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Con il popolo Saharawi: solidarietà e internazionalismo.
Siamo rientrati da una settimana dal viaggio di solidarietà che Città Visibili Aps di Campi Bisenzio organizza annualmente nei campi profughi Saharawi nel deserto algerino ai confini fra Marocco e Mauritania. La questione del Sahara Occidentale , della lotta del Fonte Polisario per la autodeterminazione del popolo Saharawi va avanti da cinquanta anni senza soluzioni. Una situazione attualmente ancora più spinosa per ha scarsa attenzione della politica internazionale e che la stampa e i media tendono ad ignorare. Ne parliamo con Simone nuovo presidente di questa associazione toscana che fa parte della rete nazionale di sostegno al popolo Saharawi e che ci ha accompagnato nella visita ai campi e alle strutture di resistenza del Fronte Polisario. Ho visitato la prima volta le wilaya ( province ) in cui vivono I rifugiati sahawui e ho trovato una situazione abbastanza critica , una situazione militare e politica senza via di uscita : molti giovani hanno abbandonato i campi e cercano nuove prospettive in spagna e in altri paesi pur rimanendo in totale precarietà , quale è concretamente la situazione attuale e quali le prospettive possibili? La situazione nei campi profughi saharawi è diventata negli ultimi anni ancora più fragile e complessa. Parliamo di una popolazione che vive in esilio da cinquant’anni, in condizioni climatiche estreme e con una dipendenza quasi totale dagli aiuti internazionali. Quando questi aiuti diminuiscono, l’impatto sulla vita quotidiana è immediato. Negli ultimi anni diversi programmi umanitari hanno subito tagli o riduzioni significative, anche per effetto di scelte politiche di alcune amministrazioni occidentali e di una progressiva disattenzione internazionale verso crisi considerate “croniche”. Questo ha comportato minori forniture alimentari, meno sostegno sanitario e una crescente precarietà per le famiglie che vivono nei campi. In un contesto già difficile, tutto ciò alimenta una sensazione diffusa di stagnazione e di futuro sospeso. La conseguenza più evidente riguarda proprio i giovani. Una parte crescente di ragazzi e ragazze sceglie di lasciare i campi e tentare la strada dell’emigrazione verso la Spagna o altri paesi europei. Non si tratta di un esodo organizzato, ma di percorsi individuali spesso molto precari. Molti di loro restano in condizioni di marginalità, senza documenti stabili e con prospettive lavorative incerte. È una generazione che si trova a vivere una doppia assenza: lontana dalla propria terra e allo stesso tempo senza piena integrazione nei paesi di arrivo. Sul piano politico la situazione resta bloccata da decenni. Dopo la rottura del cessate il fuoco nel 2020, il conflitto è tornato a essere militarmente attivo, anche se a bassa intensità. Nel frattempo si moltiplicano tentativi diplomatici per riaprire il dialogo tra Marocco, Algeria, Mauritania e Fronte Polisario sotto l’egida delle Nazioni Unite. Negli ultimi mesi si sono tenuti incontri multilaterali e nuove iniziative di mediazione internazionale. Tuttavia il quadro politico internazionale è cambiato in modo significativo. Nel 2025 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione che considera il piano di autonomia proposto dal Marocco come base di negoziato, una scelta sostenuta da diversi paesi occidentali. Per il Fronte Polisario e per molti giuristi internazionali questo rappresenta un passo problematico, perché rischia di spostare il centro del processo politico lontano dal principio originario dell’autodeterminazione del popolo saharawi. E qui si trova il nodo della questione. Per chi, come noi, fa parte del movimento di solidarietà internazionale, la soluzione non può prescindere da un principio semplice: il futuro del Sahara Occidentale deve essere deciso dai saharawi stessi. Non può essere imposto né dalla diplomazia delle potenze né dagli equilibri geopolitici regionali. Per questo riteniamo fondamentale sostenere il Fronte Polisario non solo sul piano politico ma anche sul piano sociale e comunitario. Mantenere viva la società saharawi nei campi profughi significa difendere la capacità di un popolo di continuare a esistere come soggetto politico. Se quella comunità si disperdesse, se la diaspora diventasse irreversibile, la causa dell’autodeterminazione rischierebbe di indebolirsi profondamente. In altre parole: difendere la dignità della vita nei campi oggi significa anche difendere la possibilità di una soluzione giusta domani. Città Vivibili porta solidarietà ai Saharawi da molti anni, quali sono i progetti in corso e quale altri pensate di realizzare? L’associazione Città Visibili lavora da molti anni accanto al popolo saharawi con un’idea molto concreta di solidarietà: non limitarsi alla testimonianza, ma costruire progetti utili e replicabili che abbiano un impatto reale sulla vita quotidiana delle persone. Tra le iniziative che stiamo portando avanti ce ne sono alcune che rappresentano ormai un percorso consolidato. Il progetto “Semi di Naso Rosso nel Deserto” una rete di sostegni a distanza provenienti da famielgie italiane ed europee, grazie alla quale molte famiglie saharawi ricevono un aiuto concreto per l’istruzione, la salute e le necessità quotidiane dei propri figli. Un altro progetto fondamentale è S.O.S. – Solidarietà Odontoiatrica Saharawi, nato per affrontare un problema sanitario molto diffuso nei campi: la salute dentale dei bambini e dei giovani. In collaborazione con professionisti volontari portiamo attività di prevenzione, cura e formazione locale. Abbiamo poi aperto una Tienda Solidaria, un progetto che unisce solidarietà e autonomia economica, sostenendo piccoli circuiti di produzione e distribuzione di beni utili alla comunità dei campi. Un altro ambito su cui stiamo lavorando è lo sport inclusivo, perché lo sport nei contesti di rifugio non è solo attività fisica: è uno spazio di aggregazione, di crescita personale e di costruzione di comunità, soprattutto per i più giovani. L’ultima missione nei campi profughi ci ha però lasciato anche molte domande su come dovrà evolvere il nostro lavoro nei prossimi anni. Una cosa appare molto chiara: se vogliamo essere utili dobbiamo immaginare progetti sempre più concreti, sostenibili e direttamente collegati alle esigenze delle nuove generazioni. Una delle idee su cui stiamo riflettendo riguarda la creazione di un programma di borse di studio per giovani saharawi. Troppi ragazzi e ragazze, pur avendo capacità e motivazione, sono costretti ad abbandonare gli studi per sostenere economicamente le loro famiglie. Nei campi spesso i figli maggiori diventano rapidamente il punto di riferimento economico di fratelli, sorelle e madri rimaste senza lavoro. Consentire a questi giovani di continuare a studiare non significa soltanto aiutare singole persone. Significa investire nella futura classe dirigente di un popolo che un giorno dovrà ricostruire il proprio paese. In fondo, se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni, è che la solidarietà più utile non è quella che distribuisce soltanto aiuti. È quella che crea possibilità, perché ciò di cui molti giovani saharawi hanno più bisogno non è assistenza, ma la possibilità di immaginare un futuro. Riflessione finale: Viviamo in una fase storica in cui molte certezze sembrano essersi rovesciate. Il diritto internazionale, che dovrebbe rappresentare una protezione per i popoli più vulnerabili, appare sempre più spesso sostituito dal diritto della forza. Non la forza del diritto, ma il diritto del più forte. In questo scenario il Sahara Occidentale è diventato uno dei luoghi più evidenti di questa contraddizione. Un popolo riconosciuto dalle Nazioni Unite come titolare del diritto all’autodeterminazione continua a vivere da quasi mezzo secolo in esilio, mentre gli equilibri geopolitici sembrano pesare più delle norme che dovrebbero governare la comunità internazionale. Ogni volta che si torna nei campi profughi saharawi il cambiamento è visibile. E purtroppo quasi sempre in peggio. Le risorse diminuiscono, le difficoltà aumentano, e cresce la sensazione che il mondo stia lentamente voltando lo sguardo altrove. Eppure è proprio per questo che bisogna tornare: per testimoniare, per costruire legami e per impedire che una causa giusta venga cancellata dal silenzio. Continuare a credere che il mondo possa cambiare non è ingenuità. È una scelta politica, civile e umana. È l’ostinazione di chi non accetta che l’ingiustizia diventi normalità. Un’utopia, forse. Ma le utopie sono spesso il primo passo della storia. E in fondo è anche una responsabilità. Perché quei ragazzi che incontriamo nei campi non meritano di crescere nell’attesa infinita di una soluzione che non arriva mai. Meritano molto di più: meritano un futuro per un popolo che da troppo tempo vive sospeso tra esilio e promessa. Foto di Cesare Dagliana Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Auserd Saharawi Camp Città Visibili Saharawi Il muro di separazione Mine Antiuomo.Sahara Occ. Auserd Saharawi Camp Auserd ospedale Auserd Sahawi camp Auserd SaharawiCamp Auserd Saharawi Camp Ospedale Auserd Saharawi Camp Cesare Dagliana
March 12, 2026
Pressenza
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale  Nel nuovo scenario internazionale, segnato dal ritorno della guerra, dall’indebolimento del multilateralismo e dalla crisi del diritto internazionale, la questione saharawi continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di diritto negato. A ribadirlo è stato il convegno “Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale”, svoltosi il 16 gennaio nella Sala Pilade Biondi del Palazzo comunale di Sesto Fiorentino, città che da oltre quarant’anni mantiene un legame politico, istituzionale e umano con il popolo saharawi. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della vicesindaca facente funzione Claudia Pecchioli, che ha ricordato come Sesto Fiorentino abbia scelto di avviare proprio da qui il progetto “Coltivare Salute”, finanziato dal Ministero della Cooperazione e rivolto ai campi profughi saharawi. Una scelta non casuale, ma radicata in una storia di solidarietà che affonda le sue radici nel gemellaggio con la wilaya di Mahbes, attivo dal 1984. Pecchioli ha sottolineato il ruolo che le amministrazioni locali possono ancora svolgere nel mantenere viva l’attenzione su una causa spesso marginalizzata, riaffermando la necessità di difendere il principio di autodeterminazione dei popoli in un contesto globale in cui il diritto internazionale viene sempre più spesso sacrificato alle logiche di potere e di convenienza geopolitica. Su questa linea si è inserito l’intervento di Irene Falchini, consigliera delegata alla cooperazione internazionale, che ha inquadrato il tema della serata come una vera e propria affermazione politica: parlare oggi di Sahara Occidentale significa confrontarsi con un mutamento profondo degli equilibri internazionali. A partire dal 2020, con gli accordi di Abramo, la causa saharawi è stata progressivamente compressa dentro dinamiche di scambio diplomatico che hanno ulteriormente indebolito il percorso verso il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite. Falchini ha ricordato come, nonostante il passare di quasi cinquant’anni dalla proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, quel diritto resti ancora inattuato, mentre la “legge del più forte” sembra dettare le regole delle relazioni internazionali. Richiamando le parole pronunciate nel 1984 dall’allora sindaco Ennio Marini, Falchini ha ribadito il valore di una cooperazione intesa come scambio, costruzione di cultura di pace e responsabilità condivisa tra comunità. Il tema della cooperazione come pratica politica e non solo tecnica è stato approfondito da Stefano Fusi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’ASL Toscana Centro. Fusi ha messo in guardia da una visione riduttiva della cooperazione, intesa come semplice realizzazione di progetti, sottolineando invece la necessità di relazioni paritarie, reciprocità e comprensione delle cause strutturali delle disuguaglianze. In questo quadro si inseriscono le esperienze di cooperazione sanitaria nei campi profughi, dai progetti sulla sicurezza alimentare e sul benessere animale fino alle più recenti iniziative di contrasto al diabete, una patologia particolarmente diffusa in un contesto segnato dalla dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali. I risultati ottenuti, soprattutto nel miglioramento delle condizioni di salute di centinaia di persone, dimostrano l’efficacia di interventi che valorizzano il personale sanitario locale e rafforzano le istituzioni saharawi. Ma Fusi ha anche sottolineato come questi progetti non possano prescindere da una presa di posizione politica chiara da parte delle istituzioni europee, chiamate a non essere complici di una situazione di occupazione e negazione dei diritti. Lo sguardo storico è stato offerto da Valeria Galimi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, che ha definito il Sahara Occidentale come uno dei casi più evidenti di decolonizzazione incompiuta nello spazio mediterraneo. La fine del dominio coloniale spagnolo non ha prodotto l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma ha congelato la questione dentro nuovi rapporti di forza, svuotando progressivamente di efficacia il diritto internazionale. Galimi ha evidenziato la contraddizione dell’Unione Europea, che continua a richiamarsi formalmente ai principi del diritto internazionale mentre, nella pratica, integra il Sahara Occidentale in accordi economici e strategici con il Marocco, senza affrontarne lo status giuridico. Particolare rilievo è stato dato alla svolta rappresentata dagli accordi di Abramo e al ruolo della Francia, che con il recente sostegno del presidente Macron al piano marocchino di autonomia ha contribuito ad allontanarsi ulteriormente dal lessico dell’autodeterminazione. In questo contesto, la mobilitazione dal basso e l’impegno delle amministrazioni locali emergono come uno dei pochi argini alla marginalizzazione della causa saharawi. Su questo terreno si è collocato l’intervento di Matilde Miniati, dottoranda all’Università di Bologna, che ha illustrato una ricerca dedicata alla storia dei movimenti di solidarietà internazionale con il Sahara Occidentale, in particolare in Italia e Spagna tra gli anni Ottanta e Novanta. Miniati ha evidenziato come, a fronte di una risposta politica spesso insufficiente, siano stati proprio i movimenti dal basso, le associazioni e i gemellaggi tra enti locali a costruire una rete di solidarietà efficace e duratura. Un’esperienza nata in modo frammentario, ma capace nel tempo di strutturarsi e di incidere concretamente sulla vita dei campi profughi, colmando anche un vuoto nella produzione accademica, ancora oggi sorprendentemente scarsa su questi temi.   Il cuore politico ed emotivo dell’incontro è stato l’intervento di Fatima Mafbud, rappresentante della RASD in Italia, che ha restituito il punto di vista saharawi su un diritto internazionale percepito come applicato in modo selettivo. Fatima Mafbud ha denunciato la frattura tra le sentenze delle corti internazionali, che riconoscono il diritto del popolo saharawi alla propria terra, e una politica internazionale che tende a rendere invisibile quel diritto, svuotandolo di speranza. In un mondo in cui le guerre si combattono anche cancellando la visibilità dei popoli, i saharawi continuano a rivendicare il ruolo del diritto internazionale e a partecipare ai negoziati, pur nella consapevolezza delle profonde asimmetrie di potere. Fondamentale, in questo quadro, resta il sostegno delle reti di solidarietà e delle istituzioni locali, capaci di mantenere vivo un legame umano e politico che contrasta l’isolamento. A chiudere i lavori è stato Sandro Volpe, presidente dell’Associazione Ban Slout Larbi, che ha restituito il senso profondo di un impegno costruito nel tempo attraverso scuole, associazioni, parrocchie e luoghi di socialità. Un impegno che non si limita alla solidarietà verso il popolo saharawi, ma interroga il significato stesso di umanità e responsabilità collettiva. Investire nella formazione, nella memoria e nella trasmissione di questi valori alle nuove generazioni è apparso come un modo per continuare a “muovere quel masso pesantissimo” rappresentato da cinquant’anni di ingiustizia. Il convegno di Sesto Fiorentino ha così ribadito che la questione saharawi non è una vicenda lontana o marginale, ma un banco di prova per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle democrazie europee. Un diritto negato non per mancanza di norme, ma per mancanza di volontà politica. Locandina Convegno Saharawi il diritto negato La sindaca Claudia Pecchioli e la consigliera Irene Falchini Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Irene Falchini Intervento di Stefano Fusi Intervento di Valeria Galimi Intervento di Matilde Miniati Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Sandro Volpe Intervento della sindaca Claudia Pecchioli e Intervento di Irene Falchini intervento di Matilde Miniati Intervento di Stefano Fusi Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
January 17, 2026
Pressenza
L’Arte della resistenza: CittàVisibili APS ad ARTifariti 2025 porta la mostra “I PRIGIONI” nei campi profughi saharawi.
La delegazione italiana unita nel deserto per raccontare memoria, dignità e autodeterminazione attraverso la fotografia di Andrea Sawyerr. L’associazione Città Visibili APS annuncia la sua partecipazione ufficiale all’edizione 2025 del Festival Internazionale delle Arti per i Diritti Umani – ARTifariti. L’evento, in programma dal 24 ottobre al 1° novembre nei campi profughi saharawi di Tindouf (Algeria), si svolge sotto l’egida del Ministero della Cultura della Repubblica Araba Saharawi Democratica e in stretta collaborazione con la Rete Saharawi. ARTifariti, giunto alla sua diciannovesima edizione, è da oltre quindici anni un crocevia fondamentale di incontro, scambio e solidarietà, dove l’arte si trasforma in un potente strumento di denuncia, memoria e costruzione collettiva di pace e libertà. L’iniziativa riunisce annualmente artisti saharawi e internazionali, attivisti, ricercatori e studenti, impegnati in laboratori, installazioni, performance e mostre che fondono creatività e impegno civile. La Mostra “I PRIGIONI” tra le dune del deserto: Città Visibili APS contribuirà al festival con l’esposizione fotografica “I PRIGIONI”, realizzata con gli scatti del fotografo Andrea Sawyerr. La mostra, già presentata in Italia nell’ambito del progetto Viaggiatori di Utopie, sarà allestita nei campi profughi per l’intera durata della manifestazione, rendendola accessibile sia al pubblico saharawi che alle numerose delegazioni internazionali. Attraverso un percorso visivo di forte impatto emotivo, “I PRIGIONI” documenta la condizione di attesa e l’inesauribile spirito di resistenza del popolo saharawi. I volti e gli spazi ritratti si fanno testimonianza viva di dignità, identità inesauribile e speranza per il futuro. La Delegazione Italiana per la Solidarietà Culturale: L’associazione Città Visibili APS si recherà a Tindouf con una propria delegazione, unendosi ad altri rappresentanti della solidarietà italiana. La missione include membri del Direttivo e volontari di Città Visibili, una delegazione della Rete Saharawi rappresentata dalla Presidente Nadia Conti, l’Associazione El Ouali di Bologna, e il referente del Progetto Solidarietà Odontoiatrica Saharawi, Giuseppe Luca Bondì. Arte, Memoria e Libertà: Gli Obiettivi di ARTifariti 2025: L’edizione 2025 di ARTifariti è focalizzata sul tema “Arte, memoria e libertà nei territori della resistenza”, perseguendo tre obiettivi strategici: – Rafforzamento Culturale: Sostenere la presenza culturale saharawi come forma di resistenza pacifica e affermazione identitaria. – Scambio Internazionale: Creare spazi di formazione e scambio proficuo tra artisti, studenti e associazioni di solidarietà provenienti da diversi Paesi. – Promozione dei Diritti: Promuovere la cultura dei diritti umani e dell’autodeterminazione come valore universale, cementando il legame tra espressione artistica e impegno civile. Per la prima volta, il Ministero della Cultura saharawi ha esteso un invito diretto alla comunità italiana per un supporto concreto ai costi organizzativi del festival – un gesto che rimarca il valore simbolico e politico della solidarietà internazionale, da sempre sostenuta con convinzione da Città Visibili APS. Simone Bolognesi, presidente di Città Visibili APS, ha commentato: “La partecipazione a ARTifariti è per noi un atto di amicizia e di profonda responsabilità culturale verso un popolo che da quasi cinquant’anni combatte per la propria indipendenza. Portare la nostra mostra nei campi profughi significa dare eco e risonanza allo sguardo e alla voce che da quel territorio sono emersi, amplificandone il messaggio di dignità”.     Paolo Mazzinghi
October 23, 2025
Pressenza