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Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” , pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra
Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” , una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International . Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto
Abu Mazen ad Atreyu, il rientro della volontaria Petra dalla Cisgiordania e tanto altro
Abbas ad Atreyu Il presidente Abbas è in visita in Italia per partecipare alla festa dei fascisti.  L’incontro di circa un’ora a palazzo Chigi con la premier Meloni, prima di salire sul palco della festa di FDI. Il leader palestinese ha ringraziato l’Italia per «l’assistenza umanitaria fornita al nostro popolo nella Striscia di Gaza», dimenticandosi però delle esportazioni di armi che hanno bombardato la popolazione civile palestinese. Una vergogna e una accoltellata alla schiena del movimento di solidarietà italiano con la Palestina. La stampa governativa palestinese presenta la festa di FDI come il congresso politico del partito di governo (falso) e sorvola sull’uso propagandistico della presenza di Abbas (Abu Mazen) da parte dei fascisti per attaccare l’opposizione. Sulla controversa visita sono circolate nei giorni passati comunicati di realtà palestinesi organizzate in Italia con un appello al presidente Abbas di evitare la partecipazione alla festa del partito di governo FDI, noto per le sue posizioni a favore del genocidio a Gaza, mentre altri controcomunicati che la difendono. Abbiamo deciso di pubblicare tutt’e due i comunicati per dare ai nostri lettori un’idea del dibattito all’interno delle comunità palestinesi in Italia. Il dibattito nelle comunità palestinesi sulla visita del presidente Abbas alla festa di FDI – Anbamed Faz3a Appello dell’on. Luisa Morgantini-AssoPacePalestina: “Sabato 13 alle ore 19.30 atterra all’aeroporto di Ciampino, proveniente da Amman, la giovane volontaria Petra; è una dei quattro giovani, tre italiani e una canadese, aggrediti feriti e derubati dai coloni israeliani, nella zona della Valle del Giordano. Hanno voluto restare in Palestina fino alla normale scadenza del loro volontariato. Fanno parte della campagna Faza3a, lanciata dai comitati popolari per la resistenza non violenta – Sumud – palestinese. La campagna chiama tutti e tutte ad essere presenti nei territori occupati della Cisgiordania per la protezione dei civili palestinesi alla raccolta delle olive e dei lavori agricoli in generale. Un compito reso sempre più difficile dall’aggressione continua di esercito, coloni e polizia israeliana. Penso che Petra sarebbe felice di vedersi accolta al suo rientro da amiche e amici con bandiere palestinesi e kefie. Spero di vedervi, almeno alcune e alcuni di voi.” Luisa Morgantini-AssopacePalestina Eurovision Il cantante svizzero Nemo, vincitore dell’Eurovision Song Contest dello scorso anno, ha annunciato che restituirà il trofeo del 2024 in segno di protesta contro la partecipazione di Israele, motivo che ha già spinto cinque Paesi a ritirarsi. “Non sento più che questo trofeo appartenga al mio scaffale”, ha scritto. “L’Eurovision Song Contest si proclama simbolo di unità, inclusione e dignità per tutti, e questi sono i valori che rendono questo concorso così significativo per me”, ha dichiarato Nemo, “ma la partecipazione di Israele, durante quello che la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha definito un genocidio, dimostra che esiste un chiaro conflitto tra questi ideali e le decisioni prese dall’Unione Europea di Radiodiffusione”. Le emittenti pubbliche di Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno annunciato il boicottaggio della 70ª edizione dell’evento, che si terrà a Vienna a maggio. Gaza Piogge torrenziali e freddo hanno colpito la Striscia di Gaza, trasformando i campi di sfollati in laghi. Le tende invase dall’ acqua rendono la vita difficile alla popolazione, oltre un milione di persone, cacciate dalle loro case bombardate in due anni di aggressioni. Sale ad almeno 16 il numero delle persone morte a Gaza nelle ultime 24 ore per freddo e maltempo. Tra le vittime ci sono anche 3 bambini, deceduti per il freddo. La responsabilità non è del clima. Anche in anni passati le tempeste si sono abbattute su Gaza, ma non hanno causato stragi di innocenti. La responsabilità è del governo e dell’esercito israeliani, perché impediscono l’ingresso dei soccorsi. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) delle Nazioni Unite afferma che l’arrivo nella Striscia di Gaza di kit di utensili di base, sacchi di sabbia e pompe per l’acqua, così come materiali da costruzione quali legname e compensato, continua a essere ritardato a causa delle “restrizioni di accesso di lunga data” imposte dalle autorità israeliane. “Questi materiali sono essenziali per riparare e rinforzare i rifugi contro le continue piogge e per mitigare le inondazioni nei siti”, si legge in una nota: “molti campi di sfollati si trovano su terreni bassi e pieni di detriti, con un sistema di drenaggio e una gestione dei rifiuti inadeguati, esponendo le famiglie a un rischio maggiore di epidemie e creando altri pericoli per la salute pubblica man mano che le inondazioni si diffondono”. Paradossalmente, l’accusa al genocida Netanyahu è esplicita in un commento del giornale Haaretz, mentre i media italiani blaterano della furia del clima. Cisgiordania Rastrellamenti dell’esercito israeliano nella maggior parte delle città palestinesi della Cisgiordania. I più gravi sono avvenuti a Dora, vicino a el-Khalil. Nel villaggio di Al-Mughayir e nel campo di Al-Amaary, in provincia di Ramallah, sono stati feriti da colpi di arma da fuoco due civili. A Deir Samit, la madre anziana di un detenuto politico è stata arrestata. E una presa in ostaggio, per costringere il marito a consegnarsi. I coloni hanno attaccato alcune comunità di Khan Ahmar, a Gerusalemme est lanciando pietre e distruggendo strutture agricole e di pastorizia. L’esercito ha arrestato non gli aggressori ebrei ma le vittime palestinesi, conducendoli nelle caserme e torchiandoli in interrogatori degni della Gestapo. A Kober, l’esercito ha sradicato in una sola giornata più di mille ulivi. Informate, per favore, Fassino e Fiano, degli atti gloriosi della cosiddetta “unica democrazia in Medio Oriente”. Sudan Un’organizzazione per i diritti delle donne ha documentato quasi 1.300 casi di violenza sessuale in tutto il Sudan, devastato dalla guerra, attribuendo la stragrande maggioranza degli abusi alle Forze di Supporto Rapido (RSF). Giovedì, la “Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa (SIHA)” ha pubblicato un rapporto in cui afferma di aver verificato 1.294 episodi in 14 province del Paese dall’inizio della guerra civile, nell’aprile 2023. Il documento evidenzia come la violenza sessuale sia diventata un’arma sistematica del conflitto, una delle manifestazioni più brutali di quella che le organizzazioni umanitarie definiscono la maggiore crisi umanitaria del mondo. La rete SIHA attribuisce l’87% dei casi ad autori identificati come combattenti RSF, descrivendo le violazioni come “diffuse, ripetute, intenzionali e spesso mirate”, e non come episodi isolati. Tunisia È stata condannata a 12 anni di reclusione una delle principali oppositrici del regime di Saied, Abir Mussa. La presidente del partito neo Destour, leader della resistenza laica al presidente tunisino Kais Saied, è in carcere dal giugno 2023 per aver protestato davanti al palazzo presidenziale nel tentativo di presentare un ricorso contro la legge elettorale. Lo scorso giugno un’altra corte tunisina ha condannato Abir Moussa a due anni di prigione per aver criticato l’Alta Commissione elettorale. Il suo arresto era servito ad escluderla dalla candidatura alla presidenza della Repubblica. Le autorità tunisine stanno attualmente tenendo in arresto molti oppositori politici, per ridurre lo spazio di mobilitazione popolare e democratica. L’opposizione e le organizzazioni della società civile accusano il regime del presidente Saied di sfruttare la magistratura per eliminare i suoi rivali politici e riportare il Paese a un’era di tirannia. Corno d’Africa Si innalza la tensione tra Etiopia e Eritrea. Il Ministero degli Affari Esteri eritreo ha dichiarato che Asmara ha informato il Segretario generale dell’organizzazione IGAD (Autorità intergovernativa per lo sviluppo) della decisione di ritirarsi. Secondo il governo eritreo, l’organizzazione intergovernativa IGAD ha disatteso il suo mandato legale e non è più in grado di garantire la stabilità regionale o di soddisfare le aspirazioni dei popoli del Corno d’Africa. L’Eritrea ha accusato l’organizzazione di essere diventata uno strumento politico utilizzato da alcuni paesi contro stati membri. Il riferimento è all’Etiopia, con la quale Asmara ha relazioni tese. Il ritiro di oggi solleva preoccupazioni circa l’escalation delle tensioni tra Eritrea ed Etiopia, che hanno combattuto una guerra di confine conclusasi 25 anni fa con un accordo firmato in Algeria. Libia Una milizia governativa, la cosiddetta “Forza per la Lotta contro le Minacce alla Sicurezza”, ha annunciato l’uccisione, durante un’operazione di sicurezza a Sabrata, di Ahmed Omar Al-Dabbashi, detto “Al-Amou” (lo Zio), ricercato a livello internazionale per reati di tratta di esseri umani, omicidio e traffico di droga. Al-Amou sarebbe stato ucciso durante scontri all’alba di ieri e il fratello Saleh sarebbe stato arrestato, mentre sei membri della milizia governativa sarebbero rimasti gravemente feriti. Al-Dabbashi è figura nota alle cronache libiche e internazionali: il suo nome compare in elenchi sanzionatori dell’Onu e ordini per il congelamento dei beni, per il suo ruolo nel traffico di migranti nell’area costiera tra Sabratha e Melita. Nel 2025, era stato colpito da un ordine del ministero dell’Interno di Tripoli per localizzarlo e arrestarlo a Sabratha. Nello stesso anno, la procura ha annunciato misure cautelari nei confronti di presunti membri della sua rete per vicende legate a violenze e traffico di migranti. Al-Amou era stato foraggiato dall’Italia, nel 2015, con un finanziamento di 5 milioni di euro, tramite il governo libico di allora guidato da Sarraj, per trasformarsi in una notte da trafficante di esseri umani a guardiano per il respingimento dei migranti. Ma la volpe perde il pelo ma non il vizio.   ANBAMED
Tunisia: il confine invisibile d’Europa
Detenzioni arbitrarie, deportazioni e cooperazione UE: come la strategia di esternalizzazione alimenta violenze e violazioni dei diritti delle persone migranti. La Tunisia è uno dei principali Paesi di transito, ma anche di destinazione, per persone migranti, rifugiati e richiedenti asilo, provenienti principalmente dall’Africa sub-sahariana. In passato, le condizioni di vita di rifugiati e migranti erano considerate generalmente migliori rispetto a quelle di altri Paesi, come ad esempio la Libia. Dal 2023, tuttavia, in seguito alla decisione del governo di adottare un approccio più duro, la situazione è nettamente peggiorata.  Kaïs Saïed è in carica dal 2019, ma è nel 2021 che, sospeso il parlamento, ha cominciato a governare per decreto, tanto da parlare di “iper-presidenzialismo”, in cui l’opposizione politica è praticamente assente.  In questa situazione, la questione migratoria viene utilizzata politicamente per compattare la nazione contro un nemico comune, fomentando il razzismo già presente nella società tunisina.  Il presidente, infatti, ha dichiarato che l’arrivo di «orde di migranti illegali» dall’Africa sub-sahariana fa parte di un «piano criminale per cambiare la composizione demografica» 1 della Tunisia. Come ha sottolineato l’antropologa Kenza Ben Azouz, «Incolpando la comunità subsahariana senza affrontare in modo sostanziale la questione migratoria, egli si aggrappa a una logica populista e opportunistica» 2, in accordo con le diffuse (soprattutto in Europa) narrative di una presunta “sostituzione etnica”. Inevitabilmente, questi commenti «danno legittimità a chiunque voglia attaccare una persona nera per strada» 3, denuncia Saadia Mosbah. Quest’ultima, presidente dell’associazione Mnemty, è stata arrestata nel maggio 2024 4, mentre l’associazione, impegnata nella lotta contro il razzismo, è stata sottoposta, insieme a molte altre organizzazioni per i diritti umani, a un mese di sospensione delle attività 5.  E infatti è stato documentato un incremento di violenza contro i migranti africani, tramite raid, arresti arbitrari e detenzioni, ma anche deportazioni di massa ai confini con Algeria e Libia. Le persone migranti vengono abbandonate senza cibo e acqua ed esposte al rischio di rapimenti, estorsioni, lavoro forzato, violenza sessuale e perfino morte 6. Nonostante i richiami e le ingiunzioni al governo da parte delle Nazioni Unite, affinché migliorasse il trattamento delle persone senza cittadinanza e mettesse fine alla retorica xenofoba, il trattamento discriminatorio e violento continua, così come la propaganda razzista.  Ad aprile 2025, ad esempio, le autorità hanno smantellato i campi vicino Sfax, che ospitavano circa 7000 migranti sub-sahariani, dando fuoco alle tende prima di arrestarli e deportarli  7. L’incremento di questo tipo di azioni, insieme alla detenzione di rappresentanti delle organizzazioni della società civile e alla retorica xenofoba, coincide con il crescente supporto dell’Unione Europea per quanto riguarda il controllo del confine e la gestione dei flussi migratori, che è a sua volta parte della più generale strategia di esternalizzazione del confine europeo.  Una tappa fondamentale nella costruzione delle relazioni UE-Tunisia è stata il Memorandum d’intesa firmato a luglio 2023 dal presidente tunisino Kais Saied, dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, dalla premier italiana Giorgia Meloni e dall’ex-premier olandese Mark Rutte. Grazie a questo accordo la Tunisia ha ottenuto 105 milioni di euro dedicati alla gestione dei confini e alla “lotta contro l’immigrazione illegale” 8, che hanno finanziato anche la Guardia Nazionale tunisina, la quale, secondo un’indagine del The Guardian, ha sottoposto centinaia di migranti a stupri, pestaggi e altri abusi 9.  L’ultimo rapporto di Global Detention Project (GDP) e Forum Tunisien pour les droits économiques et sociaux (FTDES) 10, pubblicato a ottobre, fa luce proprio sulla situazione attuale e sulle numerose problematiche legate alla detenzione di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. L’utilizzo della detenzione per le persone in movimento è impiegato sistematicamente in Tunisia, anche se la legge tunisina non contiene disposizioni specifiche relative alla detenzione amministrativa per motivi di immigrazione o alla detenzione prima del rimpatrio. Il GDP e l’FTDES, infatti, hanno documentato ripetutamente l’uso di centri di detenzione informali nel Paese, nonostante l’assenza di qualsiasi base legale chiara per il loro funzionamento. Il Forum Tunisien pour les Droits Économiques et Sociaux (FTDES) è un’organizzazione tunisina indipendente, fondata nel 2011, che si occupa di difendere e promuovere i diritti economici, sociali e ambientali. Conduce ricerche, monitora politiche pubbliche e denuncia violazioni riguardanti lavoro, migrazioni, disuguaglianze regionali e giustizia sociale. È riconosciuto come una delle principali voci della società civile tunisina. Questi includono la struttura Al-Wardia, fuori Tunisi, e un’altra vicino a Ben Guerdane, utilizzata per raccogliere i migranti prima della loro deportazione in Libia. Sebbene le autorità designino alcuni siti come “centri di accoglienza e orientamento”, nella pratica essi funzionano come vere e proprie strutture di detenzione. Nel 2020, diverse organizzazioni, come Avocats Sans Frontières e Terre d’Asile Tunisie, hanno inviato degli avvocati al centro di Al-Wardia, i quali hanno riferito di essersi visti negare l’ingresso, confermando che per migranti all’interno non era possibile uscire 11. In seguito alle pressioni della società civile, 22 migranti sono stati rilasciati nel settembre dello stesso anno, ma le autorità hanno comunque continuato a trattenere i non-cittadini all’interno della struttura, compresi donne e bambini, nonostante manchino le basi legali per farlo 12.  Oltre a queste strutture, gli osservatori riportano anche l’uso di stazioni di polizia, sedi della polizia di frontiera e stazioni della polizia di frontiera aeroportuali e marittime per la detenzione di persone senza la cittadinanza tunisina. Rapporti attendibili indicano, inoltre, che un numero significativo di migranti subsahariani viene detenuto all’interno delle carceri del paese e nei “dépôts” (strutture di detenzione preventiva) a seguito della loro condanna per ingresso, soggiorno e uscita irregolari. Alcuni vengono trasferiti in centri di detenzione informali (senza autorizzazione giudiziaria), il che comporta sostanzialmente un allungamento significativo del periodo della loro reclusione 13. Pochi osservatori sono stati in grado di entrare in questi centri e quindi vi è una trasparenza molto limitata riguardo ciò che accade all’interno. Tuttavia, il GDP e l’FTDES hanno documentato in diversi rapporti le condizioni e i trattamenti che i non-cittadini, la maggior parte dei quali di origine subsahariana, devono affrontare durante la permanenza in queste strutture. Nel marzo 2023, France 24 ha pubblicato rapporti e foto dall’interno del centro Al-Wardia, che includono accuse di abusi fisici, grave sovraffollamento e spazio insufficiente per dormire 14. Gli osservatori riportano inoltre che i detenuti hanno difficoltà a contattare avvocati e interpreti, il che, combinato con il mancato obbligo delle autorità di informare i detenuti del loro diritto di fare ricorso, crea significative barriere all’accesso a qualsiasi forma di revisione giudiziaria significativa. A ciò si aggiunge che, poiché la legge tunisina non prevede la detenzione amministrativa, essa non contiene disposizioni riguardanti la durata massima della detenzione, lasciando i detenuti esposti al rischio di detenzione indefinita 15.  Persone migranti, rifugiati e richiedenti asilo detenuti nella struttura di Al-Wardia hanno inoltre segnalato violenze durante perquisizioni e arresti, trasferimenti verso altri siti non identificati e problemi, tra cui scarsa igiene, mancanza di cibo, confisca dei beni, stress psicologico. Inoltre, poiché il trattenimento legato all’immigrazione non è previsto dalla legge tunisina, non esistono nemmeno garanzie o protezioni formali per gruppi vulnerabili come i bambini, le vittime di tratta e i richiedenti asilo. Allo stesso tempo, tuttavia, la legge non prevede alcuna base giuridica per privare tali gruppi della libertà per motivi legati alla migrazione 16.  Inoltre, in assenza di un sistema nazionale di asilo, l’UNHCR ha condotto la registrazione dei richiedenti asilo e la determinazione dello status di rifugiato, ma queste procedure sono state sospese nel giugno 2024, lasciando molte persone bloccate senza uno status legale. Ciò ha lasciato centinaia di persone senza protezione ed esposte all’arresto e alla detenzione. I rapporti indicano che molti – in particolare quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana – che intendono richiedere protezione vengono arrestati, detenuti e deportati senza avere l’opportunità di fare domanda di asilo.  L’FTDES e il GDP chiedono pertanto la ripresa immediata della registrazione delle domande di asilo e l’adozione di una legge nazionale sull’asilo conforme agli standard internazionali. Ritengono inoltre che le strutture di detenzione debbano essere chiuse immediatamente. Le organizzazioni che presentano la denuncia invitano inoltre le autorità ad adottare regole chiare e pubbliche per qualsiasi luogo in cui una persona sia privata della libertà: registrazione, informazioni in una lingua che il detenuto comprenda, accesso a un avvocato e a un interprete al momento dell’arrivo, certificato medico, separazione tra uomini e donne e visite regolari da parte di organizzazioni indipendenti. Senza trarre insegnamenti dai risultati devastanti della cooperazione con la Libia, l’attuale cooperazione UE-Tunisia in materia di controllo delle migrazioni ha portato al contenimento delle persone in un Paese in cui sono esposte a diffuse violazioni dei diritti umani. Questa cooperazione è ancora in corso a più di due anni di distanza, nonostante le allarmanti e ben documentate segnalazioni di violazioni. Tuttavia, dando priorità al controllo della migrazione a scapito del diritto internazionale, la collaborazione è stata celebrata dai funzionari europei come un successo, citando una significativa riduzione degli arrivi irregolari via mare di persone dalla Tunisia dal 2024 17. Come ha dichiarato Heba Morayef, direttrice regionale per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International, «il silenzio dell’UE e dei suoi Stati membri di fronte a questi orribili abusi è particolarmente allarmante. Ogni giorno che l’UE persiste nel sostenere in modo sconsiderato il pericoloso attacco della Tunisia ai diritti dei migranti, dei rifugiati e di coloro che li difendono, senza rivedere in modo significativo la sua cooperazione in materia di migrazione, i leader europei rischiano di diventarne complici» 18. 1. Tunisia’s President Saied claims sub-Saharan migrants threaten country’s identity, Le Monde (23 febbraio 2023) ↩︎ 2. Cfr. Le Monde (23 febbraio 2023) ↩︎ 3. Cfr. Le Monde (23 febbraio 2023) ↩︎ 4. Affaire Mnemty : la justice tunisienne relance les poursuites, la société civile alerte, tunisienews (6 agosto 2025) ↩︎ 5. Suspension des activités de l’association Mnemty, BusinessNews (28 ottobre 2025) ↩︎ 6. Global Detention Project, “Tunisia: Detention and “Desert Dumping” of Sub-Saharan Refugees,” 8 luglio 2024 ↩︎ 7. Tunisia dismantles sub-Saharan migrant camps and forcibly deports some | Reuters, Reuters (5 aprile 2025) ↩︎ 8. EU-Tunisia Memorandum of Understanding ↩︎ 9. The brutal truth behind Italy’s migrant reduction: beatings and rape by EU-funded forces in Tunisia | Global development | The Guardian, The Guardian (19 settembre 2024) ↩︎ 10. Global Detention Project, “Tunisia: Issues Related To The Immigration Detention Of Migrants, Refugees, And Asylum Seekers”, ottobre 2025 ↩︎ 11. Note-juridique-El-Ourdia-VF.pdf, OMCT, “Note sur la détention arbitraire au centre de détention de migrants d’El-Ouardia,” 2023 ↩︎ 12. Tunisia, la denuncia: “Nei centri di detenzione illegale anche migranti bambini”, Dire (17 novembre 2025) ↩︎ 13. Note-juridique-El-Ourdia-VF.pdf, OMCT, “Note sur la détention arbitraire au centre de détention de migrants d’El-Ouardia,” 2023 ↩︎ 14. ‘They spit on us’: What’s really going on in the El Ouardia migrant centre in Tunis, France24 (13 marzo 2023). ↩︎ 15. Note-juridique-El-Ourdia-VF.pdf, OMCT, “Note sur la détention arbitraire au centre de détention de migrants d’El-Ouardia,” 2023 ↩︎ 16. En Tunisie, “les prisons sont remplies de migrants subsahariens” condamnés pour “séjour irrégulier” – InfoMigrants, Infomigrants (18 novembre 2024) ↩︎ 17. Answer given by Mr Brunner on behalf of the European Commission ↩︎ 18. Tunisia: Rampant violations against refugees and migrants expose EU’s complicity risk, Amnesty International (6 novembre 2025) ↩︎
Rifinanziati i “rimpatri umanitari” dalla Libia nonostante l’allarme dell’ONU
Nonostante i richiami delle Nazioni Unite, il governo italiano ha rifinanziato i programmi di “rimpatrio volontario umanitario” dalla Libia, strumenti che da anni sollevano gravi criticità sul rispetto dei diritti fondamentali delle persone migranti 1. Lo rende noto il progetto Sciabaca & Oruka di Asgi che promuove, in rete con organizzazioni della società civile europee e africane, azioni di contenzioso strategico per la libertà di circolazione e per contrastare le violazioni dei diritti umani causate dalle politiche di esternalizzazione delle frontiere. A luglio 2025 il Ministero degli Affari Esteri, scrive il progetto, ha disposto l’erogazione di 7 milioni di euro all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) per l’attuazione del progetto Multi-Sectoral Support for Migrants and Vulnerable Populations in Libya, della durata di due anni. Oltre 3 milioni saranno destinati al rimpatrio di 910 persone verso i paesi d’origine, attraverso il cosiddetto Voluntary Humanitarian Return (VHR), una forma di rimpatrio volontario assistito rivolta a migranti «bloccati o in situazioni di vulnerabilità, tra cui l’intercettazione in mare, la detenzione arbitraria e lo sfruttamento». Secondo i documenti ufficiali, tali operazioni mirano a «ridurre la vulnerabilità» delle persone e a «migliorare la loro situazione di protezione». Ma la realtà descritta da numerosi organismi internazionali è ben diversa. Già il 30 aprile 2025, la Relatrice Speciale sulla tratta di esseri umani, il Relatore Speciale sui diritti dei migranti e il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite avevano indirizzato una comunicazione formale al governo italiano per esprimere forte preoccupazione riguardo a un progetto simile, anch’esso finanziato dall’Italia, denominato “Multi-Sectoral Support for Vulnerable Migrants in Libya”. Nel documento, lə espertə Onu evidenziavano che il rimpatrio volontario, nelle condizioni esistenti in Libia, «funziona in pratica come l’ultima e l’unica soluzione alle intercettazioni e alla detenzione prolungata per periodi indeterminati». In queste circostanze, aggiungevano, «in assenza di alternative, migranti, rifugiati e richiedenti asilo possono essere costretti ad accettare di tornare in situazioni non sicure, dove rischiano di essere esposti alle medesime condizioni da cui fuggivano». Inoltre, sottolineavano come le persone coinvolte non possano esprimere un consenso libero e informato, poiché «la mancanza di assistenza adeguata le priva di fatto della possibilità di accedere alla protezione internazionale e alle garanzie giudiziarie». La comunicazione denunciava anche il rischio che i programmi VHR «possano aprire canali di mobilità forzata verso i paesi di origine e legittimare la cooperazione con la Libia in violazione del principio di non respingimento». Lə relatorə delle Nazioni Unite rilevavano inoltre la mancanza di trasparenza sull’impatto di questi progetti e l’assenza di «misure preventive e di mitigazione contro i rischi di tratta o di rimpatrio illegale». Un ulteriore elemento critico è il supporto tecnico e operativo previsto per le autorità libiche: il progetto include infatti attività di rafforzamento della capacità di gestione delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) e di intercettazione in mare. Secondo gli esperti, ciò rischia di tradursi in un aumento delle intercettazioni e dei respingimenti illegali verso la Libia, dove le persone migranti sono sistematicamente esposte a detenzioni arbitrarie, torture e violenze, in un contesto che la stessa giurisprudenza italiana riconosce come non sicuro. La comunicazione ONU si concludeva con una serie di richieste al governo italiano: informazioni sull’utilizzo dei fondi, sulle misure di prevenzione delle violazioni dei diritti umani e sulle alternative alla detenzione e al rimpatrio. Tuttavia, nella risposta fornita a luglio 2025, l’Italia non ha dato riscontri sostanziali alle criticità sollevate. La valutazione del monitoraggio è stata completamente delegata all’OIM, senza alcun controllo indipendente da parte del governo. UNA STRATEGIA DI ESTERNALIZZAZIONE SEMPRE PIÙ STRUTTURALE Nonostante le contestazioni, l’Italia ha proseguito nella strategia di esternalizzazione delle frontiere. Ad aprile 2025 è stato approvato un ulteriore stanziamento di 20 milioni di euro per il programma L.A.I.T. – Sviluppo dei meccanismi di rimpatrio volontario assistito e di reintegrazione (AVRR) e di rimpatrio volontario umanitario (VHR), in collaborazione con OIM e AICS. Il nuovo progetto prevede il rimpatrio di oltre 3.300 persone da Algeria, Libia e Tunisia e il rafforzamento delle capacità istituzionali dei governi di questi paesi nella gestione dei rimpatri. Si tratta di un tassello ulteriore in un processo ormai consolidato: il massiccio finanziamento dei rimpatri “volontari”, che consente di rimpatriare persone in assenza delle garanzie previste per i rimpatri forzati, contribuendo al contempo ad “alleggerire” la pressione migratoria sui paesi di transito e a consolidare la cooperazione con regimi autoritari o instabili. Questi programmi, presentati come strumenti di protezione umanitaria, finiscono invece per legittimare il blocco della mobilità e per violare il diritto d’asilo e il principio di non-refoulement. A fronte di queste pratiche, diverse organizzazioni italiane – tra cui ASGI, A Buon Diritto, ActionAid Italia, Lucha y Siesta, Differenza Donna, Spazi Circolari e Le Carbet – hanno promosso un contenzioso legale e lanciato la campagna di comunicazione «Voluntary Humanitarian Refusal – a choice you cannot refuse», per denunciare «l’uso distorto dei fondi pubblici destinati a programmi che, sotto la facciata di “umanitari”, contribuiscono in realtà a violare diritti fondamentali e limitare la libertà di movimento». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da VHR: Voluntary Humanitarian Refusal > (@voluntary.humanitarian.refusal) 1. Nowhere but Back. Assisted return, reintegration and the human rights protection of migrants in Libya, by the OHCHR Migration Unit ↩︎