La parola della settimana. Guai
(disegno di ottoeffe)
Ovunque giocherai
combineremo guai
per difendere te!
(coro ultras napoli)
La settimana scorsa ho passato un po’ di tempo con M., un amico che non vedevo
da un po’. M. ha due grossi baffi, un bel po’ di tatuaggi e vive la vita come se
fosse in una puntata di South Park. Al momento è di stanza in Irlanda, ma ha
divieto di risiedere in almeno un paio di paesi dell’Unione europea in cui ha
vissuto in precedenza. È un ottimo cuoco, fa lo chef in un albergo importante e
ha messo su un gruppetto di lavoro niente male. All’interno del gruppo c’è un
ebreo ungherese, filonazista, che però vorrebbe vedere Orban morto perché ha
proibito di fumare erba per strada.
M. è molto innamorato di J., ragazza dolce e con una pazienza infinita, che lo
ha supportato e sopportato per tanti anni a dispetto dei guai da lui combinati.
Di tanto in tanto lei lo molla, ma sono troppo innamorati e finora sono sempre
tornati insieme. Questa volta, però, pare sia diverso, e così se ti incontra in
questo periodo, M., che prima di dodici ore filate passate a bere non è mai
ubriaco, ti chiede come sta il tuo cuore, e poi ti dice: «Il mio è rotto».
Guai,
non devi dirlo mai
che adesso non lo sai
se poi mi amerai
tutta la vita.
Tu dimmi solo se
adesso sei con me
oppure non mi vuoi
ed è finita.
In napoletano l’espressione “fare il guaio” si utilizza per indicare una
gravidanza non prevista, anche se non necessariamente non desiderata. La
responsabilità dell’atto viene attribuita quasi tutta al maschio (“ha fatto il
guaio”), tanto che un amico divenuto papà a meno di vent’anni fu soprannominato
da altri amici, appunto, Guaio.
Ho messo incinta la mia ragazza pe’ troppo amore se pò sbaglia’,
mo’ ce vulesse ‘nu colpo ‘e genio e tutt’ cos’ se pò accuncia’.
Vorrei sposare la mia ragazza, vorrei affrontare la vita in due
ma comme faccio senza ‘na lira, senza ‘nu posto pe’ fatica’.
[…] Papà aiutame, papà aiutame,
so’ troppo giovane e sul’ io me pozz’ perdere!
Papà aiutame, papà aiutame,
chistu problema sul’ tu m’o può risolvere, papà!
(tony marciano, ho messo incinta la mia ragazza)
Sempre a Napoli, si dice “guaio ‘e notte” per una persona talmente difficile da
gestire e sopportare da paragonarla non semplicemente a un guaio, ma a un guaio
che arriva nel momento meno opportuno. In gergo di strada, invece, “fare i guai”
indica il commettere reati: non è troppo importante se si parla di fare il palo
in una base, fare piccoli furti o rapine in banca, sempre di guai si tratta (al
massimo gli si accosta un aggettivo, tipo “sta facendo guai seri”, o “quello fa
guai grossi”).
«’Cca parlano tutte quante ‘e vuje…».
«Over’?».
«Site guagliun’ cu ‘e palle, e me servite. Pecché nun ve luvate ‘a miezo e
trasite dint’a banda cu mico? Avite sorde, motociclette, tutto chello ca
vulite…».
(Pisellino scuote la testa)
«Io già v’aggio apparato ‘na vota, pecché chisti ‘cca ve vonno male tutt’ quant’
dint’a zona… state facenno troppi guai!».
«No, nuje vulimm’ sta sule nuje. Nun vulimm’ sta sotto a nisciuno. A nuje sti
‘ccose nun ce piaciono, ‘e sta sotto ‘a gente. Nuje simm’ sul’ pe’ nuje, e
basta».
(dialogo tra zì vittorio, marco e pisellino in gomorra – il film)
Il condottiero gallo Brenno, vissuto circa quattrocento anni prima di Cristo,
era il capo della tribù celitca dei Senoni. Nel 390, partendo da Senigallia,
nelle Marche, mise a ferro e fuoco Roma, tanto che nella capitale dell’impero il
18 luglio, il dies Alliensis (dal fiume Allia, dove le truppe romane furono
sconfitte) fu per molti secoli sinonimo di sciagura e inserito addirittura nei
calendari imperiali come “dies nefastus”. Nella foga distruttrice Brenno e i
suoi bruciarono l’archivio di stato, massacrarono i senatori e razziarono le
campagne circostanti per molti chilometri.
Leggenda vuole che Brenno accettò dai romani un riscatto di mille libre d’oro
puro per interrompere l’assedio. Qualcuno tra i tribuni, però, mentre avveniva
la pesatura dell’oro su un’enorme bilancia, protestò perché la riteneva
truccata. Brenno non si scompose, si avvicinò e in segno di spregio piazzò la
sua enorme spada sul piatto il cui peso avrebbe dovuto essere pareggiato con
l’oro, rendendo il calcolo ancora più discutibile. Poi fulminò i romani con uno
sguardo e disse serafico: «Vae victis!» (guai ai vinti), lasciando intendere che
a dettare le condizioni di resa sarebbe stato lui e nessun altro (la parte più
noiosa della storia è che, secondo quanto raccontato da Tito Livio, Marco Furio
Camillo si oppose in seguito alla concessione del riscatto, in quanto stabilito
illegalmente durante la sua assenza da Roma: sosteneva che «non auro sed ferro
recuperanda est patria!», cioè che non con l’oro ma con il ferro si sarebbe
ripreso Roma, così riorganizzò le truppe e mise in fuga il povero Brenno,
costringendolo a tornare in Gallia).
Cercai di non guardare il tubo di metallo sulla punta della Woodsman. Una fiamma
brillò nel fondo dei suoi occhi, piccola, debole, quasi fumosa, parve farsi più
grande e più chiara. Naso bianco guardò il pavimento ai suoi piedi. Lanciai uno
sguardo all’interruttore della luce ma era troppo lontano. Rialzò gli occhi
molto lentamente. Cominciò a svitare il silenziatore. Lo tenne in mano svitato,
lo lasciò cadere in tasca. Si alzò tenendo in mano le due pistole, una per mano.
[…] Venne verso di me attraverso la stanza: «Credo che questo sia il tuo giorno
fortunato», disse. «Devo andare in un posto a vedere una persona». […] Mi girò
delicatamente intorno, andò alla porta, la aprì pochi centimetri e fece per
uscire attraverso la piccola apertura, sorridendo di nuovo. «Devo vedere una
persona», disse passandosi la lingua sulle labbra. «Non ancora», dissi io, e
scattai. Colpii la porta con forza e lui fece in tempo a ritirare la mano ma non
riuscì a sfilarsi. Lo tenni schiacchiato con tutta la mia forza. Mi aveva
concesso una tregua e tutto quello che dovevo fare era starmene tranquillo e
lasciarlo andare. Ma anche io avevo una persona da vedere e volevo vederla per
primo. Mi guardò biecamente, grugnì e cercò di liberare la mano dalla porta. Mi
spostai di colpo e lo colpii alla mascella con quanta forza avevo. Vacillò, lo
colpii di nuovo. Batté la testa contro il legno. Lo colpii una terza volta. In
vita mia non ho mai colpito più forte. Allora levai il mio peso dalla porta e
lui scivolò verso di me con gli occhi ciechi, le ginocchia molli. Lo presi, lo
lasciai cadere e restai in piedi sopra di lui ansante. […] Poco tempo dopo i
suoi occhi si aprirono tremolanti e mi guardarono. Mormorò tristemente: «Perché
ho lasciato St. Louis?». (raymond chandler, specialista in guai).
a cura di riccardo rosa