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Confini minati tra Scambodia e F16-Thai; occhi bianchi a Dar es Salaam; petroliere in fiamme al largo di Caracas
«Entrambi i Paesi sono pronti per la pace e per continuare il commercio con gli Stati Uniti d’America», rivela Trump con la consueta retorica entusiasta destinata a venire sbugiardata entro poche settimane dai due contendenti della regione del Mekong, perché i motivi della disputa non sono ancora disinnescati, come ci ha spiegato Emanuele Giordana, e la telefonata a Bangkok fatta dal presidente degli Usa è avvenuta con Anutin Charnvirakul, un premier dimissionario; e soprattutto perché proprio Trump sa bene che il business delle Scam City, dei Bitcoin, delle truffe è un affare troppo grosso, perché la Cambogia possa rinunciarvi, e coinvolge un’area che è feudo cinese ed è attraversata in ogni stato da quel fenomeno di confine. Contemporanea a una guerra ignorata a lungo finché il numero degli evacuati dal confine tra Thailandia e Cambogia non ha raggiunto il mezzo milione di persone, la nostra attenzione torna a essere attirata da una situazione drammatica, che ancora fatica a trovare spazio tra le breaking news dei network mediatici mondiali (probabilmente perché Trump non ha il numero di Samia Suluhu Hassan), è quella che ci ha raccontato una giovane trovatasi per lavoro a essere testimone ocularedi un massacro, raccogliendo a Dar es Salaam le notizie dalle strade della Tanzania insanguinate da innumerevoli cadaveri di giovani rivoltosi: la conta è ancora imprecisata dopo 2 settimane dalla mattanza ma si vocifera di più di 2000 morti, alcuni sepolti in fosse comuni, altri desaparecidos; una madre anonima ha raccontato di aver ottenuto le spoglie del figlio solo firmando un foglio in cui attesta che non è stato ucciso da proiettili. Dal suo racconto è palese il distacco tra classe dirigente del partito al potere da più di 60 anni e la popolazione giovane – il paese ha un’età media di 19 anni – che accumulava una rabbia sorda da tempo nel paese esempio di sviluppo per l’Africa, al centro di corridoi commerciali e affacciato strategicamente sull’Oceano Indiano con i suoi porti e le sue infrastrutture. Come nei due precedenti casi, anche la terza corrispondenza in qualche modo vede contrapposti i rapporti commerciali cinesi alla rapacità americana. Il terzo quadrante vede il trumpismo protagonista nel suo patio tracero: stavolta ci viene illustrato con sensibilità politica, analisi sofisticata e passione antimperialista da Simon, un compagno che da Medellin ha tracciato un quadro della crisi venezuelana – e dei motivi di saccheggio di risorse e rieditazione della Dottrina Monroe dopo due secoli che muovono il neoliberismo alla aggressione del regime bolivariano –, ma anche della situazione colombiana a seguito della prima presidenza di una sinistra mai stata istituzionale e delle possibilità di contrastare le mire dei gringos. -------------------------------------------------------------------------------- MINE OFFENSIVE E F16 DIFENSIVI. I CONFINI ALLA ROVESCIA DELLE SCAM CITY -------------------------------------------------------------------------------- La Thailandia investe in armi, la Scambodia in truffe Improvvisamente il mondo si è accorto che da mesi attorno al triangolo dei confini tra Tailandia, Cambogia, Myanmar la tensione sale. Emanuele Giordana è tra i pochi ad aver segnalato da tempo quel che stava preparandosi e, grazie alla lunghissima frequentazione della regione, è in grado di ricostruire fatti e strategie che spiegano lo scoppio della guerra che da alcuni mesi divide i due regni asiatici L’attenzione per l’escalation bellica tra Bangkok e Phnom Penh nasce dall’evacuazione forzata di mezzo milione di persone dalle zone limitrofe al confine, ma le motivazioni risalgono a luglio e avevano già visto un’operazione propagandistica di Trump per un finto accordo di “pace” (derubricato dal premier tailandese – oggi dimissionario – a “strada verso la pace”) che già era palesemente traballante a ottobre.  F-16 tailandesi hanno attaccato obiettivi in territorio cambogiano dopo vittime tailandesi. Artiglieria e lanciarazzi interessano soprattutto Preah Vihear e Oddar Meanchey, con morti civili e la maggior parte di sfollati. Secondo fonti tailandesi, carri T-55 e sistemi RM-70 e BM-21 si muovono verso Krong Samraong. La Royal Thai Air Force ha annunciato la disponibilità a colpire obiettivi militari in profondità in Cambogia, incluse basi militari e depositi di armi e droni. Finora i raid aerei thailandesi sono stati condotti solo nelle aree di confine tra i due paesi. La sproporzione tra le forze in campo aggiunge instabilità. La Thailandia è militarmente più attrezzata: aviazione, mezzi corazzati, artiglieria; alla Cambogia non rimane che una posizione difensiva e droni che possono condurre a un conflitto più ampio nel tempo, se Pechino non decide che non può consentire una guerra in un’area dove fa buoni affari con entrambi i contendenti da quando Bangkok ha capito che può essere conveniente non avere timori di imperialismo peggiore di quello americano, e dunque la Cina può scongiurare l’incancrenirsi ulteriore tra i due regni, minacciando di ritirare investimenti.  Le operazioni dei due eserciti sono riprese per la denuncia tailandese di nuove pose di mine al confine, già costellato di ordigni risalenti al regime di Pol Pot, ma un’ipotesi che gode di maggiore fondamento va ricercata nel business delle scam city a cui Phnom Penh non intende rinunciare, perché rappresenta il 25% del suo pil. Lo scontro con Bangkok è già costato il posto alla figlia di Shanawatri e ora tocca ad Anutin Charnvirakul, che ha dovuto indire nuove elezioni, rassegnnado le dimissioni del suo debole governo sostenuto dall’opposizione del Partito popolare inviso alla monarchia e ai militari. Il che fa temere qualche colpo di mano. IRREVERSIBILE FINE DI OGNI RAPPORTO TRA TANZANESI E PARTITO DELLA RIVOLUZIONE Il 9 dicembre è stato il 64esimo anniversario dell’indipendenza del paese dall’Inghilterra, ma il governo di Samia Suluhu Hassan ha cancellato tutte le cerimonie ufficiali e imposto il divieto assoluto di qualunque tipo di manifestazione pacifica. In strada non ci sono state bandiere nè manifestanti , ma l’esercito armato. Non solo, attraverso avvisi sms di massa inviati alla popolazione la polizia ha chiesto a chiunque di segnalare eventuali possibili attivisti sospetti .Il 29 ottobre scorso, è stato il giorno delle elezioni in cui Samia Hassan ha ottenuto il 98% dei voti; un risultato non attendibile anche perchè sono stati esclusi in anticipo i principali candidati dell’opposizione, tra cui Tundu Lissu di Chadema, arrestato ad aprile. Di fronte alle proteste seguite alla proclamazione dei risultati si è scatenata una repressione sanguinosa un vero e prorio massacro: si parla di oltre 2.000 morti, mentre il governo non ha ancora fornito cifre ufficiali. Sebbene le autorità tanzaniane abbiano bloccato internet per cinque giorni per tentare di impedire la pubblicazione di foto e video delle vittime, queste immagini hanno iniziato ad apparire sui social media pubblicate da attivisti che si trovano all’estero. Arrivano in misura crescente anche segnalazioni di passanti o civili uccisi nelle loro case, quando non rappresentavano alcuna minaccia.  Il movimento Jumuiya Ni Yetu (La comunità è nostra, in kiswahili) ha  accusato il governo di una campagna deliberata per cancellare le prove delle uccisioni. Ha affermato che gli ospedali sono stati sottoposti a misure di sicurezza rigorose, con le famiglie delle vittime e degli scomparsi “molestate, intimidite e arrestate” per aver cercato informazioni. “Medici e infermieri hanno ricevuto l’ordine di ‘malizare’ (finire ) coloro che erano in terapia intensiva a causa di ferite da arma da fuoco. Gli attivisti ritengono che almeno 2.000 corpi scomparsi segnalati dalle famiglie siano tra quelli sepolti in fosse comuni. Il silenzio della cosiddetta comunità internazionale di fronte al massacro è stato assordante ,si vuole salvaguardare il flusso di denaro che arriva dai vari progetti infrastrutturali che sono in corso  in Tanzania ,dal porto di Daar es Salam controllato dagli  emiratini alla ferrovia Tazara costruita dai  cinesi alle intersezioni con il corridoio di Lobito. Ne parliamo con una ragazza italiana di cui preserviamo l’anonimato , rientrata da poco dalla Tanzania dopo un soggiorno di lavoro, testimone degli avvenimenti. -------------------------------------------------------------------------------- POSSIBILI SCENARI LATINAMERICANI A FRONTE DELLA NUOVA DOTTRINA MONROE: VENEZUELA E COLOMBIA Abbiamo colto l’occasione della presenza di due militanti colombiani a radio Blackout per rivolgergli una serie di domande sulla situazione colombiana e la minaccia di aggressione nordamericana contro il Venezuela. E’ emersa una visione realistica della situazione che individua i limiti del progressismo di Petro pur apprezzando certe posizioni sul genocidio in Palestina. Il “pacto historico ” (il partito di  Petro) è in buona sostanza un partito ombrello in cui trovano spazio sia posizioni moderate che radicali con un programma riformista che sicuramente garantisce dei miglioramenti anche nell’agibilità politica sul territorio, ma che non mette in discussione la struttura oligarchica del potere colombiano.  La minaccia d’invasione nordamericana contro la rivoluzione bolivariana rischia di rivelarsi una pericolosa avventura per gli Stati Uniti ,considerando la reazione che scuoterebbe il continente e le csapacità di mobilitazione del popolo venezuelano.Gli americani non avrebbero difficoltà ad invadere il paese ma potrebbero non essere in grado di garantire i loro obiettivi ,cioè il controllo delle risorse petrolifere e il cambio di regime a Caracas. La rivendicazione di una nuova dottrina Monroe da parte dell’amministrazionde Trump rappresenta la crisi di egemonia degli Stati Uniti che non sono più in grado di sostenere la loro proiezione globale e cercano di recuperare il terreno perduto rispetto alla presenza cinese nella loro sfera d’influenza piu’ prossima , l’America Latina .  Ecco il resoconto dell’intervista con i due attivisti colombiani.  --------------------------------------------------------------------------------
BASTIONI DI ORIONE 06/11/2025 – IN QUESTA PUNTATA SPICCANO: LA FIGURA DI MAMDANI, ILLUSIONE DI UNIONE DAL BASSO O DURATURA REAZIONE AL TRUMPISMO; LE FOSSE COMUNI A DAR ES SALAAM, COME RISULTATO DELLE “URNE”; LE GUERRE DI TALEBANI INCRINANO LA DURAND LINE
Le molte meteore dell’empireo costellato da fulgide stelle di leader progressisti che si erigono a paladini dei più deboli ci rendono prudenti anche nei confronti di una figura così fresca e spontanea come Zohran Mamdani, figlio della regista indiana Mira Nair e di un docente ugandese, eletto sindaco della più emblematica e contraddittoria metropoli al mondo; abbiamo sentito la necessità di esprimere le nostre perplesse cautele con Giovanna Branca, giornalista che ha seguito per “il manifesto” le elezioni per il municipio di New York. Abbiamo poi proseguito con risultati di elezioni più sanguinose, andando in Tanzania con Elio Brando, africanista per l’Ispi, ne è scaturita una interessante analisi sul paese che si riteneva immune dalla necessità di esibire scontento e istanze di liberazione dal regime autocratico instaurato da Samia Suluhu, subentrata nella democratura alla morte di Magufuli, perpetuando il potere del Partito della Rivoluzione. Il numero di morti risultato dalla repressione ancora a distanza di una settimana oscilla tra 700 e 3000 nel paese che detiene una delle progressioni più ampie di sviluppo grazie alle sue infrastrutture. Questo ha dato il destro al nostro interlocutore per inquadrare quella economia nella regione. Un terzo contributo alla trasmissione è stato assicurato da Giuliano Battiston, che ci ha illustrato la situazione afgana a 4 anni dal ritorno dei talebani mentre è in corso una guerra vera e propria a cavallo del confine tracciato da Durand un secolo e mezzo fa, dividendo clan tra territorio pakistano e territorio controllato da Kabul. Tra terremoti, gender apartheid, remigrazione (9 milioni di profughi in Iran e PAkistan rischiano il rimpatrio), bombardamenti e indifferenza occidentale si assiste a nuove relazioni internazionali tra il potere dei talebani afgani e grandi potenze come Russia e India (motivo dei dissapori con Islamabad) ANOMALIA ZOHRAN? Come nella cultura pop dei film di Mira Nair si alleano i più diversi bisognosi anche nella squadra di suo figlio Zohran si è assistito a un successo derivante dal concentramento di bisogni che sono stati finalmente nominati, ed è bastato questo per travolgere l’establishment. Da ultimo persino Obama ci ha messo il cappello democratico su un’operazione del tutto nata dal basso che ha potuto contare sul moltiplicatore della rete social per ridicolizzare la tracotanza menzognera dello strapotere trumpiano dal lato della narrazione che s’impone, dando voce alla coalizione interclassista dei multimiliardari e dei deprivati redneck razzisti per tradizione e cultura della America Profonda che odia proprio i woke newyorkesi, i quali a loro volta rappresentano l’altro lato della narrazione dell’establishment. La vittoria di Zohran Mamdani non è ascrivibile al Partito democratico, che se l’è intestata. Chi ha portato alle urne l’America avversa a Trump sono stati gli argomenti condivisi da chi abita New York senza avere le risorse per sopravviverci, non la struttura del partito, né le sue strategie. Ma basta questo per collocare Zohran Mamdani in un circuito virtuoso di lotta sociale, senza la superficialità populista delle promesse, anche se queste sono lo specchio delle reali necessità per consentire la sopravvivenza dei newyorchesi alla New York delle lobbies che hanno appoggiato Cuomo? E riuscirà la squadra di avvocati subito schierata a salvarlo dallo strapotere di Potus? Un po’ questo è il centro della nostra chiacchierata con Giovanna Branca che ha seguito per “il manifesto” l’elezione per il sindaco della Grande Mela. CATASTE DI CADAVERI SOSTENGONO LE INFRASTRUTTURE DI DAR ES SALAAM Abbiamo sentito Elio Brando, perché ci eravamo lasciati il 18 ottobre con Freddie del Curatolo reduce dall’aver appena insufflato il dubbio ad alti funzionari governativi in una Dar es Salaam blindata che i giovani potessero assumere come modello la Generazione Z dei paesi limitrofi, ottenendo una risposta che non ammetteva repliche: «Qui non ne hanno bisogno». Avevamo immaginato alludessero al fatto che la Tanzania è un paese in pieno sviluppo, grazie alla collocazione strategica delle sue infrastrutture e dei suoi porti; probabilmente era invece una risposta minacciosa, che alludeva all’apparato repressivo connaturato al regime che Samia Suluhu Hassan ha ereditato dal sanguinario Magufuli, di cui era vicepresidente. E infatti già il 21 ottobre stesso si sono sollevate proteste con urne ancora aperte e dichiarazione di elezione della presidente, fino a una insurrezione stroncata con centinaia di morti, la cifra esatta delle cataste di cadaveri non è ancora chiara e forse non si saprà mai, ma si parla di più di 700 morti. Abbiamo preso spunto dalle violenze postelettorali in Tanzania per aprire una finestra sulla regione e per cogliere se l’establishment avesse compreso quanto una società in evoluzione rapida potesse ancora accettare dei giochetti della vecchia politica e quanto conta la generazione Z negli equilibri dei paesi africani più in sviluppo. Qui si innesca un’analisi dei movimenti di contestazione diversi che si sono affacciati nella regione, a cominciare dal Kenya per arrivare al Madagascar e ora in Tanzania, comparando le differenze tra le istanze e le forme di lotta e la composizione sociale dei “ribelli” e invece la composizione del dissenso e dell’opposizione nei paesi che compongono la regione africana che si affaccia sull’Oceano indiano. E poi le modalità della collaborazione tra i governi nella repressione in opposizione ai rapporti tra contestatori. Allargando un po’ lo sguardo Elio Brando ci ha aiutato da un lato a descrivere le compromissioni di potenze locali (Turchia, Sauditi, Emirates… Israele), che occupano direttamente o sovvenzionano proxy war o gruppi jihadisti e poi il coinvolgimento delle grandi potenze (Cina, Usa, Russia… India) per lo più relativo a infrastrutture e sfruttamento di risorse attraverso corridoi comunicativi e porti; dall’altro l’importanza per l’economia mondiale di siti come i porti tanzaniani – Dar es Salaam in primis –, di infrastrutture come il corridoio di Lobito e la risposta cinese corrispondente, ferrovie e infrastrutture in generale. Dove il colonialismo parla più cinese. ANCORA UNA GUERRA SULLA DURAND LINE In guerra con il Pakistan ma diplomaticamente riequilibrati con India, Sauditi, Emirates… Usa  Dall’ultimo vergognoso volo partito da Kabul nell’agosto del 2021 in Occidente è stata messa la sordina sull’Afghanistan, ma forse questo è il frutto di come si è sbagliato l’approccio, procedendo per preconcetti di cui si andava a cercare una conferma, senza realmente guardare il panorama del paese: di questo Giuliano Battiston ha discusso in un’intervista con un grande fotografo, Lorenzo Tugnoli per “Alias” e poi ripreso su “Lettera22”. Dopo la guerra, quella conclusa da Biden con la fuga precipitosa, bisogna cambiare ulteriormente le lenti dell’ottica con cui illustrare il paese dopo 4 anni di nuovo con i talebani al potere tra terremoti, apartheid di genere, povertà. E nei rapporti con l’esterno come si possono inquadrare le relazioni con le potenze che hanno riconosciuto il paese: la Russia, ma anche l’India, innescando così i conflitti con il Pakistan, con cui esplodono vere e proprie guerre al confine della Durand Line su questioni relative al rifugio concesso ai talebani delle famiglie pakistane del Waziristan (il Ttp), ma anche il rimpatrio forzato dei 9 milioni di rifugiati afgani a Quetta, Islamabad, Karachi… o in Iran. Una guerra che ha visto protagonisti Qatar e Turchia a intessere colloqui di pace.
La battaglia dei Masai per la terra
I Masai di Loliondo, brutalmente sfrattati dalle loro terre per fare spazio a una riserva di caccia, vedono la loro battaglia legale naufragare dopo il verdetto della Corte Suprema tanzaniana. La sentenza apre la strada a nuovi sgomberi, mentre in Kenya altre comunità indigene affrontano lotte simili contro riserve di conservazione imposte senza consenso. «Ci stanno portando via tutto: la nostra terra, la nostra storia, il nostro futuro», denuncia Ole Nadoy, leader della comunità masai di Loliondo. Parole che riecheggiano come un grido di disperazione e resistenza. Nel giugno 2022, oltre 96.000 Masai sono stati sgomberati con la forza dalle loro terre ancestrali per fare spazio alla riserva di caccia Pololeti. Lo scorso ottobre, la Corte suprema di Dodoma ha respinto la richiesta di rientro nelle loro terre, un verdetto che, secondo l’Oakland Institute, rappresenta un pericoloso precedente per i diritti dei popoli indigeni in Tanzania e oltre. Survival International denuncia che i Masai non sono stati consultati né risarciti, benché le loro terre fossero legalmente riconosciute. «Le comunità colpite vivevano in villaggi regolarmente registrati secondo il regime fondiario tanzaniano, eppure la Corte ha ritenuto che il loro diritto alla terra fosse secondario rispetto alle esigenze economiche del Paese», riferisce l’organizzazione che difende i popoli indigeni. E ancora: «La decisione rischia di creare un pericoloso precedente, legittimando sfratti forzati di comunità native a favore di progetti governativi legati al turismo e alla conservazione ambientale». «I motivi su cui si fonda la sentenza», sostengono gli attivisti, «fanno fortemente dubitare dell’indipendenza del potere giudiziario in questo momento storico della Tanzania, Paese ormai ben avviato a diventare un regime autocratico dove la legge non è più uguale per tutti e gli oppositori vengono perseguitati». Vittime della repressione sarebbero anche «i leader masai e quelli delle organizzazioni della società civile che hanno difeso i loro diritti, imprigionati per mesi con accuse pretestuose». La sentenza e le sue conseguenze Il tribunale ha motivato la decisione sostenendo che la riserva è necessaria per la conservazione della fauna selvatica (“le riserve di caccia tutelano l’ambiente e l’equilibrio dell’ecosistema – hanno spiegato i giudici – permettendo l’abbattimento degli animali vecchi o in eccesso”), principale fonte di valuta estera del Paese. Tuttavia, la sentenza contraddice un precedente verdetto della stessa Corte suprema del 2023, che aveva dichiarato illegale la creazione della riserva Pololeti proprio perché i Masai non erano stati coinvolti. Gli attivisti parlano di un grave segnale di deriva autoritaria: «Non solo la giustizia sembra piegata agli interessi economici del governo, ma chi difende i diritti delle comunità indigene viene perseguitato. Leader masai e attivisti della società civile sono stati imprigionati con accuse pretestuose, mentre le forze di sicurezza hanno represso con la violenza le proteste locali». «Il dietrofront evidenzia il peso politico della vicenda e la volontà del governo di piegare le decisioni giudiziarie ai propri interessi economici», chiosano i rappresentanti delle comunità pastorali di Loliondo. La battaglia legale – di cui si annunciano nuovi capitoli – è solo l’ultimo risvolto di un’annosa contesa che da molti anni contrappone le autorità di Dodoma ai Masai. Questi ultimi, uno dei gruppi indigeni più noti dell’Africa orientale, vivono nel nord della Tanzania, e nei territori confinanti del Kenya, e sono tradizionalmente pastori nomadi. Il loro stile di vita dipende fortemente dalla possibilità di accedere a vaste aree di pascolo per il bestiame, una risorsa sempre più minacciata dalla pressione dello sviluppo economico e turistico. Nel corso del tempo, il governo tanzaniano ha progressivamente limitato l’accesso dei Masai alle loro terre, sostenendo che le aree in questione sono necessarie per la conservazione della fauna selvatica o lo sviluppo turistico. Uno degli epicentri del conflitto è proprio la regione di Loliondo, al confine con il Parco Nazionale del Serengeti. Il governo tanzaniano ha a lungo cercato di trasformare questa zona in una riserva naturale. E ciò ha comportato lo sfratto forzato di numerose famiglie masai. Turismo e neocolonialismo La situazione ha raggiunto un punto critico quando il governo, nel 2022, ha inviato le forze di sicurezza per delimitare 1.500 chilometri quadrati come area protetta, scatenando proteste e scontri con le comunità locali. Decine di attivisti sono stati arrestati, alcuni sono stati costretti all’esilio e molte comunità hanno subito violenze durante gli sgomberi forzati. Le immagini degli scontri hanno suscitato reazioni internazionali, con organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch a denunciare presunte violazioni dei diritti umani, chiedendo alla Tanzania di rispettare gli accordi internazionali sulla tutela dei popoli indigeni. Il governo giustifica gli sfratti con la necessità di tutelare l’ecosistema, ma i Masai e le organizzazioni per i diritti umani accusano le autorità di usare la conservazione come pretesto per favorire il turismo di lusso e la caccia sportiva. Secondo fonti di stampa, alcune delle terre sottratte sarebbero già state concesse a compagnie straniere legate agli Emirati Arabi, che organizzano safari esclusivi e battute di caccia per clienti facoltosi. La vicenda ha suscitato indignazione internazionale: l’Unione Europea ha condannato duramente l’accaduto, arrivando a sospendere finanziamenti destinati alla conservazione ambientale in Tanzania, mentre la Banca mondiale ha interrotto l’erogazione di fondi per lo sviluppo turistico a causa delle violazioni dei diritti umani. Lotta senza confini Le conseguenze del caso di Loliondo si fanno sentire anche oltre confine. Il Kenya ha accolto un numero crescente di Masai in fuga, privati dei loro mezzi di sussistenza. Nel gennaio scorso, la giustizia kenyota ha emesso una sentenza storica, dichiarando illegali le riserve di conservazione create dal governo in collaborazione con il Northern Rangelands Trust (Nrt), un’organizzazione che gestisce milioni di ettari vendendo crediti di carbonio a multinazionali come Meta, Netflix e British Airways. Il tribunale ha appurato che quelle aree sono state istituite senza consultare le comunità locali, in maggioranza di etnia borana, samburu e rendille, alimentando il sospetto che dietro la conservazione si nascondano interessi economici globali a discapito dei popoli indigeni. La missione di Nrt sarebbe, in teoria, quella di istituire riserve comunitarie resilienti, trasformare vite e garantire la pace e la conservazione delle risorse naturali. A finire sotto accusa è un progetto del valore potenziale di svariati milioni di dollari (l’importo esatto non è noto poiché l’organizzazione non pubblica bilanci finanziari), da tempo criticato dagli attivisti indigeni perché sarebbe stato istituito a danno delle popolazioni locali. La sentenza, in particolare, riguarda un caso intentato da 165 membri delle comunità presenti in quei territori e sancisce che le riserve sono state istituite incostituzionalmente, senza base giuridica. La Corte ha inoltre ordinato che i guardaparco dell’Nrt, armati pesantemente e accusati dai popoli indigeni della zona, lascino quelle riserve. Interessi stranieri «La sentenza è anche l’ultima di una serie di stoccate alla credibilità di Verra, il principale organismo utilizzato per verificare e validare i progetti di crediti di carbonio», fa sapere Survival International. «Purtroppo questo fenomeno è lungi dall’essere un problema isolato», fa presente Caroline Pearce, direttrice generale dell’organizzazione. «Troppi programmi di compensazione delle emissioni di carbonio si basano sullo stesso modello obsoleto della “conservazione fortezza” e sostengono di “proteggere” la terra mentre calpestano i diritti dei suoi proprietari indigeni e realizzano ingenti profitti strada facendo». Gli interessi stranieri nella gestione di quei territori appaiono evidenti. Secondo l’Oakland Institute, dietro la politica tanzaniana sulla conservazione e il turismo si nasconderebbero ingerenze di rilievo, in particolare statunitensi. Un rapporto pubblicato ad aprile da ricercatori californiani (intitolato Pulling Back the Curtain: How the US Drives Tanzania’s War on the Indigenous) ha messo in luce come Washington abbia esercitato un ruolo determinante nell’influenzare le strategie di gestione del territorio in Tanzania, sostenendo progetti finanziati da Usaid a scapito delle comunità locali. E malgrado l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale sia stata praticamente chiusa nei mesi scorsi da Donald Trump, in pochi si illudono che la nuova amministrazione americana imprimerà o favorirà un cambio di rotta nelle politiche ambientali… Mentre il governo di Dodoma prosegue con le politiche di esproprio, i Masai si trovano a combattere una battaglia sempre più difficile per la salvaguardia dei propri diritti e per il controllo delle loro terre ancestrali.   Africa Rivista
BASTIONI DI ORIONE 16/10/2025 – A PARTIRE DALLA ENNESIMA RIVOLTA GIOVANILE SFOCIATA IN UNA GIUNTA MILITARE AD ANTANANARIVO, QUANTE AFRICHE SI CONFRONTANO TRA DINOSAURI E GENERAZIONE Z? SI PUÒ CONFERIRE ANCORA UNA VOLTA IL NOBEL PER LA PACE A UNA CRIMINALE GOLPISTA? E POI QUAL È IL CONCETTO DI “CRIMINE DI GUERRA”?
Abbiamo deciso di rivolgerci a Freddie del Curatolo che si trova a Dar es Salaam in occasione delle elezioni tanzaniane del 29 ottobre, per avere uno sguardo d’insieme tra le comunità africane, in particolare della costa orientale, per capire meglio da dove nasce e verso dove sfocia la rivolta della Generazione Z formato malgascio, ponendola […]