Il lato amaro dei kiwi da Latina alla Nuova Zelanda
Dopo la pandemia la vita del nomade digitale è stata romanticizzata sui social
network come nei media tradizionali, senza prendere seriamente in considerazione
gli impatti sui territori di questa migrazione bianca, benestante, con
passaporti forti, alla ricerca di mete paradisiache, ma anche di costi e
condizioni di vita accettabili. Si parla poco di cosa in effetti sia
l’esperienza del/la “nomade digitale”, di quale siano le condizioni di vita e di
lavoro che si incontrano oltrepassando gli oceani. Il libro Te la do io
l’Australia: un viaggio tra Oceania e Sud-est asiatico cerca di esplorare l’idea
del viaggio, del turismo, della vita all’estero, della migrazione giovanile
italiana, a partire dalla propria esperienza personale, intrecciandola con la
riflessione politica, a partire dal proprio posizionamento di lavoratore
precario, turista, bianco che guarda al mondo con curiosità e spirito critico.
Pubblichiamo un estratto sulla raccolta di kiwi nella Bay of Plenty in Nuova
Zelanda e le sue similitudini con la situazione nell’Agro-pontino.
Nella cornice del lago Tekapo[, in Nuova Zelanda, ndr], ho il piacere
d’incontrare Manuel, ragazzo argentino di ventinove anni. Come buona parte dei
suoi conterranei ha origini italiane, in questo caso squisitamente siciliane.
Possiede una working holiday visa molto simile a quella che viene rilasciata in
Australia, con l’unica differenza che per il primo rinnovo, a fronte di tre mesi
di lavoro nelle farm, vengono concessi solo altri tre mesi di visto e non un
anno intero come accade nella terra dei canguri. Passeggio insieme a Manuel
lungo il sentiero che costeggia il lago e porta fino alla cima del Monte John,
sede di un osservatorio astronomico gestito dall’Università di Canterbury.
Nel tragitto mi racconta il lato oscuro della raccolta stagionale dei kiwi. Il
prezioso frutto dalle ottime qualita nutritive è un punto di contatto con il
nostro Paese. Sono utilizzati circa 12.500 ettari per coltivarlo e l’80% della
sua produzione è situata nella regione denominata Bay of Plenty, vicino alle
città di Tauranga e Rotorua, nella zona nord-est dell’isola del nord. In Italia
la superficie coltivata è più del doppio e un terzo della produzione si
concentra nella regione Lazio. Nonostante la Nuova Zelanda sia stata
recentemente superata dall’Italia per quantità coltivata, resta comunque la
terra al mondo con il più alto livello di produttività per ettaro dedicato. La
provincia di Latina, zona altamente produttiva, ha un clima simile alla Bay of
Plenty, essendo un luogo al riparo dalle gelate precoci e con un buon livello di
umidità. Quando è primavera in Italia, è autunno in Nuova Zelanda e questo
favorisce la copertura del prodotto per tutto l’anno.
Come in Italia, così in Nuova Zelanda, sono molti i migranti che si occupano
della raccolta di kiwi e dalle sue parole emerge chiaramente che il sistema ha
diverse ombre sull’utilizzo di manodopera non qualifcata:
> «Ho visto con i miei occhi cosa succede nei campi neozelandesi vicino alla
> città di Tauranga, dove ho vissuto per un periodo. La paga generalmente è di
> poco superiore al minimo stabilito dalla legge ma le condizioni di lavoro sono
> le peggiori che abbia incontrato nel Paese. I turni di lavoro sono
> massacranti, si arriva a lavorare fno a dodici ore».
Manuel mi racconta del fenomeno del lavoro nero e di come talvolta sia una
condizione richiesta dal lavoratore stesso. Le motivazioni sono due: si vive
illegalmente nel Paese o si ha un visto che non permette di lavorare. A suo
avviso questo succede quando la coltivazione è affidata a terzi e non
direttamente all’impresa che si occupa della vendita.
Nella sua esperienza il proprietario e i supervisori erano di origine indiana e
durante la raccolta i braccianti venivano spesso ripresi se scambiavano qualche
parola con i compagni di lavoro o rallentavano il ritmo. La cosa che ha
sconvolto Manuel sono gli alloggi destinati ai lavoratori. Allo stesso prezzo di
una stanza in affitto in città gli è stata messa a disposizione la possibilità
di dormire in un van o in una casa completamente non arredata e condivisa con
una decina di persone: «Il bagno era arrangiato e doveva bastare per tutti
quanti, quelli che vivevano nel van si facevano la doccia all’aperto con delle
bacinelle. A condividere la casa con me erano giovani europei e sudamericani,
tutti alla prima esperienza lavorativa con un visto simile al mio.
Mi ricordo ancora lo sguardo perso di una ragazza italiana e di una norvegese
accompagnata dal suo ragazzo argentino. Mi è venuto spontaneo chiedere loro come
si potesse accettare di vivere in quelle condizioni. Ho smesso subito di
lavorare. Molti dei ragazzi che iniziano non conoscono l’inglese e questo li
costringe ad accettare una condizione degradante. Questo non è un caso isolato,
solo in un’azienda di kiwi specializzata nel biologico ho trovato una diversa
gestione delle risorse umane».
> Ascoltando questo racconto ho subito pensato allo sfruttamento dei lavoratori
> indiani nella provincia di Latina. Un’inchiesta del 2022 condotta da Irpimedia
> attraverso più di 50 interviste, ha fotografato la condizione indegna di circa
> 30mila braccianti appartenenti alla comunità sikh: paghe da fame, contratti
> irregolari, minacce e ricatto sul permesso di soggiorno.
Un fenomeno assolutamente diverso rispetto alla Nuova Zelanda ma sicuramente con
interessanti analogie. Nell’inchiesta si punta la lente d’ingrandimento
sull’attività della multinazionale neozelandese Zespri International Limited che
è il più grande distributore mondiale di kiwi, con vendite in oltre 50 Paesi.
Zespri è stata fondata nel 1988 e la sua sede internazionale è a Mount
Maunganui, in Nuova Zelanda. Ha autorizzato coltivatori non solo nel suo Paese
ma anche in Italia, Francia, Giappone, Corea del Sud, Grecia e Australia. Dal
nostro Paese arriva circa un decimo della sua produzione. Nel loro sito internet
si vantano di collaborare con circa 2.800 coltivatori neozelandesi e 1.500
internazionali, nonché di mantenere i diritti esclusivi per l’esportazione di
kiwi dalla Nuova Zelanda verso tutti i Paesi diversi dall’Australia. In sostanza
hanno un quasi totale monopolio. Sempre sul loro sito parlano di un ritorno
sostenibile per i coltivatori e un contributo positivo all’intera comunità.
Parlano di rispetto ambientale e di raggiungere la neutralità di emissioni di
carbone entro il 2030.
> L’intero settore in Nuova Zelanda impiega 10mila lavoratori con contratti
> indeterminati e in alta stagione si arriva a un totale di circa 24mila
> lavoratori. Prima della pandemia quasi la metà dei lavoratori stagionali erano
> stranieri con un visto working holiday. Quindi parliamo di una platea di circa
> 5.600 giovani. Si prevede infine un fatturato per le vendite globali di 4,5
> miliardi di dollari neozelandesi entro il 2025.
Alcune delle imprese italiane oggetto dell’inchiesta di Irpimedia vendono a
Zespri che ha il brevetto internazionale per i kiwi a polpa gialla SunGold, la
varietà di kiwi più coltivata nell’Agro Pontino. La multinazionale, interpellata
sulla questione, ha dichiarato di aver avviato un’indagine a riguardo e che
qualsiasi sfruttamento sui lavoratori è inaccettabile. Non ha invece commentato
la relazione tra il suo direttore, Craig Thompson, e la società di Cisterna di
Latina coinvolta nell’inchiesta; Thompson, infatti, è azionista presso una delle
società agricole italiane in cui due lavoratori intervistati hanno dichiarato di
aver frmato un contratto sottopagato e dove non vengono utilizzati adeguati
dispositivi di sicurezza. Zespri ha comunque ribadito di prendere molto sul
serio le accuse e di aver contattato gli organismi di certifcazione
indipendente.
La chiacchierata con Manuel non è sufficiente a inquadrare quanto il fenomeno
sia esteso. Bisognerebbe raccogliere ulteriori testimonianze e fare un lavoro
d’inchiesta come quello svolto in Italia. Per ironia della sorte mi sono trovato
sotto gli occhi questa strana analogia: in Italia sono lavoratori indiani a
essere sfruttati mentre in Nuova Zelanda sono altri indiani che sfruttano
giovani ragazzi con il visto working holiday, quasi a ricordare quanto l’origine
delle persone sia relativa e non rappresenti una variabile importante
nell’equazione. Il capitale mette in movimento i sikh che per sostenere le
proprie famiglie accettano determinate condizioni di sfruttamento, tanto quanto
un ragazzo europeo o sudamericano cerca di sostenersi e inventarsi una nuova
vita lavorando nei campi neozelandesi. Con le dovute differenze abbiamo in
comune il kiwi e la condizione del lavoratore: entrambi sono merce in movimento
per soddisfare gli appetiti crescenti del consumo e della produzione. Cambiano
gli emisferi ma la musica è simile. La puzza di sfruttamento è decisamente
uguale.
Estratto dal libro Te la do io l’Australia: un viaggio tra Oceania e Sud-est
asiatico di NomadX
Immagine di copertina di Jan Helebrant via Flickr
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