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La FAO lancia l’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026
Sono oltre 200.000 le aziende agricole gestite da donne in Italia, quasi il 32% del totale, e stanno rivoluzionando il settore con creatività, innovazione, competenza e visione sostenibile. E le donne più giovani stanno dando una svolta importante all’agricoltura nell’innovazione e nella tecnologia. Un’agricoltura moderna non può fare a meno delle donne, che dimostrano una forte propensione verso pratiche agricole più sostenibili e innovative. In particolare, le imprese agricole a conduzione femminile, nel 2024, rappresentavano il 32%, contro una media UE del 29%. Anche tra i lavoratori autonomi, la presenza femminile è cresciuta: dal 34% del 2010 al 36% attuale. Un dato interessante è l’età: il 64,8% delle imprenditrici ha meno di 49 anni e, tra le under 30, la quota di titolari di impresa è passata dal 14% al 33,76% in dieci anni. Un segnale positivo di rinnovamento, rete e intraprendenza femminile. Le regioni con il maggior numero di imprese agricole femminili sono Sicilia, Puglia e Campania, confermando un forte dinamismo imprenditoriale nel Sud Italia. E secondo l’indice di parità di genere nel lavoro, l’Italia è tra i Paesi europei in cui l’eliminazione delle disuguaglianze avrebbe il maggiore impatto economico. Colmare il divario potrebbe infatti generare un aumento del PIL stimato intorno al 12% entro il 2050. In tema di emancipazione femminile nei sistemi agroalimentari c’è ancora tanto da fare, in Italia come in gran parte del mondo. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) ha lanciato l’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026, una campagna globale volta a riconoscere il contributo indispensabile ma spesso trascurato delle donne ai sistemi agroalimentari globali e a stimolare gli sforzi per colmare i persistenti divari di genere. Istituito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2024, l’Anno Internazionale mira a mettere in luce le realtà affrontate dalle donne agricoltrici e a promuovere riforme politiche e investimenti per rafforzare la parità di genere, l’emancipazione femminile e la costruzione di sistemi agroalimentari più resilienti. La FAO, insieme alle altre agenzie delle Nazioni Unite con sede a Roma – il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD) e il Programma Alimentare Mondiale (PAM), coordinerà le attività per tutto il 2026. Le donne rappresentano una quota significativa della forza lavoro agricola mondiale e sono indispensabili in tutte le filiere agroalimentari, dalla produzione e trasformazione alla distribuzione e al commercio, svolgendo un ruolo centrale nella sicurezza alimentare e nella nutrizione delle famiglie. Nel 2021, i sistemi agroalimentari impiegavano il 40% delle donne lavoratrici a livello globale, una percentuale quasi pari a quella degli uomini. Nonostante ciò, il contributo delle donne rimane sottovalutato e le loro condizioni di lavoro sono spesso più precarie: irregolari, informali, part-time, sottopagate, ad alta intensità di manodopera e altamente vulnerabili. Continuano a scontrarsi con barriere sistemiche, tra cui un accesso limitato a terra, finanza, tecnologie, istruzione, servizi di divulgazione e partecipazione al processo decisionale a tutti i livelli. L’Anno è stato ufficialmente inaugurato durante una cerimonia tenutasi a margine della recente 179ª sessione del Consiglio della FAO. Il discorso di apertura è stato pronunciato dall’economista capo della FAO, Maximo Torero, che ha sottolineato come i progressi in materia di emancipazione femminile nei sistemi agroalimentari siano rimasti stagnanti nell’ultimo decennio. “Il costo dell’inazione è enorme. Sappiamo da stime recenti che colmare il divario tra uomini e donne in agricoltura potrebbe aumentare il PIL globale di mille miliardi di dollari e ridurre l’insicurezza alimentare per 45 milioni di persone“. Nel corso del 2026, l’Anno Internazionale passerà dall’attuale condivisione di storie e discussioni personali al lavoro pratico: politiche nazionali, partnership comunitarie, ricerca, investimenti e dialogo tra agricoltori, cooperative, governi, istituzioni finanziarie, reti giovanili e università. L’obiettivo è semplice: trasformare l’impegno in pratica e la pratica in un impatto misurabile. I recenti rapporti della FAO “La condizione delle donne nei sistemi agroalimentari” (https://www.fao.org/gender/the-status-of-women-in-agrifood-systems/en)  e  “Il clima ingiusto“, sottolineano la portata della disuguaglianza di genere e gli sproporzionati rischi climatici a cui sono esposte le donne. Insieme, i rapporti evidenziano le barriere strutturali che limitano la produttività, il reddito, l’accesso alle risorse e la resilienza delle donne. Le donne agricoltrici lavorano in genere su appezzamenti di terreno più piccoli rispetto agli uomini. Anche quando gestiscono aziende agricole delle stesse dimensioni, il divario di genere nella produttività della terra è del 24%. Ogni giorno di temperature estremamente elevate riduce il valore totale dei raccolti prodotti dalle donne contadine del tre percento rispetto a quelli degli uomini. Un aumento di 1° C nelle temperature medie a lungo termine è associato a una riduzione del 34 per cento del reddito totale delle famiglie con a capo una donna, rispetto a quello delle famiglie con a capo un uomo. Le donne impiegate in lavori salariati nei sistemi agroalimentari guadagnano 78 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini. Il lavoro di cura non retribuito svolto da donne e ragazze contribuisce all’economia globale con almeno 10,8 trilioni di dollari all’anno. Ridurre le disparità di genere in termini di occupazione, istruzione e reddito potrebbe eliminare il 52 per cento del divario di insicurezza alimentare, che è costantemente più elevato tra le donne. L’emancipazione delle donne rurali attraverso interventi di sviluppo mirati potrebbe aumentare il reddito di altri 58 milioni di persone e rafforzare la resilienza di 235 milioni di persone. Qui il video dell’Anno internazionale della donna agricoltrice 2026 – Food and Agriculture Organization of the United Nations – FAO: https://www.youtube.com/watch?v=7ASMJRU2Q_w. Giovanni Caprio
PALESTINA: ALLA CATASTROFE UMANITARIA SI AGGIUNGE QUELLA AGRICOLA
Si continua a morire per mano israeliana a Gaza come in Cisgiordania. Nelle ultime 24 ore, 3 vittime per colpi d’arma da fuoco israeliani a nord della città di Rafah; 10 i palestinesi uccisi a Gaza. Salgono così a 238 i palestinesi uccisi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’11 ottobre, a cui si aggiungono 600 feriti. 510 invece i corpi recuperati da sotto le macerie. Israele ha ucciso 2 persone pure in Cisgiordania. Altre 2 – con 7 feriti – in Libano, sempre per mano – impunita – di Israele, su cui preme Trump per creare una qualche forza internazionale nella Striscia e per fare uscire dai territori occupati a Gaza da Tel Aviv almeno 200 militanti di Hamas, disseminati nei tunnel sotto il terreno. Sopra il terreno, intanto, gli aiuti continuano a non entrare, mentre lo spettro della fame torna a insistere su una popolazione già allo stremo. “Nella Striscia di Gaza siamo di fronte a una catastrofe umanitaria e agricola senza precedenti” – ha fatto sapere l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) Nel suo rapporto annuale, l’organizzazione ha infatti confermato che oltre l’80% dei terreni coltivati nella Striscia è stato distrutto da Tel Aviv e che meno del 5% dei terreni agricoli risulta ancora coltivabile. A completare il quadro della drammatica situazione a Gaza, le ultime stime dell’UNRWA, secondo la quale oltre il 90% della popolazione soffre di malnutrizione. L’agenzia fa sapere inoltre che “circa 75.000 sfollati hanno trovato rifugio negli oltre 100 edifici dell’UNRWA a Gaza, che per la danneggiati e/o sovraffollati.” Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, l’aggiornamento da Gaza di Sami Abu Omar, cooperante per diversi progetti nella Striscia e nostro storico collaboratore  Ascolta o scarica Guardando al fronte diplomatico, gli Usa hanno inviato a diversi membri del Consiglio di Sicurezza Onu una bozza di risoluzione con l’istituzione di una forza internazionale a Gaza per almeno 2 anni. La risoluzione darebbe agli Usa e ai paesi partecipanti (soprattutto Paesi arabi) un ampio mandato fino a fine 2027. La risoluzione farà da base alle trattative fra Stati per istituire la forza internazionale, da dispiegare in gennaio. La Resistenza palestinese e in particolare Hamas ha fatto sapere alla Turchia di essere pronta a cedere la gestione della Striscia a un organismo terzo, tecnico, ma composto da personalità palestinesi. Dentro Israele, decine di funzionari e il presidente del sindacato Histadrut sono stati arrestati per corruzione. E dopo essere sparita per diverse ore, è stata trasferita in prigione anche la procuratrice capo dell’esercito. Yifat Tomer-Yerushalmi. La 51enne avvocata, maggiore generale dell’esercito israeliano, ha ammesso piena responsabilità nella fuga di notizie che ha reso noto al mondo, attraverso la diffusione di un filmato, le terribili sevizie e torture a cui sono stati sottoposti i prigionieri palestinesi nei centri di detenzione israeliani. Il video, girato a Sde Teiman, mostrava i soldati della «Force 100» abusare in branco di un uomo che ha subito lesioni rettali, colon perforato, costole fratturate, un polmone forato.