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Leonardo acquisisce la britannica Becrypt: parte la scalata al settore cyber
L’azienda bellica Leonardo SpA sta finalizzando l’acquisizione della britannica Becrypt, attiva nel campo della cybersecurity e fornitrice stabile di tecnologie sia per gli ambienti governativi che per aziende leader nelle supply chain di competenza. Il processo dovrebbe essere completato entro il mese di giugno dell’anno corrente. L’operazione non è un elemento isolato, ma fa seguito a tutta una serie di acquisizioni effettuate da Leonardo, in Europa, nel comparto.[1] Queste sono parte di una strategia di sviluppo industriale che prevede il rafforzamento di Leonardo nella cybersecurity europea e, a nostro parere, sono finalizzate non tanto ad aumentare il fatturato (che per Leonardo, a livello di ordinativi commerciali, proviene essenzialmente dall’aeronautica militare e, in collaborazione con Fincantieri, dalla cantieristica navale) quanto a estendere il controllo dell’azienda sull’intera filiera della Difesa. Non è più possibile, infatti, mantenere una posizione di leadership nel settore bellico senza occuparsi di tutti i principali elementi che lo compongono. Il settore militare europeo è attualmente molto frammentato per diverse ragioni e, fra queste, vi è sicuramente l’esistenza di aziende appartenenti a differenti Stati membri dell’UE che concorrono fra di loro a livello commerciale. Il che dà luogo a produzioni belliche “duplicato” per la vendita al miglior offerente, ad acquisti disaggregati perché effettuati dai vari Paesi membri in maniera indipendente l’uno dall’altro (cd. “domanda disaggregata”, che produce un aumento dei costi) e, probabilmente, anche a pressioni di tipo lobbystico sui propri rispettivi governi nazionali per adeguare la legislazione ai desiderata della singola azienda campione nazionale (cd. riduzione dei “costi di conformità” alla legislazione esistente, che sono i costi che l’impresa deve sostenere per adeguarsi alla normativa nazionale di riferimento, la quale varia da Paese a Paese). Non per niente Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha dichiarato: «Quest’ultima acquisizione in UK segna un ulteriore tappa nella strategia di Leonardo volta a costruire in Europa una sicurezza cyber resiliente e sovrana che superi la frammentazione tecnologica attuale».[2] Sulla stessa linea il Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, secondo cui «È necessario definire in ambito Nato, con l’Unione europea, strategie comuni che rafforzino la resilienza democratica e cognitiva e promuovano risposte coordinate agli attacchi».[3] Il rafforzamento di Leonardo UK è un passaggio rilevante: questa costola della grande azienda italiana a controllo pubblico ha un ottimo posizionamento commerciale sia con il Governo britannico che con la NATO, essendo inserita come fornitrice in diversi programmi governativi e internazionali. Tuttavia, in linea con quel che abbiamo detto essere il core-business dell’azienda, Leonardo UK è relativamente più importante come fornitrice di beni militari nel settore aerospaziale e di componenti tecnologiche. Becrypt, pur non essendo una grande impresa (ha poco più di cento dipendenti), è invece meglio posizionata come fornitrice commerciale di sistemi per la cybersecurity e, pertanto, la sua acquisizione da parte di Leonardo potrebbe rafforzare considerevolmente il ruolo-chiave di quest’ultima nel panorama della Difesa britannica. Tra l’altro Becrypt ha fatto registrare circa un +30% di ricavi sia nel 2024 che nel 2025. Attualmente Leonardo UK ha una sola sede operativa per lo sviluppo di elementi per la cyber sicurezza – situata nella città di Lincoln, nel nord-est dell’Inghilterra – e, con Becrypt, acquisirebbe alcuni laboratori di ricerca e uffici tecnici londinesi. Inoltre Leonardo UK è ufficialmente certificata dal National Cyber Security Centre’s Cyber Security Consultancy framework del Regno Unito come consulente per la cybersecurity, ma Becrypt è certificata come fornitrice informatica: con l’unione delle due, pertanto, Leonardo UK si assicurerebbe una posizione privilegiata nei confronti della concorrenza – ad esempio quella della francese Thales, con cui pure la Leonardo italiana collabora stabilmente nel campo della comunicazione via satelliti a orbita bassa, il settore in cui è attiva Starlink di Elon Musk.[4] Dal punto di vista tecnico la cybersecurity di Leonardo UK è basata sul modello “Zero trust”, per il quale la rete informatica (aziendale o di una pubblica istituzione) viene segmentata, per impedire un hackeraggio che coinvolga l’intero sistema, ed è richiesta un’autenticazione dell’utente basata sul ruolo ricoperto. La Zero trust è un elemento importante perché funzionale a ogni tipo di amministrazione societaria – anche di pubblico Ministero, come detto. E in effetti esiste una norma RRF (il dispositivo europeo da cui si è originato il PNRR italiano) per la quale «andranno introdotte specifiche norme finalizzate a imporre all’amministrazione una motivazione anticipata e rafforzata che dia conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato»,[5] ossia: per ricorrere a risorse interne anziché al mercato (appalti ed esternalizzazioni, consulenze…), il pubblico dovrà fornire adeguate giustificazioni, anche di carattere economico. È chiaro, dunque, che l’acquisto di Becrypt consentirà a Leonardo UK di accedere a un mercato più vasto di quello puramente militare e acquisire, così, una posizione di maggiore importanza relativamente all’intera Pubblica Amministrazione britannica. Federico Giusti, Emiliano Gentili, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] Le aziende acquisite sono: Axiomatics (Svezia), SSH Communication (Finlandia) e Arbit (Danimarca). [2] Leonardo, Comunicato Stampa: Leonardo continua a rafforzarsi nella cybersecurity con l’acquisizione di Becrypt in UK, 11 Marzo 2026. [3] A. Carli, Dall’esercito cyber a un centro per il contrasto alla guerra informativa, ecco il piano Crosetto contro le minacce ibride, «il Sole 24 Ore», 13 Novembre 2025. [4] Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Accordo Starlink. Giù la MUSKera, 18 Gennaio 2025, https://sinistrainrete.info/politica-italiana/29701-emiliano-gentili-e-federico-giusti-accordo-starlink-giu-la-muskera.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook. [5] PNRR #NextGenerationItalia, pp. 80-81. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
March 18, 2026
Pressenza
Si vendono sempre più armi nel mondo: il principale acquirente è l’Europa
> Il mondo sta aumentando la spesa militare – e l’Europa è protagonista di > questa tendenza. I nuovi dati dello Stockholm International Peace Research > Institute (SIPRI) mostrano che negli ultimi anni il commercio internazionale > di armi pesanti è aumentato notevolmente.  Soprattutto in Europa la domanda è > decisamente aumentata.  Tra i due periodi 2016–2020 e 2021–2025, il volume delle forniture mondiali di armi pesanti è aumentato del 9,2%. La causa principale dell’incremento è da cercare nella guerra in Ucraina e nel crescente timore che hanno molti Stati europei di una minaccia militare da parte della Russia. In pochi anni l’Europa ha più che triplicato le proprie importazioni di armi, diventando così la principale importatrice al mondo. L’UCRAINA E IL TIMORE DELLA RUSSIA FANNO CRESCERE LA DOMANDA La guerra in Ucraina ha modificato radicalmente i flussi globali di armi. Tra il 2021 e il 2025, l’Ucraina da sola ha ricevuto circa il 9,7% di tutte le armi vendute nel mondo. Ma non è solo Kiev a potenziare il proprio arsenale. Tanti Stati europei stanno investendo molto di più nelle proprie forze armate. > «Le forniture all’Ucraina sono il fattore più evidente», spiega Mathew George, > direttore del programma SIPRI sulle forniture di armi. «Ma anche molti altri > Stati europei importano decisamente di più per rafforzare le proprie capacità > militari a fronte della crescente minaccia rappresentata dalla Russia». Mentre l’Europa e il continente americano hanno aumentato le importazioni, in quasi tutte le altre regioni del mondo la domanda di armi è diminuita. GLI STATI UNITI RAFFORZANO ULTERIORMENTE IL LORO DOMINIO Gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il principale esportatore di armi al mondo. La loro quota delle esportazioni globali è salita dal 36% al 42%. In particolare colpisce il fatto che ormai gli Stati Uniti forniscono più armi all’Europa che al Medio Oriente. Con una quota del 38% l’Europa è il principale acquirente di armamenti americani per la prima volta da due decenni. In totale, gli Stati Uniti hanno esportato armi in 99 paesi. Tuttavia l’Arabia Saudita rimane il destinatario più importante delle armi americane. Per molti Stati le armi statunitensi sono attraenti non solo dal punto di vista militare, ma anche politico. «Per molti Paesi, l’importazione di armi rappresenta anche un’opportunità per rafforzare le proprie relazioni con gli Stati Uniti», afferma Pieter Wezeman, ricercatore del SIPRI. FRANCIA AL SECONDO POSTO – LA RUSSIA PERDE TERRENO Con poco meno del 10% delle esportazioni mondiali di armi, il secondo posto dopo gli Stati Uniti va alla Francia. Negli ultimi anni Parigi ha aumentato notevolmente le proprie esportazioni e fornisce armi a più di 60 paesi, tra cui India, Egitto e Grecia. La situazione in Russia è completamente diversa. Le esportazioni di armi russe sono crollate del 64%. Mosca ha perso di conseguenza gran parte della sua quota di mercato globale. Il calo è legato a diversi fattori: la guerra contro l’Ucraina, le sanzioni occidentali e la crescente concorrenza di altri produttori di armi. LA GERMANIA SALE NELLA CLASSIFICA La Germania è riuscita a rafforzare la propria posizione. Con il 5,7% delle esportazioni mondiali di armi, la Repubblica Federale si colloca ora al quarto posto, davanti alla Cina. Una gran parte delle forniture tedesche più recenti è stata destinata all’Ucraina, spesso sotto forma di sostegno militare. Anche l’Italia ha registrato un forte aumento delle esportazioni di armi e figura ormai tra i maggiori esportatori al mondo. L’ASIA IMPORTA MENO – LA CINA PRODUCE IN PROPRIO Mentre l’Europa sta potenziando fortemente il proprio arsenale, le importazioni di armi in Asia e Oceania sono complessivamente diminuite. Soprattutto la Cina ha comprato molte meno armi all’estero – un calo del 72%. Il motivo: Pechino produce sempre di più in proprio sistemi d’arma moderni. Comunque, Paesi come India, Pakistan, Giappone e Australia rimangono acquirenti importanti sul mercato mondiale. IL MEDIO ORIENTE RIMANE UN MERCATO IMPORTANTE Nel Medio Oriente le importazioni di armi hanno registrato un leggero calo. Ciononostante, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait continuano a figurare tra i maggiori importatori di armi al mondo. Più della metà delle armi presenti nella regione proviene dagli Stati Uniti. Anche Israele svolge un ruolo importante nel commercio globale di armi. Il Paese è riuscito ad aumentare la propria quota di esportazioni mondiali e figura ormai tra i maggiori fornitori di armamenti. UN MONDO IN FASE DI RIARMO I dati attuali mostrano un quadro chiaro: le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno innescato una nuova ondata di riarmo. Soprattutto in Europa, la guerra in Ucraina sta portando a un cambiamento radicale nella strategia della sicurezza di molti Stati. Resta da vedere se questo sviluppo, a lungo termine, porterà davvero a una maggiore sicurezza o a una nuova spirale di riarmo. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI ANNA SETTE. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza Wien
March 14, 2026
Pressenza
Sanchez: la posizione del Governo Spagnolo è: “No alla guerra”
Così si è espresso questa mattina, dal Palazzo della Moncloa, il presidente spagnolo Pedro Sánchez. Il capo del governo ha analizzato la crisi in Medio Oriente, ha chiarito la posizione del suo governo e ha affermato: “Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi”. Questi sono alcuni dei punti principali del suo discorso. (Testo completo alla fine di questa nota) “La posizione del governo spagnolo di fronte a questa situazione è chiara e coerente. È la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che protegge tutti noi, specialmente i più indifesi, la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo con i conflitti e le bombe. E infine, no al ripetersi degli errori del passato. In definitiva, la posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole: no alla guerra”. “Dalla guerra in Iran non nascerà un ordine internazionale più giusto, né ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. (…) Quello che per ora possiamo intravedere è una maggiore incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas. Per questo motivo dalla Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che i governi siano qui per migliorare la vita delle persone (…). Ed è assolutamente inaccettabile che quei leader che non sono in grado di adempiere a questo compito utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le tasche di pochi, i soliti noti. Gli unici che guadagnano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”. “Collaboreremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto della legalità internazionale, che sono due facce della stessa medaglia. (…) E continueremo a lavorare per raggiungere una pace giusta e duratura in Ucraina e in Palestina, due luoghi che meritano di non essere dimenticati. “Infine, il governo continuerà a chiedere la cessazione delle ostilità e una risoluzione diplomatica di questa guerra. E voglio anche specificarlo, perché sì, la parola giusta è chiedere. Perché la Spagna è membro a pieno titolo dell’Unione Europea, della NATO e della comunità internazionale. E perché questa crisi riguarda anche noi, gli europei e, di conseguenza, gli spagnoli. (…) L’ho detto in molte occasioni e lo ripeto ora: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra, perché è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità. Dobbiamo imparare dalla storia e non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone. Le potenze coinvolte in questo conflitto devono cessare immediatamente le ostilità e puntare sul dialogo e sulla diplomazia. E noi altri dobbiamo agire con coerenza, difendendo ora gli stessi valori che difendiamo quando parliamo dell’Ucraina, di Gaza, del Venezuela o della Groenlandia. Perché la questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo e, ovviamente, nemmeno il governo spagnolo. La domanda, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace. Noi ripudiamo il regime iraniano che reprime e uccide viliamente i propri cittadini, in particolare le donne. Ma allo stesso tempo rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma è ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. È ingenuo credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni possano nascere dalle rovine. O pensare che praticare un seguitarismo cieco e servile sia un modo di guidare. Al contrario, credo che questa posizione non sia affatto ingenua, è coerente e quindi non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno. “Alcuni diranno che siamo soli in questa speranza, ma non è vero. Il governo spagnolo è con chi deve essere. È con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno sancito nella nostra Costituzione. La Spagna è con i principi fondanti dell’Unione Europea. È con la Carta delle Nazioni Unite. È con il diritto internazionale e quindi è con la pace e la convivenza pacifica tra i paesi. Siamo inoltre (…) con milioni di cittadini e cittadine che chiedono al domani non più guerra o più incertezza, ma più pace e più prosperità. Perché la prima cosa avvantaggia solo pochi, mentre la seconda avvantaggia tutti noi”. Video: https://www.youtube.com/live/4sKsp0nBlkw?si=5mNCBV0l5T8dtul3   Testo completo del discorso in spagnolo Pressenza IPA
March 4, 2026
Pressenza
Militarizzazione delle università belghe e tendenza europea, da Alerte Otan n° 98
Il Comité Surveillance OTAN è un comitato di monitoraggio della NATO istituito a Bruxelles nel gennaio 2000 a seguito dei bombardamenti della Jugoslavia e del protendersi della NATO verso l’est Europa, con l’obiettivo di chiedere alle organizzazioni politiche progressiste e al movimento pacifista di mettere in discussione l’appartenenza del Belgio all’Alleanza Atlantica, di rifiutare l’economia di guerra e dismettere le bombe nucleari schierate in Belgio. Nel suo primo bollettino del 2026 troviamo un articolo sulla militarizzazione delle università belghe, scritto da Thies Gehrmann ricercatore post-dottorato in bioinformatica e attivista per la pace. Ne riportiamo qui una sintesi. Per l’articolo completo clicca qui. La monarchia belga sta integrando la tecnologia militare americana nel proprio tessuto economico e nelle sue forze armate, chiamando a questo compito non solo gli alti ufficiali militari ma anche la ricerca universitaria. Ogni livello della società deve essere mobilitato, incluso il sistema educativo. La Vallonia è in prima linea, Wallonie Entreprendre investe ogni anno centinaia di milioni di euro nell’industria militare regionale, le Fiandre hanno varato un Piano di Difesa (VDP) di miliardi di euro nel quale le università giocano un ruolo esplicito. La ricerca dual-use non viene più scoraggiata, è anzi centrale in questo processo, promossa sia dai governi belgi che dall’UE che ha deciso di aprire l’intero budget Horizon alla ricerca su queste tecnologie. Un budget di 175 milioni di euro. Ora sono esplicitamente incoraggiati anche i progetti puramente militari. I nuovi finanziamenti in questo settore comportano nuove restrizioni sulla pubblicazione e lo scambio di conoscenze minando i principi fondamentali della ricerca e della collaborazione internazionale, i ricercatori sono costretti a lavorare in segreto per tutelare la proprietà intellettuale, alcune università hanno apportato aggiustamenti ai quadri etici e deontologici per facilitare le collaborazioni con il settore militare. Il VDP incoraggia un cambiamento di mentalità di ricercatori e insegnanti perché interiorizzino la sicurezza nazionale come valore superiore alla libertà scientifica, e la necessità di sistemi informativi classificati. La propaganda militare normalizza questo cambiamento che oltre alla ricerca interessando direttamente anche l’insegnamento. Ad esempio la Vallonia stimola l’interesse degli studenti per la difesa e l’intelligenza artificiale. Su richiesta del ministero della Difesa, le facoltà di medicina hanno integrato la medicina di guerra nei programmi. A Howest Bruges è stata aperta una Cyber Defence Factory che indirizza direttamente gli studenti verso carriere dell’esercito. L’Agenzia WEWIS della regione fiamminga sta lanciando un programma di formazione STEM adattato al mercato del lavoro nell’industria della Difesa. La militarizzazione delle università è un fenomeno che interessa anche il Regno Unito con la sua lunga storia di cooperazione e reclutamento militare su larga scala. La Germania sta investendo miliardi nell’esercito, mentre la Baviera ha introdotto una Bundeswehr-Förderungsgesetz che obbliga i dipendenti universitari a collaborare con la Difesa. Le università italiane e francesi compensano il loro sottofinanziamento collaborando con l’industria militare. Le università greche stanno eliminando le regole etiche per poter stipulare partnership redditizie con aziende di armamenti e la NATO. Ovunque, le collaborazioni militari sono segnate da mancanza di trasparenza, contraddizioni etiche e rifiuto delle critiche. A causa delle politiche di austerità le uniche prospettive di finanziamento rimaste alle università sono lo standard NATO del 5% e il piano Readiness 2030 della Commissione Europea. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
#Trapani Birgi base strategica degli aerei radar #AWACS e dei #droni AGS della #NATO di Antonio Mazzeo La #Sicilia in guerra raddoppia: dopo #Sigonella anche lo scalo aereo di Trapani Birgi assume il ruolo di avamposto strategico per le operazioni militari delle forze armate NATO nello scacchiere russo-ucraino. https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/02/trapani-birgi-base-strategica-degli.html
February 21, 2026
Antonio Mazzeo
Con i disertori russi e ucraini per un mondo senza eserciti e frontiere
Sono passati quattro anni dall’accelerazione violenta della guerra impressa dall’invasione russa dell’Ucraina. Il conflitto è sempre più aspro: i morti sono centinaia di migliaia su entrambi i lati del fronte. Il governo italiano si è schierato in questa guerra inviando armi, arrivando a schierare 3.500 militari nelle missioni in ambito NATO nell’est europeo. Presto aprirà una base militare Italiana in Bulgaria. La guerra in Ucraina ha nel proprio DNA uno scontro inter-imperialistico di enorme portata, che rischia di innescare un conflitto ben più ampio, tra potenze dotate anche di armi atomiche.  Fermarla, incepparla, sabotarla è una necessità imprescindibile. In Ucraina ci sono duecentomila disertori, in Russia decine di migliaia di persone hanno attraversato i confini per sottrarsi alla chiamata alle armi.  In Russia e in Ucraina gli antimilitaristi si battono perché le frontiere siano aperte per chi si oppone alla guerra. Noi facciamo nostra la lotta per spezzare i confini e per l’accoglienza di obiettor*, renitent* e disertor*. Noi non ci arruoliamo né con la NATO, né con la Russia. Rigettiamo i vergognosi giochini di Trump, Putin e dell’UE sulla pelle di popolazioni stremate dalla guerra, messe a tacere da regimi, che reprimono duramente chi vi si oppone concretamente. Il prezzo di questa guerra lo paga la povera gente. Ovunque. Lo pagano oppositori, sabotatori, obiettori e disertori che subiscono pestaggi, processi e carcere. Lo paghiamo noi tutti stretti nella spirale dell’inflazione, tra salari e pensioni da fame e fitti e bollette in costante aumento. Provate a immaginare quante scuole, ospedali, trasporti pubblici di prossimità si potrebbero finanziare se la ricerca e la produzione venissero usate per la vita di noi tutti, per la cura invece che per la guerra. Il decreto riarmo del governo Meloni prevede un miliardo di euro per rendere sempre più mortale l’arsenale a disposizione delle forze armate italiane. L’Italia è impegnata in ben 43 missioni militari all’estero, in buona parte in Africa, dove le truppe tricolori fanno la guerra ai migranti e difendono gli interessi di colossi come l’ENI. Vari progetti di legge puntano al graduale ritorno della leva obbligatoria sospesa nel 2005. Serve carne da cannone per le guerre che vedono l’Italia in prima fila. Le scuole e le università sono divenute terreno di conquista per l’arruolamento dei corpi e delle coscienze. L’industria bellica italiana, in prima fila il colosso Leonardo, fa profitti miliardari. L’Italia vende armi a tutti i Paesi in guerra. Un business di morte. Occorre capovolgere la logica perversa che vede nell’industria bellica il motore che renderà più prospera L’Italia. Un’economia di guerra produce solo altra guerra. La guerra è anche interna. Il governo risponde alla povertà trattando le questioni sociali in termini di ordine pubblico: i militari dell’operazione “strade sicure” li trovate nelle periferie povere, nei CPR, nelle stazioni, sui confini. Ogni forma di opposizione sociale e politica viene criminalizzata con un insieme di norme vecchie e nuove che garantiscono una sempre maggiore impunità alla polizia e trasformano in reati normali pratiche di lotta. Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di libere e uguali che può porre fine alle guerre. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo.  Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello Stato imperialista. Rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione degli Stati e delle loro pretese espansionistiche. In ogni dove. Non ci sono nazionalismi buoni. Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Facciamo appello perché tra il 21 e il 24 febbraio si tengano in ogni città iniziative di informazione e lotta. Assemblea Antimilitarista assembleantimilitarista@gmail.com   Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
#Trapani Birgi base strategica degli aerei radar #AWACS e dei #droni AGS della #NATO By Antonio Mazzeo La #Sicilia in #guerra raddoppia: dopo #Sigonella anche lo scalo aereo di Trapani Birgi assume il ruolo di avamposto strategico per le operazioni militari delle forze armate NATO nello scacchiere russo-ucraino. . https://www.academia.edu/164451346/Trapani_Birgi_base_strategica_degli_aerei_radar_AWACS_e_dei_droni_AGS_della_NATO
February 10, 2026
Antonio Mazzeo
#Trapani Birgi base strategica degli aerei radar #AWACS e dei droni #AGS della #NATO #nowar di Antonio Mazzeo - La Sicilia in guerra raddoppia: dopo Sigonella anche lo scalo aereo di Trapani Birgi assume il ruolo di avamposto strategico per le operazioni militari delle forze armate NATO nello scacchiere russo-ucraino.https://www.stampalibera.it/2026/02/06/trapani-birgi-base-strategica-degli-aerei-radar-awacs-e-dei-droni-ags-della-nato/
February 6, 2026
Antonio Mazzeo
Report dell’Assemblea No NATO a Milano: analisi e proposte per il futuro
Delle prime due assemblee nazionali previste dal Coordinamento No NATO per l’anno 2026, sabato 31 gennaio si è tenuta quella di Milano, dedicata alle realtà simpatizzanti e aderenti  del coordinamento nel nord del Paese. Presenti una sessantina di persone rappresentanti perlopiù di comitati, collettivi ed associazioni. Dopo aver all’unanimità approvato il comunicato di solidarietà verso il corteo che in contemporanea si è tenuto a Torino in difesa degli spazi sociali e contro le politiche del governo Meloni, è stato presentato il dossier sulle installazioni delle basi USA-NATO a cura del coordinamento.  L’assemblea ha contato 17 interventi che, susseguendosi, hanno condiviso informazioni circa il loro lavoro sui vari territori e gli obbiettivi del proprio attivismo. Le riflessioni e i punti che sono stati affrontati sono stati molti: dalle analisi sui conflitti internazionali in corso alla repressione del dissenso interno al nostro Paese; dalla analisi e mappatura delle basi USA-NATO in Italia alla conseguenza delle loro installazioni sul territorio e sulle spese dei comuni; dalla pervasività galoppante della militarizzazione in ogni ambito della nostra vita alla diffusione in aumento di realtà antagoniste ad essa. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è stato presente e ha condiviso tappe, obiettivi e strumenti del suo operato. L’ incontro, partecipato e ricco di spunti, ha tentato, in chiusura, di raccogliere le questioni emerse: il bilancio di un anno di lavoro e il tentativo di rafforzare una struttura organizzativa che riesca a coordinare le tantissime realtà italiane che si oppongono alla guerra e all’occupazione USA-NATO della nostra terra. Prossimamente il Coordinamento Nazionale No NATO diffonderà nuovi aggiornamenti…restiamo dunque in attesa della seconda assemblea. Clicca qui per il link al comunicato del Coordinamento No NATO. Elena Abate, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Moldavia potrebbe riunirsi alla Romania?
La Moldavia è già diventata un membro di fatto della NATO e i cittadini che vogliono riunirsi alla Romania hanno già la doppia cittadinanza. Questa è una questione controversa, ma potrebbe ancora essere interpretata dalla Russia come un accenno a malevole intenzioni verso la Transnistria, che solo gli Stati Uniti potrebbero scoraggiare. La presidente moldava Maia Sandu ha recentemente dichiarato in un podcast che se si fosse tenuto un referendum avrebbe votato per riunirsi alla Romania con il pretesto di aiutare la Moldavia a difendersi meglio dalla Russia. Quella che oggi è la Repubblica di Moldavia è stata a lungo parte della civiltà rumena, ma nel corso dei secoli ha acquisito una distinta identità regionale a causa di lunghi periodi di controllo russo e sovietico. Questo background storico-sociale spiega perché alcune persone di entrambi i Paesi vorrebbero riunirsi in una sola nazione. Sandu ha la doppia cittadinanza, come circa 850.000 dei suoi compatrioti, circa un terzo dei circa 2,4 milioni di moldavi, nonché il suo avversario filorusso nelle controverse elezioni presidenziali del 2024, che ha perso a causa degli ostacoli frapposti dallo Stato al diritto di voto della diaspora russa.  Anche il referendum sull’adesione all’UE, che dovrebbe richiedere anni se mai dovesse accadere, non è stato libero ed equo per le stesse ragioni, né lo sono state le elezioni parlamentari che il partito di Sandu ha vinto l’anno scorso. Nonostante la sua neutralità ufficiale ai sensi dell’articolo 11 della Costituzione, la Moldavia è oggi un membro de facto della NATO e praticamente parte dello stesso spazio di sicurezza del suo membro ufficiale rumeno; le manca solo il conforto psicologico offerto dalle interpretazioni popolari dell’articolo 5. L’adesione formale alla Nato richiederebbe un referendum costituzionale per la revisione dell’articolo 11 ai sensi dell’articolo 142, ma solo il 18% vuole aderire come Paese indipendente, mentre il 31% vuole aderire di nuovo alla Romania (e quindi alla Nato) secondo i sondaggi dello scorso anno. Per questo motivo, sebbene Sandu e il suo partito siano stati rieletti con mezzi fraudolenti, potrebbe essere troppo anche per loro manipolare i risultati di un referendum su una di queste domande. Sono anche discutibili ormai dopo che la Moldavia è già diventata un membro di fatto della NATO e quelli dei suoi cittadini che vogliono riunirsi alla Romania hanno già la doppia cittadinanza per consentire loro di vivere, lavorare e votare lì. La preferenza di Sandu per la nuova adesione alla Romania, e quindi anche alla Nato, potrebbe quindi rimanere insoddisfatta. Ciò che è molto più rilevante da considerare come situazione generale sono le sue intenzioni nei confronti della Transinistra, lo Stato separatista situato per lo più lungo la riva orientale del fiume Dnestr con una considerevole popolazione slava protetta da circa 1.500 forze di pace russe. Il servizio di intelligence straniero russo mette periodicamente in guardia dai complotti contro quella politica, di cui i lettori possono saperne di più qui e qui, ma né la Moldavia né la Romania o l’Ucraina hanno fatto finora alcuna mossa militare contro di essa. Se Sandu l’avesse vinta e la Moldavia si riunisse alla Romania, questo conflitto congelato si scioglierebbe, provocando un’altra crisi NATO-Russia, e qui sta il vero significato della sua preferenza per tale scenario. Forse non lo aveva in mente quando di recente ha condiviso la sua opinione su questo in un podcast, ma la Russia potrebbe ancora sospettare che stia accennando a uno scenario geopolitico così sinistro, che potrebbe inaspettatamente interrompere i colloqui russo-americani. Se gli Stati Uniti sono sinceri nel mantenere il loro dialogo con la Russia sui legami bilaterali e l’Ucraina, allora devono segnalare alla Moldova che qualsiasi cambiamento dello status quo in Transnistria sarebbe inaccettabile. Gli Stati Uniti non dovrebbero sostenere la Romania in base all’articolo 5 se fosse coinvolta in un conflitto con la Russia su quella politica, altrimenti Sandu potrebbe indire un referendum truccato sulla riadesione alla Romania solo per provocare una crisi NATO-Russia che potrebbe facilmente sfuggire al controllo. Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro Revisione di Anna Polo Andrew Korybko
January 30, 2026
Pressenza