La vecchia trappola della genetica
Ho letto con preoccupazione un recente articolo di opinione pubblicato su El
Mercurio che, basandosi su argomentazioni provenienti dalla genetica e dagli
scienziati sociali evoluzionisti, concludeva che le idee progressiste volte a
ridurre le disuguaglianze sarebbero contrarie al progresso.
Non è la prima volta che si cerca di spiegare la politica partendo dalla
biologia. Né è la prima volta che una determinata organizzazione sociale viene
presentata come conseguenza inevitabile della nostra natura.
La storia dimostra che questa strada è pericolosa.
Da Darwin alle ricerche contemporanee nel campo delle neuroscienze e della
biologia evolutiva, le prove dimostrano che la cooperazione è stata un vantaggio
adattativo fondamentale per la nostra specie. La fiducia, l’empatia, la
solidarietà e la capacità di agire collettivamente spiegano gran parte del
nostro successo evolutivo. La sopravvivenza e il progresso umano non si possono
comprendere senza di esse.
Tuttavia, periodicamente riaffiora la tentazione di utilizzare argomenti
biologici per giustificare determinate posizioni politiche. La logica sembra
semplice: se un comportamento ha una base genetica, allora sarebbe naturale,
inevitabile e legittimo.
Ma il fatto che qualcosa esista nella nostra natura non significa che debba
trasformarsi in una regola per organizzare la società. Noi esseri umani siamo
capaci anche di violenza, aggressività, egoismo e dominazione. Nessuno
proporrebbe di trasformare tali comportamenti in principi politici per il
semplice fatto che esistono.
La civiltà progredisce proprio quando siamo in grado di costruire istituzioni,
leggi e accordi che ci consentono di vivere meglio di quanto dettino i nostri
impulsi più elementari. La democrazia, i diritti umani, l’uguaglianza davanti
alla legge e lo Stato di diritto sono espressioni di questo sforzo collettivo.
La filosofa Hannah Arendt ha avvertito che uno dei tratti caratteristici dei
totalitarismi consiste nel trasformare le presunte leggi della natura in leggi
della politica. Quando una caratteristica biologica finisce per definire chi ha
più diritti, chi merita più opportunità o quale progetto politico sia legittimo,
abbandoniamo il terreno della democrazia per entrare in quello delle ideologie
che pretendono di governare in nome di una verità superiore.
La storia è piena di tragedie costruite su questa logica. Il colonialismo
europeo si giustificava facendo appello a presunte differenze razziali. I
movimenti suprematisti bianchi continuano ad affermare la superiorità genetica
di alcune persone rispetto ad altre. Il nazismo portò questa logica alle sue
estreme conseguenze trasformando una finzione biologica in politica di Stato,
provocando uno dei più grandi genocidi della storia.
Naturalmente, oggi nessuno sostiene più simili barbarie. Ma le idee non
riaffiorano sempre con gli stessi volti né con le stesse parole. Cominciano
insinuando presupposti apparentemente ragionevoli: che certe disuguaglianze
siano naturali, inevitabili o addirittura benefiche.
Le differenze tra progressisti, liberali, conservatori o socialdemocratici
devono essere discusse sul terreno delle idee, dei valori, delle prove e dei
risultati. Non sul DNA.
La democrazia si fonda proprio sulla convinzione che nessuna persona, nessun
gruppo sociale né alcuna corrente politica possieda una superiorità biologica
che gli conferisca più diritti rispetto agli altri. Dimenticare questa lezione
significa cadere, ancora una volta, nella vecchia trappola della genetica.
Marcelo Trivelli