Tag - amnesty international
Palestina libera!
ASPETTANDO LO SCIOPERO GLOBALE del 30 OTTOBRE… Plestia Alaqad, Matteo Giusti,
Sarah Parenzo, Stefania Ascari – “persona non gradita in Israele” – e Michelle
Pace, licenziata in Danimarca. Notizie dal porto armato di Livorno con
aggiornamenti (di Anbamed e Radio Onda d’Urto) e un’ultim’ora di SKY dalla
Cisgiordania. ULTIMORA DA SKYTG24 Due uomini armati hanno sparato per venti
minuti contro
Il genocidio visto da un ospedale: il racconto di Elyas Abu Safiya
“La vita umana ha lo stesso identico valore ovunque sia…”. Moreno Festuccia, del
Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza
Venerdì pomeriggio alle ore 18 all’Università degli Studi di Torino nell’Aula
101 dell’edificio ex La Stampa in via Chiabrera 27 è intervenuto Elyas Abu
Safiya, medico palestinese, figlio di Hussam Abu Safiya, pediatra, direttore
dell’ospedale Kamal Adwan detenuto nelle carceri israeliane dal 2024.
Curare i bambini non è un crimine è il titolo dell’iniziativa promossa dalla
Rete #DigiunoGaza, Amnesty International, NUR – Narrazioni Umane di Resilienza e
dal collettivo Oltre la Cura.
La testimonianza di Elyas è stata toccante ma amara. Anche il figlio di Hussam è
un medico, specializzato in medicina d’urgenza. Suo fratello minore, ancor prima
dell’arresto del padre, venne ucciso durante un’attacco all’ospedale e lì, nel
cortile interno, è stato sepolto.
Elyas ha raccontato la situazione dell’ospedale prima dell’arresto di Hussam,
avvenuto il 27 dicembre 2024 e spezzoni video hanno reso con durezza ciò che le
sue parole descrivevano: una tragedia disumana, un dolore soffocante, ma insieme
la decisione di non abbandonare l’unica possibilità di una qualche pur limitata
cura, l’unica accessibile per migliaia di persone.
Un giorno si sono ritrovati con 127 bambini in rianimazione; non sappiamo quanti
ne siano sopravvissuti, ma senza la decisione di Hussam Abu Safiya e di tutto il
personale sanitario dell’ospedale sarebbero sicuramente morti tutti. I morti
quasi non si potevano contare, erano spesso in condizioni così terribili che era
quasi impossibile riconoscerli con certezza. Le salme erano ammassate, alle
famiglie che richiedevano il corpo del proprio caro venivano consegnate chiuse
nel nylon, l’identificazione fatta in modo approssimativo valutandone peso e
dimensioni.
Le ultime notizie dirette di Hussam Abu Safiya risalgono a qualche mese fa,
quando il suo avvocato ebbe il permesso d’incontrarlo. Le sue parole, in quel
momento furono: “Mi hanno portato qui per uccidermi”. Da quell’incontro sappiamo
che Hussam, detenuto in isolamento, viveva in una cella di 2 metri per due,
poteva fare una doccia di due minuti ogni dieci giorni e necessitava di cure
mediche. Molti palestinesi preferiscono la morte alla detenzione. Inevitabili le
domande di Elyas: “Perchè un medico può essere ucciso davanti ai nostri occhi,
perchè un medico può subire tutto questo mentre il mondo resta silente? Dov’è la
comunità internazionale? Dov’è la Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo?”
Cosa possiamo fare noi in questa situazione? Elyas lo chiede a tutti e tutte noi
in modo schietto e diretto. Non lasciamo calare il silenzio su Gaza. Come Elyas
sta portando la sua testimonianza fatta di ricordi, dolore ma anche speranza,
anche noi possiamo tenete alta l’attenzione, parlare del genocidio in atto e
fare pressione. E adesso? E adesso la guerra continua, i bombardamenti non sono
più a tappeto, ma ci sono ancora e, spiega Elyas, “l‘inverno sta arrivando e
migliaia di bambini moriranno, non solo per le bombe, anche per il freddo; non
hanno un tetto, non hanno una coperta”. E moriranno anche perché il cibo è poco,
l’acqua non è pulita e farmaci e medici non ci sono.
Attualmente sono 81 i sanitari che condividono la situazione di Abu Safiya
padre. La distruzione del sistema sanitario è un modo calcolato di continuare il
genocidio, dove non arrivano le bombe arrivano malattie e mancanza di cure. Un
medico in meno oggi significa più morti domani e per tanti altri giorni a
venire. Martina Marchiò, infermiera e vicepresidente di Medici Senza Frontiere
Italia, più volte a Gaza come volontaria, ha ricordato che la sua organizzazione
non ha più personale internazionale nel territorio della Striscia. Continua a
operare come ente, ma l’attività è tutta a carico di personale sanitario
palestinese, che però è allo stremo delle forze. Tutti hanno subito continui
sfollamenti, lutti, orari esasperanti e “gli internazionali” sarebbero ora più
necessari che mai.
Oltre Martina Marchiò sono intervenuti all’incontro anche Guido Giustetto,
presidente dell’Ordine dei Medici di Torino; Antonio Scordia di Amnesty
International Italia; Moreno Festuccia, ematologo e rappresentante del
Coordinamento Nazionale della Rete #DigiunoGaza. Moderatore dell’evento è stato
Brahim Baya, fondatore di NUR – Narrazioni Umane di Resilienza.
Amnesty International ha attivato la raccolta firme per richiedere la
liberazione immediata e incondizionata del dottor Hussam Abu Safiya. Il figlio è
in Italia dal 14 ottobre per una serie d’incontri, tra cui quello torinese. Il
15 è stato a Roma presso il Ministero degli Esteri, dove ha consegnato le
100.500 firme raccolte grazie all’appello di Amnesty International Italia.
Sempre il 15, ma nel pomeriggio, ha ritirato il Premio Gianni Rufini 2026,
conferito al padre Hussam Abu Safiya. Peccato però che il desiderio principale
di Elyas sia poter tornare a sentire la sua voce, potersene prendere cura e
riabbracciarlo.
Tutto l’incontro è disponibile qui:
Sara Panarella
Libano, ecco dove arriva il modello Gaza
E il Libano? Non dimentichiamolo, perché, almeno nella parte a sud, ha subito e
sta subendo quello che Israele ha fatto e sta facendo subire a Gaza. È un vero e
proprio “modello Gaza” con tutti i suoi orrori che è stato esportato e che
consiste nel fare terra bruciata: distruggere edifici con chi è ancora dentro,
attaccare i civili indiscriminatamente, spianare territori, spargere fosforo
bianco sui campi coltivati in modo da inquinarli e renderli sterili per il
futuro. Vogliamo dirlo in forma sintetica? Si tratta di portare la morte ovunque
ci sia una forma di vita. Infatti per i crimini perpetrati seguendo il “modello
Gaza” occorre creare delle nuove parole perché “genocidio” non basta più e
allora ecco neologismi come culturicidio, ecocidio, scolasticidio, spaziocidio e
altri, tutti abbastanza brutti ma indicativi di quanto sta accadendo: non ci
sono più parole sufficienti a descriverlo.
“Gaza in Libano – Gaza in Italia” è il titolo di un incontro promosso
dall’Università Statale di Milano che con l’iniziativa LA STATALE PER LA PACE
offre uno spazio di riflessione, confronto e approfondimento sui temi della pace
e della giustizia, in connessione con RUniPace (Rete Universitaria per la Pace)
che riunisce in dialogo su questo tema vari atenei. Questa rete culturale per
continuare a portare avanti il senso critico e civico nel mondo intellettuale e
tra studenti, nel silenzio complice della politica, mi sembra oltremodo
importante. È una sorta di controinformazione a livello alto, che non si riversa
ancora sull’opinione pubblica, ma è fondamentale, perché “la cultura è
resistenza”.
È proprio questa l’espressione utilizzata da Monica Macchi, rappresentante del
Nazra Film Festival, un festival militante di cinema itinerante dedicato al
cortometraggio, che dal 2017 documenta una realtà che ci viene male raccontata e
moltissimo taciuta dai media ufficiali. In sala sono stati proiettati un paio di
brevi filmati. Il primo raccontava le distruzioni a tappeto effettuate in Libano
(le stesse immagini spietate che abbiamo visto a Gaza), ma anche l’incredibile
senso che hanno i libanesi della famiglia: un grande corpo esteso che raggruppa
tutti i parenti di diverse generazioni.
Il secondo filmato consisteva principalmente nella testimonianza di Hamza,
studente palestinese di medicina che ha collaborato con il dott. Hussam Abu
Safyia, ormai da mesi detenuto nelle carceri israeliane, e che oggi è in Italia
per proseguire gli studi grazie al progetto IUPALS (Italian Universities for
Palestinian Students). Il messaggio che anche dei giovani come lui riescono a
lanciare è straordinario: “La capacità di resistenza è fondata sulla scuola e
sullo studio”, e anche “si può nascere, morire e tornare a vivere”. Perché lui
ha perso tutto, casa e familiari, ma sogna solo di poter tornare in Palestina
come neurochirurgo, cioè in una terra dove ospedali, infermieri e presidi
sanitari sono un target per Israele.
Ecco come va il mondo: i nostri laureati sognano di andarsene dall’Italia e i
giovani palestinesi e libanesi sognano invece di tornare e di ricostruire la
loro patria, perché non riescono a concepire una vita lontani dalle loro radici
e dalla loro identità. Per chi desiderasse sostenere i loro progetti portandoli
a studiare in Italia, è possibile finanziare delle Borse di Studio
(https://lastatalenews.unimi.it/raccolta-fondi-sostegno-percorso-studio-studentesse-studenti-palestinesi
–
https://www.unimi.it/it/ateneo/sostenere-la-statale/donazioni-ed-erogazioni-liberali).
In conclusione è doveroso ringraziare gli altri organizzatori dell’incontro che
sono intervenuti tutti con parole sensibili: Laura Giovinazzi e Elisa Giunchi,
entrambe dell’Università degli Studi di Milano, Stefano Simonetta, docente,
Camille Eid, giornalista e studioso, Chantal Antonizzi, di Amnesty International
e il drappello di studenti palestinesi presenti in sala. Ma come vera
conclusione di questo articolo citerò una scritta che è stata proiettata: “NON
DEVI ESSERE UN ARABO PER STARE DALLA PARTE DEI PALESTINESI. DEVI SOLO ESSERE
UMANO”.
Redazione Milano
Iran: salviamo Najmeh Amini
Condannata a morte per blasfemia Una donna di 23 anni, Najmeh Amini, è stata
condannata alla pena capitale per blasfemia a causa di un post sui social media.
A lanciare l’allarme internazionale è stato The Guardian. Studentessa di
contabilità, è detenuta nel carcere di Vakilabad, nella città nord-orientale di
Mashhad. È stata condannata a oltre 12 anni di carcere e
Pena di morte: un Nobel e gli ignobili (Usa)
Il premio Nobel 2026 è contro «i boia di Stato». Una breve nota della Bottega. A
seguire Riccardo Noury sull’orrore di Christa Pike e un articolo di Angela
Napoletano sulla vergogna statunitense di trasmettere una fucilazione «in
diretta». UNA BREVE INTRODUZIONE Assegnato oggi il «Nobel per la pace» a Navi
Pillay (ne riparleremo in Bottega). L’ira di Israele e Usa
Francia, la rivolta degli studenti e la violenza dello Stato
Dai licei della banlieue la protesta si è estesa in pochi giorni a tutta la
Francia. Gli studenti chiedono insegnanti, classi meno affollate, edifici
dignitosi e contestano Parcoursup. Il governo …
Palestina: effetto collaterale?
Con aggiornamenti di Anbamed e Radio Onda d’Urto; appuntamenti; articoli e
analisi di Awad Abdelfattah, di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad, di Ilaria de
Bonis, di Claudio Geymonat, di Gaurav Kumar, di Lavinia Marchetti, di Tamer
Nafar, di Enrico Semprini e altre/i Prefazione di Enrico Semprini. In questo
dossier si parla di eccidi, di solidarietà e…del punto di vista palestinese
Bottega: cronache di una migrazione annunciata (2/2)
di jolek78 Mettere su un servizio è un lavoro che conosco. Spiegare a cosa
serve, no. Il collettivo della Bottega mi ha chiesto, legittimamente, alcune
cose semplici: la newsletter che parte; il sito che si apre; il contatore che
dice quanti leggono. Io ho risposto con container, relay, DMARC, log. Sono
risposte giuste che nessuno aveva chiesto, formulate in una