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Furundulla 321 – Quinto, non uccidere!
… per questo non assumono boia di nome Quinto di Benigno Moi Assodato che le
vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di
riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Suicidi parafrasando Anna
Foa Il suicidio di Israele …è tutto loro quello che lucida Ammazza oh… In
realtà (qualsiasi cosa ne vogliamo pensare e purtroppo)
E se domani, di Maurizio Blini
Il noir è uno strumento utile che ci porta a peregrinare, in lungo e in largo,
attraverso tutta l’Italia. Un’indagine? Conosci una città, le sue
trasformazioni, o viceversa. Con Blini e il suo E se domani è Torino a fare …
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invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Furundulla 320 – Epidemie…
…netanyhantavirus di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate…
ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un
link (forse…) Epidemie non debellate: netanyhantavirus Intevista di Monica
Maggioni a Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency nella Striscia:
raiplay.it /video Gaza-invasa-dai-topi-attaccano-anche-i-neonati Il bianco
muove… Le dichiarazioni del nostro amico Mahamoud Idrissa, presidente della
Nei luoghi più oscuri, di Carlo Lucarelli
Ormai da tempo riconosciamo a Carlo Lucarelli la capacità di attraversare i vari
luoghi della scrittura. Se qualcuno era in cerca di conferma, questa arriva con
la raccolta Nei luoghi più oscuri. Tutti i generi della narrazione sono
rintracciabili … Leggi tutto
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La parola della settimana. Ultima
(disegno di ottoeffe)
La sesta luna
era il cuore di un disgraziato,
che maledetto il giorno che era nato
ma rideva sempre.
(lucio dalla, l’ultima luna)
Una delle cose più importanti che ho imparato nella vita è sapersi fermare in
tempo, che è ben altra cosa dal riuscire effettivamente a mettere in pratica con
regolarità questo fondamentale precetto. Il mio terapeuta dice sempre, però, che
la consapevolezza è la cosa più importante.
Una volta, quando ero ragazzo, lasciai una fidanzata a cui tenevo molto perché
non mi piaceva più come andavano le cose, e pensavo che a vent’anni non ha senso
stare insieme se non si è più innamorati. Qualche anno dopo fui tra i più
determinati, tra i compagni di un collettivo di cui facevo parte, a spingere per
il suo scioglimento, con sacrificio enorme ma perché il progetto politico che
portavamo avanti ci sembrava al capolinea. Un’altra volta in un casinò in
Inghilterra riuscii a smettere di giocare a Black Jack contro un indiano che
tirava fuori pacchetti da cinquanta sterline come fossero fazzolettini Tempo.
Da qualche anno la linfa che tiene in vita il giornale è costituita dal lavoro
collettivo di una dozzina di persone […] che si adoperano quotidianamente per
scrivere, disegnare, organizzare e propagandare il giornale, facendo come se.
Come se a fine mese qualcuno li pagasse. Come se si rivolgessero a migliaia di
lettori. Come se dal loro lavoro ben fatto dipendesse l’orgoglio e la dignità di
una comunità più ampia. È una redazione giovane, e sebbene molti dei suoi membri
non si curino troppo dell’esistenza di un ordine professionale, sono già tra i
migliori giornalisti in città: capaci di scrivere in italiano e non nel gergo
autoreferenziale della categoria, con pochi riguardi per il potere e molta
curiosità, buone dosi di ironia, perseveranza e sensibilità, ma soprattutto non
si prendono troppo sul serio. Forniti di mezzi adeguati sarebbero in grado di
tenere in pista un periodico ben più attrezzato di questo. Purtroppo, i mezzi
scarsi a nostra disposizione, uniti all’indole aristocratica e all’idiosincrasia
verso il marketing, ci impediscono di raggiungere un pubblico più vasto di
quello che la qualità del giornale reclamerebbe. Questa circostanza annacqua le
ambizioni del gruppo e lo condanna a esprimersi al di sotto delle sue
potenzialità. […]I limiti che ci frenano non sono di idee o di capacità ma
esclusivamente di disponibilità economica. Nell’anno che viene, cercheremo le
risorse necessarie per ridurre la periodicità, aumentare la tiratura e
potenziare la distribuzione del cartaceo, e al tempo stesso per dare
autosufficienza economica alla redazione. […] È probabile, conoscendo il
panorama, che non ci riusciremo. Sarà allora il momento, per i nostri pochi ma
tenaci lettori, di rilegare la collezione e infilarla nello scaffale che
l’attende da tempo; i lettori occasionali si ritufferanno nella brodaglia
dell’informazione cittadina, e anche i nostri redattori dovranno rientrare nei
ranghi, chi alle calcagna di qualche tristo professore di università, chi a
scrivere su qualche gazzetta dell’ultima polemica tra de Magistris e Saviano,
chi a sognarsi scrittore o poeta. Prospettive che non augureremmo a gente con
meno talento del loro. E che faremo il possibile per scongiurare. (luca
rossomando-cyop&kaf, fare come se – dal n.45 / gennaio 2012 di napolimonitor)
Forte anche di una concorrenza tutt’altro che agguerrita (ho visto quattro dei
cinque film finalisti e solo uno era bello), Le città di pianura di Francesco
Sossai si è aggiudicato i più importanti premi all’ultimo David di Donatello. È
un film crudo e poetico, che tiene dentro umanità, insicurezze, traumi ed
emozioni su un duplice sfondo: quello di due vite passate senza che i loro
protagonisti si rendessero troppo conto del trascorrere del tempo, e di una
pianura così orizzontale da trasformare un racconto on the road in una saga dal
finale sempre aperto. In questa ciclicità tutt’altro che rassegnata, senza stare
troppo a pensarci, i due antieroi si sottraggono alla norma di un non-luogo
produttivo, e scelgono la felicità nella diserzione.
«Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate».
«Eh».
«Ma era il segreto del mondo-mondo? O del vostro mondo?».
«E che differenza c’è?».
«’Nfatti».
(dialogo tra carlobianchi e giulio, le città di pianura)
Oltre alla diserzione come metodo, a muovere Le città di pianura, e in fin dei
conti ogni gesto dei personaggi del film, c’è l’ossessione di Doriano e
Carlobianchi per il bicchiere della staffa, l’ultimo prima di andare via. Lo
sanno benissimo che tra il “qui e ora” e l’ultimo bicchiere c’è sempre qualcosa
che può succedere, che può deludere o svoltare, tenere lontani da casa o
trascinarvici barcollando, in silenzio tra braccia amiche, o soli cantando a
squarciagola. Chi ama bere sa alcune cose che gli altri non sanno, tipo che
l’ultimo è una frontiera costruita per essere violata.
Tenevo ‘a fede e ‘a fede aggio perduto.
Ero guaglione e mo’ me so’ ‘nvicchiato.
Ce steva ‘na perzona e se n’è ghiuta.
Era ll’ammore e ‘ammore m’ha lassato.
E ce bevimmo acopp’… e cu salute! […]
Embé, cu ‘na penzata ‘e bello,
mo’ ca ‘o locale ‘nzerra a tarda sera,
….‘na botta ‘e curtiello!
Sott’a ‘stu scemo ‘e core e bonasera.
E currite… chiammate ‘o canteniere!
No, nun è niente: è’ l’urdemo bicchiere.
(anepeta-letico, l’urdemo bicchiere)
È molto difficile, di norma, far capire alle persone che fare bene è importante,
ma tra il fare male e il non fare, la seconda è sempre l’opzione da preferire. È
ciò che in molti pensiamo – anche se il Mondo non è pronto ad accettare questa
verità, e quindi lo diciamo un po’ sottovoce – rispetto a quanto sta accadendo a
Bagnoli. Certo, vogliamo la spiaggia libera, il mare pulito, il bosco nell’ex
area industriale. Ma se devo scegliere tra una colata di cemento, un porto
super-inquinante, una villa comunale piena di ristorantini e gli scheletri delle
ex fabbriche, mi tengo volentieri questi ultimi. D’altro canto, è il tentativo a
mantenerci vivi, e l’errore è l’unico elemento, in assenza di genialità, a
permettere di aggiustare il tiro. L’importante è procedere con metodo e
accettare – quando il momento è giunto – la battaglia in campo aperto, mettendo
in conto la possibilità di una sconfitta.
Le scienze naturali, come pure le scienze sociali, partono sempre da problemi;
da ciò che in qualche modo suscita la nostra meraviglia, come dicevano i
filosofi greci. Per la soluzione dei problemi le scienze utilizzano
fondamentalmente lo stesso metodo, quello usato dal comune buon senso: il metodo
del tentativo e dell’errore. Detto più precisamente: è il metodo consistente del
proporre tentativi di soluzione del nostro problema, e nell’eliminare le
soluzioni false come erronee. Questo metodo presuppone che noi lavoriamo con un
gran numero di tentativi di soluzioni. Una soluzione dopo l’altra viene messa a
prova ed eliminata. (karl popper)
Con questa ultima puntata va in pensione “La parola della
settimana”, divertissement che ho pubblicato per novantadue domeniche da inizio
2024, prima di non averne più voglia. A qualche lettore mancheranno le futili
elucubrazioni, le storie di vita e le tirate inutilmente polemiche di questa
rubrica. Altri non leggeranno mai questo testo e non si accorgeranno del
cambiamento. Tra qualche tempo, con ogni probabilità, mi inventerò qualcos’altro
per colmare l’horror vacui del mio poco tempo libero, o semplicemente per
complicarmi la vita. Ricominciando per scommessa, perché un giorno ho creduto
che una certa cosa andasse fatta, l’ho fatta e l’ho continuata a fare fin quando
ho creduto opportuno.
C’era un brav’uomo, nostro vicino, era vecchio e così povero, s’ammazzava di
fatica. Io scavavo un fosso per lo scolo delle acque, proprio al confine. Lui
portava una tuta e fumava una grande pipa. Sai, il più delle volte non ci
metteva il tabacco, lui odiava il lavoro. C’era caldo e polvere e… mi faceva
male la schiena. Allora mi mettevo a guardare la sua saliva che scivolava lungo
il cannello e si raccoglieva all’estremità della pipa. E scommettevo con me
stesso sul momento in cui sarebbe caduta la goccia. (paul, ultimo tango a
parigi)
a cura di riccardo rosa
Furundulla 319 – Pirata sarà lei…
…noi andiamo semplicemente “di corsa”* di Benigno Moi Assodato che le vignette
non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per
ogni vignetta almeno un link (forse) Flotilla *Sbagliamo a chiamare pirateria
quella praticata da Israele contro le barche delle varie Flotilla, o quella
praticata dagli USA contro venezualani e cubani o nello Stretto di Hormuz.
Free Palestine, su Diario di città
Dove va la Cura, quali scarpe scegliamo di indossare e quali proponiamo alle
persone, che siano fuori dalle istituzioni totali (decostruendo i modelli
manicomiali con l’attenzione a non replicarli in forme somiglianti) oppure in
viaggio nei territori che attraversiamo. Torna … Leggi tutto
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invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Furundulla 318-Trumplonia…
…la saga di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un
sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link
(forse) Depravazioni Dipendenze Pietrolandia L’origine del nome dato alla
rubrica Furundulla: hastagasa La Furundulla precedente 317 Sinonimi e contrari