L’attacco congiunto di Israele e USA contro l’Iran ha destabilizzato una larga area medio orientale
COMUNICATO STAMPA
Il governo statunitense sembra voler soltanto mostrare al mondo la propria
potenza militare. Quanto questo sia legato alla propria crisi economica e/o agli
scandali sessuali che hanno coinvolto uomini di potere, non è dato sapere. Molte
cose sono certe: i bombardamenti sulle città, le vittime civili, l’assenza di
motivazioni oggettive, la volontà di distruggere la credibilità degli organismi
internazionali scavalcandoli come se non esistessero, l’UE balbettante ma
fedele.
Il popolo iraniano è un popolo culturalmente istruito e le donne iraniane, come
le donne afgane, curde, siriane, etiopi, ruandesi, nigeriane che da anni lottano
contro regimi oppressivi, non hanno bisogno di missili stranieri per capire che
cosa desiderare. I movimenti di liberazione crescono nell’autorganizzazione e
nelle reti della solidarietà internazionale. Ogni bomba proveniente
dall’esterno, in Iran come altrove, rafforza la retorica nazionalista e
repressiva del potere di turno, offrendo ai regimi nuovi pretesti per soffocare
il dissenso. Le guerre “per esportare libertà” hanno sempre prodotto soltanto
instabilità e nuove catene per i popoli.
La storia insegna che le armi sono un simbolo di dominio e utili strumenti di
speculazione finanziaria. Nei prossimi giorni, nel nostro porto tornerà ad
attraccare la nave Severine, di ritorno da una delle più grandi esercitazioni
NATO: il suo carico, come abbiamo sempre detto, non è fatto di comuni merci.
Di fronte ad una terza guerra mondiale a pezzi, l’ennesimo attracco della
Severine o della Capucine a Piombino può solo creare imbarazzo, talvolta
disgusto perché sappiamo che la loro destinazione tocca spesso porti situati in
prossimità di zone in guerra. La retorica di movimentare mezzi dell’esercito
italiano e quindi innocui a detta di alcuni, appare, altrettanto imbarazzante.
Illusioni per alcuni, opportunità per altri: nel mezzo vittime civili e lauti
guadagni per le industrie produttrici e per chi investe in azioni del settore.
Produrre armi non può essere considerato un lavoro come un altro, né lo può
essere spostarle da un porto ad un altro.
Allora in questo 8 marzo infuocato da diffusi e crescenti scenari bellici, in
cui sappiamo che le prime vittime sono i civili, (come a Teheran dove durante
uno dei primi bombardamenti sono state uccise oltre 100 bambine dentro una
scuola femminile), diciamo che il tempo delle parole andrebbe superato da atti
concreti. Le donne in Italia come nel resto del mondo non hanno bisogno di
panchine dedicate, né fiori per un solo giorno, né di uomini come Epstein e co.
La violenza perpetrata sulle bambine e sulle donne perché considerate alla
stregua di oggetti da possedere, umiliare ed uccidere, nei Paesi c.d.
democratici come nei luoghi di guerra, richiede una maggiore presa di coscienza
negli uomini e nella loro capacità di gestione delle proprie pulsioni.
Auspichiamo che le nuove generazioni di uomini, rifuggano da questi pessimi
esempi e siano capaci di progettare insieme all’altra metà del mondo, per quanto
variegata essa sia, un mondo di pace e di giustizia in cui l’8 marzo sia la
festa di ogni giorno.
Coordinamento Donne in nero, Piombino
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