombardamenti statunitensi/israeliani sull’Iran si distinguono come particolarmente gravi nell’erosione delle regole sull’uso della forza. Per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, prima del bombardamento non era in una fase di sviluppo tale da fornire alcuna base per una rivendicazione di autodifesa. In generale, da molti anni sembra che l’Iran disponga di una capacità di arricchimento dell’uranio in parte per preservarsi la possibilità di acquisire armi nucleari in futuro, ma non aveva preso la decisione di farlo. Ed è stato proprio il governo degli Stati Uniti, durante la prima amministrazione Trump, a ritirarsi unilateralmente dal Piano d’azione congiunto globale del 2015, un accordo internazionale negoziato con grande fatica che imponeva restrizioni efficaci e verificabili sul programma nucleare iraniano. Le discussioni sul programma iraniano generalmente non affrontano il fatto che Israele possiede un robusto arsenale nucleare. A lungo termine non è pratico consentire ad alcuni Stati di possedere armi nucleari e negarle ad altri. Il modo più diretto per affrontare i problemi posti dalla proliferazione delle armi nucleari, come nel caso della Corea del Nord, o dalla loro potenziale proliferazione, come nel caso dell’Iran, è quello di procedere rapidamente verso l’abolizione globale delle armi nucleari. Ciò soddisferebbe l’obbligo universale di realizzare il disarmo nucleare per come riconosciuto dalla Corte internazionale di giustizia nel suo parere consultivo del 1996 basato sull’articolo VI del Trattato di non proliferazione nucleare e su altre norme di diritto internazionale4. Un altro modo, almeno parziale, è quello di creare nuove zone regionali libere da armi nucleari, che ora esistono in America Latina e nei Caraibi, nel Pacifico meridionale, nel Sud-Est asiatico, in Africa e in Asia centrale. Questo approccio è stato effettivamente tentato in Medio Oriente. Nel contesto del Trattato di non proliferazione nucleare e delle Nazioni Unite, sono stati compiuti seri sforzi per avviare negoziati per la zona mediorientale, con la partecipazione volontaria dell’Iran. Tuttavia, Israele e gli Stati Uniti hanno boicottato questi sforzi. Ciò compromette gravemente la legittimità della loro posizione, poiché sostengono di agire per fermare la minaccia del programma nucleare iraniano. Quale dovrebbe essere la risposta a questi sviluppi? In primo luogo, il bombardamento dell’Iran dovrebbe essere condannato come aggressione illegale e le regole fondamentali della Carta delle Nazioni Unite dovrebbero essere difese, con l’obiettivo almeno di preservarle per il futuro. In secondo luogo, si dovrebbe riconoscere che il mondo sta attraversando una grande trasformazione caratterizzata dalla rinascita del nazionalismo autoritario, con fazioni etnico-nazionaliste al potere o che costituiscono forze politiche significative in molti paesi, compresa la maggior parte, se non tutti, gli Stati dotati di armi nucleari. È necessario essere realistici riguardo alla natura della sfida, nonché adottare un nuovo modo di pensare e trovare forme innovative di advocacy e politica per un mondo più equo, democratico, pacifico e post-nazionalista. 1 Questa dichiarazione si basa su una dichiarazione rilasciata dalla Western States Legal Foundation, affiliata all’IALANA, intitolata “Il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele: un caso di studio sul disprezzo del diritto internazionale”, 3 marzo 2026. 2 Cfr. la dichiarazione del Comitato degli avvocati sulla politica nucleare, Ufficio delle Nazioni Unite dell’IALANA, “Attacchi militari condotti dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran: pericolose implicazioni per il diritto internazionale”, 4 marzo 2026. 3 A/RES/60/1, paragrafi 138-139, 16 settembre 2005. 4 Legalità della minaccia o dell’uso delle armi nucleari, parere consultivo, 1996 I.C.J. 226, ¶¶ 98-103 (8 luglio). IALANA - International Association Of Lawyers Against Nuclear Arms
March 19, 2026
Pressenza