Tag - Salute Pubblica

L’importanza dell’attività fisica per la salute pubblica
Con oltre 5 milioni di decessi attribuibili all’anno, l’inattività fisica rappresenta un grave problema di salute pubblica a livello globale. Si stima che, a livello mondiale, quasi 1 adulto su 3 e 8 adolescenti su 10 non rispettino le linee guida dell’OMS sull’attività fisica (150-300 minuti settimanali di attività fisica aerobica di intensità moderata-intensa per gli adulti e 60 minuti giornalieri per bambini e adolescenti) . In un recente ed interessante studio condotto da Deborah Salvo, della University of Texas ad Austin, sono stati analizzati i dati provenienti da 68 Paesi e relativi alle disuguaglianze. Inoltre, sono state riassunte le prove dei benefici meno riconosciuti dell’attività fisica, tra cui la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, dei disturbi mentali e del cancro. Lo studio ha evidenziato innanzitutto diseguaglianze nei vari ambiti dell’attività fisica, mettendo in luce come l’inattività fisica sia un grave problema di salute pubblica solo nelle nazioni ricche. Tuttavia, i risultati specifici rivelano uno scenario più complesso. In generale, maggiore è la categoria di reddito del Paese secondo la Banca Mondiale, maggiore è la prevalenza del rispetto delle linee guida attraverso il tempo libero attivo, mentre minore è la categoria di reddito del Paese secondo la Banca Mondiale, maggiore è la prevalenza del rispetto delle linee guida attraverso il trasporto attivo e il lavoro attivo. Le disuguaglianze tra i gruppi di reddito dei Paesi erano maggiori per gli ambiti dell’attività fisica in cui l’attività fisica è dettata dalla necessità (lavoro attivo e, in molti contesti, trasporto attivo) rispetto al tempo libero attivo (sempre basato sulla scelta). I risultati dell’analisi intra-nazionale delle disuguaglianze socioeconomiche mostrano che la prevalenza del raggiungimento delle linee guida sull’attività fisica attraverso il tempo libero attivo era circa 20 punti percentuali più alta tra gli individui di status socioeconomico elevato rispetto a quelli di status basso. Le disuguaglianze nell’attività fisica sono anche di genere. I risultati dello studio mostrano che, in tutti gli ambiti e le categorie di reddito dei Paesi, la prevalenza del rispetto delle linee guida sull’attività fisica era maggiore tra gli uomini rispetto alle donne. In particolare, la prevalenza del rispetto delle linee guida con il tempo libero attivo era simile tra le donne nei Paesi ad alto reddito e gli uomini nei Paesi a basso reddito. Modelli simili per il trasporto attivo e il lavoro attivo. Il divario di genere nel trasporto attivo era minore nei Paesi ad alto reddito rispetto a tutte le altre categorie di reddito (ovvero, i Paesi a basso e medio reddito). Inoltre, il divario di genere nel lavoro attivo era più ampio nei Paesi ad alto reddito e praticamente assente nei Paesi a basso reddito. Ma quali sono i benefici derivanti dall’attività fisica? L’attività fisica regolare di intensità moderata-vigorosa potenzia le risposte immunitarie ai vaccini, riduce la carica virale, diminuisce l’infiammazione, migliora la funzione delle cellule immunitarie periferiche e aumenta la sopravvivenza nei topi esposti a patogeni respiratori (ad esempio, l’influenza). L’attività fisica potenzia l’immunità attraverso l’aumento della sorveglianza immunitaria, il rimodellamento favorevole del sistema immunitario e la riduzione dell’infiammazione. Le evidenze disponibili supportano inoltre l’ipotesi che l’attività fisica possa aiutare a prevenire e attenuare la depressione e i sintomi depressivi negli adulti, negli adolescenti e negli anziani. “Una recente meta-analisi armonizzata (2022) di 15 studi di coorte prospettici, per un totale di oltre 12 milioni di anni-persona di follow-up, si legge nello studio, ha valutato l’effetto dell’attività fisica non lavorativa sull’incidenza della depressione negli adulti e ha riportato evidenze di un’associazione curvilinea inversa: accumulare la metà della quantità raccomandata di attività fisica è stato associato a un’incidenza di depressione inferiore del 18%, e il rispetto delle linee guida è stato associato a un’incidenza inferiore del 25%. Le associazioni sono risultate simili tra i sessi e le fasce d’età”. Non solo, i risultati di una recente indagine (2019) mostrano che le persone con i livelli più alti rispetto a quelli più bassi di attività fisica aerobica hanno una riduzione del rischio di circa il 10-20% per diversi tumori specifici, tra cui tumori al seno, al colon-retto, alla vescica, all’endometrio, all’esofago, al rene e allo stomaco. Per quanto riguarda l’attività fisica di rafforzamento muscolare, dati del 2021 hanno evidenziato un’associazione significativa tra livelli elevati (rispetto a bassi) di attività di rafforzamento muscolare e un rischio inferiore del 26% di cancro renale. Infine, per quanto riguarda la sopravvivenza tra le persone a cui è stato diagnosticato un cancro, alcune ricerche attraverso 136 studi hanno evidenziato una maggiore sopravvivenza tra i pazienti oncologici nelle categorie di attività fisica più elevate rispetto a quelle più basse. Insomma, non mancano prove scientifiche che indicano molteplici benefici per la salute derivanti dall’attività fisica per la prevenzione e il controllo delle malattie. Per fortuna da qualche tempo non mancano interventi pubblici (anche legislativi) che puntano a fare dello sport un vero e proprio servizio alla persona, con una funzione sociale che si intreccia con la tutela della salute, l’integrazione e lo sviluppo delle relazioni. E da tutti i livelli istituzionali (ma anche nell’ambito del cosiddetto welfare aziendale) fioccano bandi, voucher e bonus per invogliare bambini e giovani (anche come presidio educativo), adulti, lavoratori e anziani alla pratica sportiva. E gli “incentivi” all’attività fisica passano sempre più anche dal nostro cellulare: diverse app permettono di tracciare le attività all’aperto (camminata, corsa, ciclismo) e consentono diverse soluzioni per sfidare amici, familiari o la community globale, concentrandosi sul movimento, la camminata e le attività sportive. Un modo per invogliare a muoversi e a non essere sedentari, anche trasformando l’attività fisica in un gioco, in una sfida sociale. Intanto, mancano pochi giorni alla scadenza (il termine per inviare le candidature è stato prorogato sino al 31 marzo) dell’edizione 2026 del bando “Bandiera Azzurra”, un riconoscimento esclusivo che FIDAL e ANCI assegnano annualmente ai Comuni che si distinguono nella promozione della corsa e del cammino. Il progetto si pone l’obiettivo di promuovere la pratica sportiva e quella dell’atletica leggera, del cammino e della corsa, e di coinvolgere i cittadini di ogni fascia di età, soprattutto le giovani generazioni valorizzando lo sport quale strumento di benessere, di salute, di crescita personale e di coesione sociale. Qui per approfondire lo studio guidato da Deborah Salvo Giovanni Caprio
March 20, 2026
Pressenza
La salute pubblica può prosperare solo in un contesto di equità. Il Kerala ne è un esempio
Con un tasso di alfabetizzazione superiore al 96%, il più alto dell’India, la popolazione del Kerala ha sviluppato una profonda consapevolezza sanitaria e una forte partecipazione civica. Ripubblichiamo di seguito un articolo della sociologa Sara Gandini, pubblicato da Il Fatto Quotidiano, sul modello di sanità dello Stato indiano del Kerala e come sia stato un modello di salute internazionale per affrontare la crisi sanitaria da Covid-19.  di Sara Gandini e Paolo Bartolini Nel panorama globale della salute pubblica, il Kerala, piccolo Stato dell’India meridionale con circa 35 milioni di abitanti, rappresenta un unicum. Governato da una coalizione di ispirazione comunista (Left Democratic Front, LDF), eletta democraticamente, il Paese ha raggiunto risultati sanitari e sociali che competono con quelli di molti paesi ad alto reddito. L’interesse scientifico per questo modello è cresciuto notevolmente, in particolare dopo la gestione della pandemia di COVID-19 e la recente dichiarazione del 2025 secondo cui lo Stato avrebbe eradicato la povertà estrema attraverso interventi mirati e personalizzati (India Today, 1 novembre 2025). La salute pubblica in Kerala è intimamente legata al livello di istruzione. Con un tasso di alfabetizzazione superiore al 96%, il più alto dell’India, la popolazione del Kerala ha sviluppato una profonda consapevolezza sanitaria e una forte partecipazione civica ai programmi di prevenzione e controllo. Questa combinazione di istruzione universale e medicina di comunità ha portato a indicatori di salute simili a quelli dei paesi industrializzati: una speranza di vita di circa 77 anni (contro i 69 della media indiana), una mortalità infantile di 6 per 1.000 nati vivi, valori simili a quelli di paesi europei come il Portogallo o la Grecia, e una copertura vaccinale superiore al 95% in quasi tutte le fasce d’età. Un aspetto spesso trascurato ma fondamentale del modello keralese è la centralità delle donne nel sistema sanitario. Il Kerala ha la più alta percentuale di forza lavoro sanitaria femminile in India (64,5%) e una densità di dottoresse otto volte superiore rispetto a stati come Uttar Pradesh e Bihar. Oltre ad avere una ministra della Salute, tutte le principali Direttrici tecniche sono donne. Inoltre, metà dei direttori sanitari distrettuali (District Medical Officers), così come circa la metà dei medici allopatici che lavorano nel sistema sanitario pubblico, sono donne. Questa leadership femminile diffusa non è casuale: riflette una visione sistemica della salute come campo di giustizia sociale, in cui l’emancipazione femminile, l’istruzione e la partecipazione civica diventano parte della stessa infrastruttura di salute pubblica. Durante la pandemia di COVID-19, il Kerala è diventato oggetto di numerosi studi internazionali. Uno dei più citati, pubblicato su BMJ Global Health (2020), descriveva la risposta dello Stato come un modello di sostegno istituzionale: comunicazione pubblica trasparente e gestione decentrata dell’assistenza, con presidi locali in grado di seguire i casi lievi e garantire l’aiuto domiciliare. Un esempio importante da riconoscere per l’approccio integrato fra salute pubblica e giustizia sociale. Uno dei principi centrali del sistema keralese è che la salute è una funzione dell’equità sociale. Nel 2025 il governo ha annunciato di aver eliminato la povertà estrema identificando 64.000 famiglie vulnerabili e sviluppando micro-piani personalizzati per ciascuna di esse. Questo contrasta fortemente con la realtà di molti paesi ad alto reddito, come gli Stati Uniti, dove la spesa sanitaria pro capite è la più alta al mondo ma gli indicatori di salute, speranza di vita, mortalità materna e infantile, accesso alle cure, restano tra i peggiori (Commonwealth Fund, 2023). L’assenza di un sistema universale crea due mondi paralleli: i cittadini più abbienti, sovra-trattati e medicalizzati, e i poveri, spesso esclusi dai servizi di base. All’opposto in Kerala la medicina è preventiva, comunitaria e centrata sulla persona, non sul profitto. I medici operano spesso come parte di reti locali, con forte integrazione tra ospedale e territorio, e un’enfasi su salute mentale, nutrizione e ambiente. Il modello sanitario qui esaminato mostra che la salute pubblica può prosperare solo in un contesto di giustizia e partecipazione democratica. La coesione sociale è più importante dell’arricchimento di pochi, e questo insegnamento può tornarci utile in un passaggio d’epoca insidioso e caotico. Del resto, come dimostra l’elezione a New York del neo-sindaco Mamdani, a saper toccare le corde giuste si può invertire la tendenza alla sfiducia e all’astensionismo. Ridistribuire la ricchezza verso il basso, garantire servizi accessibili e di qualità a tutti i cittadini, arginare razzismo e ingiustizie sociali rilanciando una sensibilità “socialista” che superi le divisioni e metta in discussione i dogmi neoliberali: tutto questo, insieme a una linea intransigente che difenda la pace e contrasti le logiche di riarmo, risponde alle esigenze reali e concrete delle persone che faticano ad arrivare a fine mese, colpite dall’assenza di politiche abitative decenti, e che sperimentano il peso economico e morale di una medicina/sanità ridotta a privilegio di pochi. Se, anche dalle nostre parti, equità e salute pubblica tornassero a nutrire il dibattito, e i partiti autoproclamati di sinistra smettessero (in combutta con i mass media impegnati nel mantenimento dello status quo) di rincorrere il fantomatico “centro”, per riscoprire una radicalità democratica all’altezza dei problemi, forse potremmo uscire dall’impotenza e dare forma a un risveglio culturale e politico di cui c’è enorme bisogno. Dall’India e da New York ci arriva, in modi diversi, un insegnamento non da poco: si può iniziare a costruire qualcosa di diverso, scostandosi dalle leggi non scritte dello sconforto e dell’individualismo di mercato. Redazione Italia
November 13, 2025
Pressenza