#noponte Crimine organizzato e costruzione del Ponte di #Messina
#pontesullostretto #mafia #ndrangheta
By Antonio Mazzeo - Published 2011
Il Padre di tutte le Grandi Opere, monumento-cattedrale allo spreco delle
risorse e al consumo di territorio, delirio d’onnipotenza di una classe politica
inetta e parassitaria. È il Ponte sullo Stretto di Messina, l’Ecomostro,
https://www.academia.edu/41601957/Crimine_organizzato_e_costruzione_del_Ponte_di_Messina
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Reggio Emilia: il viale della discordia
“Il 1° luglio 2025 la ex prefetta Antonella De Miro, in un evento del Comune di
Rubiera che le conferiva la cittadinanza onoraria, affermava: «Mi turba vedere,
arrivando a Reggio, la grande arteria di collegamento intitolata tutt’oggi alla
‘Città di Cutro’. Sarebbe bello, la prossima volta che arriverò qui, essere
accolta dal viale ‘Reggio Emilia città libera da tutte le mafie’»…” esordisce il
gruppo Agende Rosse di Reggio Emilia e provincia nel proprio comunicato:
> Abbiamo compreso bene il valore reale delle sue parole: si tratta di
> un’assunzione di impegno per la legalità per tutta la città, amministratori in
> primis.
>
> La proposta della dottoressa De Miro, che non può essere accusata certo di
> “antimeridionalismo”, è un accorato invito alla nostra città a manifestare
> decisa volontà di contrasto alle mafie attraverso un atto politico di alto
> valore simbolico: dare un segnale incisivo e inequivocabile cambiando nome a
> quella via.
>
> Non perché l’ex prefetta ritenga che ciò basti, ma per richiamare l’attenzione
> sul valore dei simboli che, come bandiere, vengono utilizzati e posti dalla
> ‘ndrangheta, accaparrandosi i territori. A Reggio Emilia è successo e sta
> succedendo.
>
> Da un anno stiamo intensificando il nostro impegno sul territorio affinché si
> comprenda l’alto profilo dell’incitamento che la dottoressa De Miro rivolge
> alla Comunità nella sua interezza.
>
> Nel nostro impegno dei mesi scorsi, si è voluto approfondire e aprire un
> dibattito pubblico sull’argomento.
>
> A tal fine, ci siamo avvalsi delle competenze di esperti di mafie a vario
> titolo, i quali hanno dedicato la loro vita allo studio e all’approfondimento
> del fenomeno dell’infiltrazione e del radicamento della ‘ndrangheta nel
> nostro territorio. Hanno confermato che la dottoressa De Miro, sollevando
> questo problema, ha centrato una questione autentica, non marginale, che
> coinvolge tutti: istituzioni, forze politiche e società civile.
>
> Del resto Antonella De Miro a Reggio Emilia (dal 2009 al 2014) è stata “il
> prefetto della svolta” nel contrasto alla ‘ndrangheta, distinguendosi per
> un’azione incisiva. Ha utilizzato tutti gli strumenti a sua disposizione – a
> partire dalle interdittive antimafia – ed ha contribuito a gettare le basi per
> il maxiprocesso Aemilia.
>
> È opportuno ricordare che l’impianto accusatorio del maxiprocesso Aemilia ha
> retto nel processo d’appello ed è stato confermato dalla Corte di Cassazione,
> mettendo in evidenza, dati alla mano, che il 99% dei condannati è di origine
> cutrese. È pertanto ragionevole pensare che nel 2009, la decisione della
> Giunta guidata da Del Rio di dedicare una via a Cutro, sia stata quanto meno
> improvvida; così come rimane improvvida e nebbiosa tutt’oggi la titubanza
> dell’Amministrazione comunale che, prendendo tempo, appare non voler
> concludere positivamente la questione.
>
> Quel nome, “Viale Città di Cutro”, assegnato al viale che dall’autostrada
> porta in città, richiama inevitabilmente le cosche cutresi che si sono
> infiltrate e radicate nel territorio, fondendosi col tessuto politico,
> economico e istituzionale e il processo Aemilia, con le sue sentenze, ne dà
> una documentata testimonianza; inoltre, il nome di quella via è stato
> preceduto da una serie di circostanze, emerse in modo chiaro durante i nostri
> dibattiti, che dovrebbero far sorgere in ognun* di noi delle domande e
> perplessità del tutto legittime. Ci sono molte resistenze da parte
> dell’Amministrazione, a cambiare quel nome e il suggerimento di De Miro è
> rimasto ad oggi inascoltato.
>
> A chi sostiene che sarebbe sbagliato eliminare quel nome dalla toponomastica
> cittadina poiché risulterebbe offensivo per i Cutresi onesti, ricordiamo
> quanto dichiarato da Antonio Valerio di Cutro, collaboratore di giustizia e
> fondamentale nel processo Aemilia: “Non sono le nostre origini la
> discriminante, ma ciò che siamo: mafiosi e ‘ndranghetisti, maledettamente
> organizzati” e ancora “ Reggio Emilia è sotto un’assedio ‘ndranghetistico
> senza precedenti”.
>
> A nostro parere il rischio di un “antimeridionalismo discriminatorio”, come
> paventato da qualcuno, rischia di diventare una teoria giustificazionista, il
> tappeto sotto al quale nascondere tutto.
>
> Riteniamo che l’unico discrimine che possa esistere sia tra i cittadini
> onesti, che non sentono necessariamente il bisogno di una via che li celebri,
> e coloro che fanno parte del clan criminale che di una via dedicata possono
> farsi vanto come simbolo di conquista.
>
> Movimento Agende Rosse – gruppo “Rita Atria” di Reggio Emilia e provincia
Redazione Italia
Giugno 2018, Gioia Tauro: l’assassinio di Soumaila Sacko
Riprendiamo un articolo di Barbara Paknazar (*) che racconta «La pacchia», il
bel libro di Bianca Stancanelli. A seguire link da Usb, Wikiradio e “bottega”.
Ucciso a bruciapelo in una fabbrica abbandonata mentre, insieme a due amici,
cercava di recuperare delle lamiere con cui avrebbe costruito delle baracche per
aiutare altri migranti ad avere un rifugio in cui dormire, al ritorno dalle
“Creare un clima ostile alla mafia è la nostra nuova Resistenza”
Il 10 aprile u. s. si è riunita la Consulta per la Legalità di Reggio Emilia per
illustrare le iniziative organizzate per il decennale del processo Aemilia e
fare il punto della situazione sul progetto con le scuole “Noi contro le mafie”
e sulla costituzione dell’Osservatorio della legalità.
Tra i vari componenti presenti, è parso particolarmente rilevante l’intervento
del Presidente del Collegio Giudicante del maxiprocesso Aemilia dott. Francesco
Maria Caruso, membro del Comitato Tecnico Scientifico della stessa Consulta.
Il dott. Caruso ha evidenziato come l’assenza di violenza eclatante non debba
assolutamente indurre ad abbassare la guardia, sottolineando che l’obiettivo
primario della Consulta deve essere quello di dotarsi di strumenti efficaci per
monitorare e contrastare il riprodursi dei fenomeni mafiosi poiché, spiega, “la
qualità del nostro impegno determina la loro operatività”.
Nella sua analisi ha sottolineato la necessità di rafforzare la conoscenza del
fenomeno mafioso attraverso una banca dati e un contenitore di atti giudiziari
regionali, rassegne stampa aggiornate, studi e ricerche sulla criminalità al
Nord, un attento monitoraggio dei nuovi insediamenti e delle imprese a rischio
di infiltrazioni e un apparato organizzativo stabile della Consulta, capace di
interfacciarsi con gli organi dello Stato per la raccolta di informazioni e
segnalazioni. Obiettivi e proposte operative dal nostro punto di vista
assolutamente condivisibili e indispensabili per costruire un apparato di
riferimento solido nel contrasto alle mafie sul nostro territorio.
Altrettanto condivisibili sono gli eventi messi a punto per ricordare – e far
comprendere ai più giovani – il significato del Maxi Processo Aemilia a dieci
anni di distanza, iniziative che auspichiamo coinvolgano e favoriscano la
riflessione da parte di tutte le istituzioni e della società civile su quanto
esso ci ha insegnato per poter prevenire e contrastare i fenomeni mafiosi.
Tuttavia, non possiamo fare a meno di rilevare che mentre da una parte
l’Amministrazione Comunale si attiva giustamente per onorare questa ricorrenza
dal forte valore simbolico, dall’altra non è in grado di compiere un gesto
concreto a dimostrazione che Aemilia non c’è stato invano: cambiare il nome a
Viale Città di Cutro, un nome che getta un’ombra sulla nostra città poiché
rappresenta un legame col sistema di potere mafioso che il processo ha messo
inequivocabilmente a nudo.
Il Maxi Processo Aemilia, è bene ricordarlo, ha rappresentato per la nostra
città una presa di coscienza. Ha messo in evidenza ciò che politici ed altri
soggetti cercavano di non vedere, ha sancito il percorso che la Prefetto
Antonella De Miro, durante il suo mandato, ha proposto energicamente a Reggio
Emilia.
Non possiamo correre il rischio di ritornare alla fase della “Grande Rimozione”,
concetto coniato dal Professor Nando Dalla Chiesa, recentemente intervenuto sul
tema dei “Simboli di conquista della ‘Ndrangheta a Reggio Emilia”.
Per il sociologo e scrittore, con il termine Rimozione si intende “la negazione
dell’esistenza della mafia da parte delle varie articolazioni istituzionali e
sociali delle regioni settentrionali. Una negazione che nei decenni ha avuto
come proprio retroterra diffuso e profondo sia un impressionante mutismo
istituzionale sia una ancor più impressionante omertà sociale”.
Tutto ciò ha condotto a due vantaggi decisivi per le organizzazioni mafiose. Il
primo, “oscurare il nemico, nasconderlo ai cittadini. E dunque, farlo avanzare
indisturbato”. Il secondo, “offrire al colonizzatore i presupposti culturali del
potere mafioso.” È così che “alla ‘Ndrangheta è stato offerto un eldorado in cui
esaltare la propria forza e la propria capacità di penetrazione”. (Nando Dalla
Chiesa, “Passaggio a Nord”).
Dare un nuovo nome a questa Via non è un mero atto simbolico, ma un gesto
concreto di Resistenza per creare un clima ostile alla criminalità organizzata.
Instillare nei cittadini fiducia nelle istituzioni. É azione fondamentale e
necessaria per lanciare un segnale chiaro: nulla sarà più come prima.
Segnale
che a nostro parere dovrebbe essere caldeggiato da tutte le associazioni e
organizzazioni che si riconoscono nei valori della Resistenza e
dell’Antifascismo.
Ricordare il Maxiprocesso Aemilia all’ombra di un inchino offende tutti e tutte.
Non solo chi si è impegnato per dieci anni a tenere vivo l’impegno antimafia, ma
offende anche la città di Reggio Emilia e i suoi cittadini, senza distinzione di
provenienza. Significa inoltre celebrare un importante risultato giudiziario, ma
privo di qualsiasi valore politico e culturale. È ora che la politica trovi il
coraggio di agire con chiarezza e determinazione.
Movimento Agende Rosse, Rita Atria, di Reggio Emilia e
Provincia
Redazione Italia
Fare la scelta giusta, anche quando fa paura
Ti è mai capitato, di fronte a una scelta difficile, di esitare tra fare la cosa
che ritieni giusta o lasciarti trasportare verso la scelta più facile?
A me capita spesso, e non sempre scelgo la cosa giusta. Dipende dal contesto,
dalle mie energie in quel momento, da quanto penso che sia importante quella
decisione. Ci sono situazioni in cui, però, una scelta del genere può essere uno
spartiacque per la vita.
Come nel caso di Pino Trimboli, uno chef e ristoratore calabrese che a un certo
punto della sua vita si è trovato a dover scegliere se accettare le proposte
della ‘ndrina locale, oppure denunciare i suoi aspiranti aguzzini.
In quel momento, alcuni frammenti del passato hanno iniziato ad emergere in lui,
come i pezzi di un mosaico rimasti sparsi che improvvisamente si assemblavano
trovando la loro funzione: l’esempio di un amico, una frase di Borsellino, la
presenza sul territorio della Cooperativa GOEL che da anni aiuta gli
imprenditori che si ribellano alla ‘ndrangheta. La scelta era fatta, una scelta
da cui non si torna indietro.
Di comune accordo con GOEL decide di denunciare pubblicamente tutto in una
conferenza stampa. Il rischio è alto tra l’isolamento e la perdita di clienti.
Invece accade l’opposto: la comunità si stringe intorno a lui e contro la
‘ndrangheta. «A fine gennaio lavoravamo come se fosse agosto. Bambini, scuole,
adulti, tutti schierati con noi», racconta.
Oggi, per Pino, la convivenza con la mafia rimane difficile e spaventosa ma il
suo ristorante va a gonfie vele. Il fatto di far parte di una rete che continua
a crescere (quella di GOEL) fornisce continue iniezioni di coraggio ed
entusiasmo. La storia di Pino ci mostra che – almeno a volte – fare la “scelta
giusta” è davvero la scelta giusta.
La stessa cosa l’ho pensata anche leggendo una storia molto diversa, quella
dell’attivista e giornalista Maso Notarianni, di rientro dalla missione con la
Global Sumud Flotilla.
La sfida più grossa, almeno per me, resta quella di scegliere le “battaglie” da
portare avanti e le cose su cui lasciare andare. L’indole mi porterebbe a
lasciare andare spesso, il cuore spinge nella direzione opposta. Quando
scegliere cosa? Mi dite la vostra?
Buon cambiamento
Andrea Degl’Innocenti
Italia che Cambia