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“Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty”
La 29ª edizione dello storico festival che unisce musica e diritti umani da giovedì 23 fino a domenica 26 luglio nel centro storico di Rovigo propone un cartellone eclettico e di forte impegno sociale all’insegna dello slogan “Fai sentire la tua voce”. Sul palco si alterneranno Murubutu & Moon Jazz Band, Dente, Francamente, Ibla e la Magicaboola Brass Band, inoltre Agnese Valle, Giovanni Segreti Bruno, Vincenzo Fasano e il progetto Love Bombing. Nella seconda e terza serata si esibiranno i semifinalisti del Premio Amnesty – sezione emergenti: venerdì 24 luglio Capabrò, con “Lavorare fa schifo”, Tizio Bononcini, con “Uomo macho”, Pellegatta, con “Stella lontana”, ed Elisabetta Gagliardi, con “Toc Toc chi bussa”; sabato 25 luglio Sue, con “Non ti volevo fare male”, I Marilyn, con “Arca di Noè”, Esdra, con “Destà”, e Diletta Fosso, con “Bruciate tutto”. I cinque migliori delle due serate, selezionati da una ampia e prestigiosa giuria, accederanno alla finale di domenica. Accanto alle esibizioni dei big e degli otto semifinalisti della sezione emergenti, l’evento trasformerà la città in uno spazio di consapevolezza attraverso dibattiti, mostre e performance. I temi di quest’anno spazieranno dalla condizione carceraria italiana al gender gap, dal compito del giornalismo nei conflitti al ruolo dell’artista fra la libertà di espressione e la scelta di tacere, fino ai genocidi e al people power. L’ingresso a tutti gli appuntamenti del festival è gratuito. Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Due morti ‘firmate’ ICE, in Texas e nel Maine. Una vittima anche in Florida
Il 7 luglio a Houston e il 13 luglio in una cittadina dell’area metropolitana di Portland sono stati uccisi con colpi d’arma da fuoco un 53enne messicano e un 26enne colombiano. E ieri, 14 luglio, nell’area metropolitana di Jacksonville un 28enne è stato investito mentre cercava di sfuggire alla cattura. “Lorenzo Salgado Araujo e Joan Sebastian Guerrero sono i nomi delle ultime due vittime dell’ICE. Altre due vite spazzate via mentre l’ICE continua a diffondere paura, a separare famiglie, a togliere vite… – ha protestato Amnesty International – Ora è necessario avviare indagini indipendenti e imparziali su queste uccisioni. Ma non basta. Non vogliamo più piangere quando è troppo tardi. Vogliamo #ICEOUT dagli Stati Uniti. Ora.”. Le indagini in corso stanno appurando le dinamiche degli ‘incidenti’ in cui sono coinvolti agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) facente capo al Dipartimento di Sicurezza Interna (DHS). Il DHS ha dichiarato che gli agenti dell’ICE miravano a un altro ‘bersaglio’, due guatemaltechi segnalati nella lista di ricercati (wanted) che, seguendo le indicazioni di una soffiata, cercavano di catturare mentre i due ‘obiettivi’ si muovevano a bordo di un furgone bianco come quello guidato da Lorenzo Salgado Araujo, titolare di un’impresa edile, andando al lavoro con suo fratello, Victor, e insieme a due collaboratori, Trinidad Rojas e Daniel Tirado Pantoja. Un quotidiano di Houston, il Chronicle, ha pubblicato un articolo, intitolato L’ICE mente. E ora hanno ucciso un abitante di Houston, che denuncia il ferimento letale e spiega che la vittima “non era un criminale”, bensì  un’onesto lavoratore che stava per ottenere l’agognato permesso di soggiorno dopo 35 anni vissuti negli USA, dove sono nati tutti i suoi tre figli. “Ha sempre saputo cosa doveva fare nel caso in cui fosse stato fermato o trattenuto – ha dichiarato a The Texas Tribune il figlio maggiore di Lorenzo – Sapeva che non doveva firmare nulla, sapeva che non doveva creare problemi”. Ronaldo Salgado, che ha 29 anni ed è un insegnante, e i suoi familiari sono convinti che suo padre, incensurato e disarmato, non avrebbe mai reagito in modo inconsulto a nessun ordine di un agente di polizia e, piuttosto, venendo inseguito veicoli senza contrassegni e targhe e assalito da persone senza divise o stemmi abbia ritenuto di essere stato aggredito, come temeva che potesse capitargli, da delinquenti che cercavano di rubargli il furgone e gli attrezzi da lavoro. Analogamente Joan Sebastián Guerrero, che aveva il permesso di lavoro negli USA, era impiegato come fattorino e al momento dell’arresto, verso le 7 della mattina, era in macchina con la figlia, una bimba di tre anni, sicuramente non ha provocato gli agenti in borghese che, come mostra il video registrato da un testimone, prima di sparare il colpo letale l’avevano ammanettato. In entrambi gli ‘incidenti’ gli agenti dell’ICE non indossavano le telecamere d’ordinanza… e la loro versione dei fatti contrasta con molte prove ed evidenze. Ed è palese che le morti di Lorenzo Salgado Araujo e Joan Sebastián Guerrero siano avvenute in modo tanto simile a quella della statunitense Renée Nicole Good, uccisa il 7 gennaio scorso a Minneapolis. Invece il 14 luglio in Florida un ragazzo è morto mentre cercava di eludere la cattura: “Il sergente della Florida Highway Patrol, Dylan Bryan, ha riferito che quattro uomini, all’uscita di un minimarket, sono stati fermati dagli agenti federali – spiega Federica Farina nelle pagine del quotidiano italo-americano La Voce di New York – Uno di loro di 28 anni ha attraversato una strada molto trafficata tentando di fuggire ed è stato investito da un camion in corsa. L’autista lo ha subito soccorso ma non c’è stata alcun possibilità di salvarlo”. “Secondo il Deportation Data Project  gli arresti effettuati dall’ICE fino al febbraio febbraio scorso sono 1˙057 – osserva Federica Farina – Recentemente il New York Times ha riferito che alla fine di giugno la cifra è raddoppiata e attualmente nei centri federali sono detenuti circa 39˙000 migranti. Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca le persone uccise da un agente federale sono 9, ma non sono state conteggiate tutte le morti avvenute durante un’operazione relativa all’immigrazione. Secondo il Wall Street Journal nel periodo dal luglio 2025 al gennaio 2026 le sparatorie in cui era coinvolto un agente dell’ICE sono state almeno una decina”. L’agenzia Reuters riferisce che oggi, sebbene ieri “in seguito all’uccisione di due uomini da parte degli agenti in Texas e nel Maine, i funzionari [del DHS] avevano annunciato una sospensione temporanea di tali controlli”, Donald Trump “ha dichiarato che gli agenti federali dell’immigrazione non interromperanno i controlli stradali” e in un post diffuso sui social media ha scritto: «Dobbiamo essere forti, tenaci e intelligenti, e NON POSSIAMO rinunciare a uno degli strumenti più importanti ed efficaci dell’ICE per combattere il crimine: il fermo stradale!». Ma i metodi con cui gli agenti dell’ICE effettuano tali interventi preoccupano molto, perché gli ‘incidenti’ di questi giorni dimostrano che le vittime sono persone innocenti e che le sparatorie nelle strade dei centri urbani in pieno giorno e orari in cui la gente si reca al lavoro e i genitori accompagnano i figli a scuola potrebbero colpire chiunque… e la CNN e molti media statunitensi riferiscono di numerose proteste, come quella documentata stamattina a New York da Reuters / Anadolu. Maddalena Brunasti
July 15, 2026
Pressenza
Due giorni a Palermo con Francesca Albanese
Anche quest’estate, come da tre anni a questa parte, Francesca Albanese ha mantenuto fede al suo appuntamento con Palermo. Semplice, sorridente, vestita alla buona, ha firmato a Villa Trabia le copie del suo ultimo libro uscito per Rizzoli, La luce del risveglio. I due incontri, di venerdì 26 e sabato 27 giugno, sono stati organizzati dalla rivista Antimafia 2000, Our voice – Voci nel silenzio (un gruppo che accoglie anche palestinesi), Amnesty International, CISS e Mediterranea Saving Humans. Primo giorno Il primo pomeriggio ha visto un dialogo a due voci tra la dott. Albanese e il procuratore Nino Di Matteo e pertanto ha assunto un taglio piuttosto insolito: si è accostata la ferocia della necropolitica israeliana alla mafia. L’essenza del necrocapitalismo – dice Francesca Albanese – è la concentrazione della ricchezza in pochissime mani: appena 50.000 persone controllano più della metà della ricchezza planetaria, in un intreccio perverso e lucroso fra controllo dei flussi di informazioni e dell’Intelligenza Artificiale, finanza e industria delle guerre. Eni e Leonardo sono complici di genocidio e Israele sta sdoganando un modello di “democrazia” in cui solo alcuni godono di cittadinanza e di diritti, mentre altri, intere popolazioni, sono “zona sacrificabile”, per usare un termine di Agamben. La Palestina non è lontana: lì vige un sistema in cui i profitti contano più dei diritti, come attorno all’ILVA di Taranto o alle raffinerie di Priolo e Augusta. È qui l’analogia con il sistema mafioso ed è qui che la resistenza palestinese si mostra vicina alla lotta antimafia: è necessario che il diritto, il diritto internazionale, nel primo caso, la Costituzione nel secondo, tornino a farsi valere. Bisogna denunciare la giustizia penale a due velocità: accanita contro i deboli e timida e timorosa verso i potenti, i colletti bianchi e la mafia del Palazzo, avverte Di Matteo. E bisogna intervenire contro il genocidio nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1948: riconoscerlo, prevenirlo, fermarlo, punirlo. La Convenzione prevede responsabilità individuali e statali da deferire alla Corte di Giustizia Penale Internazionale, responsabilità ben documentate dei Rapporti di Amnesty, CISS e Mediterranea di cui si parlerà sabato. Mentre l’informazione di regime ci vuole tutti consumatori passivi e bulimici, noi siamo consapevoli che, se non facciamo niente per fermare l’ingiustizia, siamo complici e che l’unica cosa che può fermare lo sterminio è la perseveranza: l’utopia, quando diventa progetto condiviso, si fa politica. Secondo giorno Prende per primo la parola (in inglese: è qui solo da un mese) Yusif, studente di Gaza venuto per frequentare l’Università di Palermo. «Non ho parole per descrivere il dolore che mi porto in petto e non so rispondere a chi mi chiede di raccontare quello che succede a Gaza. Ogni gesto quotidiano può costare la vita, come è accaduto ieri a un mio amico, uscito dalla tenda per andare al mercato e mai più tornato. E poi c’è la catastrofe dell’acqua. Qui a Palermo ho trovato la sicurezza fisica, ma ho lasciato dietro di me la mia famiglia (si interrompe fra le lacrime) che sta lottando per sopravvivere. Se posso chiedere una cosa al mondo, è di non dimenticare Gaza e la Palestina. Non siamo numeri, siamo persone che stanno ancora sognando di continuare la loro vita. Chiediamo solo il diritto di vivere nella nostra terra in pace, un diritto che dovrebbe essere per tutti e che noi non abbiamo.» Sami fa parte dell’organizzazione Youth of Sumud, nata nel 2017 e attiva nell’area C dei territori palestinesi occupati, area decisa dagli accordi di Oslo del 1993, ma che vede ora insediamenti israeliani, di coloni ed esercito. «I coloni stanno trasformandosi in soldati. Dopo il 7 ottobre possono ottenere il porto d’armi senza alcun controllo e minacciano di morte le nostre famiglie. Youth of Sumud aiuta gli abitanti a resistere alle demolizioni, a rimanere nei villaggi dopo un ordine di evacuazione: ricostruire è vietato, non vengono rilasciati permessi, allora aiutiamo le persone ad abitare le grotte che abbiamo attrezzato per la sopravvivenza.» Tina prosegue questo racconto citando il Report di Amnesty International che si occupa degli sfollamenti forzati di beduini, contadini e pastori, ossia della pulizia etnica nell’area C, occupata perché ricca di risorse naturali e per il progetto delle destre di creare un “Grande Israele”. Stanno sorgendo migliaia di nuove unità abitative, secondo un piano governativo gestito da grandi compagnie finanziarie, una delle quali fondata da Smotrich. L’obiettivo è ottenere “il massimo di territorio con il minor numero di palestinesi”. «Buttano gli animali nei pozzi d’acqua o li uccidono in altro modo. Sterminano gli ovini per costringere la gente ad andare via. Il 97% dei processi contro questi abusi finisce nel nulla, ma chi denuncia è arrestato e maltrattato. Il primo rapporto di Amnesty sul genocidio a Gaza non ha ricevuto risposta dal governo israeliano; a questo secondo sulla pulizia etnica in Cisgiordania è stato replicato che l’IDF difende tutti dal “terrorismo”, anche i palestinesi…» Le compagne di Mediterranea ci spiegano la loro volontà di difendere non solo il diritto di movimento ma anche quello di restare nel proprio Paese. Dopo il 7 ottobre la ONG ha iniziato a cooperare con l’Operazione Colomba che esiste già da 20 anni. Nel 2025 è uscito un rapporto sulle violenze subite da 3000 contadini, dall’abbattimento di case alle torture. «Si tratta di un progetto sistematico di genocidio e pulizia etnica, non di casi isolati. Noi facciamo interposizione nonviolenta: viviamo insieme ai palestinesi, facciamo scudo e riportiamo tutto ciò che succede in video e registrazioni. Così raccogliamo prove documentali da presentare alla corte internazionale e, inoltre, custodiamo esperienze di vita che si oppongono alla narrazione di regime.» Amal Kayal del CISS presenta il libro Io ero la numero 5 edito da Momo, che riporta le storie di 26 fra le duecento donne intervistate; sono solo donne di Gaza e tutte hanno subito violenza, fisica o verbale, e minacce. Il rapporto riferisce la violenza di genere nelle carceri ma pure dentro le case e per le strade.  «Hanno appreso dalla Shoah gli ebrei a tatuare numeri sul braccio ai palestinesi arrestati?» si chiede Amal. «Una delle storie racconta di come i soldati hanno aizzato un cane contro un bambino sotto lo sguardo della madre impotente. Altre documentano di come i cani vengono utilizzati per stuprare gli uomini. Le donne fermate sono costrette ad andare in bagno lasciando la porta aperta per gli occhi lascivi delle guardie. Al momento degli arresti vengono svuotati i telefonini e le immagini delle fanciulle e delle adulte trasferite sui cellulari dei soldati che poi ne fanno video da postare su tik tok con didascalie scurrili. La biancheria intima femminile viene strappata dai cassetti e profanata davanti a mariti e figli. In questo modo si colpisce la sacralità delle donne fondata sulla tradizione: gli attacchi alle mogli, madri, sorelle e figlie funzionano anche come una provocazione per gli uomini, oltre che per umiliare e zittire le donne, che taceranno per la vergogna. E poi ci sono le deportazioni forzate. E l’assenza di medicine e l’impossibilità delle cure. Quando sono stata evacuata, a due mesi dall’inizio del genocidio, mio padre ha scoperto un cancro al pancreas che non ha mai potuto curare. I soldati impediscono di portare i bimbi in ospedale, bloccando per giorni i genitori ai posti di blocco. Il mio nome significa Speranza e Immaginazione, eppure nonostante il mio nome bellissimo, sto perdendo la speranza, ma mi dico che essa non è un’opzione per noi, bensì un impegno di resistenza. Scusate la mia rabbia…» Le ribatte Francesca Albanese: «Altro che scusarti! Io provo un grande senso di vergogna, ma anche di gratitudine, perché fare la relatrice speciale mi ha resa una persona diversa e migliore: mi ha permesso di fare la cosa giusta. Vorrei ricordare a tutti noi che cos’è Sumud: è fermezza, tenacia, è una grammatica esistenziale; è più che resistenza, è restare, è l’indigenità di tutti gli abitanti delle zone sacrificate dai potenti; è il contadino che coltiva gli ulivi nonostante i posti di blocco, il ventre che rimane pregno nonostante il genocidio. E noi cosa facciamo? Sumud per noi dev’essere integrità, integrità contro la mafia di Stato, impegno ad attuare la Costituzione ancora incompiuta, rispetto della lista BDS: scelte etiche, consumi etici, investimenti etici, “ognuno come può, ognuno come sa” come diceva Caponnetto.»   Daniela Musumeci
June 28, 2026
Pressenza