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Dichiarazione urgente sulla detenzione illegale di Yurii Sheliazhenko
Le organizzazioni firmatarie dell’appello si dichiarano sconvolte dalla detenzione e dalla privazione della libertà del difensore dei diritti umani Yurii Sheliazhenko, avvenuta il 19 marzo, da parte delle autorità ucraine a Kyiv. Ciò avviene a poche settimane da un appello congiunto alle autorità affinché cessassero tali persecuzioni nei confronti degli obiettori di coscienza e interrompessero la persecuzione in corso nei confronti di Yurii Sheliazhenko. Secondo le informazioni disponibili, Yurii Sheliazhenko è stato fermato da agenti della Polizia del Distretto Pechersk di Kyiv senza un’adeguata base giuridica e senza il rispetto delle garanzie procedurali previste dalla legge ucraina. In particolare, vi sono indicazioni che: – non è stato redatto alcun verbale di detenzione; – non sono stati forniti chiari motivi giuridici per la privazione della libertà; – è stato ostacolato l’accesso all’assistenza legale; – è stato ostacolato il contatto con l’Ufficio Statale di Investigazione ucraino; – è stato trasferito, o si intendeva trasferirlo, a un Centro Territoriale di Reclutamento e Supporto Sociale (TCC) senza il dovuto procedimento legale. Si osserva che un eventuale coinvolgimento del TCC non esclude la responsabilità delle forze dell’ordine per la privazione iniziale della libertà. Tali azioni possono costituire violazioni della Costituzione dell’Ucraina e della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in particolare dell’Articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), nonché dell’Articolo 9 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR). Yurii Sheliazhenko è un noto obiettore di coscienza, dichiaratosi pubblicamente tale dal 1998, pacifista e difensore dei diritti umani. È inoltre accademico, segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino (organizzazione membro di War Resisters International), direttore dell’Istituto di Pace e Diritto in Ucraina e membro del consiglio dell’European Bureau for Conscientious Objection e di World Beyond War. Egli ha inoltre denunciato in precedenza le pratiche crudeli della cosiddetta “busificazione”, la coscrizione forzata e la registrazione militare obbligatoria in Ucraina, che in alcuni casi hanno persino portato a torture e morti nei centri di reclutamento militare. Condanniamo con fermezza tutte queste azioni come gravi violazioni dei diritti umani, incompatibili con un ordinamento democratico. Invitiamo le autorità ucraine a rilasciare immediatamente Yurii Sheliazhenko e a cessare ogni procedura di coscrizione forzata. Ricordiamo che il suo caso è stato precedentemente incluso in una Comunicazione dei Mandati del Relatore Speciale sul diritto alla libertà di riunione pacifica e di associazione; del Relatore Speciale sulle questioni delle minoranze e del Relatore Speciale sulla libertà di religione o di credo. Il caso di Yurii Sheliazhenko, la comunicazione dei Relatori Speciali e la risposta delle autorità ucraine sono stati inoltre evidenziati dall’OHCHR nel suo rapporto sull’obiezione di coscienza al servizio militare, in particolare nel capitolo intitolato “Astenersi dal limitare indebitamente i diritti umani di coloro che rappresentano o sostengono i diritti degli obiettori di coscienza”. Il suo caso è stato inoltre richiamato nel Rapporto Annuale 2023/2024 di Amnesty International. Ribadiamo il nostro appello alla comunità internazionale affinché adotti tutte le azioni opportune per garantire che i difensori dei diritti umani e gli attivisti per la pace non vengano criminalizzati per le loro azioni a favore della pace e della nonviolenza; inoltre, affinché il diritto all’obiezione di coscienza sia pienamente attuato in linea con gli standard internazionali e che gli obiettori di coscienza ricevano la necessaria protezione contro le persecuzioni nel loro paese di origine, anche attraverso il riconoscimento dell’asilo.   Connection e.V. European Bureau for Conscientious Objection International Fellowship of Reconciliation War Resisters’ International   Pressenza IPA
March 20, 2026
Pressenza
Oggi come ieri, no alle guerre
“Tutti i popoli amanti della pace debbono dunque unirsi perché gli orrori di una nuova e più atroce guerra siano risparmiati all’umanità” di Eugénie Cotton 1948 Era il 14 marzo 1948, una domenica. Al Foro Italico di Roma si riunirono 30.000 donne per una grande manifestazione, le Assise della Pace. Sull’Unità del 14 marzo, il giorno seguente, venne definita “la più grande manifestazione nazionale femminile che si sia avuta dalla liberazione ad oggi. La parola di Pace che uscirà da questa Assise per iniziativa del Fronte democratico popolare dovrà varcare i limiti stessi di una affermazione nazionale e divenire il primo, grande appello delle donne italiane alle donne di tutto il mondo perché madri, spose, sorelle, giovani donne di ogni paese, e con esse combattenti e reduci che della guerra hanno sofferto le atroci conseguenze, si uniscano in un fronte internazionale contro i pericoli incombenti di un nuovo conflitto”. Pochi anni erano trascorsi dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalle due bombe atomiche che, sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945 aggiunsero morti e terrore alle sofferenze già patite nei lunghi anni di guerra. Conflitto concluso certo ma nuove tensioni si stavano delineando: il blocco occidentale e quello orientale si stavano delineando e il mondo venne diviso in sfere d’influenza, non senza strappi, forzature e preoccupazioni. La preoccupazione per nuovi conflitti spinse l’UDI – Unione Donne Italiane, riunite durante il secondo congresso nazionale dell’ottobre ’47 a Milano, di promuovere una petizione popolare per richiedere al Presidente della Repubblica e all’Organizzazione delle Nazioni Unite il disarmo degli eserciti e l’interdizione delle armi atomiche. Ciò in collegamento con altri gruppi di donne attivi in oltre 50 paesi europei. Fu la prima petizione popolare nella storia della Repubblica italiana. Fu un grande successo. Le donne dell’Udi si mossero capillarmente, nelle città e nelle campagne, alla fine raccolsero più di due milioni di firme che vennero consegnate al Presidente della Repubblica De Nicola la grande Assise di Pace di marzo partecipata da 30.000 donne proveniente da ogni provincia. Quelle stesse firme vennero poi consegnate a Benjamin Cohen, segretario generale aggiunto dell’Onu, a Parigi il 4 novembre 1948, grazie ad una delegazione italiana. Sono passati ben più di 70 anni da quella grande manifestazione eppure ci si sente unite e uniti attraverso i decenni dal timore di nuove guerre.  Una stessa dolorosa familiarità ci sorprende anche con un’affermazione di Eugénie Cotton presidentessa della FDIF – Federazione Democratica Internazionale Femminile. Durante la quinta sessione dell’esecutivo della Federazione, avvenuta nello stesso ’48 denunciò “la politica bellicista del governo degli Stati Uniti e la sua ingerenza scandalosa negli affari interni d’Italia e di altri paesi che esso vorrebbe attrarre nella sua orbita, nel suo blocco di guerra”. La stessa volontà di dire no a tutte le guerre è quella che muove gli aderenti del Coordinamento Agite a partecipare ai Sabati di Pace. Il 21 marzo in piazza Carignano ci si riunirà per il consueto appuntamento, il 212° sabato dall’inizio della guerra in Ucraina. No alle guerre e no all’utilizzo dell’atomica, richiedendo la ratifica da parte dello Stato italiano del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) approvato dall’ONU il 7 luglio 2017 ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021. La necessità di questa ratifica e della messa al bando di tutte le armi nucleari è un’evidenza chiara anche sole a partire dal numero delle vittime delle due bombe sganciate nel 1945: 70.000 la prima e 35.000 la seconda senza contare i dispersi e la distruzione dell’intero territorio. Chi sopravvisse è chiamato in Giappone hibakusha. I loro figli e nipoti sono hibakusha di seconda e terza generazione, tutte persone che in un modo o nell’altro hanno avuto grossi problemi di salute, in primis la leucemia. È possibile ascoltare alcune loro testimonianze, oltre ad approfondimenti sull’atomica e sui suoi effetti durante la mostra Senzatomica visitabile ancora fino al 10 aprile presso il Centro Culturale Le Serre di Grugliasco. Tutti modi per riflettere sulla necessità di riflessione ma anche azione. Sara Panarella
March 20, 2026
Pressenza
Com’è il cielo in Palestina? L’arte si unisce alla Global Sumud Flotilla
Il progetto di Giovanni Gaggia si unisce alla prossima missione. Cento bandiere salperanno ad aprile per Gaza. Il Global Movement to Gaza riunisce organizzatori e partecipanti della Marcia Globale verso Gaza, svoltasi in Egitto nel giugno 2025. Il movimento rappresenta uno dei bracci operativi della più ampia Global Sumud Flotilla, insieme alle delegazioni della Freedom Flotilla Coalition e del Convoglio Sumud, uniti in uno sforzo comune per porre fine all’assedio israeliano di Gaza e consegnare aiuti umanitari attraverso un’azione coordinata e nonviolenta. L’obiettivo è chiaro: rompere pacificamente il blocco imposto a Gaza e portare cibo e aiuti medici urgentemente necessari a una popolazione stremata. Dopo la prima missione del settembre 2025, ad aprile 2026 partirà una seconda missione civile e nonviolenta via mare: più partecipata, più determinata e ancora più imponente, diretta a Gaza. La missione è promossa dal Global Movement to Gaza e dalla Global Sumud Flotilla e partirà anche dall’Italia, dal porto di Augusta. Questa volta anche l’arte sarà parte integrante della traversata, con la grande opera collettiva di Giovanni Gaggia, “Com’è il cielo in Palestina?”: un progetto processuale tra memoria, attivismo e resistenza. L’iniziativa nasce dalla società civile e intende rompere il silenzio sull’assedio che da anni colpisce la popolazione palestinese, richiamando con forza il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. L’opera si compone di parole. È tempo di restituire importanza e peso alle parole che utilizziamo: parole che se scelte con responsabilità e umanità, lontano da pregiudizi, da logiche di convenienza e da meri interessi di parte, hanno il potere di cambiare la storia. L’arte, in questo caso, accoglie l’invito a sostenere la missione, seguendola, raccontandola, trasformandola e contribuendo a dare visibilità ai fatti e alla mobilitazione della società civile. Un’opera d’arte, così come ogni voce, in particolare quella della stampa, può fare la differenza nel mantenere alta l’attenzione sull’urgenza di difendere i diritti umani e la dignità della popolazione palestinese. In preparazione alla missione, il 21 marzo 2026 a Roma, dalle 15.00 presso il CSOA Ex SNIA (via Prenestina 173), si terrà una giornata di confronto con un’assemblea nazionale sulla Palestina, aperta a tutte le realtà solidali con la causa. Tra i promotori Thousand Madleens to Gaza Italia (che partiranno insieme a GSF). Molteplici sono le città in cui si stanno svolgendo momenti di ricamo collettivo: Torino, Verbania (VB), Mondovì (CN) Venezia, Milano, Varese, Sondrio, Ancona, Urbino (PU), San Benedetto del Tronto (AP), Pescara, Teramo, Roma. Le bandiere inizieranno a essere issate il 22 marzo ad Ancona; tra queste, il vessillo realizzato dall’artista con la frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, che salperà con l’ammiraglia il 29 marzo a Civitavecchia, per confluire tutte nella partenza ufficiale prevista ad Augusta.  Com’è il cielo in Palestina? è un’opera processuale nata nel 2023 nell’ambito di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, poi sviluppatasi in una grande installazione presentata alla Casa della Memoria di Milano. Il progetto ha quindi proseguito il suo percorso in forma diffusa in diverse città italiane — Nuoro, Catania e Jesi — coinvolgendo mostre, scuole e laboratori di arte partecipata e continua a crescere come pratica collettiva che attiva territori e comunità. L’intero percorso sarà raccontato in un saggio di prossima pubblicazione. Un cammino che non si interrompe e che contribuisce a mantenere viva l’attenzione su Gaza in un momento in cui l’interesse mediatico appare affievolito. Il lavoro di Gaggia invita a una presa di posizione contro l’inerzia e la rassegnazione: ogni coperta diventa bandiera e voce collettiva, capace di portare un messaggio di solidarietà. Le frasi ricamate, mantenute nella lingua originale, raccontano dolore e assedio, ma anche la speranza di un cielo condiviso oltre muri e confini. Un mantra di pace e comunanza pronto a viaggiare verso Gaza e oltre, per continuare a tessere resistenza e sostegno Il progetto si è progressivamente ampliato grazie al contributo di comunità di diverse città italiane, diventando un’opera collettiva e diffusa che può vivere anche senza la presenza diretta dell’artista: le testimonianze vengono “adottate” e ricamate dalle comunità. Questo processo partecipativo si è intrecciato con iniziative di solidarietà, tra cui il Global Movement to Gaza e la Global Sumud Flotilla. Per la nuova missione, un componimento ricevuto da Silvia Severini mentre si trovava a bordo della Global Sumud verrà suddiviso in 100 parti e ricamato su 100 bandiere della Palestina, che si imbarcheranno sulle navi della flottiglia. Sulla nave ammiraglia salperà invece la frase di Vittorio Arrigoni, “Restiamo umani”, ricamata da Giovanni Gaggia in occasione del quindicennale della sua morte, avvenuta proprio nella Striscia di Gaza. Il componimento è una voce da Gaza che accompagnerà la missione, una lettera che continua ad attraversare il mare: Alla mia cara amica che ora naviga verso di noi attraverso il mare, so che la distanza è grande e che non hai possibilità di comunicare con me, ma il mio cuore ti accompagna in ogni onda e in ogni brezza che spinge la tua nave verso le coste di Gaza. La tua presenza a bordo di questa flottiglia non è soltanto un viaggio: è un grande messaggio umanitario, una testimonianza che il mondo non ha dimenticato Gaza e i suoi bambini. Qui attendiamo il suono della sirena della tua nave come chi, assetato, attende una goccia d’acqua. Aspettiamo il tuo arrivo con un cuore colmo di speranza in mezzo al dolore. Voglio che tu sappia che il tuo coraggio ci dona a Gaza una forza raddoppiata e che un solo tuo sorriso al tuo arrivo vale per noi un’intera vita. Per quanto il tuo viaggio sia difficile e pericoloso, ci basta sapere che hai scelto di stare con noi, invece di guardarci da lontano. Che tu torni o rimanga, il tuo nome resterà inciso nei nostri cuori. Racconteremo ai nostri bambini che hai attraversato il mare per noi, portando luce in un momento di oscurità. Stammi bene, amica mia. Ti aspettiamo pregando, con le mani alzate al cielo perché tu possa arrivare sana e salva.  Khaled Informazioni https://www.cieloinpalestina.it/ https://www.globalsumudflotilla.org/ Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
Due ‘Incontri di Cultura Nonviolenta’, il 23 e il 24 marzo a Taranto
Il Punto Pace Pax Christi cittadino promuove le iniziative, focalizzate sulle “scelte nonviolente in tempo di militarizzazione”, che si svolgeranno lunedì 23 e martedì 24 marzo prossimi negli spazi di due parrocchie. Si tratta di due momenti aperti alla cittadinanza, pensati per approfondire ciò che accade nel mondo, con particolare attenzione alla situazione in Palestina, e per interrogarci insieme sulle possibili strade di pace e sulle pratiche concrete di nonviolenza. INCONTRI DI CULTURA NONVIOLENTA PROGRAMMA: 23 marzo – ore 18:30 Parrocchia Madonna delle Grazie – via Falanto 24 – Taranto La pace violata in Terrasanta Interviene: Rosa Siciliano (direttrice di Mosaico di Pace) Modera: Pio Castagna (formatore alla nonviolenza) 24 marzo – ore 18:45 Parrocchia Sant’Egidio / Zona Tramontone – via Gregorio VII – Taranto  Scelte nonviolente in tempo di militarizzazione Modera Pio Castagna e intervengono: * Mons. Giovanni Ricchiuti (presidente Pax Christi Italia) * Rosa Siciliano (Osservatorio contro la militarizzazione) * Sergio Ruggieri (obiettore di coscienza) Peacelink Telematica per la Pace
March 17, 2026
Pressenza
ULTIMA GENERAZIONE: ROMA NUOVA ASSOLUZIONE PER IL BLOCCO STRADALE SUL GRA
Siamo alla 68° sentenza favorevole 16 marzo 2026, Roma – Giovedì 12 marzo mattina, presso il tribunale di Roma si è tenuta l’udienza per il processo dell’azione del blocco stradale sul Grande Raccordo Anulare del 24 giugno 2022, all’interno della campagna “No gas No carbone”. Imputate 10 persone di Ultima Generazione difese dall’avvocato Cesare Antetomaso. Al termine dell’udienza il giudice ha assolto tutte le persone in quanto il fatto non è previsto dalla legge come reato (relativamente al capo di imputazione di interruzione di pubblico servizio), e in quanto il fatto non sussiste (relativamente al capo di imputazione di violazione del foglio di via. Dichiarazione di uno degli attivisti: “Sento un grande sollievo per questa assoluzione: oggi la magistratura ha riconosciuto ciò che già sapevamo nel profondo — la nonviolenza e la legittimità della nostra protesta. Abbiamo agito con responsabilità e coraggio per difendere il futuro comune, esercitando un diritto costituzionale fondamentale: manifestare il dissenso contro un sistema che sta conducendo il pianeta e le persone al disastro. Questa sentenza conferma che quello che facciamo è partecipazione politica autentica. Non è vandalismo, è democrazia in azione: rivitalizziamo il dibattito pubblico e chiediamo risposte concrete su una crisi che è anche una crisi democratica.” Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui   Ultima Generazione
March 16, 2026
Pressenza
Dichiarazione del fronte pacifista Israelo/palestinese sul conflitto in corso
80 organizzazioni ebraiche e arabe israeliane a Trump e Netanyahu: ponete fine alla guerra con l’Iran In questa Lettera Aperta la coalizione It’s Time avverte che, in mancanza di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità nella regione, e critica il silenzio dell’opposizione politica israeliana mentre la guerra si intensifica Ottanta organizzazioni ebraiche e arabe in Israele hanno inviato oggi (lunedì) una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiedendo la fine della guerra con l’Iran e l’avvio di un ampio processo politico regionale volto a risolvere il conflitto israelo-palestinese e a stabilizzare il Medio Oriente. Le organizzazioni firmatarie della lettera sono membri della coalizione “It’s Time”, un’ampia alleanza di organizzazioni per la pace, la riconciliazione e la società condivisa in Israele. Nella lettera, le organizzazioni avvertono che in conflitto attuale non sta affatto migliorando le condizioni di sicurezza, e al contario mette a rischio l’intera regione: “È ora di fermare la guerra con l’Iran – una guerra i cui obiettivi non sono raggiungibili n assenza di una chiara strategia di uscita. Ogni ulteriore guerra nella regione non fa che avvicinare il prossimo round invece di prevenirlo.” Secondo le organizzazioni, la guerra con l’Iran non può essere considerata isolatamente, ma è direttamente collegata agli sviluppi a Gaza e in Cisgiordania. La lettera sottolinea che, sotto la copertura dell’escalation regionale, il fragile cessate il fuoco a Gaza è minacciato, la maggior parte dei valichi resta chiusa limitando il flusso degli aiuti umanitari, mentre la violenza dei coloni in Cisgiordania continua a intensificarsi, aumentando il rischio di un più ampio deterioramento della situazione regionale. Le organizzazioni sottolineano che senza una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità regionale: “Proprio come il conflitto israelo-palestinese è una fonte centrale di instabilità in questa area, la sua risoluzione sarà la chiave per costruire una nuova e stabile architettura di sicurezza.” La lettera critica anche il sistema politico israeliano, in particolare la mancanza di una chiara voce dell’opposizione ebraica che chieda la fine della guerra: «In assenza di una chiara voce politica che chieda la fine della guerra, la società civile si trova da sola a sventolare questa bandiera che esprime la volontà della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele, che vuole la vita, la pace e la fine del ciclo di spargimenti di sangue». Le organizzazioni affermano che l’appello a porre fine alla guerra fa parte di uno sforzo più ampio volto a promuovere un processo politico regionale, che include il mantenimento del cessate il fuoco a Gaza, il contenimento della violenza in Cisgiordania e la convocazione di una conferenza regionale per avviare un processo diplomatico volto a risolvere una volta per sempre il conflitto israelo-palestinese. Il 30 aprile prossimo, la coalizione “It’s Time” ha previsto la 3za edizione del People’s Peace Summit a Tel Aviv: il più grande evento contro la guerra in programma in Israele nel 2026 e il primo grande raduno pubblico che chiede la fine delle guerre con l’Iran e il Libano e un processo politico regionale. *Link alla lettera completa:* https://drive.google.com/file/d/1QTec2mbk2p8p6gZyFXrLew8cpY3LeKe9/view?usp=drive_link *Informazioni sulla coalizione “It’s Time”* “It’s Time” è un’ampia coalizione di circa 80 organizzazioni ebraiche e arabe per la pace e la società condivisa in Israele, che lavorano insieme per promuovere la fine del conflitto israelo-palestinese attraverso un accordo politico e per promuovere un futuro di sicurezza, giustizia e uguaglianza per entrambi i popoli. Nell’ambito del suo lavoro, la coalizione promuove iniziative pubbliche e diplomatiche, tra cui il People’s Peace Summit, che cerca di presentare un’alternativa civica al ciclo continuo di conflitti e guerre. Daniela Bezzi
March 16, 2026
Pressenza
“Sudari. Elegia per Gaza”. Incontro con Paola Caridi
Sabato 14 marzo presso il CRE.ZI.PLUS ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo è stata presentata l’ultima pubblicazione di Paola Caridi, Sudari. Elegia per Gaza, Feltrinelli 2025. Hanno dialogato con l’autrice la scrittrice Evelina Santangelo e Giusto Catania, Dirigente scolastico dell’I.C. “Giuliana Saladino” di Palermo.  È stato un incontro partecipato, intenso, che ha coinvolto in un ascolto attento e in un dibattito interrotto solo dal limite di tempo, la numerosa platea che ha affollato la sala.  Ad ispirare la prosa elegiaca di questo volumetto — come precisa l’autrice — sono state le immagini dei sudari che i fotografi palestinesi sono riusciti, prima di essere uccisi, a consegnare al mondo, nel tentativo estremo di documentare l’efferatezza che, all’indomani del terribile attacco del 7 ottobre, si è abbattuta indiscriminatamente sui civili della Striscia di Gaza.  Sudari, dunque: quei tessuti di mussola o cotone bianchi che, secondo la tradizione islamica – ma non solo – avvolgono i corpi dei morti, più di ogni altra cosa sono diventati presenza e simbolo di quel genocidio che da oltre due anni è entrato nelle nostre case attraverso le devastanti immagini di bombardamenti su un intero territorio, raso al suolo, di tendopoli allagate, di lunghe file di camion fermi ai valichi, di uomini e bambini ammassati in attesa di una porzione di cibo.  Sudari bianchi, ormai irreperibili perché non più sufficienti a coprire il numero sempre crescente di morti: ora di plastica, ora di tessuto colorato, allineati gli uni accanto agli altri sulla terra, sulle macerie, ricordano a tutti noi che, avvolte o “incartate” in quei lenzuoli, fino a poche ore prima pulsavano vite che, pur costrette dentro quelle mura che definiscono – asserragliandola –  “la più grande prigione a cielo aperto”, osavano vivere, sperare, sognare.  Lenzuoli che, nel silenzio della morte che pietosamente avvolgono, diventano grido di dolore e denuncia. Perché quei sudari nel coprire quei corpi, in realtà li disvelano, strappando all’oblio quelle vite, gridandone i nomi. Abituati come siamo a sentire, senza veramente ascoltare, quel tragico bollettino che tristemente aggiorna il numero di feriti e di morti, il numero di ospedali, scuole, abitazioni abbattute, dimentichiamo che dietro quei numeri c’erano uomini, donne, bambini; che dentro quelle abitazioni, quegli ospedali, quelle scuole la gente di Gaza continuava a studiare, operare, curare, cucinare, giocare, pregare: vivere, nonostante e a dispetto di tutte le restrizioni imposte. Dopo una lunga storia, che non parte certo da quel terribile 7 Ottobre 2023 (in cui sono stati uccisi 1200 uomini e donne israeliani e fatti 251 ostaggi – di cui 168 tornati vivi ) ma almeno dal 1948, su Gaza si è abbattuta una violenza tanto inaudita quanto pianificata. Non certo frutto di “effetti collaterali”, essa, come peraltro emerso dalle numerose dichiarazioni di funzionari governativi e militari israeliani e da documenti, ha risposto a una precisa volontà di distruzione della popolazione palestinese, non solo togliendo la possibilità di vivere il presente e di immaginare un futuro, ma cercando di cancellarne la Storia attraverso la distruzione di archivi, biblioteche, siti storici.  Come ci ricorda Paola Caridi nel corso di questo appassionante incontro, Gaza ha ben 5000 anni di Storia: porto sulla via dell’incenso e delle spezie, crocevia di popoli e di imperi, ha visto susseguirsi egizi, fenici, romani, bizantini, arabi e ottomani. Cinta da mura e dominata da una porta, la città è stata centro di una importante scuola teologica e della storia biblica di Sansone, che ci è stata tramandata attraverso una ponderosa iconografia.  Questa Storia millenaria, mortificata e mutilata, caparbiamente riemerge da fuori Gaza: non a caso, è stata allestita una importante mostra di archeologia e arte contemporanea che si terrà a Torino a partire dal 21 aprile 2026  – dal titolo “GAZA, il futuro ha un cuore antico. Materie e memorie del Mediterraneo”  – con lo scopo di restituire al mondo la dignità di una terra in cui si è sviluppata una civiltà che non può e non deve essere obliata.  Sudari: lenzuoli di dirompente forza evocativa e simbolica, capaci di mettere in dialogo culture, popoli, riti: sudari come la Sacra Sindone che ricopre il corpo del Cristo morto; come il telo che avvolge l’angelo dell’Annunciazione a San Matteo di Caravaggio in San Luigi dei Francesi; come le bende che avvolgono Lazzaro. Sudari come il cretto di Burri, velo di cemento bianco che pietosamente si posa sulle macerie di Gibellina distrutta dal terribile terremoto del 1968; sudari di cemento che costringono e isolano i corpi dei prigionieri nelle carceri israeliane….   Sudari, simbolo di dolore e di pietà, non di resa. Essi rappresentano la resistenza di chi grida “non in mio nome” denunciando così lo scollamento tra il proprio sentire e le azioni intraprese da chi detiene il potere di determinare le sorti di questo mondo fratricida.  Ecco che quei sudari sono diventati segno di denuncia e di protesta animando una delle molteplici iniziative de  “L’ultimo giorno di Gaza” nato il 9 maggio 2025 ad opera di un gruppo di intellettuali (di cui fa parte la stessa Paola Caridi assieme a  Tomaso Montanari, Evelina Santangelo, Claudia Durastanti, Micaela Frulli, Giuseppe Mazza, e Francesco Pallante) con l’obiettivo di rompere il silenzio attorno al genocidio di Gaza.  L’appello ha avuto una grandissima eco in tutte le città, fino ai centri più piccoli, marginali, dove lenzuoli appesi ai balconi sono stati segno di denuncia contro il genocidio e di vicinanza alla popolazione di Gaza.  A Palermo, come opportunamente ricordato da Giusto Catania e Evelina Santangelo, i lenzuoli bianchi hanno avuto un forte impatto evocativo, riportando la memoria dei cittadini all’iniziativa promossa dall’indimenticata Giuliana Saladino nel 1992 dopo le due stragi di mafia. Immagini vive che ancora parlano al cuore dei palermitani, ricordando uno dei periodi più bui ma anche di grande passione civile, capace di unire la città nel suo grido di protesta contro la mafia e le sue connivenze.  Anche all’iniziativa del 9 maggio 2025 la gente da tutta Italia ha risposto con entusiasmo, superando le aspettative degli organizzatori e abbracciando simbolicamente i gazawi. Con il semplice sventolare di un drappo bianco o di un  lenzuolo, leggero e silenzioso, si è fatto sentire forte e unanime il grido contro il genocidio.  Conoscere le storie al di là di quanto raccontato dai media mainstream  – che molto occultano, molto travisano e poco raccontano –  significa acquisire una conoscenza che interpella la nostra coscienza e muove alla denuncia e al grido di una protesta pacifica, ma determinata e pervicace, nel riabilitare il diritto alla vita e alla pace. È una conoscenza che comporta anche la memoria di una storia che ci appartiene e che ci insegna: memoria ad esempio della nostra Costituzione italiana, opera di quei grandi uomini costituenti che, a partire dalle loro diverse posizioni politiche, hanno redatto un documento capolavoro di civiltà, solidarietà, giustizia, umanità, in cui non a caso viene affermato il ripudio della guerra.  “Ripudio”, termine scelto dal grande lavoro di cesello fatto dai nostri costituenti che hanno così voluto affermare il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, ponendola al di fuori della legittimità costituzionale. Ciò implica sondare tutte le possibilità di soluzione pacifica dei conflitti, ma prima ancora, agire con oculate politiche di prevenzione al conflitto; significa, altresì, come ribadito da Caridi, non supportare militarmente i paesi in guerra e boicottare chi commette genocidi.  L’Europa, invece, proprio su Gaza si è frammentata: prona a Stati Uniti e Israele, ha dimenticato quei principi di dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza e diritti umani su cui aveva posto le sue basi. Così, mentre a Gaza continuano gli attacchi israeliani, la Cisgiordania è ormai appannaggio di esercito e di coloni e l’aggressività di Israele si allarga al Libano e all’Iran con il complice supporto degli Stati Uniti, l’Europa rimane afona, rivelando ai suoi cittadini e al mondo intero tutta la sua tragica inconsistenza.   “Che fare, se né il grande movimento di società civile contro il genocidio e contro le guerre, né l’esperienza luminosa della Global Sumud Flotilla sono riusciti a sortire effetti, mentre assistiamo impotenti a uno scenario ogni giorno sempre più devastante?”  Domanda, questa, che chiude un appassionato dibattito che sarebbe potuto continuare visti i numerosi e importanti spunti emersi durante l’incontro. Ma alla domanda, che sicuramente interpreta il sentire dei presenti, non c’è una risposta risolutiva. Non si può fare altro che continuare a tenere alta l’attenzione, parlando, promuovendo incontri, testimoniando attraverso le varie forme di espressione artistica e di comunicazione il proprio dissenso pacificamente e con determinazione. Per far sì che questo movimento di un’umanità impotente, ma resiliente, giunga alle orecchie di coloro che hanno in mano le redini del mondo e che, d’altro canto, la giustizia internazionale chieda il conto di questo e di tutti i genocidi, affinché guerre e genocidi finalmente escano, e per sempre, dalla Storia.   Si conclude così un incontro caldo e intenso,  di alto spessore politico e culturale che ha riunito persone accomunate dal desiderio di capire e confrontarsi, nella speranza che si metta un argine al baratro che stiamo vivendo. Con Gaza nel cuore.  Redazione Palermo
March 16, 2026
Pressenza
La forza delle donne palestinesi e israeliane
Le donne palestinesi di Women of the Sun e le donne israeliane di Women Wage Peace, da sempre a fianco nella richiesta di pace, dignità e diritti, promuovono una Marcia che si svolgerà a Roma il 24 marzo: The Barefoot Walk-Camminata a piedi nudi -L’appello delle madri per la pace. Una rete di associazioni, donne e uomini provenienti da paesi diversi, sta sostenendo questo evento che rappresenta una coraggiosa, drammatica e faticosa volontà di continuare ad alimentare relazioni umane, dialogo e riconoscimento reciproco, nonostante l’orrore di quanto avvenuto e ancora in corso, uniscono le loro voci per chiedere, come si legge nell’ appello, di “raggiungere una pace giusta e inclusiva” che interrompa la catena di morti e sofferenze. L’appello delle Madri parla di “desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i nostri figli e le generazioni future”, un desiderio che ci sentiamo di condividere e sostenere. Il loro appello chiede “colloqui e negoziati di pace con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato” e l’inclusione delle donne nei processi decisionali, riconoscendone il ruolo in base alla risoluzione ONU 1325.  Una richiesta che facciamo nostra come tante volte abbiamo fatto con i nostri atti di testimonianza. E’ importante andare a Roma il 24 marzo, è importante dare voce a queste donne che pur vivendo quotidianamente la violenza del conflitto, ci chiedono di impegnarci tutte e tutti insieme per rispondere alla loro richiesta “per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e le persone della regione”. Questo significa rifiutare una logica di violenza e sopraffazione che attraversa anche la nostra società e soffoca ogni possibilità d’incontro, relazione e dialogo. E’ la voce della società civile che si cura delle proprie comunità, ricuce relazioni, senza le quali nessun negoziato può avere un successo duraturo. Abbiamo deciso di sostenere il loro Appello, vi invitiamo a farlo sottoscrivendolo a questo link A Firenze organizzeremo un evento di supporto il 24 marzo che riunirà coloro che non potranno essere presenti a Roma, promuovendo un’occasione di condivisione a livello cittadino che ci veda insieme ad altre associazioni, singoli e singole per testimoniare l’urgenza di pace, diritti e sicurezza. Per aderire all’iniziativa a supporto che si svolgerà a Firenze, potete scrivere a appellopace@gmail.com Ci ritroveremo alle 17,30 presso il Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira (Via dei Pescioni, 3, Firenze) un momento di condivisione e alle 19,30 sul Ponte Santa Trinita per rendere comune l’appello alla pace, al dialogo e al reciproco riconoscimento.Vi invitiamo a partecipare e a portare con voi un fiore bianco che possa essere lasciato andare nelle acque del nostro fiume come simbolo di vita e di speranza. A sostegno dell’ Appello delle Madri Donne insieme per la Pace, Rete delle Parrocchie per la pace, la comunità Bahá’í, Religions for peace Italia sezione Firenze, Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira, Firenze Città Aperta, la Comunità dell’ Isolotto, Libere Tutte,Cgil, Cospe, Dancelab Armonia  APPELLO Delle Madri Noi, donne palestinesi e israeliane di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza per i nostri figli e le generazioni future. Crediamo che anche la maggior parte delle persone delle nostre nazioni condivida il nostro desiderio comune. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di avviare tempestivamente colloqui e negoziati di pace, con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato. Invitiamo i popoli di entrambe le nazioni, palestinese e israeliano, e i popoli della regione, ad aderire al nostro appello e a dimostrare il loro sostegno alla risoluzione del conflitto. Invitiamo le donne del mondo a sostenerci per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e le persone della regione. Invitiamo le persone di pace di tutto il mondo, giovani e anziani, i leader religiosi, le persone influenti, i leader delle comunità, gli educatori e coloro che hanno a cuore questa questione, ad aggiungere la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leader ad ascoltare la voce e la volontà dei popoli in questo appello per risolvere il conflitto e raggiungere una pace giusta e inclusiva. Ci impegniamo a svolgere un ruolo attivo nel processo negoziale fino alla sua risoluzione, in linea con la Risoluzione ONU 1325. Invitiamo i nostri leader a mostrare coraggio e visione per realizzare questo cambiamento storico, a cui tutti aspiriamo. Uniamo le forze con determinazione e collaborazione per restituire speranza ai nostri popoli. ANBAMED
March 15, 2026
Pressenza
Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo
Questo testo è il discorso pronunciato da Klein il 23 aprile 2024 in occasione dell’«Emergency Seder in the Streets» a New York. Celebrato durante la festa ebraica della Pèsach, il Seder è un rito che fa rivivere simbolicamente ai suoi partecipanti, attraverso la condivisione di cibi e bevande e la lettura del libro dell’Esodo, il passaggio dalla schiavitù in Egitto alla libertà. Questo «Seder nelle strade», organizzato da Jewish Voice for Peace, si è svolto a Grand Army Plaza, Brooklyn, nelle vicinanze dell’abitazione di Chuck Schumer – leader della maggioranza democratica al Senato e sostenitore incondizionato di Israele – per chiedere l’interruzione della fornitura di armi a Israele. Ho pensato a Mosè, alla rabbia che deve aver provato quando, sceso dal monte, trovò gli israeliti intenti a adorare un vitello d’oro. L’ecofemminista che c’è in me si è sempre sentita a disagio con questa storia: che razza di Dio è un Dio geloso degli animali? Che razza di Dio è un Dio che vuole accaparrarsi e tenere per sé tutto il sacro della Terra? Ma esiste un’interpretazione meno letterale di questa storia. Parla di falsi idoli. Della tendenza umana ad adorare ciò che è profano e luccicante, a guardare verso ciò che è piccolo e materiale invece che verso ciò che è grande e trascendente. Quello che voglio dirvi stasera, in occasione di questo rivoluzionario e storico «Seder in the Streets», è che troppe persone, tra quelle che compongono il nostro popolo, hanno ricominciato ad adorare un falso idolo. Ne sono affascinate. Inebriate. Profanate. Quel falso idolo si chiama sionismo. È un falso idolo che prende le nostre più profonde storie bibliche di giustizia ed emancipazione dalla schiavitù – la storia stessa della Pèsach – e le trasforma in armi brutali di furto coloniale di terre, le trasforma in programmi di pulizia etnica e genocidio. È un falso idolo che ha preso l’idea trascendente della terra promessa – una metafora di liberazione umana che attraversa credi e religioni di tutto il pianeta – e si è arrogato il diritto di tramutarla in un atto di compravendita per un etnostato militarista. La forma di liberazione difesa dal sionismo politico è a sua volta profana. Sin dall’inizio ha richiesto l’espulsione di massa delle persone palestinesi dalle loro case e dalle loro terre ancestrali, la Nakba. Sin dall’inizio, ha dichiarato guerra ai sogni di liberazione. In un Seder, è bene ricordare il trattamento che ha riservato ai sogni di liberazione e di autodeterminazione del popolo egiziano. Il falso idolo del sionismo individua la sicurezza di Israele nella dittatura egiziana e nei suoi stati-clienti. Sin dall’inizio ha generato una forma di libertà ributtante che vedeva i bambini e le bambine palestinesi non come esseri umani ma come minacce demografiche, proprio come nel libro dell’Esodo faceva il faraone che, preoccupato per la crescita della popolazione israelita, ordinava di sterminarne gli infanti. Il sionismo ha portato tutti e tutte a questo presente catastrofico, ed è tempo di dirlo chiaramente: è dove ci porta da sempre, alla catastrofe. È un falso idolo che ha spinto davvero troppi membri del nostro popolo su un cammino profondamente immorale, che li incita ormai a giustificare il calpestamento dei comandamenti fondamentali: non uccidere. Non rubare. Non desiderare la roba d’altri. È un falso idolo che identifica la libertà ebraica con le bombe a grappolo che uccidono e mutilano i bambini e le bambine palestinesi. Il sionismo è un falso idolo che ha tradito tutti i valori ebraici, incluso quello che attribuiamo alla messa in discussione, una pratica insita nel Seder, con le sue quattro domande poste dal più giovane o dalla più giovane dei bambini. Incluso l’amore che proviamo, come popolo, per i testi e per l’istruzione. Oggi questo falso idolo difende il bombardamento di ogni università di Gaza; la distruzione di innumerevoli scuole, archivi, tipografie; l’uccisione di centinaia di accademici e accademiche, giornalisti e giornaliste, poetesse e poeti – ciò che in Palestina chiamano «scolasticidio», cioè la distruzione dei mezzi di istruzione. Nel frattempo qui, a New York, le università chiedono l’intervento della polizia e levano barricate contro la grave minaccia costituita dai loro stessi studenti e studentesse, giovani che osano porre domande semplici del tipo: come potete sostenere di credere in qualcosa, e men che meno in noi, se nel frattempo permettete che si compia questo genocidio, se vi investite e collaborate? Abbiamo lasciato crescere indisturbato il falso idolo del sionismo per troppo tempo. E allora stasera diciamo: basta così. Il nostro ebraismo non può essere rinchiuso in un etnostato, perché il nostro ebraismo è internazionalista per natura. Il nostro ebraismo non può essere protetto dall’esercito devastatore di quello stato, perché tutto ciò che fa quell’esercito è seminare dolore e raccogliere odio, anche contro noi ebrei ed ebree. Il nostro ebraismo non è minacciato dalle persone che alzano la voce per esprimere solidarietà alla Palestina al di là delle differenze di razza, di etnia, abilità fisica, identità di genere ed età. Il nostro ebraismo è una di quelle voci, e sa che in quel coro risiedono sia la nostra sicurezza, sia la nostra liberazione collettiva. Il nostro ebraismo è l’ebraismo del Seder di Pèsach: riunirsi in una cerimonia per condividere il cibo e il vino con le persone amate e con quelle sconosciute, un rito che per sua stessa natura è portatile, abbastanza leggero da poterselo caricare sulle spalle, e che non ha bisogno di nient’altro che delle altre persone: niente muri, niente templi, niente rabbini, un ruolo per tutti e tutte, soprattutto il bambino più piccolo o la bambina più piccola. Il Seder è la tecnologia della diaspora per eccellenza, concepita per il lutto collettivo, la contemplazione, la messa in discussione, la commemorazione e la rivitalizzazione dello spirito rivoluzionario. Allora guardatevi attorno. Questo, qui, è il nostro ebraismo. Mentre il livello dei mari sale, le foreste bruciano e nulla è certo, preghiamo davanti all’altare della solidarietà e del mutuo soccorso, a qualunque costo. Non abbiamo bisogno del falso idolo del sionismo. Non lo vogliamo. Vogliamo liberarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Liberarci da un’ideologia i cui unici piani di pace sono gli accordi con i petrolstati teocratici che uccidono l’intera regione, mentre vende al resto del mondo le sue tecnologie di omicidio meccanicizzato. Cerchiamo di liberare l’ebraismo da un etnostato che vuole che ebree ed ebrei vivano per sempre nella paura, che vuole che i nostri bambini e le nostre bambine abbiano paura, che vuole convincerci che il mondo ce l’abbia con noi affinché corriamo nella sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o quantomeno affinché armi e donazioni continuino ad affluire. Eccolo, il falso idolo. Non è il solo Netanyahu, è il mondo che lui ha creato e che lo ha creato: è il sionismo. Che cosa siamo noi? Noi che da mesi e mesi scendiamo in strada, noi siamo l’esodo. L’esodo dal sionismo. E ai Chuck Schumer di questo mondo non diciamo: «Lasciate andare il nostro popolo». Diciamo: « Ce ne siamo già andati. E i vostri figli, le vostre figlie? Adesso sono con noi» Comune-info
March 15, 2026
Pressenza
Un movimento oceanico
Hanno scelto di destabilizzare un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili che minacciano l’intera umanità. Nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entrano brutalmente nelle nostre vite, rendendole più difficili dal punto di vista materiale e limitando qualsiasi forma di dissenso. I rimedi non arriveranno dagli Stati e nemmeno dalle agenzie internazionali. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli… – scrive Marco Revelli. Riportiamo la parte finale della sua riflessione, rimandando al sito Comune-info per la lettura integrale […] Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico? Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli. Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto. Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo – perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina – portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze. Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska, l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista. In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato. Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa, il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.   Comune-info
March 15, 2026
Pressenza