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Esito Class action promossa dalle associazioni: Il TAR Veneto condanna l’inaccessibilità al diritto di asilo
Con due importanti sentenze del 18 marzo 2026, n. 616 e n. 617 il Tribunale Amministrativo per il Veneto ha condannato le Questure di Venezia e Vicenza per i ritardi sistematici nell’accesso alla procedura di asilo causati dall’inefficienza organizzativa strutturale derivante da scelte organizzative dell’Amministrazione. Le class action erano state presentate il 7 marzo 2025 da ASGI, EMERGENCY, Lungo la Rotta Balcanica e CADUS, con il sostegno di Casa di Amadou, contro la Questura di Venezia e da ASGI e CADUS contro la Questura di Vicenza. Nel corso del giudizio sono intervenute, a supporto dei ricorrenti, anche OXFAM ITALIA, Casa di Amadou, Spazi Circolari e alcune persone richiedenti asilo. Per la prima volta in Italia, una class action pubblica di questo tipo è stata promossa esclusivamente da associazioni, la cui legittimazione ad agire anche senza la partecipazione di singole persone fisiche è stata pienamente riconosciuta dal TAR. Il Tribunale Amministrativo del Veneto ha accolto entrambi i ricorsi, accertando che i termini di legge per la presentazione delle richieste di asilo sono stati sistematicamente violati e che l’attuale organizzazione degli uffici preposti è inidonea e insufficiente sia rispetto alle risorse disponibili sia rispetto allo sforzo organizzativo esigibile ai sensi della normativa. Determinanti sono state le prove fornite dalle associazioni ricorrenti e intervenienti che, forti del sostegno reciproco, hanno documentato, con chiarezza e meticolosità, come riconosciuto anche dallo stesso TAR, l’insostenibile condizione in cui versano i richiedenti asilo, costretti ad attendere tempi lunghissimi per accedere a un diritto fondamentale e a subire le gravose conseguenze di tale inefficienza. Al contrario, il TAR ha ritenuto le risposte fornite dalle Questure insufficienti e non sostenute da prove documentali, e ha condannato l’inerzia del Ministero dell’Interno che non ha fornito in giudizio i dati comparativi delle condizioni in cui versano le altre Questure sul territorio italiano nella gestione dei medesimi procedimenti. Sono proprio le scelte organizzative non fatte da parte dell’Amministrazione a dimostrare che: “l’assetto organizzativo prescelto non è calibrato per assicurare, con continuità, il rispetto degli stringenti termini di legge” secondo i giudici e che tale disfunzione “incidendo su diritti fondamentali della persona, sarebbe stata tollerabile se l’Amministrazione avesse provato, in modo circostanziato e documentale, che il mancato rispetto del termine dipende da fattori non fronteggiabili mediante misure organizzative ragionevolmente esigibili”. Tale prova, come evidenziato dalle avvocate e dagli avvocati del collegio difensivo, è assolutamente mancata. Le Questure sono ora obbligate al ripristino della legalità entro 90 giorni attraverso una riduzione progressiva dei tempi, lo smaltimento dell’arretrato e l’introduzione di “una gestione efficiente del procedimento di presentazione delle domande, facilitando l’accesso degli interessati agli uffici della Questura e garantendo la tempestiva raccolta delle manifestazioni di volontà di richiedere la protezione internazionale”. “Con queste due sentenze il TAR ha dunque ribaltato il rapporto di forza tra le Questure, il Ministero e le persone straniere richiedenti asilo, condannando le amministrazioni al ripristino di una funzione amministrativa così delicata come quella relativa all’accesso e allo svolgimento della procedura di riconoscimento della protezione internazionale, ma anche stigmatizzando l’inerzia dell’Amministrazione centrale e l’insufficienza di riscontro probatorio delle Amministrazioni periferiche” dichiarano le associazioni che si augurano che “queste pronunce aprano un varco anche e soprattutto in termini di replicabilità nell’oblio che negli anni ha generato la mala gestione dei procedimenti di asilo in tutto il territorio italiano”. ASGI CADUS Casa di Amadou EMERGENCY Lungo la Rotta Balcanica OXFAM ITALIA Spazi Circolari ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione
March 20, 2026
Pressenza
L’importanza dell’attività fisica per la salute pubblica
Con oltre 5 milioni di decessi attribuibili all’anno, l’inattività fisica rappresenta un grave problema di salute pubblica a livello globale. Si stima che, a livello mondiale, quasi 1 adulto su 3 e 8 adolescenti su 10 non rispettino le linee guida dell’OMS sull’attività fisica (150-300 minuti settimanali di attività fisica aerobica di intensità moderata-intensa per gli adulti e 60 minuti giornalieri per bambini e adolescenti) . In un recente ed interessante studio condotto da Deborah Salvo, della University of Texas ad Austin, sono stati analizzati i dati provenienti da 68 Paesi e relativi alle disuguaglianze. Inoltre, sono state riassunte le prove dei benefici meno riconosciuti dell’attività fisica, tra cui la prevenzione e il controllo delle malattie infettive, dei disturbi mentali e del cancro. Lo studio ha evidenziato innanzitutto diseguaglianze nei vari ambiti dell’attività fisica, mettendo in luce come l’inattività fisica sia un grave problema di salute pubblica solo nelle nazioni ricche. Tuttavia, i risultati specifici rivelano uno scenario più complesso. In generale, maggiore è la categoria di reddito del Paese secondo la Banca Mondiale, maggiore è la prevalenza del rispetto delle linee guida attraverso il tempo libero attivo, mentre minore è la categoria di reddito del Paese secondo la Banca Mondiale, maggiore è la prevalenza del rispetto delle linee guida attraverso il trasporto attivo e il lavoro attivo. Le disuguaglianze tra i gruppi di reddito dei Paesi erano maggiori per gli ambiti dell’attività fisica in cui l’attività fisica è dettata dalla necessità (lavoro attivo e, in molti contesti, trasporto attivo) rispetto al tempo libero attivo (sempre basato sulla scelta). I risultati dell’analisi intra-nazionale delle disuguaglianze socioeconomiche mostrano che la prevalenza del raggiungimento delle linee guida sull’attività fisica attraverso il tempo libero attivo era circa 20 punti percentuali più alta tra gli individui di status socioeconomico elevato rispetto a quelli di status basso. Le disuguaglianze nell’attività fisica sono anche di genere. I risultati dello studio mostrano che, in tutti gli ambiti e le categorie di reddito dei Paesi, la prevalenza del rispetto delle linee guida sull’attività fisica era maggiore tra gli uomini rispetto alle donne. In particolare, la prevalenza del rispetto delle linee guida con il tempo libero attivo era simile tra le donne nei Paesi ad alto reddito e gli uomini nei Paesi a basso reddito. Modelli simili per il trasporto attivo e il lavoro attivo. Il divario di genere nel trasporto attivo era minore nei Paesi ad alto reddito rispetto a tutte le altre categorie di reddito (ovvero, i Paesi a basso e medio reddito). Inoltre, il divario di genere nel lavoro attivo era più ampio nei Paesi ad alto reddito e praticamente assente nei Paesi a basso reddito. Ma quali sono i benefici derivanti dall’attività fisica? L’attività fisica regolare di intensità moderata-vigorosa potenzia le risposte immunitarie ai vaccini, riduce la carica virale, diminuisce l’infiammazione, migliora la funzione delle cellule immunitarie periferiche e aumenta la sopravvivenza nei topi esposti a patogeni respiratori (ad esempio, l’influenza). L’attività fisica potenzia l’immunità attraverso l’aumento della sorveglianza immunitaria, il rimodellamento favorevole del sistema immunitario e la riduzione dell’infiammazione. Le evidenze disponibili supportano inoltre l’ipotesi che l’attività fisica possa aiutare a prevenire e attenuare la depressione e i sintomi depressivi negli adulti, negli adolescenti e negli anziani. “Una recente meta-analisi armonizzata (2022) di 15 studi di coorte prospettici, per un totale di oltre 12 milioni di anni-persona di follow-up, si legge nello studio, ha valutato l’effetto dell’attività fisica non lavorativa sull’incidenza della depressione negli adulti e ha riportato evidenze di un’associazione curvilinea inversa: accumulare la metà della quantità raccomandata di attività fisica è stato associato a un’incidenza di depressione inferiore del 18%, e il rispetto delle linee guida è stato associato a un’incidenza inferiore del 25%. Le associazioni sono risultate simili tra i sessi e le fasce d’età”. Non solo, i risultati di una recente indagine (2019) mostrano che le persone con i livelli più alti rispetto a quelli più bassi di attività fisica aerobica hanno una riduzione del rischio di circa il 10-20% per diversi tumori specifici, tra cui tumori al seno, al colon-retto, alla vescica, all’endometrio, all’esofago, al rene e allo stomaco. Per quanto riguarda l’attività fisica di rafforzamento muscolare, dati del 2021 hanno evidenziato un’associazione significativa tra livelli elevati (rispetto a bassi) di attività di rafforzamento muscolare e un rischio inferiore del 26% di cancro renale. Infine, per quanto riguarda la sopravvivenza tra le persone a cui è stato diagnosticato un cancro, alcune ricerche attraverso 136 studi hanno evidenziato una maggiore sopravvivenza tra i pazienti oncologici nelle categorie di attività fisica più elevate rispetto a quelle più basse. Insomma, non mancano prove scientifiche che indicano molteplici benefici per la salute derivanti dall’attività fisica per la prevenzione e il controllo delle malattie. Per fortuna da qualche tempo non mancano interventi pubblici (anche legislativi) che puntano a fare dello sport un vero e proprio servizio alla persona, con una funzione sociale che si intreccia con la tutela della salute, l’integrazione e lo sviluppo delle relazioni. E da tutti i livelli istituzionali (ma anche nell’ambito del cosiddetto welfare aziendale) fioccano bandi, voucher e bonus per invogliare bambini e giovani (anche come presidio educativo), adulti, lavoratori e anziani alla pratica sportiva. E gli “incentivi” all’attività fisica passano sempre più anche dal nostro cellulare: diverse app permettono di tracciare le attività all’aperto (camminata, corsa, ciclismo) e consentono diverse soluzioni per sfidare amici, familiari o la community globale, concentrandosi sul movimento, la camminata e le attività sportive. Un modo per invogliare a muoversi e a non essere sedentari, anche trasformando l’attività fisica in un gioco, in una sfida sociale. Intanto, mancano pochi giorni alla scadenza (il termine per inviare le candidature è stato prorogato sino al 31 marzo) dell’edizione 2026 del bando “Bandiera Azzurra”, un riconoscimento esclusivo che FIDAL e ANCI assegnano annualmente ai Comuni che si distinguono nella promozione della corsa e del cammino. Il progetto si pone l’obiettivo di promuovere la pratica sportiva e quella dell’atletica leggera, del cammino e della corsa, e di coinvolgere i cittadini di ogni fascia di età, soprattutto le giovani generazioni valorizzando lo sport quale strumento di benessere, di salute, di crescita personale e di coesione sociale. Qui per approfondire lo studio guidato da Deborah Salvo Giovanni Caprio
March 20, 2026
Pressenza
Conflitti e mondo: quali sentieri possibili? Incontro di arteterapia sociale a Sesto San Giovanni, Milano
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università promuove un laboratorio di arteterapia sociale che si svolgerà sabato 28 marzo 2026 dalle 15.00 alle 17.00 presso il Centro Sociale Silvia Baldina  in via Generale Cantore,145 a Sesto San Giovanni (Mi) e sarà condotto da Elena Abate, attivista dell’Osservatorio. L’obiettivo del laboratorio creativo  è quello di sensibilizzare cittadinanza, docenti, lavoratori e famiglie su quanto sta avvenendo nel nostro paese riguardo la militarizzazione e i venti di guerra utilizzando il linguaggio proprio dell’arte del disegno e del collage di diversi materiali. I prodotti artistici di ognuno/a alla fine del laboratorio saranno la base collettiva del lavoro svolto. Per prenotazioni scrivere a osservatorionomili@gmail.com    con oggetto LABORATORIO ARTETERAPIA SOCIALE. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 20, 2026
Pressenza
La Ocean Viking soccorre 116 persone rimaste per quattro notti su una piattaforma del gas
Ieri l’equipaggio della Ocean Viking di SOS MEDITERRANEE ha salvato 116 persone, tra cui oltre 40 minori non accompagnati, 13 donne, un bambino e 2 neonati, dalla piattaforma del gas di Miskar, nella regione di ricerca e salvataggio tunisina I sopravvissuti, provenienti da 17 Paesi diversi, sono rimasti bloccati sulla piattaforma per quattro notti dopo che le due barche su cui viaggiavano sono state colpite da un ciclone. Ci hanno detto di aver trascorso due notti in mare e di aver perso familiari e amici tra le onde. Ci stiamo dirigendo a Genova, porto assegnato dalle autorità italiane. “Ancora una volta gli Stati vengono meno all’obbligo di soccorso imposto dal diritto marittimo internazionale e le navi ONG intervengono per colmare il vuoto istituzionale creato da politiche disumane” dichiara Valeria Taurino , direttrice generale di SOS MEDITERRANEE . “Giovedì mattina è stato lo stesso Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a emettere misure provvisorie nei confronti degli Stati competenti, ordinando di effettuare immediatamente il soccorso e di sbarcare le persone in un luogo sicuro. Appello che è rimasto inascoltato. Di fronte a questa gravissima omissione di soccorso, noi abbiamo deciso di non voltarci dall’altra parte e di non venire meno all’obbligo giuridico di soccorso e a quello morale di umanità”. Redazione Italia
March 20, 2026
Pressenza
Basta argomenti “ex auctoritate” per giustificare la Riforma Nordio
Il Fronte del Sì al Referendum del 22-23 marzo 2026 ha riabilitato tutti i grandi nomi possibili per giustificare La Riforma Nordio. Fin da subito ovviamente, per attaccare il correntismo come qualcosa da bandire, ha ripreso la retorica contro le “toghe rosse” di Berlusconi, salvo poi fargli notare che il correntismo oggi riguarda solo il 23% dei magistrati iscritti all’ANM e che la maggioranza di loro sono aderenti a correnti di centro-destra. Allora si sono spostati sulle degenerazioni del correntismo che avrebbe creato un sistema scellerato e fuori controllo di spartizione delle poltrone; salvo poi fargli notare che la magistratura italiana ha dimostrato di essere in grado di fare pulizia al suo interno e di riuscire a fare argine da sola al problema. Il Fronte del Sì ha corretto il tiro dicendo che comunque la riforma ha l’obiettivo di togliere potere alle correnti della magistratura in generale nel Consiglio Superiore della Magistratura con il metodo del sorteggio. E’ a quel punto che molti magistrati – tra cui Nicola Gratteri e Nino Di Matteo -, da sempre fuori dal correntismo e favorevoli al sorteggio, alzano la voce e dicono, schierandosi per il NO, che questo sorteggio, in qualunque caso, è truccato poichè i membri laici verrebbero sorteggiati da una lista – senza un quantitativo preciso di nomi – scelta precedentemente dal Parlamento e dal governo. Inoltre gli si fa notare che questa Riforma, oltre a non parlare minimamente del fenomeno del correntismo, ha come fine proprio rendere dipendente la magistratura da ogni governo in carica. A tal proposito, il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Falcone”, perché favorevole alla separazione delle carriere, a tutti coloro che hanno riportato come argomentazioni per il NO a questa riforma proprio le citazioni e le teorie di Giovanni Falcone contro la subordinazione della magistratura alla politica. Il Fronte del Sì – nella figura del Ministro Nordio – ha riabilitato anche il grande giurista e partigiano socialista e antifascista Giuliano Vassalli come “padre spirituale” della Riforma Nordio, in quanto necessario completamento di un processo penale che deve svolgersi davanti a un “giudice terzo” con accusa e difesa poste su un piano di parità: in sostanza sarebbe l’istituzionalizzazione finale del sistema accusatorio, modello su cui si fonda il nostro sistema di giustizia pensato proprio da Vassalli. Il Fronte del Sì ha iniziato a ripetere che la separazione delle carriere della riforma Nordio sarebbe in realtà ciò che “voleva Giacomo Matteotti contro l’unitarietà dei magistrati voluta dal fascismo”. Quando però gli si è fatto notare che l’unitarietà dei magistrati in Italia risale al Regno d’Italia e che sotto il fascismo era stata minata proprio dal governo fascista stesso, il Fronte del Sì si è messo in pace con la storia preferendo non ribattere. I liberali più arditi del Fronte del Sì hanno addirittura citato il grande padre costituente Piero Calamandrei, sostenendo – a partire da un estratto del suo Elogio dei Giudici scritto da un avvocato (1959) – che anche lui avrebbe voluto la Riforma Nordio per la “separazione delle carriere”. Queste affermazioni ricorrono continuamente, quasi fosse diventata un argomento definitivo: se l’avessero voluta loro, allora non ci sarebbe più nulla da discutere. Allora ammettiamolo, è vero: Vassalli, Falcone, Matteotti e Calamandrei erano sostenitori o di una “separazione delle carriere” o di una “separazione delle funzioni” in modo molto diverso tra loro, ma lo erano con cognizione di causa ed avevano tutto il diritto di sostenerlo. Il problema non è essere contro o favorevole alla “separazione delle carriere”: quella è un’opinione legittima. Il problema si pone al massimo su come si vuole attuare la “separazione delle carriere”. Bisogna sottolineare che questo referendum ha un quesito unico e che il votante non ha la possibilità di sostenere una o più parti della riforma e di rigettarne altre: il cittadino votante ha la possibilità di prendere il pacchetto completo delle modifiche o rigettarlo in toto. In questa Riforma sono molti gli elementi che non convincono, ma soprattutto la modalità in cui sono stati pensati il sorteggio e la separazione delle carriere, oltre ad una divisione inusuale del CSM e l’introduzione inusuale di un terzo organo disciplinare (l’Alta Corte). Anche volendo essere d’accordo con la separazione delle carriere o delle funzioni, laddove la riforma è un unicum che prevede altri elementi deprecabili, il cittadino ha il diritto di rifiutare la riforma in toto e non votare a favore solo per un elemento potenzialmente condivisibile. Stando a questi presupposti mi domando: quando Falcone, Vassalli, Matteotti, Calamandrei avrebbero mai scritto o detto di essere favorevoli al sorteggio dei magistrati? Non si trova traccia da nessuna parte. Nessun discorso, nessuna intervista, nessun documento ufficiale. E ancora quando si sarebbero mai espressi a favore di un giudice speciale come l’Alta Corte prevista nella riforma? Anche qui: nulla. Non esiste alcun testo in cui sostengono che sarebbe opportuno creare un organo del genere, né tantomeno che nei suoi collegi i magistrati debbano avere solo una rappresentanza e non una maggioranza. Non lo hanno mai scritto, mai detto, mai proposto, ma anzi possiamo dire il contrario. Vassalli, da giurista finissimo e garantista qual era, ha lavorato su norme fondamentali come il Codice Penale e il Codice di Procedura Penale, ma non ha mai sostenuto – né apertamente né tra le righe – i meccanismi previsti oggi dalla Riforma Nordio, ma anzi da Presidente della Consulta nel 2000, con la Sentenza 37/2000, ribadì che la separazione delle carriere doveva essere introdotta con legge ordinaria dello Stato senza toccare la Costituzione. Giuliano Vassalli Il grande socialista, giurista e penalista, ucciso dalla squadracce fasciste Giacomo Matteotti, nel suo articolo Il pubblico ministero è parte, sosteneva con particolare vigore che il pubblico ministero (1) va decisamente considerato nella sostanza come “parte”, questa intesa come colui che può far valere o contro il quale è fatta valere la pretesa penale. La tesi era sostenuta in aperto dissenso con l’opposta annotazione recata in proposito nella Relazione al Re – ancora oggi tralaticiamente ripetuta -, per la quale quella del pubblico ministero sarebbe, viceversa, una posizione “più nobile e imparziale al di sopra delle parti”. Invero, «La divisione dei poteri su cui si fondano i moderni regimi costituzionali e la divisione delle funzioni, fra le quali anche la “funzione persecutiva” assegnata “agli organi esecutivi dello Stato”, permettono codesto apparente assurdo di uno Stato che è giudice e parte nel tempo stesso; fino a quando almeno sembreranno sufficienti quelle garanzie d’indipendenza di cui sono circondati gli organi di giustizia … organi sempre più autonomi». Il pensiero di Matteotti sulla figura del pubblico ministero, pur senza volere trarne conclusioni sopra le righe, apre scenari inediti e di attuale modernità in tema di disciplinamento dei diversi organi statuali di giustizia, il pubblico ministero e il giudice, parlando di disciplinamento delle diverse funzioni. Parlando di separazioni delle “funzioni” e non delle carriere, Matteotti, nel suo ruolo di giurista e studioso di procedura penale, criticò con fermezza l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, vedendola come un presidio essenziale dello Stato di diritto contro l’arbitrio del potere esecutivo. Matteotti criticò aspramente il tentativo del regime fascista di assoggettare l’ordine giudiziario al controllo del governo, difendendo l’indipendenza dei giudici come garanzia per i cittadini. Nel suo pensiero, emergeva una visione del processo penale come strumento nomofilattico (di garanzia dell’esatta osservanza della legge), criticando eccezioni come l’Alta Corte di giustizia, che riteneva di carattere meramente politico e non giurisdizionale. Le riflessioni di Matteotti (1917-1919) anticipavano moderni scenari sulla disciplina degli organi di giustizia, fermo restando il suo fermo rifiuto di qualsiasi interferenza politica nella magistratura. Giacomo Matteotti Che dire di Falcone, il quale parlava di efficienza della giustizia, di coordinamento tra procure, di modernizzazione degli strumenti investigativi, di collaborazioni internazionali, concentrato sul funzionamento concreto del sistema, non sulla creazione di organi speciali né sul sorteggio dei componenti del CSM. L’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha dichiarato a La Repubblica in merito al presunto sostegno di questa separazione delle carriere da parte del grande pm: “Falcone si sta rivoltando nella tomba” – ha detto – “lo sport più diffuso è quello di attribuire a Falcone dopo la sua morte idee che non lo avevano nemmeno sfiorato”. A confermare questo inciso è stato Alfredo Morvillo, cognato del grande pm antimafia: “Giovanni (Falcone, ndr) era contrario alla separazione delle carriere. Semmai era un sostenitore della cosiddetta separazione delle funzioni o quantomeno della necessità di una specializzazione per l’ufficio del pubblico ministero”. Si tratta di una differenza abissale rispetto all’attuale Riforma Nordio(2). Giovanni Falcone Sulla stessa linea, anni addietro, era stato proprio il padre costituente Piero Calamandrei a esprimersi nei suoi Scritti e discorsi politici: “Il pubblico ministero è un magistrato che ha l’obbligo di cercare la verità, non la vittoria; ed è per questo che egli deve essere pronto a chiedere l’assoluzione quando si accorge che l’imputato è innocente.” Secondo Calamandrei un PM con una carriera separata e gerarchizzata verrebbe valutato in base alle “vittorie” (condanne), perdendo questa funzione di garanzia. Per Calamandrei, il PM non è un semplice “avvocato dell’accusa” o un organo di polizia, bensì un “promotore della giustizia” con l’obbligo di cercare la verità, anche a favore dell’imputato. Questa è cultura della giurisdizione: solo chi è cresciuto professionalmente con la mentalità del giudice può avere l’umiltà intellettuale di chiedere un’assoluzione. Nel dibattito sull’articolo 112 (poi approvato), Calamandrei sostenne fermamente l’obbligatorietà dell’azione penale come garanzia di uguaglianza, vietando al PM di sospenderla o ritardarla arbitrariamente. Nel discorso inaugurale dell’anno accademico dell’Università di Siena, tenuto il 13 novembre 1921, Piero Calamandrei, allora docente di “diritto giudiziario”, individuava quattro “tortuose vie …che la politica segue per far sentire il suo influsso sull’amministrazione della giustizia” mettendo in pericolo la separazione dei poteri, in particolare fra giustizia e politica “che di quella separazione costituisce il cuore pulsante”. In un suo discorso alla Costituente, Calamandrei disse: “La magistratura deve essere un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Questa indipendenza è la condizione suprema perché la giustizia non diventi strumento di fazione o di vendetta politica.” Ad accompagnare questa convinzione, una sua famosa citazione: “Quando per la porta del tribunale entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.” La posizione di Calamandrei e di gran parte dei padri e delle madri costituenti fu contraria alla proposta di far dipendere il PM dal potere esecutivo (Governo), per evitare la politicizzazione dell’azione penale. Calamandrei si oppose alla separazione delle carriere tra giudici e PM, sostenendo che entrambi dovessero far parte dello stesso ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (come poi sancito dall’art. 104 della Costituzione). In sintesi, per Calamandrei il PM è un magistrato a tutti gli effetti, inamovibile e indipendente, distinguendosi dai giudicanti non per appartenenza a un corpo diverso, ma solo per la diversità di funzioni: ciò che sostiene in Elogio dei Giudici scritto da un avvocato del 1959. Piero Calamandrei Di fronte a tutto questo, perché allora il Fronte del Sì continua a tirare in ballo i loro nomi? Pensa che i cittadini siano così ignoranti a tal punto da dagli in pasto delle mezze verità, senza contestualizzazione, su questi illustri uomini di cultura istituzionale e politica? Evidentemente sì. Le argomentazioni ex auctoritate – come ha scritto Gustavo Zagrebelsky nell’introduzione alla guida al Referendum di Marco Travaglio – sono proprio funzionali a questo: dare in pasto mezze verità dando l’illusione ai cittadini di essere informati, dando l’illusione di sapere senza conoscere niente. Far passare il messaggio che “lo volevano loro (n.d.a: Falcone, Matteotti, Calamandrei, Vassalli)” significa chiudere la discussione prima ancora che inizi, come se bastasse evocare alcune figure importantissime della storia della giustizia italiana per mettere il timbro di legittimità di questa riforma pasticciata. Attribuire le volontà contorte della Riforma Nordio a Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei non è solo storicamente falso, ma una scorciatoia retorica, una fallacia logica, un enorme sofisma laddove la falsificazione dell’argomentazione è intenzionale. Il Fronte del Sì e la destra sono in malafede quando usano queste strategie di comunicazione distorta: sono un tentativo di mettere un’aura di autorevolezza su qualcosa che dovrebbe essere discusso apertamente e laicamente. Il pensiero di Falcone, Vassalli, Matteotti e Calamandrei va letto, non reinventato. E soprattutto non usato come slogan per sostenere posizioni che non hanno mai espresso. La Riforma Nordio va discussa nel merito senza pregiudizi e non giustificata ex auctoritate. Si sta parlando di questa riforma con le sue scelte precise: il sorteggio, l’Alta Corte, la nuova composizione degli organi disciplinari, il diverso equilibrio tra politica e magistratura di cui la “separazione delle carriere” – positiva o negativa che sia – è solo lo sfondo dei contenuti di questa riforma… e nemmeno così troppo trasparente. Per concludere è interessante che la destra oggi non citi Paolo Borsellino, grande magistrato antimafia nonchè fondatore e membro di Magistratura Indipendente – corrente di destra moderata e conservatrice dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) – , il quale invece era un oppositore convinto della separazione delle carriere. Nel suo libro Oltre il muro dell’omertà. Scritti su verità, giustizia e impegno civile (Edizione Bur, maggio 2022, con presentazione di Manfredi Borsellino) Borsellino affermava: “Le ricorrenti tentazioni del potere politico, quali ne siano le motivazioni, di mortificare obiettivamente i magistrati del pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario, anche attraverso il primo passo della definitiva separazione delle carriere non incoraggiano certo i ‘giudici’, che tali tutti sentono di essere, a indirizzare verso gli uffici di Procura le loro aspirazioni”. Come ha dichiarato suo fratello, Slavatore Borsellino: “Il timore di Paolo Borsellini era che venisse alterata l’indipendenza della magistratura: pensava che una separazione delle carriere avrebbe potuto portare i magistrati sotto l’inflluenza del potere politico”. Ai votanti l’ardua sentenza…   (1) Nel sistema processuale penale e nell’esercizio dei poteri assegnatigli in particolare dagli artt. 1 e 179 cod. proc. pen. del 1913. (2) In una intervista che rilasciò a Mario Pirani de La Repubblica il 3 ottobre 1991, in cui si parlava della riforma Vassalli e del nuovo Codice di Procedura Penale, Giovanni Falcone dichiarò: “Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.   Altre fonti: https://www.giustiziainsieme.it/articolo/3393-la-magistratura-e-lindipendenza-in-memoria-di-giacomo-matteotti-introduzione-paola-filippi https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-e-societa/3264-indipendenza-dei-giudici-e-riforme-della-giustizia-ai-tempi-dellomicidio-matteotti-uno-sguardo-alle-pagine-di-cento-anni-fa-della-rivista-la-magistratura-simone-pitto Lorenzo Poli
March 20, 2026
Pressenza
Teatro Sala Umberto. “Improvvisamente l’estate scorsa”, coercizione nei legami di sangue
Va in questi giorni in scena al Teatro Sala Umberto di Roma un vero e proprio thriller sui rapporti familiari. “Improvvisamente l’estate scorsa” di Tennessee Williams. È un’attenta disamina di una famiglia disturbata e al di fuori del tempo, attraverso il linguaggio subliminale dell’inconscio – ricordi e traumi si sovrappongono attraverso simboli che rimandano al meccanismo dei sogni. I suoi personaggi, schiavi della paura, delle convenzioni e degli errori che in ogni epoca vengono compiuti sono insieme vittime e carnefici. Al centro della storia l’inquietante mistero della morte improvvisa del giovane Sebastian, spirito gentile e poeta. La disgrazia viene narrata da due donne che danno voce alla vicenda dalle loro diverse angolazioni: una è la madre di Sebastian, l’altra è la cugina, con cui il giovane aveva trascorso l’ultima estate della sua vita. Uno psichiatra ha il compito di scoprire la verità. La madre di Sebastian nel tentativo di difendere la reputazione della famiglia, usa qualsiasi mezzo per far tacere la nipote, unica testimone della morte di suo figlio. Spinti da interessi personali più che da un reale desiderio di giustizia, si aggiungono altri parenti a complicare ulteriormente la vicenda. Dalla biografia dell’autore si estrae l’originalità e la profondità di “Improvvisamente l’estate scorsa”: Tennessee Williams fu schernito dal padre per la sua sensibilità e per le sue relazioni con diversi uomini. Si laureò nel 1938 all’University of Iova e nello stesso anno la sorella autistica fu internata in un ospedale psichiatrico. Tennessee Wiliams non perdonò mai sua madre per aver acconsentito nel 1943 a farla lobotomizzare, si sentì in colpa per non essere intervenuto in tempo e per un lungo periodo fu ossessionato dall’idea che la stessa sorte toccasse a lui. Fu perseguitato da frequenti attacchi di ansia. Tale sofferenza psicologica non poteva che essere tradotta nella costruzione di questa tragedia psicoanalitica, dove il bravo cast sa far risaltare le note vibranti dell’assurdo e del dolore. Le figure umane risaltano stilizzate da una penna incisiva e simbolica. Bravi gli attori, movimentata la scena che realizza sul palco un quadro familiare che fu una sfida senza sconti all’America puritana, una storia senza tempo e latitudine. Teatro Sala Umberto, Via della Mercede 50, Roma Dal 17 al 22 marzo 2026 “Improvvisamente l’estate scorsa” di Tennessee Williams. Traduzione di Monica Capuani Opera presentata per gentile concessione della University of the South, Sewanee, Tennessee. Con Elena Callegari, Ion Donà, Leda Kreider, Laura Marinoni, Edoardo Ribatto Regia di Stefano Cordella Produzione LAC Lugano Arte e Cultura In coproduzione con Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano Bruna Alasia
March 20, 2026
Pressenza
Michelangelo Dome: lo scudo missilistico con cui Leonardo SpA avvolgerà l’Europa
«Rispondere alle minacce emergenti in uno scenario globale sempre più complesso e proteggere infrastrutture critiche, aree urbane sensibili, territori e asset di interesse nazionale ed europeo attraverso una soluzione modulare, aperta, scalabile e multi-dominio: è l’obiettivo di “Michelangelo – The Security Dome”, sistema avanzato di difesa integrata di Leonardo» (https://www.leonardo.com/it/focus-detail/-/detail/michelangelo-sistema-multidominio-difesa-aerea-leonardo). In occasione della presentazione del Piano Industriale 2026-2030 di Leonardo SpA, tenutasi a Roma giovedì 12 marzo, l’Amministratore Delegato Roberto Cingolani ha evocato il nome dello “scudo missilistico” con cui l’azienda vorrebbe avvolgere l’Europa: Michelangelo Dome. Già il nome rievoca l’israeliano Iron Dome, progettato per intercettare i missili provenienti dai paesi arabi, soltanto che l’Europa non è in guerra coi propri vicini. Che cosa è il Michelangelo Dome? Si tratta di un sistema complesso ma costruito per essere compatibile con tutte le piattaforme adottate dai paesi Nato, adattabile alla difesa del territorio nazionale ma anche di specifiche aree strategiche come porti, basi militari, aeroporti, siti industriali; una sorta di grande cupola costruita con sistemi tecnologici avanzati e di ultima generazione, incluso il ricorso alla stessa IA. Nel corso dell’intervento, Cingolani ha promesso il primo impiego sul campo dello scudo entro la fine del 2026, in Ucraina. Intervistato poi da il Sole 24 Ore a margine dell’evento, l’AD ha seccamente difeso gli investimenti programmati per Michelangelo: «non sta finendo la guerra, sta iniziando una guerra nuova. I prossimi anni di pace apparente potrebbero permettere agli aggressori di costruire armi che sono difficili da neutralizzare: mai come adesso bisogna investi.re nella difesa».[1] Sarà – come sostiene implicitamente Cingolani –… che non vi siano alternative a questo destino di guerra, prefigurato con fin troppa facilità. Tuttavia i dubbi sorgono, dato che non si può negare un diretto interesse economico dell’azienda a una maggiore domanda di armi (e quindi a un loro maggior impiego) e all’innovazione militare, così come non si può nascondere il coinvolgimento sempre più diretto di Leonardo nelle istituzioni – da quelle militari alle scuole, le Università e i centri di ricerca. Il progetto di difesa Michelangelo era stato lanciato nell’ottobre del 2025 ma solo negli ultimi giorni dell’inverno 2026 è stato ufficialmente presentato al Ministro della Difesa Crosetto, al Capo di Stato Maggiore della Difesa Portolano e a tutti i Capi di Stato Maggiore delle Forze Armate. In un Comunicato stampa, Leonardo lo ha definito come «un’architettura completa che integra sensori terrestri, navali, aerei e spaziali di nuova generazione, piattaforme di cyber defence, sistemi di comando e controllo, intelligenza artificiale ed effettori coordinati. La piattaforma crea una cupola dinamica di sicurezza, capace di individuare, tracciare e neutralizzare minacce, anche in caso di attacchi massivi, su tutti i domini di operazione: aeree e missilistiche, inclusi missili ipersonici e sciami di droni, attacchi dalla superficie e sotto la superficie del mare, forze ostili terrestri». Senza poi dimenticare che «Grazie alla fusione avanzata dei dati provenienti da sensori multipli e all’impiego di algoritmi predittivi, Michelangelo è in grado di anticipare comportamenti ostili, ottimizzare la risposta operativa e coordinare automaticamente gli effettori più idonei».[2] Si parla di un giro d’affari di ben 21 miliardi entro il 2035, a patto però che Leonardo incontri il favore dei governi europei nel creare una rete di protezione unica che coinvolga i diversi paesi. Nel frattempo, il Bilancio aziendale è in netta crescita e ciò ha permesso di includere nel Piano Industriale 2026-2030 «un incremento sostanziale del dividendo che sarà pagato nel 2026 (+21% [rispetto al 2024]) e un ulteriore aumento del ritorno agli azionisti nell’arco di piano [ossia: durante il periodo coperto dal piano industriale vi sarà un ulteriore aumento]».[3] Si arriverà così a un dividendo di 0,63 € per azione, rispetto agli 0,52 di due anni fa. La guerra, evidentemente, paga. Il timore è che oltre al denaro fornisca agli azionisti di Leonardo anche la possibilità di esercitare pressioni e orientamenti sempre più forti sui governi, visto che è proprio con progetti come il Michelangelo che il grado di dipendenza delle istituzioni dalle aziende militari cresce notevolmente. E stando a vedere le politiche industriali del Governo già oggi il complesso militar industriale sembra avere un potere sterminato nell’influenzare scelte e strategie nell’immediato futuro. Emiliano Gentili, Federico Giusti, Stefano Macera [1] Cfr. https://www.analisidifesa.it/2025/11/leonardo-presenta-michelangelo-the-security-dome/. [2] Leonardo, Comunicato stampa: Leonardo: Cingolani presenta “Michelangelo – the Security Dome”, 27 Novembre 2025. [3] C. Dominelli, Leonardo svela nuovo piano: previsti 142 miliardi di ordini al 2030, «il Sole 24 Ore», 12 Marzo 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Oggi come ieri, no alle guerre
“Tutti i popoli amanti della pace debbono dunque unirsi perché gli orrori di una nuova e più atroce guerra siano risparmiati all’umanità” di Eugénie Cotton 1948 Era il 14 marzo 1948, una domenica. Al Foro Italico di Roma si riunirono 30.000 donne per una grande manifestazione, le Assise della Pace. Sull’Unità del 14 marzo, il giorno seguente, venne definita “la più grande manifestazione nazionale femminile che si sia avuta dalla liberazione ad oggi. La parola di Pace che uscirà da questa Assise per iniziativa del Fronte democratico popolare dovrà varcare i limiti stessi di una affermazione nazionale e divenire il primo, grande appello delle donne italiane alle donne di tutto il mondo perché madri, spose, sorelle, giovani donne di ogni paese, e con esse combattenti e reduci che della guerra hanno sofferto le atroci conseguenze, si uniscano in un fronte internazionale contro i pericoli incombenti di un nuovo conflitto”. Pochi anni erano trascorsi dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalle due bombe atomiche che, sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945 aggiunsero morti e terrore alle sofferenze già patite nei lunghi anni di guerra. Conflitto concluso certo ma nuove tensioni si stavano delineando: il blocco occidentale e quello orientale si stavano delineando e il mondo venne diviso in sfere d’influenza, non senza strappi, forzature e preoccupazioni. La preoccupazione per nuovi conflitti spinse l’UDI – Unione Donne Italiane, riunite durante il secondo congresso nazionale dell’ottobre ’47 a Milano, di promuovere una petizione popolare per richiedere al Presidente della Repubblica e all’Organizzazione delle Nazioni Unite il disarmo degli eserciti e l’interdizione delle armi atomiche. Ciò in collegamento con altri gruppi di donne attivi in oltre 50 paesi europei. Fu la prima petizione popolare nella storia della Repubblica italiana. Fu un grande successo. Le donne dell’Udi si mossero capillarmente, nelle città e nelle campagne, alla fine raccolsero più di due milioni di firme che vennero consegnate al Presidente della Repubblica De Nicola la grande Assise di Pace di marzo partecipata da 30.000 donne proveniente da ogni provincia. Quelle stesse firme vennero poi consegnate a Benjamin Cohen, segretario generale aggiunto dell’Onu, a Parigi il 4 novembre 1948, grazie ad una delegazione italiana. Sono passati ben più di 70 anni da quella grande manifestazione eppure ci si sente unite e uniti attraverso i decenni dal timore di nuove guerre.  Una stessa dolorosa familiarità ci sorprende anche con un’affermazione di Eugénie Cotton presidentessa della FDIF – Federazione Democratica Internazionale Femminile. Durante la quinta sessione dell’esecutivo della Federazione, avvenuta nello stesso ’48 denunciò “la politica bellicista del governo degli Stati Uniti e la sua ingerenza scandalosa negli affari interni d’Italia e di altri paesi che esso vorrebbe attrarre nella sua orbita, nel suo blocco di guerra”. La stessa volontà di dire no a tutte le guerre è quella che muove gli aderenti del Coordinamento Agite a partecipare ai Sabati di Pace. Il 21 marzo in piazza Carignano ci si riunirà per il consueto appuntamento, il 212° sabato dall’inizio della guerra in Ucraina. No alle guerre e no all’utilizzo dell’atomica, richiedendo la ratifica da parte dello Stato italiano del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) approvato dall’ONU il 7 luglio 2017 ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021. La necessità di questa ratifica e della messa al bando di tutte le armi nucleari è un’evidenza chiara anche sole a partire dal numero delle vittime delle due bombe sganciate nel 1945: 70.000 la prima e 35.000 la seconda senza contare i dispersi e la distruzione dell’intero territorio. Chi sopravvisse è chiamato in Giappone hibakusha. I loro figli e nipoti sono hibakusha di seconda e terza generazione, tutte persone che in un modo o nell’altro hanno avuto grossi problemi di salute, in primis la leucemia. È possibile ascoltare alcune loro testimonianze, oltre ad approfondimenti sull’atomica e sui suoi effetti durante la mostra Senzatomica visitabile ancora fino al 10 aprile presso il Centro Culturale Le Serre di Grugliasco. Tutti modi per riflettere sulla necessità di riflessione ma anche azione. Sara Panarella
March 20, 2026
Pressenza
La Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla riparte dai porti italiani
Da Livorno a Civitavecchia e Napoli, da Trieste ad Ancona e Bari, fino alla Sicilia e poi a Gaza, le barche della flotilla porteranno aiuti umanitari, medici e personale per la ricostruzione nella Striscia. La Global Sumud Flotilla salperà da innumerevoli porti italiani nel corso del prossimo mese, con una portata mai vista prima: almeno cento barche con migliaia di partecipanti da 50 Paesi. L’obiettivo non è più limitato a portare aiuti umanitari e rompere il blocco navale che da quasi 20 anni tiene sotto assedio le acque di Gaza – un assedio illegittimo secondo il diritto internazionale, che viene ignorato e normalizzato da tantissimi governi occidentali, tra cui quello italiano. Su richiesta della popolazione palestinese, infatti, alla flotilla parteciperanno medici, costruttori, educatori e altri figure fondamentali alla ricostruzione della Striscia.  È uno sforzo guidato da chi la Palestina la vive, a differenza del piano “Riviera di Gaza” propinato dal cosiddetto Board of Peace di Trump e Kushner: un nodo turistico e finanziario che ignora totalmente la volontà di una popolazione che da anni sopravvive a occupazione e genocidio.  In un mondo in cui le guerre imperversano sulla pelle dei civili, la resistenza e resilienza dei palestinesi – in arabo, appunto, sumud ( صمود ) – sono il faro del viaggio di solidarietà e speranza che guida la Global Sumud Flotilla. Questo viaggio parte proprio dall’Italia, che ancora è complice della  produzione di armamenti venduti a Israele, in particolare tramite Leonardo S.p.A, partecipata statale che collabora producendo droni armati, radar, cyber-sicurezza, sistemi missilistici e infrastrutture digitali di sorveglianza, come rivelato dal dossier di Rossana De Simone per BDS. E mentre il Consiglio dei Ministri riferisce “grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti” della guerra iniziata da Israele e Stati Uniti in Iran e in tutto il Medio Oriente, l’Italia continua a fornire armi e a ospitare basi militari statunitensi senza battere ciglio. La flotilla è l’alternativa solidale e pragmatica all’inazione e alla complicità del governo Meloni. Lo dimostrerà con una serie coordinata di partenze da diversi porti italiani, per raggiungere la Sicilia e salpare insieme per Gaza. La partenza delle barche sarà accompagnata da talk, concerti ed eventi partecipati da civili e personalità pubbliche solidali alla causa. Livorno 22 marzo Ancona 22 marzo Civitavecchia 29 marzo Napoli 29 marzo Bari 4-7 aprile Appuntamenti in altri porti italiani sono in via di definizione e saranno comunicati nei prossimi aggiornamenti. Comunicare in anticipo la presenza presso uno degli eventi al form seguente che riporta gli orari:  https://rsvp/prelanci/GSF In un momento in cui l’attenzione sulla Palestina si affievolisce, fagocitata dalle mire imperialiste di Stati Uniti e Israele, la Global Sumud Flotilla torna a salpare in direzione della popolazione palestinese e di tutti i popoli oppressi. Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
La Marcia dei bruchi si conclude a Milano sabato 28 marzo. Venite a fare l’ultimo chilometro con noi?
“Signor John, cosa sta succedendo nel mondo?”. Me lo ha chiesto un ragazzino di quinta elementare durante un incontro in Val Camonica. “E perché fanno le guerre?”, ha aggiunto una bambina di prima elementare, forse la più piccola del gruppo. Eravamo riuniti nell’atrio di una scuola elementare, con tutte le classi, dalla prima alla quinta. Ero stato invitato a incontrare gli alunni e alunne di questa scuola alla vigilia della marcia che, martedì 10 marzo scorso, ha coinvolto a Darfo Boario Terme circa 500 persone tra alunne, alunni e docenti. Come si fa a rispondere a domande così difficili, soprattutto quando arrivano da bambini così piccoli, con uno sguardo e un tono molto più seri di quelli di tanti adulti dei nostri tempi? Mi chiamo John Mpaliza, sono un cittadino italo-congolese. Vivo a Trento e sono in Italia da 34 anni: ne ho 57. Ingegnere informatico di formazione e di professione fino al 2014, oggi sono attivista per i diritti umani a tempo pieno. Da 16 anni organizzo marce nazionali e internazionali con l’obiettivo di creare momenti di dialogo e di confronto sui temi dei diritti umani, della giustizia e della pace. Da cinque anni promuovo la Marcia dei bruchi, un’iniziativa che ogni anno scolastico, sempre in una regione diversa, coinvolge migliaia di giovani, soprattutto studenti attraverso le scuole. In questo momento sto attraversando a piedi la Lombardia con la quinta edizione di questa iniziativa, partita sabato 21 febbraio da Mantova, che si concluderà a Milano nel pomeriggio di sabato 28 marzo. Ti starai probabilmente chiedendo come sarà andata a finire con le domande di quei bambini! Me lo chiedo ancora anch’io. Non so bene cosa abbia detto per convincerli. Si poteva leggere nei loro occhi e nell’espressione dei loro volti che erano soddisfatti della risposta. Ricordo solo che ho sorriso, ho chiesto scusa per non avere una risposta semplice pronta e ho iniziato a raccontare. Cosa? Non ricordo, ma ricordo le loro facce. Sembrava ascoltassero una fiaba. Erano circa ottanta, tutti curiosi, tranquilli e attentissimi. Alla fine ho visto sui loro volti quella bellissima espressione di soddisfazione, senza maschera, che solo i bambini hanno. Cos’era successo? Mistero! In quel momento ho capito che le mie spiegazioni erano arrivate a destinazione: nei loro cuori. Potevo quindi fermarmi. Ho quindi messo una canzone che speravano conoscessero ed hanno cantato a squarciagola. “Me la sono cavata piuttosto bene”, ho pensato tra me e me. E se fosse capitato a voi? Mi piacerebbe davvero saperlo come avreste risposte a quelle domande! Tornando a noi adulti, purtroppo la situazione attuale nel mondo non è delle migliori. Tra governanti criminali e armi di distruzione di massa — non solo quelle atomiche, ma anche la sempre più invasiva intelligenza artificiale — l’umanità sembra avvicinarsi come non mai a un punto di non ritorno. Palestina, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Iran, Ucraina, Venezuela, Libia, Cuba, Haiti, Siria. La lista è purtroppo lunghissima! Basta che nel sottosuolo di un Paese ci siano importanti riserve di materie prime, soprattutto petrolio, per finire nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati. Tra questi, secondo me, soprattutto la nostra Europa — soprattutto quella cosiddetta “unita e fondata sui diritti” — che sembra non rendersi conto di essere una marionetta in una relazione transatlantica in cui a guidare, comandare e trarre beneficio sono sempre, e da sempre, gli Stati Uniti. Gli esempi di questa relazione malata, tossica, sono tanti. Uno dei più evidenti, dopo i dazi introdotti da Trump e accettati dall’Unione Europea senza grandi reazioni, è la richiesta ai Paesi della NATO di contribuire con il 5% del PIL al finanziamento dell’organizzazione. La NATO, dalla sua nascita, è stata spesso il braccio armato della principale potenza occidentale, partecipando a diverse guerre sanguinosissime provocate dagli USA senza l’avvallo preventivo delle Nazioni Unite che, seppure siano rappresentative quasi del solo “Nord del mondo”, dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti umani e lavorare per la mediazione e la pace. Non sarebbe corretto però fare di tutta l’erba un fascio. C’è anche chi dice “no”. La Spagna guidata da Pedro Sánchez, ad esempio, si è opposta al finanziamento della NATO con il 5% del PIL e ha negato l’utilizzo delle proprie basi militari per gli attacchi contro l’Iran, oltre alla sua recente decisione di richiamare definitivamente la sua ambasciatrice da Tel Aviv. Quindi allora, qualcosa si può fare, giusto? La speranza è che, poco alla volta, altri Paesi seguano questa strada e che le cittadine e i cittadini europei decidano di sostenere e proteggere queste scelte della Spagna: lo stesso sostegno che chiediamo per i Paesi che si trovano nel mirino degli Stati Uniti, come Cuba, affamata, e Venezuela, ma non solo. Quando la legge del più forte diventa la norma, nessun Paese ricco di materie prime o di energia è davvero al sicuro. Anzi, nessun Paese è proprio al sicuro, nemmeno l’Italia! Per questo, l’umanità — o ciò che ne resta — deve fare una cosa sola: unirsi e lottare contro ogni forma di imperialismo, capitalismo e neocolonialismo. Pensare che non toccherà mai a noi, o che finché riguarda i Paesi del cosiddetto “Sud del mondo” siano affari loro, è come vedere la casa del vicino andare a fuoco e voltarsi dall’altra parte, convinti che le fiamme non arriveranno mai fino alla nostra. E la Marcia dei bruchi? Questa iniziativa porta avanti queste lotte nei territori, coinvolgendo soprattutto quei giovani che spesso definiamo “il nostro futuro” ma che, in realtà, sono già “il nostro presente”. La marcia è alla quinta edizione. Mancano 15 regioni! Ce la faremo? Un appello a fare insieme a noi l’ultimo km, sabato 28 marzo a Milano Vorrei quindi lanciare questo appello a tutte le persone e ai gruppi di buona volontà di Milano, della Lombardia e non solo: venite sabato 28 marzo, nel pomeriggio, e facciamo insieme l’ultimo chilometro e chiudiamo insieme questa edizione, con un messaggio di speranza: ci siamo e ci impegniamo per un futuro miglio! Portate bandiere o cartelloni con messaggi per dare voce alle cause e ai Paesi che vi stanno a cuore. La marcia si svolgerà nel pomeriggio, dopo le 15, e si concluderà entro le 18. PS: informazioni e dettagli su orario, piazza di ritrovo e percorso saranno disponibili da mercoledì 25 marzo sul sito della Marcia dei bruchi: www.marciadeibruchi.org Potete anche contattarmi direttamente per informazioni o adesioni: 320 430 9765. “Cammineremo insieme e, come bruchi, ci trasformeremo in farfalle. E così vogliamo trasformare anche il mondo”. Sono le parole di Giacomo, l’adolescente che diede il nome a questa iniziativa quando aveva 9 anni. Quest’anno ha partecipato anche lui alla marcia in Val Camonica. John Mpaliza https://www.marciadeibruchi.org https://www.marciadeibruchi.org/appello-ultimo-km-a-milano       Redazione Italia
March 20, 2026
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