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Yemen: a Taiz l’escalation bellica aggrava l’emergenza
ACCESSO ALL’ACQUA A RISCHIO PER 1,6 MILIONI DI BAMBINI, DI CUI 52.000 COLPITI DA MALNUTRIZIONE ACUTA. I CASI SOSPETTI DI COLERA SONO GIÀ TRIPLICATI IN SOLE TRE SETTIMANE. Oggi – 20 ottobre 2026 – il rappresentante dell’UNICEF in Yemen, Akhil Iyer, ha dichiarato: > A Taiz l’escalation dei combattimenti e la mancanza di carburante stanno > minacciando i sistemi idrici dell’UNICEF che servono circa 3 milioni di > persone, di cui almeno 1,6 milioni bambini. > Lo Yemen è già una delle aree con maggiore scarsità d’acqua e Taiz sta > affrontando nuovamente pressioni sui servizi essenziali per migliaia di > famiglie sfollate. > Dall’ultima escalation a settembre, si stima che 120.000 persone – più della > metà di tutte le persone sfollate di recente in Yemen – sono state sfollate a > Taiz. > Molti sono fuggiti più volte, arrivando in comunità sovraffollate dove il cibo > scarseggia, l’acqua potabile è limitata e non hanno quasi più nulla per > sopravvivere. > I combattimenti hanno interrotto le principali vie di rifornimento, compreso > il corridoio Taiz–Aden. > Il cibo e il carburante scarseggiano sempre di più, i prezzi stanno aumentando > e i servizi essenziali rischiano di essere sospesi. >  Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che le scorte di farina di > grano nelle zone colpite di Taiz sono quasi esaurite – uno sviluppo allarmante > in una provincia che già registra alcuni dei livelli più elevati di > insicurezza alimentare dello Yemen, con dieci dei suoi 16 distretti > precedentemente classificati a livelli di emergenza (Fase 4 dell’IPC). > Per le famiglie che faticano a sfamare i propri figli, questo è un altro colpo > devastante – in particolare per quelle che già soffrono di malnutrizione. > Quest’anno l’UNICEF ha sottoposto a screening oltre 168.000 bambini a Taiz, > riscontrando che più di 52.000 di loro erano colpiti da malnutrizione acuta, > quasi un bambino su tre tra quelli esaminati. > Ora, la carenza di gasolio minaccia di bloccare le pompe idriche, mentre il > costo dell’acqua trasportata su camion è triplicato dall’ultima escalation. > Per le famiglie che già faticano a procurarsi il cibo, l’acqua potabile sta > diventando sempre più inaccessibile. > L’UNICEF sta contribuendo a mantenere operativi i sistemi di pompaggio > dell’acqua che servono circa tre milioni di persone a Taiz, fornendo gasolio, > e sta al contempo garantendo servizi idrici e igienico-sanitari di emergenza a > oltre 300.000 persone. > Tuttavia, le conseguenze della carenza idrica vanno ben oltre la sete. L’acqua > non potabile e le condizioni igienico-sanitarie precarie aumentano il rischio > di malattie diarroiche e colera. > Queste malattie possono aggravare la malnutrizione impedendo ai bambini di > assorbire le sostanze nutritive di cui hanno disperatamente bisogno, > rendendoli più deboli e più vulnerabili a ulteriori infezioni. > In tutto lo Yemen, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i casi > sospetti di colera sono già triplicati in sole tre settimane. > Per i bambini di Taiz, la fame, l’acqua non potabile e le malattie stanno > diventando una combinazione sempre più pericolosa. > L’UNICEF ha preposizionato quasi 8.000 cartoni di alimenti terapeutici pronti > all’uso per sostenere il trattamento dei bambini di Taiz affetti da > malnutrizione acuta grave. > Continuiamo a sostenere le strutture sanitarie, i trattamenti nutrizionali e i > servizi idrici essenziali. > Un bambino che soffre di malnutrizione non può permettersi di rinunciare alle > cure, non può permettersi di ammalarsi a causa dell’acqua non potabile. > Chiediamo a tutte le parti di proteggere i bambini e i civili, di > salvaguardare le reti idriche e le strutture sanitarie e di rispettare gli > obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario. > I bambini di Taiz hanno già sopportato anni di conflitto e privazioni. Non > possono permettersi di perdere i servizi che li tengono in vita. UNICEF
October 20, 2026
Pressenza
Yemen, la scommessa di Riad e il conto che pagano i civili
L’offensiva contro gli Houthi rilancia una guerra mai davvero conclusa. Tra fragilità della coalizione, interessi regionali e nuove vittime civili, anche la presenza militare italiana in Arabia Saudita solleva interrogativi politici. Si continua a raccontare lo Yemen come una guerra saudita contro il movimento Ansar Allah, noto come Houthi, e in questa cornice l’operazione «Yemen Dawn», annunciata domenica dal presidente del Consiglio presidenziale Rashad al-Alimi, sembra la mossa di una potenza che torna a colpire. Basta tornare indietro di qualche settimana per vedere una sequenza diversa. A metà settembre gli Houthi, con un’offensiva rapida, hanno preso Mokha, alcune isole e il territorio attorno a Bab al-Mandab, come ricostruisce Al Jazeera, mentre già dalla fine di luglio missili e droni colpiscono impianti industriali ed energetici sauditi, secondo quanto riportano i media statunitensi. L’annuncio di Alimi, che promette di riprendere ogni area in mano al movimento e indica in Sanaa il traguardo, arriva dunque da chi ha appena perso la costa, ed è difficile non leggerlo anche come un segnale rivolto agli alleati e alla propria opinione pubblica. I numeri che accompagnano l’operazione, trecentoventiquattro obiettivi colpiti e cento aerei impiegati, vengono dalla parte governativa e nessuno li ha confermati in modo indipendente. UNA COALIZIONE FRAGILE Il fronte che dovrebbe arrivare nella capitale è fragile in modo documentato. L’analista Elfadil Ibrahim, su Responsible Statecraft, ricorda che dopo l’uscita degli Emirati dallo Yemen, imposta da Riad alla fine dello scorso anno in risposta all’offensiva dei separatisti del sud, le fazioni schierate con il governo hanno ottenuto una busta paga e un sistema di identificazione biometrica comuni, ma nessun comando e nessun addestramento condivisi, come avrebbe ammesso lo stesso ministro della Difesa yemenita. Nella battaglia di Mokha, secondo la ricostruzione di un altro analista da lui richiamata, un falso ordine di ritirata diffuso via radio e sms con la voce clonata di un comandante ha attraversato cinque formazioni prive di una sala operativa in comune. Sono dettagli che descrivono più un insieme di eserciti sovrapposti che una forza unitaria, e rendono poco credibile l’idea di una marcia fino a Sanaa. RIAD E IL FRONTE REGIONALE Per capire perché Riad rilanci proprio ora bisogna guardare fuori dallo Yemen. Lo stesso articolo ricorda che il gasdotto est-ovest saudita, da cui passa fino al quattro per cento dell’offerta mondiale di petrolio, è stato messo fuori uso da droni partiti dall’Iraq, come ha confermato il ministero degli Esteri del regno, e che secondo l’agenzia AP, citando funzionari sauditi e iracheni, emissari houthi avrebbero lavorato in una sala operativa gestita da milizie irachene. Nelle stesse settimane è saltato l’incontro in Oman con l’Iran sul transito nello stretto di Hormuz, dopo le obiezioni di Riad al linguaggio del testo. L’Arabia Saudita si ritrova così con due passaggi marittimi in bilico, il Mar Rosso, dove le sue navi sono diventate un bersaglio dichiarato degli Houthi, e Hormuz, dove la trattativa con Teheran si è arenata, e lo Yemen diventa il terreno su cui si può almeno tentare di mostrare forza. Il quadro è quello di una guerra regionale riaccesa dal conflitto con l’Iran, che la tregua del 2022 aveva privato per qualche anno del carattere di scontro aperto, e che ora torna a servirsi del territorio yemenita come teatro. Definire gli Houthi un semplice proxy di Teheran, come fa il segretario di Stato Marco Rubio, spiega poco, perché il movimento nasce negli anni Novanta come reazione zaidita al proselitismo wahhabita finanziato da Riad nelle montagne del nord, e la sua ostilità verso i sauditi precede il sostegno iraniano. ALLEATI MENO DISPONIBILI DEL PREVISTO Gli alleati su cui Riad conta sono meno disponibili di quanto si pensi. Circa duecento militari americani si trovano in Arabia con compiti di intelligence e di individuazione degli obiettivi, e alla domanda se Washington colpirà gli Houthi per conto dei sauditi Donald Trump ha risposto in sostanza di no, sostenendo che il movimento gli ha fatto sapere di non volere uno scontro. Il patto di difesa firmato ad agosto alla Mecca con Turchia e Pakistan è rimasto per settimane sulla carta, e un funzionario turco ha spiegato al Middle East Eye, riferisce ancora Responsible Statecraft, che ratifiche e meccanismi di interoperabilità richiederanno anni. Lunedì i ministri dei tre paesi, riuniti a Riad, hanno deciso di attivare misure di deterrenza e di far affluire rapidamente forze in territorio saudita, un passo concreto ma pensato per difendere il regno dai missili e dai droni, e non per riprendere la capitale yemenita. UNDICI ANNI DI GUERRA SENZA UNA VITTORIA Qui sta la questione di fondo, che le cronache di questi giorni tendono a coprire. Gli Houthi non sono stati indeboliti dalle campagne che negli anni hanno cercato di piegarli, né dagli attacchi israeliani che hanno ucciso il loro primo ministro e il capo di stato maggiore, né dall’operazione americana Rough Rider, due mesi di bombardamenti costati circa un miliardo di dollari. Dopo undici anni di intervento saudita la pressione militare ha prodotto un movimento più sicuro di sé, che ha reso pubbliche le proprie condizioni, ossia oltre cinquantasette miliardi di dollari di compensazioni, la fine di quello che definisce un blocco di porti e aeroporti e una quota dei proventi di petrolio e gas. Sono richieste pesanti e discutibili, ma indicano dove prima o poi finirà la partita. La lettura di una coalizione al collasso, d’altra parte, è a sua volta parziale. Le stesse fonti registrano avanzate governative a nordovest di Marib e a Taiz, e il Sana’a Center osserva che gli Houthi hanno finora evitato un assalto diretto ai quartieri urbani di Taiz, dove la popolazione è numerosa e l’ostilità verso il movimento è forte. È ragionevole supporre, e lo dico come ipotesi, che l’offensiva serva anche a migliorare la posizione di Riad prima di un tavolo che nessuno può evitare. IL PREZZO PAGATO DAI CIVILI A pagare, come sempre, sono i civili, e da tutte le parti. Human Rights Watch ha analizzato le immagini satellitari dei raid del 13 luglio sull’aeroporto di Sanaa, compiuti dalle forze governative in coalizione con l’Arabia Saudita, i primi della coalizione contro gli Houthi dalla tregua del 2022, e ha rilevato che almeno tre munizioni hanno colpito l’unica pista funzionante di quello che è l’unico scalo internazionale delle zone sotto controllo houthi, porta d’ingresso per il personale e per gli aiuti umanitari. Gli Houthi, dal canto loro, colpiscono aeroporti sauditi, e fra gli episodi più recenti figurano Jazan e Najran, con tre feriti secondo l’autorità saudita dell’aviazione civile, mentre la stessa organizzazione aveva già giudicato probabili crimini di guerra gli attacchi houthi agli scali sauditi tra il 2014 e il 2022. Un centro yemenita per i diritti umani denuncia ora il bombardamento houthi di quartieri residenziali a Taiz, con un ospedale di maternità colpito nella zona rurale, mentre su Sanaa cadono nuovi raid, fra cui uno su una fabbrica che l’emittente houthi Al Masirah attribuisce all’Arabia Saudita. Decine di migliaia di persone hanno già lasciato le proprie case. Una battaglia per la capitale, nel nordovest dove vive la maggior parte degli yemeniti, significherebbe portare la guerra dentro la parte più popolata del paese. L’ITALIA DENTRO IL CONFLITTO In questo scenario l’Italia non è spettatrice. Dalla seconda metà di marzo l’Aeronautica militare ha schierato in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein un dispositivo di circa quattrocento uomini, secondo il sito della Difesa ripreso da Analisi Difesa, che con la componente dell’Esercito porta il contingente a circa settecento militari, secondo Open, con base principale a Taif, a settanta chilometri dalla Mecca, come ricorda l’AGI. La Difesa lo presenta come supporto ai paesi partner colpiti dagli attacchi iraniani, e dunque come difesa da droni e missili, e ad agosto, ricorda Analisi Difesa, non risultavano minacce dirette all’Italia da parte delle milizie yemenite. Il 18 settembre, tuttavia, un Eurofighter italiano è stato colpito nell’attacco alla base di Taif, e il ministro Crosetto ha assicurato che nessun militare è rimasto coinvolto. Un funzionario del governo di Sanaa ha dichiarato all’ANSA che gli Houthi non sono in guerra con l’Italia, ma ha chiesto che cosa facciano aerei italiani in Arabia a sostegno della guerra di Riad. La domanda, riportata da Open, è anche politica. Il dispiegamento è partito dopo una risoluzione di maggioranza approvata a marzo, è stato ufficializzato sul sito della Difesa solo tra fine luglio e inizio agosto, con tre mesi e mezzo di ritardo, secondo Il Fatto Quotidiano, e una modifica al decreto Missioni consente oggi, ricorda ancora Open, trasferimenti in Arabia Saudita senza nuovo passaggio parlamentare purché il numero complessivo resti invariato. Il Movimento 5 Stelle dice di aver chiesto un’informativa urgente fin da luglio. LA STRADA RESTA QUELLA DELLA TRATTATIVA Da questi fatti ricavo una posizione. Un’offensiva su Sanaa difficilmente porterà alla sconfitta del movimento, e se anche ci riuscisse avrebbe un costo umano che nessun obiettivo militare giustifica. La sola strada che undici anni di guerra hanno lasciato aperta è un cessate il fuoco seguito da una trattativa vera, che metta sul tavolo porti e aeroporti e le responsabilità delle violazioni commesse da entrambe le parti. L’Italia dovrebbe sostenere questa strada con ciò che è in suo potere, e anzitutto chiarire in Parlamento natura, durata e limiti di una missione che tiene soldati italiani a settanta chilometri dalla Mecca mentre il conflitto intorno a loro si allarga. Finché questo dibattito non avviene, l’Italia resta dentro una guerra di cui il Parlamento ha discusso troppo poco. Fonti * Al Jazeera, 5 ottobre 2026 – offensiva governativa e attacchi agli aeroporti sauditi * The National, 5 ottobre 2026 – offensiva contro gli Houthi e impiego di 100 jet * ABC17 / CNN, 4 ottobre 2026 – annunciata la grande offensiva del governo yemenita * Responsible Statecraft, 17 settembre 2026 – Elfadil Ibrahim, analisi della strategia saudita Human Rights Watch, 28 luglio 2026 – Strikes Endangering Civilians in Yemen and Saudi Arabia * Sana’a Center, 2 ottobre 2026 – The Battle for Taiz and the Struggle for Yemen Francesco Russo
October 7, 2026
Pressenza
Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo
L’Occidente collettivo sta alzando i toni anche quando non dovrebbe, in particolare sulla situazione nello Yemen. “Gli Houthi nello Yemen devono cessare immediatamente tutte le loro azioni militari, minacce e attacchi contro il trasporto marittimo”. Questo è il tono di un comunicato dei ministri degli Esteri del G7 diffuso a […] L'articolo Ultimatum agli yemeniti. Ma gli attacchi alle navi sono cessati da tempo su Contropiano.
September 22, 2026
Contropiano
Riad brucia, la guerra in Medio Oriente a rischio dell’ennesima escalation
«A causa delle tensioni in Medio Oriente, la situazione della sicurezza rimane complessa con la possibilità di un’escalation non prevedibile». Recita così un messaggio di allerta diffuso sabato dal Dipartimento di Stato Usa, e rilanciato dalle ambasciate in Israele, in Arabia Saudita e altre sedi diplomatiche della regione. Nella nota si fa riferimento agli attacchi del gruppo yemenita Ansar Allah contro l’Arabia Saudita, compresi gli aeroporti civili, e avverte che «questo conflitto potrebbe avere una rapida escalation». Il giorno successivo, Donald Trump ha dichiarato di trovarsi in una “fase decisionale” e che sarebbero accadute presto “cose molto importanti” nella guerra tra Usa e Iran. “Le opzioni sono: spazzare via l’Iran, lasciarlo a marcire dal punto di vista economico oppure raggiungere un accordo”, come ha dichiarato a Fox News il presidente USA. Secondo la stessa emittente, il tycoon ha affermato ‘la mia domanda è se e quando farò saltare in aria l’intera nazione?’ e ha poi aggiunto una minaccia agli Ayatollah: “è meglio che si comportino bene”. Trump si è comunque anche detto disponibile a un incontro con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dopo che Teheran nei giorni scorsi ha inviato le sue richieste per arrivare alla pace ai mediatori qatarioti. Abbiamo chiesto a Marco Magnano, giornalista esperto dell’area, di commentare la possibilità di un’ulteriore escalation militare nella regione e di approfondire i vari fronti della guerra, con un focus particolare su Arabia Saudita, Yemen e Siria.
September 21, 2026
Radio Blackout - Info
Riad brucia, la guerra in Medio Oriente a rischio dell’ennesima escalation
«A causa delle tensioni in Medio Oriente, la situazione della sicurezza rimane complessa con la possibilità di un’escalation non prevedibile». Recita così un messaggio di allerta diffuso sabato dal Dipartimento di Stato Usa, e rilanciato dalle ambasciate in Israele, in Arabia Saudita e altre sedi diplomatiche della regione. Nella nota si fa riferimento agli attacchi del gruppo yemenita Ansar Allah contro l’Arabia Saudita, compresi gli aeroporti civili, e avverte che «questo conflitto potrebbe avere una rapida escalation». Il giorno successivo, Donald Trump ha dichiarato di trovarsi in una “fase decisionale” e che sarebbero accadute presto “cose molto importanti” nella guerra tra Usa e Iran. “Le opzioni sono: spazzare via l’Iran, lasciarlo a marcire dal punto di vista economico oppure raggiungere un accordo”, come ha dichiarato a Fox News il presidente USA. Secondo la stessa emittente, il tycoon ha affermato ‘la mia domanda è se e quando farò saltare in aria l’intera nazione?’ e ha poi aggiunto una minaccia agli Ayatollah: “è meglio che si comportino bene”. Trump si è comunque anche detto disponibile a un incontro con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dopo che Teheran nei giorni scorsi ha inviato le sue richieste per arrivare alla pace ai mediatori qatarioti. Abbiamo chiesto a Marco Magnano, giornalista esperto dell’area, di commentare la possibilità di un’ulteriore escalation militare nella regione e di approfondire i vari fronti della guerra, con un focus particolare su Arabia Saudita, Yemen e Siria.
September 21, 2026
Radio Blackout
Gli iraniani resistono a regime,bombe e sanzioni; Ansarullah rivendica indipendenza con astuzia, tradizione e tech@1
All’interno dell’Iran la guerra sta generando una crisi economica fortissima con ampie fasce della popolazione che ormai vivono al di sotto della soglia di povertà ma al contempo si assiste ad una inevitabile crescita di un sentimento nazionalista, che non necessariamente coincide con un consenso verso il regime. Cresce un sentimento di solidarietà civile reciproca che si esprime anche nei raduni notturni chiamati dal regime in piazza , in queste circostanze si manifesta anche in forma di veri e propri “happening” l’insofferenza verso la repressione , la stanchezza per la guerra e la crisi economica . Le notizie dal paese sono scarse e difficili da reperire con regolarità ,il movimento di opposizione che si è manifestato verso dicembre/gennaio e che ha subito una feroce repressione ha trasformato, a causa della situazione di guerra ,la propria natura in una rete di cura. Si sono costruite nei quartieri mense popolari ,casse di sostegno , ci si sostiene a vicenda ,ma si protesta anche contro l’aumento delle condanne a morte degli oppositori .Uno sciopero della fame è in corso in più di 60 carceri iraniani proprio per denunciare le esecuzioni ,si articolano proteste nelle università contro leggi che impediscono la collaborazione con enti universitari stranieri . L’effetto dell’ultima ondata di sanzioni ha avuto un impatto sproporzionato sulla popolazione civile del paese e sul settore dell’istruzione in particolare. Le precedenti sanzioni hanno contribuito a rendere gli iraniani più poveri innescando un collasso valutario, portando a un aumento dei prezzi di cibo e medicine. Hanno isolato finanziariamente gli iraniani attraverso trasferimenti bancari bloccati e l’esclusione digitale attraverso software, servizi cloud e piattaforme limitate . l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro degli Stati Uniti ha anche sospeso a tempo indeterminato le licenze generali relative all’istruzione che hanno consentito una cooperazione limitata con l’Iran da parte di università o persone americane, inclusi ma non limitati a programmi di scambio accademico e alcuni servizi di istruzione senza scopo di lucro. Duolingo, la società di tecnologia educativa americana che offre app di apprendimento e certificazioni linguistiche, ha deciso di vietare i test di lingua inglese per tutti gli utenti in possesso solo di un documento d’identità iraniano. A seguito del perverso meccanismo delle sanzioni secondarie gli studenti iraniani che cercano di perseguire titoli accademici al di fuori dell’Iran hanno osservato che diverse università in Australia, Norvegia e Regno Unito mettono in pausa le domande di dottorato, sponsorizzazioni o iscrizioni per gli iraniani negli ultimi mesi. La guerra ha rafforzato l’oligarchia affaristico militare dei Pasdaran che controllano l’economia delle sanzioni ,mentre la classe media che sosteneva il regime sta evaporando sotto i colpi della crisi economica e della guerra che impone una spesa pari al 25% del budget statale.  Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa della storia dell’Iran. ANSARULLAH: STRATEGIA, TRADIZIONE, TECNOLOGIA CONTRO INGERENZE STRANIERE NELLO YEMEN La conoscenza e la gestione del territorio, la capacità di comunicare tra Khatibe, nuclei comunitari (come spiega Laura Silvia Battaglia nel suo Golfi), la capacità decisionale di sapere a chi assegnare un sostegno e a chi negarlo, la conoscenza tecnologica (anche di hackering e adattamento di AI) e la preparazione conseguita nei paesi leader di ogni singola professionalità, seguendo corsi, ottenendo master prestigiosi, istruendosi e resistendo per vent’anni sul campo, un’estrema attenzione agli infiltrati dopo l’attentato terroristico israeliano che ha ucciso i leader Houthi moderati, lasciando in questo modo ai falchi campo libero: tutti elementi che non devono stupirci della performatività delle milizie di Ansarullah, che – unici tra tutte le milizie operanti nella regione – hanno acquisito (“succhiato”!) l’apparato statale e possiedono la competenza su tutta la struttura politica di Sana’a. Il loro intento è quello di liberarsi delle ingerenze di americani, israeliani, emiratini e sauditi e la contingenza attuale, ancor più che non quella di febbraio, è l’occasione per provare a liberare il paese, non essendosi fatti coinvolgere nel conflitto scatenato contro l’Iran e, anzi con l’accordo siglato con Trump hanno anche consentito al presidente americano di sfilarsi da un altro conflitto e rifiutare l’aiuto richiesto da MBS, asserendo che non è una sua guerra, così ora i sauditi saranno costretti a rivolgersi a Israele, visto che il Regno Unito si è allineato a Washington. L’imposizione degli Abraham’s Accord da parte di Israele è il motivo del nuovo divampare del conflitto: Iran, Emirati e Sauditi sono i comprimari del protagonismo di Usa e Stato ebraico; questo è il migliore momento per gli Houthi di liberare lo Yemen, almeno nella parte settentrionale, perché riusciranno almeno a dimostrare la doppiezza saudita che si rivolge a Israele per soffocare la rivolta dei cugini yemeniti. Una alleanza fondamentale esiste tra Ansarullah e Shebab somali, perché hanno in comune il nemico americano, emiratino e saudita, ma soprattutto israeliano che si è insinuato nella zona con il riconoscimento del Somaliland: infatti gli Houthi sono gli unici che hanno reagito militarmente contro Idf e perciò molto ammirati nella regione, persino da sunniti, Fratelli musulmani da sempre nemici dele milizie sciite.   Al di fuori delle considerazioni geopolitiche la situazione invece terrificante è la condizione in cui vive la popolazione, soprattutto dopo la cancellazione degli aiuti di UsAid; una situazione drammatica, dove tutto è regolato dal clan e i bambini sono costretti a indossare una divisa, così il collante e ciò che consente alla comunità di sopravvivere sono le donne, come documentato nel film The Station di Sara Ishaq. «Resta immobile il centro del potere», sintetizza con efficacia Laura Silvia Battaglia, spiegando poi che la struttura prevede che solo i said, gli aristocratici, possono condizionare le scelte di qualsiasi tipo, poi la società yemenita è caratterizzata da un forte discrimine antiafrodiscendente e sfruttano gli immigrati in forme di schiavismo, perciò ora sono in fuga molti somali ed etiopi di etnia Oromo che vanno a riversarsi sul Non-Stato finto di Gibuti, che rischia il tracollo, tenuto in piedi solo in quanto avamposto occidentale (e anche cinese) in Corno d’Africa, utile a tutti. Lo Yemen è appetibile non tanto per il gas che pur esiste, molto per la posizione che controlla l’accesso al Mar Rosso, ma soprattutto è l’unica zona della Penisola arabica ad essere dotato di acqua; e poi la componente archeologica consentirebbe ai sauditi di rifarsi una facciata culturale – che non sarebbe loro, ma yemenita. E su quest’ultimo aspetto tutte le fazioni yemenite concordano.
September 18, 2026
Radio Blackout - Info
Gli iraniani resistono a regime,bombe e sanzioni; Ansarullah rivendica indipendenza con astuzia, tradizione e tech@0
All’interno dell’Iran la guerra sta generando una crisi economica fortissima con ampie fasce della popolazione che ormai vivono al di sotto della soglia di povertà ma al contempo si assiste ad una inevitabile crescita di un sentimento nazionalista, che non necessariamente coincide con un consenso verso il regime. Cresce un sentimento di solidarietà civile reciproca che si esprime anche nei raduni notturni chiamati dal regime in piazza , in queste circostanze si manifesta anche in forma di veri e propri “happening” l’insofferenza verso la repressione , la stanchezza per la guerra e la crisi economica . Le notizie dal paese sono scarse e difficili da reperire con regolarità ,il movimento di opposizione che si è manifestato verso dicembre/gennaio e che ha subito una feroce repressione ha trasformato, a causa della situazione di guerra ,la propria natura in una rete di cura. Si sono costruite nei quartieri mense popolari ,casse di sostegno , ci si sostiene a vicenda ,ma si protesta anche contro l’aumento delle condanne a morte degli oppositori .Uno sciopero della fame è in corso in più di 60 carceri iraniani proprio per denunciare le esecuzioni ,si articolano proteste nelle università contro leggi che impediscono la collaborazione con enti universitari stranieri . L’effetto dell’ultima ondata di sanzioni ha avuto un impatto sproporzionato sulla popolazione civile del paese e sul settore dell’istruzione in particolare. Le precedenti sanzioni hanno contribuito a rendere gli iraniani più poveri innescando un collasso valutario, portando a un aumento dei prezzi di cibo e medicine. Hanno isolato finanziariamente gli iraniani attraverso trasferimenti bancari bloccati e l’esclusione digitale attraverso software, servizi cloud e piattaforme limitate . l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro degli Stati Uniti ha anche sospeso a tempo indeterminato le licenze generali relative all’istruzione che hanno consentito una cooperazione limitata con l’Iran da parte di università o persone americane, inclusi ma non limitati a programmi di scambio accademico e alcuni servizi di istruzione senza scopo di lucro. Duolingo, la società di tecnologia educativa americana che offre app di apprendimento e certificazioni linguistiche, ha deciso di vietare i test di lingua inglese per tutti gli utenti in possesso solo di un documento d’identità iraniano. A seguito del perverso meccanismo delle sanzioni secondarie gli studenti iraniani che cercano di perseguire titoli accademici al di fuori dell’Iran hanno osservato che diverse università in Australia, Norvegia e Regno Unito mettono in pausa le domande di dottorato, sponsorizzazioni o iscrizioni per gli iraniani negli ultimi mesi. La guerra ha rafforzato l’oligarchia affaristico militare dei Pasdaran che controllano l’economia delle sanzioni ,mentre la classe media che sosteneva il regime sta evaporando sotto i colpi della crisi economica e della guerra che impone una spesa pari al 25% del budget statale.  Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa della storia dell’Iran. ANSARULLAH: STRATEGIA, TRADIZIONE, TECNOLOGIA CONTRO INGERENZE STRANIERE NELLO YEMEN La conoscenza e la gestione del territorio, la capacità di comunicare tra Khatibe, nuclei comunitari (come spiega Laura Silvia Battaglia nel suo Golfi), la capacità decisionale di sapere a chi assegnare un sostegno e a chi negarlo, la conoscenza tecnologica (anche di hackering e adattamento di AI) e la preparazione conseguita nei paesi leader di ogni singola professionalità, seguendo corsi, ottenendo master prestigiosi, istruendosi e resistendo per vent’anni sul campo, un’estrema attenzione agli infiltrati dopo l’attentato terroristico israeliano che ha ucciso i leader Houthi moderati, lasciando in questo modo ai falchi campo libero: tutti elementi che non devono stupirci della performatività delle milizie di Ansarullah, che – unici tra tutte le milizie operanti nella regione – hanno acquisito (“succhiato”!) l’apparato statale e possiedono la competenza su tutta la struttura politica di Sana’a. Il loro intento è quello di liberarsi delle ingerenze di americani, israeliani, emiratini e sauditi e la contingenza attuale, ancor più che non quella di febbraio, è l’occasione per provare a liberare il paese, non essendosi fatti coinvolgere nel conflitto scatenato contro l’Iran e, anzi con l’accordo siglato con Trump hanno anche consentito al presidente americano di sfilarsi da un altro conflitto e rifiutare l’aiuto richiesto da MBS, asserendo che non è una sua guerra, così ora i sauditi saranno costretti a rivolgersi a Israele, visto che il Regno Unito si è allineato a Washington. L’imposizione degli Abraham’s Accord da parte di Israele è il motivo del nuovo divampare del conflitto: Iran, Emirati e Sauditi sono i comprimari del protagonismo di Usa e Stato ebraico; questo è il migliore momento per gli Houthi di liberare lo Yemen, almeno nella parte settentrionale, perché riusciranno almeno a dimostrare la doppiezza saudita che si rivolge a Israele per soffocare la rivolta dei cugini yemeniti. Una alleanza fondamentale esiste tra Ansarullah e Shebab somali, perché hanno in comune il nemico americano, emiratino e saudita, ma soprattutto israeliano che si è insinuato nella zona con il riconoscimento del Somaliland: infatti gli Houthi sono gli unici che hanno reagito militarmente contro Idf e perciò molto ammirati nella regione, persino da sunniti, Fratelli musulmani da sempre nemici dele milizie sciite.   Al di fuori delle considerazioni geopolitiche la situazione invece terrificante è la condizione in cui vive la popolazione, soprattutto dopo la cancellazione degli aiuti di UsAid; una situazione drammatica, dove tutto è regolato dal clan e i bambini sono costretti a indossare una divisa, così il collante e ciò che consente alla comunità di sopravvivere sono le donne, come documentato nel film The Station di Sara Ishaq. «Resta immobile il centro del potere», sintetizza con efficacia Laura Silvia Battaglia, spiegando poi che la struttura prevede che solo i said, gli aristocratici, possono condizionare le scelte di qualsiasi tipo, poi la società yemenita è caratterizzata da un forte discrimine antiafrodiscendente e sfruttano gli immigrati in forme di schiavismo, perciò ora sono in fuga molti somali ed etiopi di etnia Oromo che vanno a riversarsi sul Non-Stato finto di Gibuti, che rischia il tracollo, tenuto in piedi solo in quanto avamposto occidentale (e anche cinese) in Corno d’Africa, utile a tutti. Lo Yemen è appetibile non tanto per il gas che pur esiste, molto per la posizione che controlla l’accesso al Mar Rosso, ma soprattutto è l’unica zona della Penisola arabica ad essere dotato di acqua; e poi la componente archeologica consentirebbe ai sauditi di rifarsi una facciata culturale – che non sarebbe loro, ma yemenita. E su quest’ultimo aspetto tutte le fazioni yemenite concordano.
September 18, 2026
Radio Blackout - Info
Gli iraniani resistono a regime,bombe e sanzioni; Ansarullah rivendica indipendenza con astuzia, tradizione e tech@0
All’interno dell’Iran la guerra sta generando una crisi economica fortissima con ampie fasce della popolazione che ormai vivono al di sotto della soglia di povertà ma al contempo si assiste ad una inevitabile crescita di un sentimento nazionalista, che non necessariamente coincide con un consenso verso il regime. Cresce un sentimento di solidarietà civile reciproca che si esprime anche nei raduni notturni chiamati dal regime in piazza , in queste circostanze si manifesta anche in forma di veri e propri “happening” l’insofferenza verso la repressione , la stanchezza per la guerra e la crisi economica . Le notizie dal paese sono scarse e difficili da reperire con regolarità ,il movimento di opposizione che si è manifestato verso dicembre/gennaio e che ha subito una feroce repressione ha trasformato, a causa della situazione di guerra ,la propria natura in una rete di cura. Si sono costruite nei quartieri mense popolari ,casse di sostegno , ci si sostiene a vicenda ,ma si protesta anche contro l’aumento delle condanne a morte degli oppositori .Uno sciopero della fame è in corso in più di 60 carceri iraniani proprio per denunciare le esecuzioni ,si articolano proteste nelle università contro leggi che impediscono la collaborazione con enti universitari stranieri . L’effetto dell’ultima ondata di sanzioni ha avuto un impatto sproporzionato sulla popolazione civile del paese e sul settore dell’istruzione in particolare. Le precedenti sanzioni hanno contribuito a rendere gli iraniani più poveri innescando un collasso valutario, portando a un aumento dei prezzi di cibo e medicine. Hanno isolato finanziariamente gli iraniani attraverso trasferimenti bancari bloccati e l’esclusione digitale attraverso software, servizi cloud e piattaforme limitate . l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro degli Stati Uniti ha anche sospeso a tempo indeterminato le licenze generali relative all’istruzione che hanno consentito una cooperazione limitata con l’Iran da parte di università o persone americane, inclusi ma non limitati a programmi di scambio accademico e alcuni servizi di istruzione senza scopo di lucro. Duolingo, la società di tecnologia educativa americana che offre app di apprendimento e certificazioni linguistiche, ha deciso di vietare i test di lingua inglese per tutti gli utenti in possesso solo di un documento d’identità iraniano. A seguito del perverso meccanismo delle sanzioni secondarie gli studenti iraniani che cercano di perseguire titoli accademici al di fuori dell’Iran hanno osservato che diverse università in Australia, Norvegia e Regno Unito mettono in pausa le domande di dottorato, sponsorizzazioni o iscrizioni per gli iraniani negli ultimi mesi. La guerra ha rafforzato l’oligarchia affaristico militare dei Pasdaran che controllano l’economia delle sanzioni ,mentre la classe media che sosteneva il regime sta evaporando sotto i colpi della crisi economica e della guerra che impone una spesa pari al 25% del budget statale.  Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa della storia dell’Iran. ANSARULLAH: STRATEGIA, TRADIZIONE, TECNOLOGIA CONTRO INGERENZE STRANIERE NELLO YEMEN La conoscenza e la gestione del territorio, la capacità di comunicare tra Khatibe, nuclei comunitari (come spiega Laura Silvia Battaglia nel suo Golfi), la capacità decisionale di sapere a chi assegnare un sostegno e a chi negarlo, la conoscenza tecnologica (anche di hackering e adattamento di AI) e la preparazione conseguita nei paesi leader di ogni singola professionalità, seguendo corsi, ottenendo master prestigiosi, istruendosi e resistendo per vent’anni sul campo, un’estrema attenzione agli infiltrati dopo l’attentato terroristico israeliano che ha ucciso i leader Houthi moderati, lasciando in questo modo ai falchi campo libero: tutti elementi che non devono stupirci della performatività delle milizie di Ansarullah, che – unici tra tutte le milizie operanti nella regione – hanno acquisito (“succhiato”!) l’apparato statale e possiedono la competenza su tutta la struttura politica di Sana’a. Il loro intento è quello di liberarsi delle ingerenze di americani, israeliani, emiratini e sauditi e la contingenza attuale, ancor più che non quella di febbraio, è l’occasione per provare a liberare il paese, non essendosi fatti coinvolgere nel conflitto scatenato contro l’Iran e, anzi con l’accordo siglato con Trump hanno anche consentito al presidente americano di sfilarsi da un altro conflitto e rifiutare l’aiuto richiesto da MBS, asserendo che non è una sua guerra, così ora i sauditi saranno costretti a rivolgersi a Israele, visto che il Regno Unito si è allineato a Washington. L’imposizione degli Abraham’s Accord da parte di Israele è il motivo del nuovo divampare del conflitto: Iran, Emirati e Sauditi sono i comprimari del protagonismo di Usa e Stato ebraico; questo è il migliore momento per gli Houthi di liberare lo Yemen, almeno nella parte settentrionale, perché riusciranno almeno a dimostrare la doppiezza saudita che si rivolge a Israele per soffocare la rivolta dei cugini yemeniti. Una alleanza fondamentale esiste tra Ansarullah e Shebab somali, perché hanno in comune il nemico americano, emiratino e saudita, ma soprattutto israeliano che si è insinuato nella zona con il riconoscimento del Somaliland: infatti gli Houthi sono gli unici che hanno reagito militarmente contro Idf e perciò molto ammirati nella regione, persino da sunniti, Fratelli musulmani da sempre nemici dele milizie sciite.   Al di fuori delle considerazioni geopolitiche la situazione invece terrificante è la condizione in cui vive la popolazione, soprattutto dopo la cancellazione degli aiuti di UsAid; una situazione drammatica, dove tutto è regolato dal clan e i bambini sono costretti a indossare una divisa, così il collante e ciò che consente alla comunità di sopravvivere sono le donne, come documentato nel film The Station di Sara Ishaq. «Resta immobile il centro del potere», sintetizza con efficacia Laura Silvia Battaglia, spiegando poi che la struttura prevede che solo i said, gli aristocratici, possono condizionare le scelte di qualsiasi tipo, poi la società yemenita è caratterizzata da un forte discrimine antiafrodiscendente e sfruttano gli immigrati in forme di schiavismo, perciò ora sono in fuga molti somali ed etiopi di etnia Oromo che vanno a riversarsi sul Non-Stato finto di Gibuti, che rischia il tracollo, tenuto in piedi solo in quanto avamposto occidentale (e anche cinese) in Corno d’Africa, utile a tutti. Lo Yemen è appetibile non tanto per il gas che pur esiste, molto per la posizione che controlla l’accesso al Mar Rosso, ma soprattutto è l’unica zona della Penisola arabica ad essere dotato di acqua; e poi la componente archeologica consentirebbe ai sauditi di rifarsi una facciata culturale – che non sarebbe loro, ma yemenita. E su quest’ultimo aspetto tutte le fazioni yemenite concordano.
September 18, 2026
Radio Blackout - Podcast
Gli iraniani resistono a regime,bombe e sanzioni; Ansarullah rivendica indipendenza con astuzia, tradizione e tech@1
All’interno dell’Iran la guerra sta generando una crisi economica fortissima con ampie fasce della popolazione che ormai vivono al di sotto della soglia di povertà ma al contempo si assiste ad una inevitabile crescita di un sentimento nazionalista, che non necessariamente coincide con un consenso verso il regime. Cresce un sentimento di solidarietà civile reciproca che si esprime anche nei raduni notturni chiamati dal regime in piazza , in queste circostanze si manifesta anche in forma di veri e propri “happening” l’insofferenza verso la repressione , la stanchezza per la guerra e la crisi economica . Le notizie dal paese sono scarse e difficili da reperire con regolarità ,il movimento di opposizione che si è manifestato verso dicembre/gennaio e che ha subito una feroce repressione ha trasformato, a causa della situazione di guerra ,la propria natura in una rete di cura. Si sono costruite nei quartieri mense popolari ,casse di sostegno , ci si sostiene a vicenda ,ma si protesta anche contro l’aumento delle condanne a morte degli oppositori .Uno sciopero della fame è in corso in più di 60 carceri iraniani proprio per denunciare le esecuzioni ,si articolano proteste nelle università contro leggi che impediscono la collaborazione con enti universitari stranieri . L’effetto dell’ultima ondata di sanzioni ha avuto un impatto sproporzionato sulla popolazione civile del paese e sul settore dell’istruzione in particolare. Le precedenti sanzioni hanno contribuito a rendere gli iraniani più poveri innescando un collasso valutario, portando a un aumento dei prezzi di cibo e medicine. Hanno isolato finanziariamente gli iraniani attraverso trasferimenti bancari bloccati e l’esclusione digitale attraverso software, servizi cloud e piattaforme limitate . l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Tesoro degli Stati Uniti ha anche sospeso a tempo indeterminato le licenze generali relative all’istruzione che hanno consentito una cooperazione limitata con l’Iran da parte di università o persone americane, inclusi ma non limitati a programmi di scambio accademico e alcuni servizi di istruzione senza scopo di lucro. Duolingo, la società di tecnologia educativa americana che offre app di apprendimento e certificazioni linguistiche, ha deciso di vietare i test di lingua inglese per tutti gli utenti in possesso solo di un documento d’identità iraniano. A seguito del perverso meccanismo delle sanzioni secondarie gli studenti iraniani che cercano di perseguire titoli accademici al di fuori dell’Iran hanno osservato che diverse università in Australia, Norvegia e Regno Unito mettono in pausa le domande di dottorato, sponsorizzazioni o iscrizioni per gli iraniani negli ultimi mesi. La guerra ha rafforzato l’oligarchia affaristico militare dei Pasdaran che controllano l’economia delle sanzioni ,mentre la classe media che sosteneva il regime sta evaporando sotto i colpi della crisi economica e della guerra che impone una spesa pari al 25% del budget statale.  Ne parliamo con Paola Rivetti docente di Relazioni internazionali e studiosa della storia dell’Iran. ANSARULLAH: STRATEGIA, TRADIZIONE, TECNOLOGIA CONTRO INGERENZE STRANIERE NELLO YEMEN La conoscenza e la gestione del territorio, la capacità di comunicare tra Khatibe, nuclei comunitari (come spiega Laura Silvia Battaglia nel suo Golfi), la capacità decisionale di sapere a chi assegnare un sostegno e a chi negarlo, la conoscenza tecnologica (anche di hackering e adattamento di AI) e la preparazione conseguita nei paesi leader di ogni singola professionalità, seguendo corsi, ottenendo master prestigiosi, istruendosi e resistendo per vent’anni sul campo, un’estrema attenzione agli infiltrati dopo l’attentato terroristico israeliano che ha ucciso i leader Houthi moderati, lasciando in questo modo ai falchi campo libero: tutti elementi che non devono stupirci della performatività delle milizie di Ansarullah, che – unici tra tutte le milizie operanti nella regione – hanno acquisito (“succhiato”!) l’apparato statale e possiedono la competenza su tutta la struttura politica di Sana’a. Il loro intento è quello di liberarsi delle ingerenze di americani, israeliani, emiratini e sauditi e la contingenza attuale, ancor più che non quella di febbraio, è l’occasione per provare a liberare il paese, non essendosi fatti coinvolgere nel conflitto scatenato contro l’Iran e, anzi con l’accordo siglato con Trump hanno anche consentito al presidente americano di sfilarsi da un altro conflitto e rifiutare l’aiuto richiesto da MBS, asserendo che non è una sua guerra, così ora i sauditi saranno costretti a rivolgersi a Israele, visto che il Regno Unito si è allineato a Washington. L’imposizione degli Abraham’s Accord da parte di Israele è il motivo del nuovo divampare del conflitto: Iran, Emirati e Sauditi sono i comprimari del protagonismo di Usa e Stato ebraico; questo è il migliore momento per gli Houthi di liberare lo Yemen, almeno nella parte settentrionale, perché riusciranno almeno a dimostrare la doppiezza saudita che si rivolge a Israele per soffocare la rivolta dei cugini yemeniti. Una alleanza fondamentale esiste tra Ansarullah e Shebab somali, perché hanno in comune il nemico americano, emiratino e saudita, ma soprattutto israeliano che si è insinuato nella zona con il riconoscimento del Somaliland: infatti gli Houthi sono gli unici che hanno reagito militarmente contro Idf e perciò molto ammirati nella regione, persino da sunniti, Fratelli musulmani da sempre nemici dele milizie sciite.   Al di fuori delle considerazioni geopolitiche la situazione invece terrificante è la condizione in cui vive la popolazione, soprattutto dopo la cancellazione degli aiuti di UsAid; una situazione drammatica, dove tutto è regolato dal clan e i bambini sono costretti a indossare una divisa, così il collante e ciò che consente alla comunità di sopravvivere sono le donne, come documentato nel film The Station di Sara Ishaq. «Resta immobile il centro del potere», sintetizza con efficacia Laura Silvia Battaglia, spiegando poi che la struttura prevede che solo i said, gli aristocratici, possono condizionare le scelte di qualsiasi tipo, poi la società yemenita è caratterizzata da un forte discrimine antiafrodiscendente e sfruttano gli immigrati in forme di schiavismo, perciò ora sono in fuga molti somali ed etiopi di etnia Oromo che vanno a riversarsi sul Non-Stato finto di Gibuti, che rischia il tracollo, tenuto in piedi solo in quanto avamposto occidentale (e anche cinese) in Corno d’Africa, utile a tutti. Lo Yemen è appetibile non tanto per il gas che pur esiste, molto per la posizione che controlla l’accesso al Mar Rosso, ma soprattutto è l’unica zona della Penisola arabica ad essere dotato di acqua; e poi la componente archeologica consentirebbe ai sauditi di rifarsi una facciata culturale – che non sarebbe loro, ma yemenita. E su quest’ultimo aspetto tutte le fazioni yemenite concordano.
September 18, 2026
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Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo
Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo. […] L'articolo Due fronti usa-e-getta per pompare il riarmo su Contropiano.
September 18, 2026
Contropiano