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La Marcia dei bruchi si conclude a Milano sabato 28 marzo. Venite a fare l’ultimo chilometro con noi?
“Signor John, cosa sta succedendo nel mondo?”. Me lo ha chiesto un ragazzino di quinta elementare durante un incontro in Val Camonica. “E perché fanno le guerre?”, ha aggiunto una bambina di prima elementare, forse la più piccola del gruppo. Eravamo riuniti nell’atrio di una scuola elementare, con tutte le classi, dalla prima alla quinta. Ero stato invitato a incontrare gli alunni e alunne di questa scuola alla vigilia della marcia che, martedì 10 marzo scorso, ha coinvolto a Darfo Boario Terme circa 500 persone tra alunne, alunni e docenti. Come si fa a rispondere a domande così difficili, soprattutto quando arrivano da bambini così piccoli, con uno sguardo e un tono molto più seri di quelli di tanti adulti dei nostri tempi? Mi chiamo John Mpaliza, sono un cittadino italo-congolese. Vivo a Trento e sono in Italia da 34 anni: ne ho 57. Ingegnere informatico di formazione e di professione fino al 2014, oggi sono attivista per i diritti umani a tempo pieno. Da 16 anni organizzo marce nazionali e internazionali con l’obiettivo di creare momenti di dialogo e di confronto sui temi dei diritti umani, della giustizia e della pace. Da cinque anni promuovo la Marcia dei bruchi, un’iniziativa che ogni anno scolastico, sempre in una regione diversa, coinvolge migliaia di giovani, soprattutto studenti attraverso le scuole. In questo momento sto attraversando a piedi la Lombardia con la quinta edizione di questa iniziativa, partita sabato 21 febbraio da Mantova, che si concluderà a Milano nel pomeriggio di sabato 28 marzo. Ti starai probabilmente chiedendo come sarà andata a finire con le domande di quei bambini! Me lo chiedo ancora anch’io. Non so bene cosa abbia detto per convincerli. Si poteva leggere nei loro occhi e nell’espressione dei loro volti che erano soddisfatti della risposta. Ricordo solo che ho sorriso, ho chiesto scusa per non avere una risposta semplice pronta e ho iniziato a raccontare. Cosa? Non ricordo, ma ricordo le loro facce. Sembrava ascoltassero una fiaba. Erano circa ottanta, tutti curiosi, tranquilli e attentissimi. Alla fine ho visto sui loro volti quella bellissima espressione di soddisfazione, senza maschera, che solo i bambini hanno. Cos’era successo? Mistero! In quel momento ho capito che le mie spiegazioni erano arrivate a destinazione: nei loro cuori. Potevo quindi fermarmi. Ho quindi messo una canzone che speravano conoscessero ed hanno cantato a squarciagola. “Me la sono cavata piuttosto bene”, ho pensato tra me e me. E se fosse capitato a voi? Mi piacerebbe davvero saperlo come avreste risposte a quelle domande! Tornando a noi adulti, purtroppo la situazione attuale nel mondo non è delle migliori. Tra governanti criminali e armi di distruzione di massa — non solo quelle atomiche, ma anche la sempre più invasiva intelligenza artificiale — l’umanità sembra avvicinarsi come non mai a un punto di non ritorno. Palestina, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Iran, Ucraina, Venezuela, Libia, Cuba, Haiti, Siria. La lista è purtroppo lunghissima! Basta che nel sottosuolo di un Paese ci siano importanti riserve di materie prime, soprattutto petrolio, per finire nel mirino degli Stati Uniti e dei loro alleati. Tra questi, secondo me, soprattutto la nostra Europa — soprattutto quella cosiddetta “unita e fondata sui diritti” — che sembra non rendersi conto di essere una marionetta in una relazione transatlantica in cui a guidare, comandare e trarre beneficio sono sempre, e da sempre, gli Stati Uniti. Gli esempi di questa relazione malata, tossica, sono tanti. Uno dei più evidenti, dopo i dazi introdotti da Trump e accettati dall’Unione Europea senza grandi reazioni, è la richiesta ai Paesi della NATO di contribuire con il 5% del PIL al finanziamento dell’organizzazione. La NATO, dalla sua nascita, è stata spesso il braccio armato della principale potenza occidentale, partecipando a diverse guerre sanguinosissime provocate dagli USA senza l’avvallo preventivo delle Nazioni Unite che, seppure siano rappresentative quasi del solo “Nord del mondo”, dovrebbero vigilare sul rispetto dei diritti umani e lavorare per la mediazione e la pace. Non sarebbe corretto però fare di tutta l’erba un fascio. C’è anche chi dice “no”. La Spagna guidata da Pedro Sánchez, ad esempio, si è opposta al finanziamento della NATO con il 5% del PIL e ha negato l’utilizzo delle proprie basi militari per gli attacchi contro l’Iran, oltre alla sua recente decisione di richiamare definitivamente la sua ambasciatrice da Tel Aviv. Quindi allora, qualcosa si può fare, giusto? La speranza è che, poco alla volta, altri Paesi seguano questa strada e che le cittadine e i cittadini europei decidano di sostenere e proteggere queste scelte della Spagna: lo stesso sostegno che chiediamo per i Paesi che si trovano nel mirino degli Stati Uniti, come Cuba, affamata, e Venezuela, ma non solo. Quando la legge del più forte diventa la norma, nessun Paese ricco di materie prime o di energia è davvero al sicuro. Anzi, nessun Paese è proprio al sicuro, nemmeno l’Italia! Per questo, l’umanità — o ciò che ne resta — deve fare una cosa sola: unirsi e lottare contro ogni forma di imperialismo, capitalismo e neocolonialismo. Pensare che non toccherà mai a noi, o che finché riguarda i Paesi del cosiddetto “Sud del mondo” siano affari loro, è come vedere la casa del vicino andare a fuoco e voltarsi dall’altra parte, convinti che le fiamme non arriveranno mai fino alla nostra. E la Marcia dei bruchi? Questa iniziativa porta avanti queste lotte nei territori, coinvolgendo soprattutto quei giovani che spesso definiamo “il nostro futuro” ma che, in realtà, sono già “il nostro presente”. La marcia è alla quinta edizione. Mancano 15 regioni! Ce la faremo? Un appello a fare insieme a noi l’ultimo km, sabato 28 marzo a Milano Vorrei quindi lanciare questo appello a tutte le persone e ai gruppi di buona volontà di Milano, della Lombardia e non solo: venite sabato 28 marzo, nel pomeriggio, e facciamo insieme l’ultimo chilometro e chiudiamo insieme questa edizione, con un messaggio di speranza: ci siamo e ci impegniamo per un futuro miglio! Portate bandiere o cartelloni con messaggi per dare voce alle cause e ai Paesi che vi stanno a cuore. La marcia si svolgerà nel pomeriggio, dopo le 15, e si concluderà entro le 18. PS: informazioni e dettagli su orario, piazza di ritrovo e percorso saranno disponibili da mercoledì 25 marzo sul sito della Marcia dei bruchi: www.marciadeibruchi.org Potete anche contattarmi direttamente per informazioni o adesioni: 320 430 9765. “Cammineremo insieme e, come bruchi, ci trasformeremo in farfalle. E così vogliamo trasformare anche il mondo”. Sono le parole di Giacomo, l’adolescente che diede il nome a questa iniziativa quando aveva 9 anni. Quest’anno ha partecipato anche lui alla marcia in Val Camonica. John Mpaliza https://www.marciadeibruchi.org https://www.marciadeibruchi.org/appello-ultimo-km-a-milano       Redazione Italia
March 20, 2026
Pressenza
Com’è il cielo in Palestina? L’arte si unisce alla Global Sumud Flotilla
Il progetto di Giovanni Gaggia si unisce alla prossima missione. Cento bandiere salperanno ad aprile per Gaza. Il Global Movement to Gaza riunisce organizzatori e partecipanti della Marcia Globale verso Gaza, svoltasi in Egitto nel giugno 2025. Il movimento rappresenta uno dei bracci operativi della più ampia Global Sumud Flotilla, insieme alle delegazioni della Freedom Flotilla Coalition e del Convoglio Sumud, uniti in uno sforzo comune per porre fine all’assedio israeliano di Gaza e consegnare aiuti umanitari attraverso un’azione coordinata e nonviolenta. L’obiettivo è chiaro: rompere pacificamente il blocco imposto a Gaza e portare cibo e aiuti medici urgentemente necessari a una popolazione stremata. Dopo la prima missione del settembre 2025, ad aprile 2026 partirà una seconda missione civile e nonviolenta via mare: più partecipata, più determinata e ancora più imponente, diretta a Gaza. La missione è promossa dal Global Movement to Gaza e dalla Global Sumud Flotilla e partirà anche dall’Italia, dal porto di Augusta. Questa volta anche l’arte sarà parte integrante della traversata, con la grande opera collettiva di Giovanni Gaggia, “Com’è il cielo in Palestina?”: un progetto processuale tra memoria, attivismo e resistenza. L’iniziativa nasce dalla società civile e intende rompere il silenzio sull’assedio che da anni colpisce la popolazione palestinese, richiamando con forza il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. L’opera si compone di parole. È tempo di restituire importanza e peso alle parole che utilizziamo: parole che se scelte con responsabilità e umanità, lontano da pregiudizi, da logiche di convenienza e da meri interessi di parte, hanno il potere di cambiare la storia. L’arte, in questo caso, accoglie l’invito a sostenere la missione, seguendola, raccontandola, trasformandola e contribuendo a dare visibilità ai fatti e alla mobilitazione della società civile. Un’opera d’arte, così come ogni voce, in particolare quella della stampa, può fare la differenza nel mantenere alta l’attenzione sull’urgenza di difendere i diritti umani e la dignità della popolazione palestinese. In preparazione alla missione, il 21 marzo 2026 a Roma, dalle 15.00 presso il CSOA Ex SNIA (via Prenestina 173), si terrà una giornata di confronto con un’assemblea nazionale sulla Palestina, aperta a tutte le realtà solidali con la causa. Tra i promotori Thousand Madleens to Gaza Italia (che partiranno insieme a GSF). Molteplici sono le città in cui si stanno svolgendo momenti di ricamo collettivo: Torino, Verbania (VB), Mondovì (CN) Venezia, Milano, Varese, Sondrio, Ancona, Urbino (PU), San Benedetto del Tronto (AP), Pescara, Teramo, Roma. Le bandiere inizieranno a essere issate il 22 marzo ad Ancona; tra queste, il vessillo realizzato dall’artista con la frase di Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”, che salperà con l’ammiraglia il 29 marzo a Civitavecchia, per confluire tutte nella partenza ufficiale prevista ad Augusta.  Com’è il cielo in Palestina? è un’opera processuale nata nel 2023 nell’ambito di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura, poi sviluppatasi in una grande installazione presentata alla Casa della Memoria di Milano. Il progetto ha quindi proseguito il suo percorso in forma diffusa in diverse città italiane — Nuoro, Catania e Jesi — coinvolgendo mostre, scuole e laboratori di arte partecipata e continua a crescere come pratica collettiva che attiva territori e comunità. L’intero percorso sarà raccontato in un saggio di prossima pubblicazione. Un cammino che non si interrompe e che contribuisce a mantenere viva l’attenzione su Gaza in un momento in cui l’interesse mediatico appare affievolito. Il lavoro di Gaggia invita a una presa di posizione contro l’inerzia e la rassegnazione: ogni coperta diventa bandiera e voce collettiva, capace di portare un messaggio di solidarietà. Le frasi ricamate, mantenute nella lingua originale, raccontano dolore e assedio, ma anche la speranza di un cielo condiviso oltre muri e confini. Un mantra di pace e comunanza pronto a viaggiare verso Gaza e oltre, per continuare a tessere resistenza e sostegno Il progetto si è progressivamente ampliato grazie al contributo di comunità di diverse città italiane, diventando un’opera collettiva e diffusa che può vivere anche senza la presenza diretta dell’artista: le testimonianze vengono “adottate” e ricamate dalle comunità. Questo processo partecipativo si è intrecciato con iniziative di solidarietà, tra cui il Global Movement to Gaza e la Global Sumud Flotilla. Per la nuova missione, un componimento ricevuto da Silvia Severini mentre si trovava a bordo della Global Sumud verrà suddiviso in 100 parti e ricamato su 100 bandiere della Palestina, che si imbarcheranno sulle navi della flottiglia. Sulla nave ammiraglia salperà invece la frase di Vittorio Arrigoni, “Restiamo umani”, ricamata da Giovanni Gaggia in occasione del quindicennale della sua morte, avvenuta proprio nella Striscia di Gaza. Il componimento è una voce da Gaza che accompagnerà la missione, una lettera che continua ad attraversare il mare: Alla mia cara amica che ora naviga verso di noi attraverso il mare, so che la distanza è grande e che non hai possibilità di comunicare con me, ma il mio cuore ti accompagna in ogni onda e in ogni brezza che spinge la tua nave verso le coste di Gaza. La tua presenza a bordo di questa flottiglia non è soltanto un viaggio: è un grande messaggio umanitario, una testimonianza che il mondo non ha dimenticato Gaza e i suoi bambini. Qui attendiamo il suono della sirena della tua nave come chi, assetato, attende una goccia d’acqua. Aspettiamo il tuo arrivo con un cuore colmo di speranza in mezzo al dolore. Voglio che tu sappia che il tuo coraggio ci dona a Gaza una forza raddoppiata e che un solo tuo sorriso al tuo arrivo vale per noi un’intera vita. Per quanto il tuo viaggio sia difficile e pericoloso, ci basta sapere che hai scelto di stare con noi, invece di guardarci da lontano. Che tu torni o rimanga, il tuo nome resterà inciso nei nostri cuori. Racconteremo ai nostri bambini che hai attraversato il mare per noi, portando luce in un momento di oscurità. Stammi bene, amica mia. Ti aspettiamo pregando, con le mani alzate al cielo perché tu possa arrivare sana e salva.  Khaled Informazioni https://www.cieloinpalestina.it/ https://www.globalsumudflotilla.org/ Global Movement to Gaza
March 20, 2026
Pressenza
In Toscana crescono le proteste contro la militarizzazione
L’escalation bellica dilagante mostra in modo sempre più evidente che la guerra parte anche da qui. Lo vediamo con la logistica, sempre più coinvolta sul piano bellico: strade, porti, ferrovie in cui transitano mezzi e materiali militari a testimonianza del coinvolgimento di infrastrutture produttive nel grande business della guerra. Tuttavia, sta crescendo la coscienza del grande impatto della militarizzazione nelle nostre vite e nella nostra quotidianità. E con la coscienza crescono le forme di lotta e di coordinamento tra quanti hanno ben chiaro il NO alle politiche e all’economia di guerra. Giovedì 12 marzo un treno carico di mezzi militari ed esplosivi proveniente da Piombino e diretto a Palmanova, in Friuli, ha impiegato oltre 12 ore per fare la tratta Piombino-Pisa, appena 100 chilometri, trovando sul proprio percorso presidi di boicottaggio a Livorno Calambrone e Collesalvetti e un blocco dei binari a Pisa Centrale. Il giorno seguente, venerdì 13 marzo, un presidio del Coordinamento Antimilitarista livornese presso l’Accademia Navale di Livorno ha voluto esprimere la protesta verso l’attacco di USA e Israele all’Iran – ennesimo focolaio di guerra imperialista che incendia il Golfo Persico – ma anche denunciare il coinvolgimento di aziende locali nella produzione di alcune armi usate in questa guerra. La Wass Fincantieri, che a Livorno ha un’importante sede produttiva specializzata in siluri e sistemi di lancio militari, ha ricevuto una commessa per la realizzazione di siluri leggeri MU90 destinati alla Marina Reale Saudita; da notare che l’accordo risulterebbe stipulato a Dubai proprio nei giorni della tanto discussa presenza del Ministro Crosetto in quell’area. E sempre a Dubai, nei medesimi giorni, Crosetto risulterebbe aver curato un contratto di centinaia di milioni con la Marina Indonesiana che vede il coinvolgimento della ditta livornese Drass, fornitrice di sistemi subacquei militari. Da notare – dato estremamente importante per l’Osservatorio, che ha come nucleo centrale della propria attività il contrasto alla militarizzazione del sistema scolastico – che queste sono anche aziende che attivano percorsi di formazione scuola – lavoro (ex Pcto), coinvolgendo molti studenti. E allora facciamoci sentire nei collegi docenti, nelle commissioni di lavoro per l’alternanza e l’orientamento, nel dialogo educativo con gli studenti. Mettiamo paletti rigorosi al dilagare della guerra, ostacoliamo le convenzioni fra scuole e aziende legate alla produzione bellica. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 19, 2026
Pressenza
La Costa Rica chiude la propria ambasciata a Cuba
“Il 17 marzo, il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica della Costa Rica ha informato la nostra Cancelleria attraverso una nota diplomatica e senza offrire alcun argomento, della decisione unilaterale di chiudere la propria ambasciata a Cuba,” si legge in un comunicato del Ministero degli Affari Esteri cubano. “Inoltre, senza alcun tipo di giustificazione e invocando una presunta e infondata reciprocità, ha chiesto a Cuba di ritirare il personale diplomatico dalla sua Ambasciata a San José, sottolineando che ciò non include il personale consolare e amministrativo, che potrà continuare a svolgere le sue funzioni”, continua la nota del Ministero degli Esteri cubano. Viene notificato che “a partire dal 1° aprile il governo della Costa Rica manterrà le relazioni con Cuba a livello consolare”. Secondo la nota emessa dal governo cubano “si tratta di una decisione arbitraria, evidentemente adottata sotto pressione e senza tener conto degli interessi nazionali di quel popolo fratello. Con questo passo, il governo costaricano, che mostra una storia di subordinazione alla politica degli Stati Uniti contro Cuba, si unisce ancora una volta all’offensiva del governo statunitense nei suoi rinnovati tentativi di isolare il nostro Paese dalle nazioni della Nostra America e partecipa alla sua escalation aggressiva contro la Rivoluzione cubana, respinta dalla comunità internazionale. Come sessant’anni fa, fallirà nell’impegno. Niente potrà allontanare i popoli di Cuba e Costa Rica, uniti da legami indissolubili di una storia comune, onorata da grandi eroi dell’indipendenza cubana come Martí e Maceo”, conclude il comunicato. La decisione del governo della Costa Rica arriva dopo la riunione della nuova creatura voluta da Donald Trump denominata “Scudo delle Americhe” tenutasi il 7 marzo a Miami. All’alleanza politico-militare sono stati invitati i presidenti di destra ed estrema destra che governano in America Latina. Lo scopo formale è quello di combattere il narcotraffico e l’emigrazione clandestina, ma in realtà “l’obiettivo è quello di riorganizzare la sicurezza dell’emisfero attraverso un’alleanza politico-militare nel continente, che garantisca una retroguardia alleata nel cortile di casa”, come fa notare Marco Consolo. Alla prima riunione erano presenti Javier Milei per l’Argentina, il boliviano Rodrigo Paz, José Antonio Kast per il Cile, Rodrigo Chaves per la Costa Rica, Daniel Noboa per l’Ecuador, Nayib Bukele per El Salvador, Irfaan Ali per la Guyana, il neo eletto presidente dell’Honduras Nasry Asfura, José Raúl Mulino per Panama, Santiago Peña per il Paraguay, Luis Abinader per la Repubblica Dominicana e Kamla Persad-Bissessar per Trinidad e Tobago. Durante l’incontro si è ovviamente parlato anche di Cuba e Trump ha dichiarato che l’isola è arrivata alla fine del suo percorso politico. La decisione di chiudere l’ambasciata da parte della Costa Rica arriva dopo che il 4 marzo il governo dell’Ecuador di Daniel Noboa, senza fornire alcuna giustificazione, aveva dichiarato persona non gradita l’ambasciatore cubano Basilio Gutierrez e i membri della rappresentanza diplomatica, intimando loro di lasciare il Paese entro 48 ore. Quindi immaginare che dietro le due decisioni ci sia una regia statunitense non è una fantasia. Ci dovremo aspettare altre ambasciate chiuse nei prossimi giorni, magari proprio in uno dei Paesi che il pacifista della domenica ha chiamato al suo cospetto? Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info   Redazione Italia
March 19, 2026
Pressenza
Una targa per dire che “La strage fu di Stato e Pinelli fu assassinato”
A Milano, nella zona delle case popolari del quartiere San Siro, ci sarà — per decisione dell’amministrazione comunale — una via dedicata a Pino Pinelli. Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, fu fermato dopo la strage di Piazza Fontana e trattenuto oltre le 48 ore allora previste per gli accertamenti. Non c’erano motivi per trattenerlo in Questura: era del tutto estraneo ai fatti che gli venivano contestati. Così come era totalmente falsa la “pista anarchica” allora seguita dalle indagini e accreditata dall’informazione ufficiale, tra cui un giovanissimo Bruno Vespa, allora al TG1 della RAI. Pinelli “cadde” dai locali della Questura il 15 dicembre del 1969. Come ricorda Claudia, la figlia di Pino, in un’intervista rilasciata a Gianfranco Falcone per Left qualche anno fa, erano in pochi allora a difendere la verità che poi, a mano a mano, emerse: “Sono arrivate circa tremila persone; la gente era affacciata alle finestre delle palazzine, ma c’erano i vicini, i parenti, i compagni, gli amici, anche poeti come Fortini e Raboni, in un quartiere assediato dalla polizia. In quel momento di paura e di angoscia, quando le versioni che passavano erano solo quelle ufficiali, essere presenti al funerale di Pino è stato un atto di coraggio, con la polizia che ha schedato praticamente tutti i partecipanti. Si dovevano mostrare i documenti per riuscire ad arrivare qui e, comunque, la polizia fece in modo — con blocchi stradali e cariche — che non si arrivasse al cimitero. Ci arrivarono in pochissimi.” L’abitazione della famiglia Pinelli era allora in via Preneste, a pochi passi da via Micene, che diventerà via Pino Pinelli, anarchico e partigiano. Visto il peso che quel fatto ha avuto sulla storia personale della sua famiglia e su quella collettiva di tutti noi, preferiremmo che, come per la quercia piantata per Pino Pinelli in piazza Segesta, la targa riportasse anche: “18ª vittima della Strage di Piazza Fontana”. Ettore Macchieraldo
March 18, 2026
Pressenza
Messaggio da Gaza ai tempi della guerra USA-Israele-Iran
Dopo un lungo silenzio riaccendiamo i riflettori su Gaza grazie al racconto di storia vissuta che ci ha appena inviato Nancy Hamad, la studentessa in economia che vorrebbe con tutte le sue forze laurearsi. Nel dicembre del 2024 il collettivo di docenti e ricercatori “Roma Tre Etica” ha conferito a Nancy una laurea honoris causa (simbolica) nel giorno stesso in cui il terzo ateneo della Capitale la conferiva a una delle artefici sul piano giuridico del regime di apartheid e oggi di genocidio: la costituzionalista, colonnello dell’esercito israeliano Daphne Barak Erez. Si trattò di un omaggio verso i numerosi centri di potere sionisti all’interno di un ateneo non nuovo a tali iniziative. Ecco il messaggio di Nancy: Ciao Stefano, grazie a Dio stiamo bene. Per noi non è cambiato molto, ma la tregua ha portato un notevole sollievo, anche se i bombardamenti continuano a verificarsi a intermittenza. Non c’è pace interiore in noi. Siamo ancora sfollati nel sud, viviamo in tende. Siamo estremamente provati psicologicamente. La speranza è letteralmente svanita dai nostri cuori. Non riusciamo più a immaginare il nostro futuro; è un futuro sconosciuto. I nostri giovani stanno morendo nella nostra terra. Non ci sono sogni, né speranza, né obiettivi, né ambizioni, mentre un tempo sognavamo come gli altri giovani di tutto il mondo. La frammentazione interna e il disordine tra la popolazione di Gaza sono diventati immensi. Siamo dispersi. Dopo la guerra con l’Iran, noi a Gaza siamo stati dimenticati e il mondo ci ha dimenticati. Abbiamo perso la speranza di tornare nella nostra terra. Siamo persino stanchi di parlare e rivolgerci al mondo intero senza alcun risultato tangibile. Ogni commento è superfluo; a noi resta solo il doveroso compito di non spegnere i riflettori. Stefano Bertoldi
March 17, 2026
Pressenza
Il giornalismo come pass: navigare in un mondo dove il pragmatismo incontra il miracoloso
La curiosità porta molti nel giornalismo, un campo che cambia irrevocabilmente le priorità e il ritmo quotidiano. Lavorare a stretto contatto con le persone significa navigare lo spazio tra tragedia e trionfo: l’immersione profonda nel dolore e il lutto e la testimonianza di miracoli fatti dall’uomo. Oleksandra Rakhimova, fotografa per il sito ucraino Frontliner, condivide esperienze del suo primo anno di reportage in tempo di guerra. Mi sono laureata in giornalismo nel 2017, ma è stato solo nel 2025 che ho sentito una vera vocazione per questa professione, che si è trasformata così tanto rispetto al mio periodo di esordio, facendomi sentire come una principiante. Inoltre, ho scelto un percorso specifico: ho deciso di lavorare come fotogiornalista. Il mio primo vero incarico è stato un dispaccio da Kherson nel febbraio 2025. Non capisco ancora perché i miei editori abbiano approvato il viaggio e un collega giornalista abbia accettato di unirsi a me, ma l’iniziativa è andata avanti. Era una mossa rischiosa; non avevo alcuna esperienza formale nella produzione di contenuti giornalistici. La mia unica motivazione era il desiderio di tornare al Sud — a casa mia — e riconnettermi con persone profondamente trasformate dalla guerra e dall’occupazione. Eventi unici e persone indimenticabili È così che è iniziata la mia storia sui rifugi sotterranei della città, i luoghi dove le donne imparano l’autodifesa, un teatro continua per mettere in scena spettacoli e i bambini possono finalmente avere la possibilità di vedere i loro amici di persona. Una delle madri richiese una fotografia del figlio e del suo compagno di classe; era il loro primo incontro faccia a faccia dopo tre anni. Voleva catturare il momento per il futuro. Un bambino e una bambina, compagni di classe che si vedono di persona per la prima volta in tre anni, si incontrano in un rifugio sotterraneo dove si tengono eventi festivi per bambini, Kherson, Ucraina, 15 febbraio 2025. (Oleksandra Rakhimova/Frontliner) Durante quel viaggio, abbiamo alloggiato a casa di un amico a soli due chilometri dalle posizioni di tiro russe. La prima notte dormire era impossibile. Sembrava che la casa stesse danzando al ritmo del pesante cannoneggiamento. Col tempo ci siamo abituati. Le esplosioni divennero uno sfondo della vita quotidiana — presenti durante il viaggio sul filobus, cenando in un caffè locale sulle note di un sassofonista dal vivo, o anche solo osservando le cicatrici dell’occupazione, dai graffiti sui negozi saccheggiati alla scatola abbandonata di tè russo. Ad aprile ho fatto il mio secondo viaggio a Kherson per intervistare civili feriti. Quel giorno nevicò. È stato un colpo di fortuna, dato che il meteo ha bloccato la maggior parte dei droni FPV, dandoci una rara finestra di tempo per lavorare in relativa pace. Un chirurgo locale, parlando dopo una procedura su un paziente ferito, ha sottolineato la portata della crisi: “Dovete rendervi conto che ogni persona qui è profondamente traumatizzata.” Tra coloro che ho incontrato c’era una donna che indossava abiti donati dopo che la sua casa era stata distrutta due volte dai bombardamenti russi, e un anziano sopravvissuto a ferite, ipotermia e disidratazione. Quando ce ne siamo andati, ci ha semplicemente chiesto di stare al sicuro. Quando sono tornata al giornalismo, il mio ragionamento era semplice e pragmatico: un tesserino stampa mi avrebbe dato accesso a luoghi altrimenti vietati. Sarei mai riuscito a frequentare un intervento di trapianto di cuore se non avessi corso il rischio e fatto domanda per un lavoro a Frontliner un anno prima? Certo che no. Oleksandra Rakhimova e la chirurga dei trapianti Sofia Chaikovska si preparano per un intervento di trapianto di cuore presso l’Istituto del Cuore del Ministero della Salute dell’Ucraina, Kiev, 14 luglio 2025. (Foto per gentile concessione di Oleksandra Rakhimova) Sono rimasta in sala operatoria mentre i chirurghi rimuovevano il cuore di una persona e lo suturavano nel petto di un’altra. L’ho visto iniziare a battere con i miei occhi. Quell’esperienza mi ha insegnato come una vita persa possa diventare una vita salvata. Potresti davvero dire di no a questo? Come giornalista in tempo di guerra, vedi persone disposte a usare protesi o addirittura strisciare se necessario, solo per raggiungere i luoghi da cui tutti gli altri scappano. Allo stesso tempo, è una realtà in cui devi assorbire il dolore e la sofferenza degli altri. Impari a gestirla al volo, perché nessun allenamento può davvero prepararti a ciò che incontri. Oleksandra Rakhimova a Kropyvnytskyi, Ucraina, 6 marzo 2025. (Albina Karman/Frontliner) Ci sono aspetti di questo lavoro di cui non si parla così spesso. Per prima cosa, commetterete errori continuamente, non importa quanto cercate di non farlo. In quei momenti, avere una squadra di supporto da cui imparare è una fortuna. Consumeresti enormi quantità di energia solo per capire la logistica per muoverti. Viaggiare non è mai confortevole; è scomodo, estenuante e di solito succede all’improvviso. Uno zaino pesante contenente l’essenziale d’emergenza diventa parte di te quanto il tuo ingombrante kit di pronto soccorso. Nonostante una pianificazione attenta, le sfide inaspettate sono inevitabili. Alla fine accetti che l’unica cosa veramente sotto il tuo controllo è quanto sei preparato. Il resto del mondo può capovolgersi in un attimo. Bisogna anche considerare il fatto che molte persone semplicemente non vogliono parlare con la stampa. I loro pregiudizi e paure si sono formati molto prima che tu mettessi piede in questo mondo. Idealizzare questo lavoro è un grave errore. Allora, perché resto? Per la curiosità di ciò che ci aspetta: i nuovi volti, le fotografie e le storie ancora da raccontare. Resta da vedere se la società ucraina riuscirà finalmente ad accettare che un media libero e professionale non sia scontato. Questi media sono più di semplici ‘produttori di contenuti’, sono una voce vitale che necessita di supporto nazionale per essere ascoltata efficacemente sulla scena internazional Adattamento di Myroslava Andrusyk Oleksandra Rakhimova Fotografa Si è unita a Frontliner per avere l’opportunità di catturare momenti importanti in luoghi che prima le erano inaccessibili. Nel 2017 ha conseguito una laurea in Giornalismo presso la Lesya Ukrainka Eastern European National University. Ha iniziato a fotografare circa cinque anni fa. Anche all’inizio della sua carriera, sapeva che in un modo o nell’altro avrebbe finito per documentare la guerra e tutto ciò che vi era collegato — l’unica domanda era quando. Per lei, la guerra riguarda vite e destini umani. Spera di fotografare quante più storie possibile di ucraini che portano il peso della guerra sulle spalle. Redazione Roma
March 17, 2026
Pressenza
Che tristezza Antonio Di Pietro con la destra
Con una certa tristezza ho visto la foto di Antonio Di Pietro con Del Mastro e i baldanzosi esponenti della destra aquilana visibilmente soddisfatti del trofeo. Non sono mai stato un dipietrista e ho sempre diffidato di tutti i partiti e movimenti personali soprattutto se si definivano “nè di destra nè di sinistra”. Alla lunga far leva su sentimenti qualunquistici sposta sempre la società a destra e soprattutto apre autostrade per le forze politiche e i poteri che da sempre poco gradiscono la democrazia costituzionale. Con Di Pietro noi di Rifondazione Comunista abbiamo condiviso tante battaglie ma sul garantismo ci siamo sempre trovati distanti. Ora assistiamo al paradosso che noi che proponevamo la separazione delle funzioni e criticavamo il giustizialismo siamo schierati per il NO, mentre Di Pietro – quello del “partito dei giudici” – è diventato un sostenitore dello spacchettamento del Csm insieme agli eredi di Almirante, di Berlusconi e della loggia P2. La nostra linea ha la coerenza di chi sulla giustizia ha sempre avuto come bussola la Costituzione: garantismo, difesa dell’indipendenza della magistratura, lotta alla corruzione e alle mafie per noi non vanno mai contrapposti. Questa parabola del leader di un partito personale non è una novità. Si pensi per esempio a Grillo che ha chiuso la sua esperienza “rivoluzionaria” sostenendo il governo Draghi. Spero che questa ennesima delusione serva a vaccinarsi dal leaderismo tipico dell’americanizzazione della politica e anche a ridare spazio a una visione della politica fondata sui partiti come strumenti collettivi di partecipazione come li vorrebbe l’articolo 49 della Costituzione. Antonio Di Pietro con Del Mastro e i baldanzosi esponenti della destra aquilana Comunque per votare NO si può rileggere cosa diceva Di Pietro in passato prima della recente “illuminazione” che rispettiamo pur non condividendola: “La separazione delle carriere è il primo passo per trasferire la magistratura inquirente sotto controllo dell’esecutivo… Non sono le carriere, ma i comportamenti che fanno la differenza. Anche un pm e un avvocato possono trovarsi imputati perché si son messi d’accordo” (4.2.2000). “Si vorrebbe imporre, per garantire l’imparzialità del giudice, la separazione non fra potere giudiziario e politico, ma fra magistrati inquirenti e giudicanti: così le inchieste contro la corruzione e il potere politico non si potranno più fare con serenità” (15.3.2000). “Voterò no al referendum per separare le carriere” (15.5.2000). “La Giustizia ha bisogno di interventi radicalmente opposti a quelli sbandierati dal Polo: non la separazione delle carriere e lo snaturamento del Csm aumentando i membri di nomina politica” (13.1.2003). “La divisione delle carriere impedirà la fisiologica trasmigrazione tra pm e giudici, con grave danno per le professionalità e la libertà di scelta dei magistrati” (8.3.2003). “Il processo di Milano (a Berlusconi e Previti per corruzione di giudici, ndr) dimostra che a carriere disunite possono accadere cose turche. In primo grado ha dimostrato che degli avvocati possono corrompere dei giudici. Più separate di così, le carriere, si muore! Il problema non sono le carriere, ma la deontologia professionale, la moralità di chi svolge incarichi pubblici delicati” (4.5.2003). “Il centrodestra vuole separare le carriere per mettere sotto controllo dell’esecutivo la magistratura. È il vecchio piano di Licio Gelli, poi ripreso dal libro rosso di Previti” (24.3.2004). “Il ministro Alfano vuole separare le carriere in violazione del dettato costituzionale. La Giustizia affidata al governo Berlusconi è come un pronto soccorso lasciato in balìa di Dracula” (4.6.2008). “Berlusconi lasci stare Falcone, è come il diavolo che parla dell’acqua santa. I problemi della Giustizia sono la mancanza di fondi e di personale, non la mancata separazione delle carriere. Così si vuole solo sottomettere la giustizia al potere politico e segnare la fine della certezza del diritto” (21.8.2008). “La separazione delle carriere è l’anticamera della fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, attraverso il controllo dell’esecutivo sul pm. È una proposta gravissima perché farebbe crollare uno dei cardini della Costituzione: l’autonomia della magistratura” (15.7.2013). Date retta a Antonio Di Pietro e votate NO. Maurizio Acerbo
March 17, 2026
Pressenza
Cuba, assalto alla sede del Partito Comunista a Morón. Diaz Chanel: “Non ci sarà impunità per la violenza”
Un gruppo di manifestanti ha lanciato pietre contro la sede del comitato municipale del Partito Comunista Cubano. Sabato mattina presto, un gruppo di persone è sceso in piazza nella città di Morón, nel nord della provincia di Ciego de Ávila, per protestare contro la situazione energetica dell’isola e la difficoltà di accesso al cibo, come riporta il sito web Cubadebate. La manifestazione, iniziata pacificamente, è degenerata in atti di vandalismo contro la sede del comitato municipale del Partito Comunista Cubano. Un gruppo di manifestanti ha lanciato pietre contro la facciata dell’edificio e ha appiccato un incendio in strada. Anche altri edifici sono stati danneggiati. Secondo quanto riportato dai media, cinque persone sono state arrestate. A questo proposito, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha riconosciuto il “disagio” causato tra la popolazione cubana dai blackout, “conseguenza del blocco energetico statunitense , crudelmente intensificato negli ultimi mesi”. In tale contesto, ha sottolineato che “le lamentele e le richieste sono legittime, purché espresse con civiltà e rispetto dell’ordine pubblico”. “Ciò che non sarà mai comprensibile, giustificabile o accettabile è la violenza e il vandalismo che minacciano la pace pubblica e la sicurezza delle nostre istituzioni. Non ci sarà impunità per il vandalismo e la violenza”, ha scritto il presidente sul suo canale Telegram. Questa settimana, Díaz-Canel ha confermato l’esistenza di dialoghi tra L’Avana e Washington “volti a trovare soluzioni attraverso il dialogo ” alle divergenze bilaterali esistenti tra le due nazioni.   Fonte: https://actualidad.rt.com/actualidad/592959-vandalismo- violencia-impunidad-diaz-canel-hechos-moron Traduttore: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
March 17, 2026
Pressenza
80 organizzazioni ebraiche e arabe israeliane a Trump e Netanyahu: ponete fine alla guerra con l’Iran
In questa Lettera Aperta la coalizione It’s Time avverte che, in mancanza di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità nella regione, e critica il silenzio dell’opposizione politica israeliana mentre la guerra si intensifica Ottanta organizzazioni ebraiche e arabe in Israele hanno inviato oggi (lunedì) una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, chiedendo la fine della guerra con l’Iran e l’avvio di un ampio processo politico regionale volto a risolvere il conflitto israelo-palestinese e a stabilizzare il Medio Oriente. Le organizzazioni firmatarie della lettera sono membri della coalizione “It’s Time”, un’ampia alleanza di organizzazioni per la pace, la riconciliazione e la società condivisa in Israele. Nella lettera, le organizzazioni avvertono che in conflitto attuale non sta affatto migliorando le condizioni di sicurezza, e al contario mette a rischio l’intera regione: “È ora di fermare la guerra con l’Iran – una guerra i cui obiettivi non sono raggiungibili n assenza di una chiara strategia di uscita. Ogni ulteriore guerra nella regione non fa che avvicinare il prossimo round invece di prevenirlo.” Secondo le organizzazioni, la guerra con l’Iran non può essere considerata isolatamente, ma è direttamente collegata agli sviluppi a Gaza e in Cisgiordania. La lettera sottolinea che, sotto la copertura dell’escalation regionale, il fragile cessate il fuoco a Gaza è minacciato, la maggior parte dei valichi resta chiusa limitando il flusso degli aiuti umanitari, mentre la violenza dei coloni in Cisgiordania continua a intensificarsi, aumentando il rischio di un più ampio deterioramento della situazione regionale. Le organizzazioni sottolineano che senza una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese non sarà possibile raggiungere alcuna stabilità regionale: “Proprio come il conflitto israelo-palestinese è una fonte centrale di instabilità in questa area, la sua risoluzione sarà la chiave per costruire una nuova e stabile architettura di sicurezza.” La lettera critica anche il sistema politico israeliano, in particolare la mancanza di una chiara voce dell’opposizione ebraica che chieda la fine della guerra: «In assenza di una chiara voce politica che chieda la fine della guerra, la società civile si trova da sola a sventolare questa bandiera che esprime la volontà della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica in Israele, che vuole la vita, la pace e la fine del ciclo di spargimenti di sangue». Le organizzazioni affermano che l’appello a porre fine alla guerra fa parte di uno sforzo più ampio volto a promuovere un processo politico regionale, che include il mantenimento del cessate il fuoco a Gaza, il contenimento della violenza in Cisgiordania e la convocazione di una conferenza regionale per avviare un processo diplomatico volto a risolvere una volta per sempre il conflitto israelo-palestinese. Il 30 aprile prossimo, la coalizione “It’s Time” ha previsto la 3za edizione del People’s Peace Summit a Tel Aviv: il più grande evento contro la guerra in programma in Israele nel 2026 e il primo grande raduno pubblico che chiede la fine delle guerre con l’Iran e il Libano e un processo politico regionale. *Link alla lettera completa:* https://drive.google.com/file/d/ 1QTec2mbk2p8p6gZyFXrLew8cpY3LeKe9/view?usp=drive_link *Informazioni sulla coalizione “It’s Time”* “It’s Time” è un’ampia coalizione di circa 80 organizzazioni ebraiche e arabe per la pace e la società condivisa in Israele, che lavorano insieme per promuovere la fine del conflitto israelo-palestinese attraverso un accordo politico e per promuovere un futuro di sicurezza, giustizia e uguaglianza per entrambi i popoli. Nell’ambito del suo lavoro, la coalizione promuove iniziative pubbliche e diplomatiche, tra cui il People’s Peace Summit, che cerca di presentare un’alternativa civica al ciclo continuo di conflitti e guerre. Pressenza IPA
March 16, 2026
Pressenza