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La parola della settimana. Ultima
(disegno di ottoeffe) La sesta luna era il cuore di un disgraziato, che maledetto il giorno che era nato ma rideva sempre. (lucio dalla, l’ultima luna) Una delle cose più importanti che ho imparato nella vita è sapersi fermare in tempo, che è ben altra cosa dal riuscire effettivamente a mettere in pratica con regolarità questo fondamentale precetto. Il mio terapeuta dice sempre, però, che la consapevolezza è la cosa più importante. Una volta, quando ero ragazzo, lasciai una fidanzata a cui tenevo molto perché non mi piaceva più come andavano le cose, e pensavo che a vent’anni non ha senso stare insieme se non si è più innamorati. Qualche anno dopo fui tra i più determinati, tra i compagni di un collettivo di cui facevo parte, a spingere per il suo scioglimento, con sacrificio enorme ma perché il progetto politico che portavamo avanti ci sembrava al capolinea. Un’altra volta in un casinò in Inghilterra riuscii a smettere di giocare a Black Jack contro un indiano che tirava fuori pacchetti da cinquanta sterline come fossero fazzolettini Tempo. Da qualche anno la linfa che tiene in vita il giornale è costituita dal lavoro collettivo di una dozzina di persone […] che si adoperano quotidianamente per scrivere, disegnare, organizzare e propagandare il giornale, facendo come se. Come se a fine mese qualcuno li pagasse. Come se si rivolgessero a migliaia di lettori. Come se dal loro lavoro ben fatto dipendesse l’orgoglio e la dignità di una comunità più ampia. È una redazione giovane, e sebbene molti dei suoi membri non si curino troppo dell’esistenza di un ordine professionale, sono già tra i migliori giornalisti in città: capaci di scrivere in italiano e non nel gergo autoreferenziale della categoria, con pochi riguardi per il potere e molta curiosità, buone dosi di ironia, perseveranza e sensibilità, ma soprattutto non si prendono troppo sul serio. Forniti di mezzi adeguati sarebbero in grado di tenere in pista un periodico ben più attrezzato di questo. Purtroppo, i mezzi scarsi a nostra disposizione, uniti all’indole aristocratica e all’idiosincrasia verso il marketing, ci impediscono di raggiungere un pubblico più vasto di quello che la qualità del giornale reclamerebbe. Questa circostanza annacqua le ambizioni del gruppo e lo condanna a esprimersi al di sotto delle sue potenzialità. […]I limiti che ci frenano non sono di idee o di capacità ma esclusivamente di disponibilità economica. Nell’anno che viene, cercheremo le risorse necessarie per ridurre la periodicità, aumentare la tiratura e potenziare la distribuzione del cartaceo, e al tempo stesso per dare autosufficienza economica alla redazione. […] È probabile, conoscendo il panorama, che non ci riusciremo. Sarà allora il momento, per i nostri pochi ma tenaci lettori, di rilegare la collezione e infilarla nello scaffale che l’attende da tempo; i lettori occasionali si ritufferanno nella brodaglia dell’informazione cittadina, e anche i nostri redattori dovranno rientrare nei ranghi, chi alle calcagna di qualche tristo professore di università, chi a scrivere su qualche gazzetta dell’ultima polemica tra de Magistris e Saviano, chi a sognarsi scrittore o poeta. Prospettive che non augureremmo a gente con meno talento del loro. E che faremo il possibile per scongiurare. (luca rossomando-cyop&kaf, fare come se – dal n.45 / gennaio 2012 di napolimonitor) Forte anche di una concorrenza tutt’altro che agguerrita (ho visto quattro dei cinque film finalisti e solo uno era bello), Le città di pianura di Francesco Sossai si è aggiudicato i più importanti premi all’ultimo David di Donatello. È un film crudo e poetico, che tiene dentro umanità, insicurezze, traumi ed emozioni su un duplice sfondo: quello di due vite passate senza che i loro protagonisti si rendessero troppo conto del trascorrere del tempo, e di una pianura così orizzontale da trasformare un racconto on the road in una saga dal finale sempre aperto. In questa ciclicità tutt’altro che rassegnata, senza stare troppo a pensarci, i due antieroi si sottraggono alla norma di un non-luogo produttivo, e scelgono la felicità nella diserzione. «Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate». «Eh». «Ma era il segreto del mondo-mondo? O del vostro mondo?». «E che differenza c’è?». «’Nfatti». (dialogo tra carlobianchi e giulio, le città di pianura) Oltre alla diserzione come metodo, a muovere Le città di pianura, e in fin dei conti ogni gesto dei personaggi del film, c’è l’ossessione di Doriano e Carlobianchi per il bicchiere della staffa, l’ultimo prima di andare via. Lo sanno benissimo che tra il “qui e ora” e l’ultimo bicchiere c’è sempre qualcosa che può succedere, che può deludere o svoltare, tenere lontani da casa o trascinarvici barcollando, in silenzio tra braccia amiche, o soli cantando a squarciagola. Chi ama bere sa alcune cose che gli altri non sanno, tipo che l’ultimo è una frontiera costruita per essere violata. Tenevo ‘a fede e ‘a fede aggio perduto. Ero guaglione e mo’ me so’ ‘nvicchiato. Ce steva ‘na perzona e se n’è ghiuta. Era ll’ammore e ‘ammore m’ha lassato. E ce bevimmo acopp’… e cu salute! […] Embé, cu ‘na penzata ‘e bello, mo’ ca ‘o locale ‘nzerra a tarda sera, ….‘na botta ‘e curtiello! Sott’a ‘stu scemo ‘e core e bonasera. E currite… chiammate ‘o canteniere! No, nun è niente: è’ l’urdemo bicchiere. (anepeta-letico, l’urdemo bicchiere) È molto difficile, di norma, far capire alle persone che fare bene è importante, ma tra il fare male e il non fare, la seconda è sempre l’opzione da preferire. È ciò che in molti pensiamo – anche se il Mondo non è pronto ad accettare questa verità, e quindi lo diciamo un po’ sottovoce – rispetto a quanto sta accadendo a Bagnoli. Certo, vogliamo la spiaggia libera, il mare pulito, il bosco nell’ex area industriale. Ma se devo scegliere tra una colata di cemento, un porto super-inquinante, una villa comunale piena di ristorantini e gli scheletri delle ex fabbriche, mi tengo volentieri questi ultimi. D’altro canto, è il tentativo a mantenerci vivi, e l’errore è l’unico elemento, in assenza di genialità, a permettere di aggiustare il tiro. L’importante è procedere con metodo e accettare – quando il momento è giunto – la battaglia in campo aperto, mettendo in conto la possibilità di una sconfitta. Le scienze naturali, come pure le scienze sociali, partono sempre da problemi; da ciò che in qualche modo suscita la nostra meraviglia, come dicevano i filosofi greci. Per la soluzione dei problemi le scienze utilizzano fondamentalmente lo stesso metodo, quello usato dal comune buon senso: il metodo del tentativo e dell’errore. Detto più precisamente: è il metodo consistente del proporre tentativi di soluzione del nostro problema, e nell’eliminare le soluzioni false come erronee. Questo metodo presuppone che noi lavoriamo con un gran numero di tentativi di soluzioni. Una soluzione dopo l’altra viene messa a prova ed eliminata. (karl popper) Con questa ultima puntata va in pensione “La parola della settimana”, divertissement che ho pubblicato per novantadue domeniche da inizio 2024, prima di non averne più voglia. A qualche lettore mancheranno le futili elucubrazioni, le storie di vita e le tirate inutilmente polemiche di questa rubrica. Altri non leggeranno mai questo testo e non si accorgeranno del cambiamento. Tra qualche tempo, con ogni probabilità, mi inventerò qualcos’altro per colmare l’horror vacui del mio poco tempo libero, o semplicemente per complicarmi la vita. Ricominciando per scommessa, perché un giorno ho creduto che una certa cosa andasse fatta, l’ho fatta e l’ho continuata a fare fin quando ho creduto opportuno. C’era un brav’uomo, nostro vicino, era vecchio e così povero, s’ammazzava di fatica. Io scavavo un fosso per lo scolo delle acque, proprio al confine. Lui portava una tuta e fumava una grande pipa. Sai, il più delle volte non ci metteva il tabacco, lui odiava il lavoro. C’era caldo e polvere e… mi faceva male la schiena. Allora mi mettevo a guardare la sua saliva che scivolava lungo il cannello e si raccoglieva all’estremità della pipa. E scommettevo con me stesso sul momento in cui sarebbe caduta la goccia. (paul, ultimo tango a parigi) a cura di riccardo rosa
May 10, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Stella
(disegno di ottoeffe) Qualche giorno fa ho visto al cinema un documentario su Igor Protti, che fu numero dieci del Napoli in una stagione sfortunata per la squadra (che retrocesse, all’ultimo posto) e per lui, che giocò tre quarti di campionato da infortunato, tirando avanti a colpi di infiltrazioni di antidolorifici. Protti è raccontato giustamente nel film come un eroe romantico, una “stella”, come si diceva fino agli anni Duemila, quando il termine fu rimpiazzato da espressioni come “top player” e altre panzane di questo genere. Da giovanissimo fece caterve di gol a Livorno, ma quando andò via per tentare la scalata al calcio che conta promise che sarebbe ritornato, un giorno. Bari, Lazio, Napoli, poi l’operazione, un po’ in giro per l’Italia ed eccolo tornare in Toscana, addirittura in Serie C. Con la maglia amaranto fu protagonista di una clamorosa scalata dalla terza serie alla A. Dopo la promozione, la società e i tifosi lo convinsero a non appendere le scarpette al chiodo, anche affiancandogli Cristiano Lucarelli, che a sua volta aveva rinunciato ai soldi offertigli dal Torino per tornare nella squadra di cui era stato ultras da ragazzino (oltre che per i suoi tantissimi gol, Lucarelli è famoso per aver mostrato una t-shirt col volto del Che, esultando a pugno chiuso, dopo un gol fatto a Livorno con la nazionale Under 21; e per aver inscenato un amplesso con la maglia della squadra della sua città, sempre dopo aver fatto gol al Picchi). Molto belle sono le immagini del film in cui i due amici raccontano quel folle campionato, concluso addirittura al nono posto in Serie A. Lucarelli può vantare un record storico in carriera, raggiunto per l’appunto in quella stagione, quello di essere stato l’unico capocannoniere di Serie A con la maglia del Livorno. Protti invece, che è oggi in condizioni di salute molto complicate, affrontando un tumore al colon assai aggressivo, è stato l’unico nella storia del calcio in Italia ad aver vinto la classifica marcatori in Serie C, Serie B e Serie A (con il Bari peraltro, altro record che difficilmente sarà mai battuto). Giovedì sera mi è capitato di vedere uno spezzone di un programma televisivo condotto da Fabio Volo, in cui l’ospite d’onore era la scrittrice napoletana Valeria Parrella. Il programma gioca tutto sul suo dipanarsi tra il cielo, la luna e le stelle, dal momento che è girato nella Torre Branca a Milano, che si erge con i suoi 108 metri nel cuore di Parco Sempione (l’altezza fu fatta ritoccare da Mussolini al progettista architetto Gio Ponti, perché fosse minore di quella della Madonnina, dato che, pare abbia testualmente detto il Duce, “l’umano non può superare il divino”). Ora, a parlare di Fabio Volo mi sembrerebbe di sparare sulla Croce Rossa – anche se poi penso a un uomo che è diventato miliardario facendo di tutto senza saper fare nulla e Croce Rossa mi sento un po’ io. Della Parrella ho letto un solo libro in vita mia, quasi peggiore dell’insopportabile retorica che accompagna ogni sua dichiarazione pubblica. Parrella ha vissuto a Bagnoli per qualche anno, e ha riempito diversi libri con le parole comunità, classe operaia, territorio, anche se nessuno l’ha mai vista per strada. Ha collezionato ospitate televisive anche durante l’ultima crisi bradisismica, ma poi è andata via e ha smesso di parlare del quartiere; sicuramente ci vuole più coraggio a denunciare le porcate che sindaco e premier stanno facendo sulla riqualificazione di Bagnoli che a romanticizzare il terremoto, ma così va la vita (come ho già avuto modo di dire altre volte). Qualche tempo fa ho trovato nel libro di Valeria Parrella, Lettera di dimissioni, il racconto del cosiddetto “attacco psichico” per far crollare il Jolly Hotel. Mi ha colpito perché a quella cerimonia, metà goliardica e metà simbolica, che si svolse più di quindici anni fa sulla terrazza panoramica di un parco abbandonato, avevo partecipato anch’io (lei no, ma qualcuno deve avergliela raccontata). Quell’happening si iscriveva nel filone più eccentrico, ma in fondo marginale, dell’occupazione di un centro sociale a Montesanto, che per alcuni anni cambiò i connotati di una struttura pubblica costruita e abbandonata nel dopo terremoto. Nel libro, l’episodio riassume in un paio di pagine l’impegno politico giovanile della protagonista, che poi fa carriera nel mondo del teatro, diventa un piccolo squalo, infine si ravvede e si dimette dal suo incarico. Nell’ultima pagina il Jolly Hotel comunica con la protagonista attraverso un display digitale, spiegandole che quel che conta è la responsabilità personale e che nessun attacco psichico potrà mai scalfirlo. “Voi avete giocato e io vi ho lasciati fare”. […] Mi sono domandato se è questo il tipo di racconto che si merita la mia generazione, questa visione aneddotica, distratta, folcloristica. Non pretendo certo un Milestones o narrazioni di quel livello, ma almeno qualche riflessione più sentita, qualche tentativo di sintesi, qualche sforzo creativo per interpretare o rappresentare la gioventù attiva in quegli anni a cavallo tra Novanta e Duemila, non per forza da parte di chi certe cose le ha vissute, ma anche da chi se l’è fatte raccontare, poco importa. (luca rossomando, il fascino discreto della sconfitta) Di come gli eventi della vita ci facciano cambiare parla un bellissimo romanzo di Archibald Joseph Cronin, The Stars Look Down (1935). Il libro descrive la vita della classe operaia di una immaginaria cittadina del nord-est inglese, Sleescale, sobborgo minerario di Tynecastle (identificabile facilmente in Newcastle, sul fiume Tyne). Per i pochi a cui potrebbe importare qualcosa, segnalo che ne ho scritto in una breve storia delle miniere della città e dell’estrazione che gli arabi sauditi stanno operando oggi in quella zona, a partire dall’acquisto della squadra di calcio, nel numero 68 di Zapruder – Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera. Il libro è piuttosto duro, ma una bella storia è quella di uno dei protagonisti, Davey Fenwick, figlio di un minatore, che grazie ai sacrifici del padre riesce a studiare e a diventare insegnante per potersi mantenere, dedicando parte della sua vita alla lotta per i diritti dei lavoratori e la nazionalizzazione delle miniere. (credits in nota 1) Qualche anno fa una cara amica, brava attrice e regista, prese una fisarmonica che era appartenuta per alcune generazioni alla sua famiglia e si mise a fare la posteggiatrice. Il repertorio era finalmente originale rispetto alle solite canzoni napoletane: Ria Rosa, canzoni di giacca, riadattamenti da Viviani, rivisitazione di brani moderni, e appena due-tre classici. Con la complicità di Gaetano, il proprietario, cominciammo a organizzare delle serate al Mattone, un bar di via Palladino che era stato molto in voga negli anni Novanta e poi era caduto in disgrazia. Il bar si prestava molto allo spettacolo di Dolores: aveva un piano terra con una piccola pedana per i live e uno superiore fatto a ballatoi, da dove, affacciati in piedi o con le gambe a penzoloni nel vuoto, si poteva assistere all’esibizione dall’alto. Anche il vicolo era molto diverso dalla cloaca che è oggi, e infatti sia Gaetano che il Mattone (dove c’era anche un bellissimo bersaglio per giocare a freccette) sono stati rimpiazzati da un bar in stile classic contemporary con insopportabili luci indaco-violetto. Dal repertorio di Dolores Melodia pubblicammo anche un libro-album, con racconti e canzoni, con anche un vinile che andò esaurito e che forse bisognerebbe ristampare. Per un po’ ce ne andammo in giro per la città, dai centri sociali al Parco Don Gallo, da Soccavo a Scampia, ma anche a Taranto, Milano, e non ricordo più dove. Una sera Dolores si esibì in un bar di Parigi pieno di esuli italiani della lotta armata. Era molto emozionata e bevemmo troppo prima dell’esibizione. Mi ricordo che pataccò di vino il bellissimo vestito rosso che aveva messo per l’occasione, ma che nonostante tutto il concerto fu un trionfo. Era nata una stella. ‘A vita è comme ‘o mare:  s’arrobba ‘e cose e po’ t’e fa truva’.  Sarrà ‘na rosa o ‘nu curtiello?  Sarrà ‘nu cielo chin’ ‘e stelle? È acqua santa ‘e chi ha sbagliato e mo’ se vo’ lava’ ‘e peccate. a cura di riccardo rosa ____________________________ ¹ Orso Maria Guerrini, Franco Volpi e Lucano Melani in: E le stelle stanno a guardare, di Anton Giulio Majano (1971)
April 26, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Sguardo
(disegno di ottoeffe) È stato arrestato in settimana R.E., diciannovenne dei Quartieri Spagnoli, ritenuto responsabile del ferimento di un sedicenne del Pallonetto con un colpo di pistola, nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile (gli viene contestato il reato di lesioni aggravate dal metodo mafioso). L’agguato ha avuto luogo in piazza Carolina, dove già a dicembre era avvenuta una sparatoria tra giovanissimi e dove alcuni residenti hanno segnalato nelle ultime settimane scorribande di ragazzini. Da quando ho tredici anni ho assistito alla genesi di svariati tormentoni sulle presunte escalation di violenza degli adolescenti della nostra città, con la costruzione di emergenze che in realtà servivano solo a vendere i giornali, e che venivano trattate ogni volta come un caso eccezionale e meritevole di interventi urgenti, dimenticando che appena sei mesi o un anno prima si era parlato delle stesse identiche cose. I comportamenti di questi ragazzi venivano denunciati come il picco massimo di gravità mai raggiunto nella storia del mondo, o un fenomeno a cui mai si era assistito prima di allora. Periodicamente, in realtà, si trattava delle stesse situazioni che tornavano sotto la stessa forma, o appena diversa: gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine con il coltello al Vomero, le guerre di cinghiate a Soccavo, le uova con i chiodi il Martedì Grasso, gli spari fuori al Metropolis, la moda del tirapugni, gli spari fuori al My Toy, poi di nuovo gli schiaffi ai passanti dai motorini, le rapine dei cellulari a Montesanto e così via. Una volta, mentre intervistavo Hanif Kureishi, parlando della violenza negli stadi mi disse che il tema non esisteva, perché la questione non riguardava gli stadi ma la violenza nella società: «Hai mai provato ad uscire il sabato sera a Newcastle?», mi chiese (io gli dissi che ci avevo vissuto, capii cosa volesse dire e la conversazione si spostò su altro). È nella stessa prospettiva che l’unica risposta del mondo degli adulti alla presunta escalation di violenza giovanile – che se fosse stata davvero tale, in una curva in costante ascesa da trent’anni, vedremmo oggi i ragazzini girare coi bazooka pronti ad ammazzare chiunque intralci la loro strada – è stata la violenza stessa. Da un libro in fase di scrittura, riporto alcune delle misure del cosiddetto Decreto Caivano, ultimo atto del processo di criminalizzazione degli adolescenti del nostro paese, evidentemente senza successo, se questi continuano ad accoltellarsi e a spararsi sfogando la loro frustrazione ogni volta che possono: Tra i vari provvedimenti il decreto prevede: l’estensione dell’applicabilità del cosiddetto Daspo urbano ai minorenni maggiori di quattordici anni (multa e divieto di accesso fino a tre anni ad aree urbane, pubblici esercizi e locali, applicabile a soggetti considerati “socialmente pericolosi” o anche solo a denunciati per alcuni reati, nda); l’inasprimento delle sanzioni per il reato di porto abusivo di armi e per il reato di spaccio in casi di lieve entità; l’applicazione potenziale anche ai minori della misura dell’avviso orale del questore, con la possibilità di vietare il possesso e l’utilizzo di dispositivi cellulari; l’introduzione del cosiddetto “ammonimento”, sempre da parte del questore, con convocazione del minore e dei genitori e del pagamento di una sanzione amministrativa che va dai duecento ai mille euro. (per chiudere la questione consiglio due importanti articoli pubblicati da questo giornale, il primo di g. e il secondo di Marica Fantauzzi). E lo sguardo? Mi sono perso. Lo sguardo è il nuovo tormentone, o meglio lo è la cosiddetta “guerra degli sguardi”, claim lanciato da Dario Del Porto dalle colonne di Repubblica Napoli, nel solito pezzo (etimologicamente) patetico che i giornalisti napoletani scrivono, sempre uguale, dopo ognuna di queste tragedie o fatti gravi. Articoli che se non parlassimo di cose serie farebbero ridere, ma no, scusate, fanno proprio piangere. Segue incipit: La “guerra degli sguardi” poteva spezzare la vita di un altro giovanissimo e ancora una volta in pieno centro della città. È questo lo scenario delineato dalle indagini condotte dalla squadra mobile e coordinate dal pool anticamorra della Procura sul ferimento di un ragazzino di 16 anni raggiunto da colpi d’arma da fuoco la notte tra il 31 marzo e il primo aprile in piazza Carolina, proprio alle spalle della prefettura e a due passi da piazza del Plebiscito. (dario del porto, napoli, la guerra dei ragazzini armati: spari per uno sguardo di troppo) (credits in nota 1) Vorrei aver imparato meglio, ma un uomo mai conosciuto come Fabrizio De Andrè è stata forse la persona che più mi ha insegnato a non giudicare in ogni momento il prossimo, soprattutto se il mio sguardo muove da una posizione di privilegio. Nel ventennale della sua morte, Guido Harari ha pubblicato su di lui un bel libro fotografico, Sguardi randagi, in cui mostra trecento immagini del poeta, in bianco e nero e a colori, con a corredo due testi di suo figlio Cristiano e della sua compagna Dori. Una delle foto più belle è quella che ritrae FDA steso per terra nei corridoi del palasport di Bologna, durante le prove di un concerto, mentre dorme appoggiato a un termosifone. (foto di guido harari) In Tre madri De Andrè racconta di tre donne, madri dei condannati a morte Tito, Dimaco e Gesù. L’album è stato scritto durante il Sessantotto, quando F. non aveva neppure trent’anni e ragionava sulle contraddizioni e le sfide che insidiavano il suo spirito antiautoritario in un mondo in fiamme. Così è anche l’album: poetico e prosaico nei versi e nei contenuti, contro ogni autorità, appunto, e in fondo contro ogni eroe – non è un caso che il grande assente sia in fondo proprio Gesù, che compare soprattutto per bocca e pensieri degli altri personaggi. I vangeli apocrifi, in realtà, che sono stati ispirazione per FDA, non parlano neppure del dialogo tra Tito e Gesù sulla croce, mentre De Andrè consegna a questo ladro, condannato in croce dall’ingiustizia del mondo più che dell’Impero, l’ultima parola del disco. Nell’album lo sguardo di Tito è sincero e blasfemo, soprattutto quando smonta uno a uno i comandamenti inventati dai potenti e assurti a dogma nei secoli, riconoscendo allo stesso Gesù (“l’uomo che muore”) la funzione di vittima sacrificale del potere. Tito non si pente come nei vangeli ufficiali, anzi rivendica il diritto alla ribellione, e lo fa davanti al dolore delle tre madri, anche se a differenza dei testi sacri non sapremo mai dell’eventuale approvazione di Cristo per questi ragionamenti. Sappiamo invece della tragedia di Maria – non diversa da quella delle altre due madri, che invece le rinfacciano la futura resurrezione di suo figlio – che piange “le braccia magre, la fronte e il volto” di Gesù, sapendo che in quel momento l’unica conseguenza di questa assurda storia del figlio di Dio è stata toglierlo a lei. Lo sguardo della Vergine è il solo sguardo veramente infantile, il solo vero sguardo di bambino che si sia mai levato sulla nostra vergogna e sulla nostra disgrazia. […] Per ben pregarla bisogna sentire su se stessi questo sguardo che non è affatto quello dell’indulgenza – perché l’indulgenza si accompagna sempre a qualche amara esperienza – ma della tenera compassione, della sorpresa dolorosa, di non si sa quale altro sentimento, inconcepibile, inesprimibile, che la fa più giovane del peccato, più giovane della razza da cui è uscita e, benché Madre per grazia, Madre delle grazie, la fa la più giovane del genere umano. (georges bernanos, diario di un curato di campagna) Nel 1972 quando Berger pubblica Questione di sguardi, mostrando la nostra incapacità di guardare il mondo in una società intasata dalle immagini, non sa che appena quarant’anni dopo, precisamente il 3 aprile 2012, più di un milione di persone avrebbero scaricato la prima versione della app di Instagram per Android in un solo giorno. Non so se il libro abbia venduto così tante copie e in quanto tempo, ma in fondo questo non ha molta importanza. Le sue analisi restano infatti a distanza di quasi mezzo secolo attuali, mentre dopo appena otto anni Instagram aveva già perso il suo slancio a discapito di una nuova app, quel Tik Tok che stando ai cicli vitali delle ultime tendenze social dovrebbe essere a sua volta in fin di vita. Negli stessi mesi in cui Berger pubblicava I Send You This Cadmium Red – una raccolta delle lettere, dei disegni, di note, appunti e fotografie scambiati negli anni con il suo amico John Christie, tutto accomunato dal colore “rosso cadmio” – un’autrice italiana lo omaggiava (o forse no) scrivendo un testo che portava lo stesso nome del capolavoro del critico inglese (in realtà era una cover di This kiss di Faith Hill). Il brano parla della forza assoluta dello sguardo come strumento di connessione e speranza per un futuro migliore. Che domani torni, che va bene così. Sì, per come mi parli. Tu, perché siamo qui. È questione di sguardi, è un attimo. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Fabrizio Bentivoglio e Silvio Orlando in: La scuola, di Daniele Luchetti (1995)
April 12, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Ladro
(disegno di ottoeffe) ‘O padrone a fine mese tene sempe ‘a busta appesa, l’operaio ‘e vintisette manco ‘e sorde p’e sigarette. Se pigliano ‘e tangenti ce levano ‘a contingenza e chesta è ‘a soluzione: jammo a cassa integrazione! Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’! Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’! Puosa ‘e so’, puosa ‘e so’, puosa ‘e so’! Puosa ‘e sorde, ma-ri-uò! (‘e zezi gruppo operaio, posa ‘e sorde) Il Robin Hood della Disney è stato sicuramente il mio film animato preferito, e la leggenda del brigante di Loxley una delle storie a cui più mi sono appassionato in adolescenza. Lessi una volta che l’Hood che oggi conosciamo – una parola che in inglese vuol dire “cappuccio” – ci arriva probabilmente dalla storpiatura nei secoli del cognome Wood, in riferimento alla foresta dove Robin si nasconde (le pronunce dei due vocaboli sono molto simili). Direi che siamo stati fortunati, e in fondo anche lui, perché probabilmente da un certo punto in poi, come spesso va a finire, in italiano qualcuno avrebbe cominciato a tradurre a cacchio il suo nome, e ci avrebbero cantato le incredibili gesta di Robin Bosco, principe dei ladri. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/04/robindef.mp4 (credits in nota 1) Per una serie di ragioni, quando ero bambino ero spesso con quelli più grandi di me. Una volta in un viale alberato d’estate, giocando con amici a cui credo arrivassi a malapena al petto, provai a scavalcare un cancello, che anch’esso mi sembrava enorme. Caddi dal punto più alto e forse non so, fu per il panico, o perché non riuscii ad “annusare il pericolo” (come dice sempre quel borioso demagogo di Rino Gattuso, che dopo il trecentesimo fallimento in carriera auspichiamo finisca a commentare le partite su Premium), ma non attutii la caduta con le mani, spaccandomi completamente la faccia. Mia sorella più grande mi portò a casa in lacrime, tenendomi per mano, mentre io avanzavo senza vedere nulla, coperto da una maschera di sangue. Non l’ho mai ricordato o saputo, ma spero che non stessi scavalcando quel cancello per inseguire, quanto piuttosto fuggire, in quel “guardie e ladri” che mi ha segnato la vita (e distrutto il naso). Eh, in questo mondo di debiti, viviamo solo di scandali e ci sposiamo le vergini. Eh, e disprezziamo i politici, e ci arrabbiamo, preghiamo, gridiamo, piangiamo e poi leggiamo gli oroscopi. (antonello venditti, in questo mondo di ladri) In ogni modo possibile Michel F. ci ha spiegato che il carcere così come lo intendiamo oggi nasce per colpa del capitalismo, e dell’esigenza di nuove modalità di protezione per i beni e per le persone in un mondo fatto in classi. Il cosiddetto “stato moderno” viene individuato come l’organizzazione più efficace per la tutela di questo sistema, e il carcere come suo strumento per imporre un nuovo equilibro tra la colpa e la pena – in epoca romana la detenzione era utilizzata soprattutto per gli schiavi ai lavori forzati e a mo’ di custodia cautelare in attesa di un processo; mentre nel Medioevo le modalità più frequenti per gestire i conflitti interni erano le compensazioni economiche. Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria. Mica come voi. Voi al massimo potete andare a lavorare. (tiberio braschi, i soliti ignoti) (credits in nota 2) Mercoledì la guardia di finanza è andata a perquisire gli uffici del comune di Milano e della società che gestisce lo stadio, M-I (che sta per Milan-Inter). Secondo gli inquirenti, i più importanti politici e dirigenti amministrativi promotori dell’accordo avrebbero più volte agito in “rivelazione di segreto”, condizionando il processo di compravendita a favore delle due società. Lucia Tozzi ha ben descritto su questo giornale le modalità con cui il sindaco Sala ha gestito la cessione dell’impianto, volendo dimostrare tra l’altro “ai suoi referenti – che evidentemente non sono i cittadini, ma la coalizione immobiliare-finanziaria che costituisce la classe dirigente milanese con il suo entourage internazionale – che è un duro, che non si piega allo squallore delle procedure democratiche, della volontà popolare o dell’interesse pubblico. Esattamente come sta facendo Manfredi a Napoli. O Lepore a Bologna. O Macron in Francia. O la Von der Leyen in Europa”. Era uno di quei momenti in cui le idee che passano per la mente sono torbide. Nel suo cervello v’era una specie di oscuro andirivieni; i ricordi antichi e quelli immediati vi galleggiavano alla rinfusa, incrociandosi confusamente, perdendo forma, ingrandendosi a dismisura, per sparire improvvisamente, come se cadessero in un’acqua fangosa ed agitata. Gli venivano molti pensieri ma uno si ripresentava continuamente e scacciava gli altri; quel pensiero, diciamolo subito, gli presentava le sei posate d’argento e il cucchiaione che la signora Magloire aveva messo in tavola. Quelle sei posate d’argento l’ossessionavano. Erano lì, a pochi passi da lui: mentre attraversava la camera vicina, per entrare in quella che occupava, la vecchia domestica le stava mettendo in uno stipo a capo del letto ed egli aveva ben notato quello stipo. […] Erano massicce, vecchia argenteria. Col cucchiaione, c’era da cavarne almeno duecento franchi, il doppio di quel che aveva guadagnato in diciannove anni. (victor hugo, i miserabili) C’è un film molto bello di Totò del ’61, Sua eccellenza si fermò a mangiare (che poi molti film “di Totò” sono stati girati da grandi registi – Mattoli, Steno, Monicelli, Corbucci – ma continuiamo a chiamarli “di Totò”, probabilmente perché in ognuno di loro almeno una metà del girato era frutto di totale improvvisazione fuori copione). In quel caso Totò è un saltimbanco che vorrebbe ricattare Ernesto, marito di una donna di alta borghesia filofascista, e che Ernesto (Ugo Tognazzi) annuncia in arrivo, a un pranzo cerimoniale in casa di sua suocera, in qualità di medico di Mussolini (“Lui”). Sotto la lente del regime rischia però di finire, per questioni di scarse prestazioni sessuali, anche Sua Eccellenza, ministro del Duce, un idiota arrivista magnificamente interpretato da Raimondo Vianello. Alla fine, approfittando della confusione, Totò ruberà il servizio di posate d’oro “cesellate da Bevenuto Cellini” sfoggiato per l’occasione dalla padrona di casa. A dire il vero saranno proprio lei e i familiari a consegnargliele entusiasti in un borsone di pelle, dopo che Totò gli farà credere che volontà esplicita di Mussolini è quella di averle a Roma per una mostra museale.   La mia scena preferita arriva poco prima del finale, quando Tognazzi svela la sua bugia a Totò che, profittando del ridicolo fanatismo dei presenti, volge in pochi minuti la situazione a suo favore. E ci ricorda – di questi giorni, poi! – che un ministro ha sempre qualche cosa sulla coscienza.  https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/04/toto.mp4 (credits in nota 3) Ma il padrone è una cosa diversa, è uno strano serpente. Il padrone è una cosa diversa, è una bestia curiosa. Lui comincia succhiando il latte da quando è bambino ma poi succhia ogni cosa. […] E difatti alla fine il padrone è una specie di ladro, solo che quando ruba il padrone non è mica reato. E anche quando che viene arrestato il suo alibi regge perché lui è la Legge. Così entro di nascosto come un ladro nella casa del ladro. E quel ladro mi dice che lui non è un ladro soltanto. Ma neanch’io sono un ladro gli dico e così mi avvicino. Io sono un assassino. (ascanio celestini, la casa del ladro). a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Kevin Costner in: Robin Hood. Principe dei ladri, di Kevin Reynolds (1991) ² Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane in: I soliti ignoti, di Mario Monicelli (1958) ³ Ugo Tognazzi, Totò, Lia Zoppelli, Raimondo Vianello, Francesco Mulè in: Sua Eccellenza si fermò a mangiare, di Mario Mattoli (1961)
April 5, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Guai
(disegno di ottoeffe) Ovunque giocherai combineremo guai per difendere te! (coro ultras napoli)  La settimana scorsa ho passato un po’ di tempo con M., un amico che non vedevo da un po’. M. ha due grossi baffi, un bel po’ di tatuaggi e vive la vita come se fosse in una puntata di South Park. Al momento è di stanza in Irlanda, ma ha divieto di risiedere in almeno un paio di paesi dell’Unione europea in cui ha vissuto in precedenza. È un ottimo cuoco, fa lo chef in un albergo importante e ha messo su un gruppetto di lavoro niente male. All’interno del gruppo c’è un ebreo ungherese, filonazista, che però vorrebbe vedere Orban morto perché ha proibito di fumare erba per strada. M. è molto innamorato di J., ragazza dolce e con una pazienza infinita, che lo ha supportato e sopportato per tanti anni a dispetto dei guai da lui combinati. Di tanto in tanto lei lo molla, ma sono troppo innamorati e finora sono sempre tornati insieme. Questa volta, però, pare sia diverso, e così se ti incontra in questo periodo, M., che prima di dodici ore filate passate a bere non è mai ubriaco, ti chiede come sta il tuo cuore, e poi ti dice: «Il mio è rotto». Guai,  non devi dirlo mai che adesso non lo sai se poi mi amerai tutta la vita.  Tu dimmi solo se adesso sei con me oppure non mi vuoi ed è finita.  In napoletano l’espressione “fare il guaio” si utilizza per indicare una gravidanza non prevista, anche se non necessariamente non desiderata. La responsabilità dell’atto viene attribuita quasi tutta al maschio (“ha fatto il guaio”), tanto che un amico divenuto papà a meno di vent’anni fu soprannominato da altri amici, appunto, Guaio. Ho messo incinta la mia ragazza pe’ troppo amore se pò sbaglia’, mo’ ce vulesse ‘nu colpo ‘e genio e tutt’ cos’ se pò accuncia’. Vorrei sposare la mia ragazza, vorrei affrontare la vita in due ma comme faccio senza ‘na lira, senza ‘nu posto pe’ fatica’. […] Papà aiutame, papà aiutame, so’ troppo giovane e sul’ io me pozz’ perdere! Papà aiutame, papà aiutame, chistu problema sul’ tu m’o può risolvere, papà! (tony marciano, ho messo incinta la mia ragazza) Sempre a Napoli, si dice “guaio ‘e notte” per una persona talmente difficile da gestire e sopportare da paragonarla non semplicemente a un guaio, ma a un guaio che arriva nel momento meno opportuno. In gergo di strada, invece, “fare i guai” indica il commettere reati: non è troppo importante se si parla di fare il palo in una base, fare piccoli furti o rapine in banca, sempre di guai si tratta (al massimo gli si accosta un aggettivo, tipo “sta facendo guai seri”, o “quello fa guai grossi”). «’Cca parlano tutte quante ‘e vuje…». «Over’?». «Site guagliun’ cu ‘e palle, e me servite. Pecché nun ve luvate ‘a miezo e trasite dint’a banda cu mico? Avite sorde, motociclette, tutto chello ca vulite…». (Pisellino scuote la testa) «Io già v’aggio apparato ‘na vota, pecché chisti ‘cca ve vonno male tutt’ quant’ dint’a zona… state facenno troppi guai!». «No, nuje vulimm’ sta sule nuje. Nun vulimm’ sta sotto a nisciuno. A nuje sti ‘ccose nun ce piaciono, ‘e sta sotto ‘a gente. Nuje simm’ sul’ pe’ nuje, e basta». (dialogo tra zì vittorio, marco e pisellino in gomorra – il film) Il condottiero gallo Brenno, vissuto circa quattrocento anni prima di Cristo, era il capo della tribù celitca dei Senoni. Nel 390, partendo da Senigallia, nelle Marche, mise a ferro e fuoco Roma, tanto che nella capitale dell’impero il 18 luglio, il dies Alliensis (dal fiume Allia, dove le truppe romane furono sconfitte) fu per molti secoli sinonimo di sciagura e inserito addirittura nei calendari imperiali come “dies nefastus”. Nella foga distruttrice Brenno e i suoi bruciarono l’archivio di stato, massacrarono i senatori e razziarono le campagne circostanti per molti chilometri. Leggenda vuole che Brenno accettò dai romani un riscatto di mille libre d’oro puro per interrompere l’assedio. Qualcuno tra i tribuni, però, mentre avveniva la pesatura dell’oro su un’enorme bilancia, protestò perché la riteneva truccata. Brenno non si scompose, si avvicinò e in segno di spregio piazzò la sua enorme spada sul piatto il cui peso avrebbe dovuto essere pareggiato con l’oro, rendendo il calcolo ancora più discutibile. Poi fulminò i romani con uno sguardo e disse serafico: «Vae victis!» (guai ai vinti), lasciando intendere che a dettare le condizioni di resa sarebbe stato lui e nessun altro (la parte più noiosa della storia è che, secondo quanto raccontato da Tito Livio, Marco Furio Camillo si oppose in seguito alla concessione del riscatto, in quanto stabilito illegalmente durante la sua assenza da Roma: sosteneva che «non auro sed ferro recuperanda est patria!», cioè che non con l’oro ma con il ferro si sarebbe ripreso Roma, così riorganizzò le truppe e mise in fuga il povero Brenno, costringendolo a tornare in Gallia). Cercai di non guardare il tubo di metallo sulla punta della Woodsman. Una fiamma brillò nel fondo dei suoi occhi, piccola, debole, quasi fumosa, parve farsi più grande e più chiara. Naso bianco guardò il pavimento ai suoi piedi. Lanciai uno sguardo all’interruttore della luce ma era troppo lontano. Rialzò gli occhi molto lentamente. Cominciò a svitare il silenziatore. Lo tenne in mano svitato, lo lasciò cadere in tasca. Si alzò tenendo in mano le due pistole, una per mano. […] Venne verso di me attraverso la stanza: «Credo che questo sia il tuo giorno fortunato», disse. «Devo andare in un posto a vedere una persona». […] Mi girò delicatamente intorno, andò alla porta, la aprì pochi centimetri e fece per uscire attraverso la piccola apertura, sorridendo di nuovo. «Devo vedere una persona», disse passandosi la lingua sulle labbra. «Non ancora», dissi io, e scattai. Colpii la porta con forza e lui fece in tempo a ritirare la mano ma non riuscì a sfilarsi. Lo tenni schiacchiato con tutta la mia forza. Mi aveva concesso una tregua e tutto quello che dovevo fare era starmene tranquillo e lasciarlo andare. Ma anche io avevo una persona da vedere e volevo vederla per primo. Mi guardò biecamente, grugnì e cercò di liberare la mano dalla porta. Mi spostai di colpo e lo colpii alla mascella con quanta forza avevo. Vacillò, lo colpii di nuovo. Batté la testa contro il legno. Lo colpii una terza volta. In vita mia non ho mai colpito più forte. Allora levai il mio peso dalla porta e lui scivolò verso di me con gli occhi ciechi, le ginocchia molli. Lo presi, lo lasciai cadere e restai in piedi sopra di lui ansante. […] Poco tempo dopo i suoi occhi si aprirono tremolanti e mi guardarono. Mormorò tristemente: «Perché ho lasciato St. Louis?». (raymond chandler, specialista in guai). a cura di riccardo rosa
March 21, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Sì
(disegno di ottoeffe) La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no, certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? (pierpaolo pasolini, saggi sulla politica e sulla società) Non so se Per sempre sì, la canzone di Sal Da Vinci che ha vinto Sanremo, sia un inno al patriarcato come ha scritto qualcuno. A me ciò che non piace, oltre a qualche frase un po’ sconveniente sparsa tra i versi, è il sottotesto secondo cui, a duemila anni dalla morte di Cristo, per essere eterno l’amore debba indossare una fede di cinque-seicento euro iva esclusa ed essere celebrato da una persona che indossa una talare, che probabilmente dell’amore non sa nulla, e che chiede per officiare una tangente (ma a differenza dei parcheggiatori abusivi per questo non ci indigniamo) con la scusa di addobbare un luogo di culto con fiori e stronzaggini varie. (credits in nota 1) Non so se la canzone di Sal Da Vinci sia come ha scritto Aldo Cazzullo una canzone da “matrimonio di camorra”, anche perché non so se Cazzullo è mai stato a un “matrimonio di camorra” né al matrimonio di una coppia napoletana che ascolta un certo genere musicale, cantato in dialetto, semplicemente perché gli piace, è popolare e per tanti altri motivi. Non so neppure se il fatto che tanto ai “matrimoni di camorra” (qualsiasi cosa essi siano), quanto ai matrimoni dell’ottanta per cento delle coppie napoletane (e a naso a un dieci-quindici per cento di quelli italiani) si sentano canzoni come Tammurriata nera, Reginella, Napule è, renda i lavori di E.A. Mario, Nicolardi, Libero Bovio e Pino Daniele “musica da matrimonio di camorra”. So, in compenso, che per quanto Per sempre sì sia una canzonetta buona per Sanremo, un po’ ammiccante al massimo, semplice e semplicistica nel testo, non mi sembra diversa da che ne so – è solo la prima che mi viene in mente – Anema e core di Serena Brancale, acclamatissima qualche anno fa e che sfrutta l’oleografia della mia città molto più del balletto di Sal Da Vinci, rubando addirittura il titolo alla poesia di Manlio e infarcendo un testo non certo da Nobel di frasi in dialetto. Per chiudere l’excursus, direi che una delle poche cose intelligenti su questa vicenda l’ha scritta sui social Gianfranco Gallo. Il punto non è il vittimismo (vero o presunto) dei napoletani, il meridionalismo d’accatto, l’ostentazione identitaria. Il vero punto è che c’è mezza società che odia il popolo, e lo odia purtroppo molto di più di quanto il popolo odi loro. Sanremo, Sal Da Vinci, il patriarcato, la musica, nella maggior parte dei casi sono solo pretesti. È guerra di classe, nada mas. Ora, quale sarebbe la colpa di Sal? Avere preparato un pezzo adatto a Sanremo? Essersi diretto a un pubblico che lo ha sempre premiato? O essere napoletano? Ieri l’attacco a Sal il talebano, campione di patriarcato, oggi a Sal il napoletano, e dunque “camorra e matrimoni”. […] Cazzullo rivela un razzismo pericoloso: lui non ce l’ha con Sal, ce l’ha col suo pubblico. Come si permettono di esistere? Come si permettono di cantare, ballare, applaudire chi vogliono loro? (gianfranco gallo) (credits in nota 2) Allarmato, qualche ora dopo la vittoria di SDV a Sanremo, un amico mi ha telefonato prefigurando un trionfo del Sì al referendum sulla giustizia sull’onda lunga dell’orecchiabile motivetto. Un altro, con cui ho condiviso questa linea mi ha risposto citando Vasco. Ieri mattina mi hanno girato invece questo sketch di Peppe Iodice, che fino a qualche tempo fa mi era antipatico ma ora – non sempre, non esageriamo – capita mi faccia ridere. https://www.instagram.com/reels/DVJ4XebDL7X/ Intanto i rappresentanti del governo in carica si candidano a superare, per pacchianaggine, persino la compagnia di giro dei ministri berlusconiani: Fuffa anche sui suoi impegni: pur essendo lì per motivi privati, Crosetto ha svolto incontri istituzionali di alto livello, pare col ministro della Difesa emiratino. Ma questo è ridicolo, oltre che irrituale: incontri così delicati non si fanno “in vacanza” e senza staff. Inoltre, non è credibile: il governo non era informato del viaggio. Tajani ha dichiarato di non saperlo, cosa insolita, dato il ruolo delle ambasciate; ma qui potrebbe valere la scusante che stiamo parlando di Tajani. Però se Crosetto, come afferma, ha preso decisioni “non da solo”, i Servizi sapevano, quindi non è credibile che il governo fosse davvero all’oscuro. […] Non stupisce quindi che la vicenda abbia sollevato forti perplessità per le incongruenze, la scarsa trasparenza e i comportamenti anomali di un ministro della Difesa in un momento di grave crisi internazionale. Insomma, balle, balle, balle, balle, balle. Del resto, a quante cose sbagliate ci hanno fatto credere, da quando siamo al mondo? Cose sbagliate a cui ci hanno fatto credere 181) È vero che Alain Ducasse, lo chef francese, con le sue 14 stelle Michelin è il più stellato al mondo, ma non è vero che ottenne la sua prima stella con una zuppa di cipolle il cui ingrediente segreto era la nebbia. (daniele luttazzi, ilfattoquotidiano.it) Ho spesso cercato invano delle risposte al fatto che, al contrario dell’Italia o della Spagna, dove nel momento topico di una partita di calcio i tifosi urlino scompostamente «Goooooooooool», in Inghilterra la voce collettiva che più chiaramente si solleva è «Yeeeeeeeeeeah» o addirittura «Yeeeeeeeeeees!» (off topic: ma quanto gioca bene l’Arsenal di Arteta?). Questa rubrica è stata buona occasione per approfondire: L’esultanza dei tifosi napoletani in Curva A non è la stessa dei milanisti in Curva Sud; e all’interno dello stesso stadio, i romanisti esultano in un modo, i laziali in un altro ancora. In Inghilterra ci si sbraccia e agita un po’ goffamente – soprattutto da quando la Thatcher ha deciso certe regole di comportamento per i tifosi –, in Spagna il suono del “gol”  è quasi sordo e cattedrale, di una tonalità bassissima rispetto allo ‘Yeah’ quasi femminile proprio del calcio anglosassone. E così anche la teatralità dell’atto quando è gol varia da paese a paese, di cultura in cultura. Esiste persino una squadra di calcio in Brasile, il Gremio, celebre per il modo di esultare dei propri tifosi: è la famosa e pericolosissima avalanche (cascata) oggi proibita dopo i sette feriti del 2013 – gli unici ufficiali, perché a guardare le immagini possiamo tranquillamente immaginarne un numero maggiore. (gianluca palamidessi, rivistacontrasti.it) (credits in nota 3) (a cura di riccardo rosa) __________________________ ¹ Totò, Nino Taranto, Macario e Lisa Gastoni in: Il monaco di Monza, di Sergio Corbucci (1963) ² Carlo Verdone e Sal Da Vinci in: Troppo forte!, di Carlo Verdone (1986) ³ Carlo Monni, Roberto Benigni e Massimo Troisi in: Non ci resta che piangere, di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984)
March 7, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Mano
(disegno di ottoeffe) È crisi nera per il Boca Juniors, che ieri ha impattato anche contro il modesto Gimnasia Mendoza: ennesimo pareggio, quarta gara senza vittorie, sette punti di ritardo già accumulati in sette partite dalla coppia Estudiantes–Velez che guida la classifica. Nel match precedente, più volte, nel corso di uno scialbo zero a zero nel derby contro gli storici rivali del Racing de Avellaneda, i tifosi avevano perso la pazienza e gridato «Movete Boca movete, movete deja de joder!», qualcosa tipo “Datti una mossa Boca, non rompere il cazzo!”. Come forse ho già scritto in questa rubrica, un Boca-Racing ho avuto la gioia di vederlo alla Bombonera nell’aprile del 2023. Al contrario del mortorio della settimana scorsa, il tifo fu fuori controllo: i bosteros erano già in odore di titolo e nell’incontro precedente tra le due compagini il numero degli espulsi aveva raggiunto quasi quello dei giocatori rimasti sul terreno di gioco. Per di più gli scontri fuori dal campo avevano portato un numero enorme di arresti, si diceva, anche in seguito alla “spiata” fatta dall’hinchada del Racing. Con el machete en la mano / Con in mano il machete la chapa en el corazon: / e il distintivo sul cuore: será siempre vigilante / sarai per sempre un poliziotto Academia Racing Club! / Academia Racing Club! Racing botón! / Racing spia! (coro tifosi boca juniors vs racing de avellaneda) Si allarga lo scandalo esploso con le indagini della procura di Milano sulle piattaforme multinazionali del delivery (prima Glovo e poi Deliveroo, finita questa settimana con un provvedimento di urgenza sotto il controllo giudiziario). Ai rider, tremila nella provincia di Milano e ventimila in tutta Italia – si legge nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe Zocchi (ma è iscritta anche la S.r.l.) –, sarebbero state corrisposte paghe “in alcuni casi inferiori fino a circa il novanta per cento rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva”. Già da qualche anno è un segreto di Pulcinella il ruolo delle grandi piattaforme nel sistema del cosiddetto caporalato digitale. La procura tuttavia evidenzia con chiarezza la dinamica per cui le multinazionali sfrutterebbero la loro posizione di forza rispetto ai lavoratori per imporre retribuzioni completamente inadeguate rispetto alla quantità e alla qualità della prestazione lavorativa. E noi come i fessi, con i nostri sensi di colpa borghesi, stiamo a guardarci la pagliuzza dentro il nostro occhio perché in mano al fattorino che ci ha portato la pizza non lasciamo che qualche spicciolo, piuttosto che fomentare la nostra e la altrui rabbia contro gli schiavisti digitali. Nella gig-economy l’imbrigliamento del lavoro è inscritto nell’architettura stessa della piattaforma, dal momento in cui – soprattutto nelle piattaforme dove vige un sistema libero di accesso alla flotta attiva (free login) come Uber – il/la lavoratore/trice è contemporaneamente indispensabile e superfluo al processo lavorativo, cioè è solo potenzialmente impiegato; è libero nell’accesso all’impiego, ma fortemente vincolato al metabolismo degli algoritmi che regolano la sua performance. Tuttavia, occorre evitare di cedere a visioni vittimizzanti sul lavoro di piattaforma, ovvero che escludono a priori la possibilità di esercitare agency anche attraverso le stesse infrastrutture che coordinano l’imbrigliamento. Per quanto costituisca un mercato del lavoro estremamente downgraded (cioè privo di tutele, quanto di garanzie della sicurezza dell’impiego, cfr. Sassen 1994), lo spazio sociale occupato dalle piattaforme è (ancora) anche uno spazio informale di pratiche sommerse e industriose attraverso cui lavoratori e lavoratrici tentano di aggirare le maglie del proprio stesso imbrigliamento. In altre parole, l’informalità si rivela anche nella sua forma costituente, laddove diventa un terreno fertile per la sperimentazione di pratiche di rimaneggiamento e resistenza contro il disciplinamento algoritmico. (gianmarco peterlongo, imbrigliamento e rifeudalizzazione del lavoro nella gig-economy. una ricerca sul caporalato digitale tra italia e argentina) Torna l’Argentina, e a proposito di “mani” non si può ignorare quella divina. Ho visto un video qualche giorno fa in cui Anna Trieste prefigurava il ritorno in città di Kevin De Bruyne, infortunato di lungo corso e reduce da mesi di esilio dorato, che scende a Capodichino e trova mezza squadra in infermeria, il Napoli giù in classifica sotto caterve di gol, e soprattutto l’allenatore dell’Inter «che addirittura mette nella stessa frase Bastoni e Maradona», accostando la simulazione del difensore nerazzurro con il patriottico gesto di resistenza di D10s. Chissà se KDB l’avrà presa a ridere come noi, abituati a ben altri paragoni: Titoli sotto mano questa settimana, a voi le conclusioni: Napoli, ospedale San Giovanni Bosco in mano al clan: quattro arresti, c’è anche un avvocato. (sky tg 24, 25 febbraio) L’avvocato Marengo: “Il Toro è nelle mani degli Agnelli”. (settecalcio.it, 20 febbraio) Comala, i vincitori del bando tendono la mano ai gestori storici: “Basta scontri, lavoriamo insieme”. (la repubblica, 27 febbraio) > clicca qui, per approfondire Trump: “Iraniani, prendete in mano il vostro governo e il vostro destino”. (il corriere della sera, 28 febbraio) Netanyahu agli iraniani: “Prendete in mano il vostro destino!”. (la7, 28 febbraio) È iniziata la guerra all’Iran. Israele e Usa in azione (avvenire, 28 febbraio)        L’Iran colpisce obiettivi Usa nel Golfo. Medio Oriente in fiamme (il fatto quotidiano, 28 febbraio) Anna avrebbe voluto morire, Marco voleva andarsene lontano, qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano: a cura di riccardo rosa
March 1, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Cupola
(disegno di ottoeffe) Comme criscevem’ ‘e boss assettavano a Sanremo affianco agli onorevoli, po’ raccuntavan’ e nuje sentevem’. (co’sang, 80-90) Fanno un certo effetto le immagini delle fiamme che divorano la cupola del teatro Sannazzaro, semidistrutto da un incendio all’alba di mercoledì, e quelle del cratere affumicato rimasto al suo posto, fotografato dall’alto. Il Sannazzaro era stato il primo teatro napoletano, nel 1888, a essere illuminato dalla luce elettrica; il suo palco aveva ospitato Eleonora Duse, Roberto Bracco e la compagnia dei fratelli De Filippo; poi era diventato un cinema porno; a metà anni Sessanta era infine stato rilevato, ristrutturato e riaperto nel 1971 dall’attrice Luisa Conte e da suo marito Nino Veglia. (credits in nota 1) La storia del mondo è una storia di incendi, e la storia del teatro è in qualche modo anche la storia del mondo. Quando visitai per la prima volta The Globe a Londra sapevo del grande incendio che lo aveva distrutto nel 1613, ma non sapevo che solo cinquant’anni dopo essere stato rimesso in piedi era stato demolito. Fu una delusione apprendere che quel posto così suggestivo in cui stavo camminando era solo una ricostruzione moderna, fatta nel 1997, peraltro nemmeno nello stesso punto in cui la struttura originale era sorta. Capii dopo che era una di quelle finzioni che intreccia la realtà, come gli uomini-donne nel teatro medievale, con la creazione, o come Jacques in As you like it, dove all the world’s a stage, and all the men and women merely players; they have their exits and their entrances; and one man in his time plays many parts, his acts being seven ages. Attiguo a casa sua stava un palazzo moresco, denunciato dal salmastro, orientale, come un riflesso sbiadito. Scrostato sotto le volte degli archi e sulle cupole. Abitato l’inverno da Cristiani comodi che nell’estate pagana cedevano le due ali sul mare per non morire di fame. (carmelo bene, nostra signora dei turchi) Sembrerà strano a qualcuno, ma Brunelleschi l’architettura l’aveva studiata solo da autodidatta, quando a trentasette anni vinse un concorso per la progettazione della cupola di Santa Maria del Fiore, una delle cattedrali più importanti mai costruite al mondo. Filippo era infatti di formazione orafo (e orologiaio), e forse proprio per questo la soluzione che aveva proposto non incontrò grandissimo seguito, tra gli addetti ai lavori: senza la possibilità di usufruire di un sostegno esterno, Brunelleschi si inventò un sistema di corde, archi di mattoni verticali e anelli di pietra e legno orizzontali, che come i cerchi di una botte avrebbero impedito alla cupola di cedere alla spinta laterale. Alcune sofisticate macchine furono progettate per portare i pesantissimi materiali a quell’enorme altezza, tra cui un paranco azionato da buoi. Una buona parte di queste informazioni sono tuttavia soltanto supposizioni, perché alla sua morte Brunelleschi non lasciò neppure uno schizzo della progettazione. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/brunelleschi.mp4 (credits in nota 2) Si è fatto un gran parlare delle dichiarazioni del capo della procura di Napoli, Nicola Gratteri, che ha detto che quelli che voteranno Sì al prossimo referendum sulla giustizia sono – a proposito di cupola – mafiosi e massoni. Ora, sebbene la linea del gorilla di Brassens appaia ancora convincente sull’approccio ai togati, Gratteri incluso, per quel poco che ci ho capito mi sembra abbastanza insano pensare di smantellare una lobby (il sistema delle correnti) intervenendo direttamente sulla separazione dei poteri e aumentando il controllo del potere politico sui magistrati. D’altronde, il procuratore capo di Napoli – uno showman ormai che manco il compianto Mario Musella – dovrebbe sapere che il confine tra mafiosi, massoni e politici nel nostro paese non è mai stato troppo netto. E pure i giudici, sulla cupola, non stanno esattamente sempre fermi a guardare. PM: Signor Mutolo durante lo svolgimento del maxi processo vi giunsero notizie sulla possibilità di un aggiustamento di questo processo?  GM: Guardi negli ultimi periodi l’assicurazione era quella: state tranquilli, noi dobbiamo subire una condanna per il discorso politico, insomma, in cui si doveva far credere al mondo intero che la mafia era tutta condannata, comunque in appello con i giudici di merito si darà un aggiustatina, però a Roma state tranquilli perchè c’è l’assicurazione che viene il processo buttato a terra. Già aveva preso piede che a Roma diciamo c’era il Presidente Carnevale, si parlava che c’era la persona giusta al punto giusto e quindi cioè non ci potevano essere problemi. […] PM: Signor Mutolo, in che modo Andreotti sarebbe dovuto intervenire su Carnevale? GM: Perchè era una cosa che ci interessava diciamo all’On. Andreotti, cioè l’On. Andreotti era l’esponente, per quanto concerneva Palermo, la Sicilia, che era il più stretto, che era in contatti con Salvo Lima, quindi Salvo Lima cioè mandò a dire, cioè parlò con Riina, con altre persone che ora io non è che posso sapere con quante persone ha parlato fuori. Io posso dire con quelli che si parlava dentro, che l’On. Andreotti aveva dei rapporti particolari. Però io non so se sono di parentela, se sono politici, se sono di amici, comunque l’assicurazione era quella, che a Roma il processo sarebbe stato buttato a terra, cioè già si sapeva va bene che quando questo processo arrivava a Roma con le carte vuote il processo doveva essere buttato a terra, cioè i detenuti dovevano passare per vittime, va bene, e i giudici che avevano istruito il processo dovevano essere dei giudici inquisitori. Anzi ci diceva che sicuramente dopo la sentenza che faceva il Presidente Carnevale sicuramente il giudice Falcone a quel punto se ne doveva andare in qualche paese sud africano per andare a fare l’ambasciatore con il giudice. (il pentito gaspare mutolo interrogato dal pm nel corso dell’udienza del processo per la morte di mino pecorelli del 30 maggio 1996) La scorsa settimana si è tenuto a Bagnoli un consiglio di municipalità, uno di questi momenti di farsa (lapsus: volevo dire “falsa”) partecipazione che stanno organizzando il sindaco di Napoli, in veste anche di commissario straordinario per la bonifica, il suo partito (il Pd), i suoi assessori e tutta una pletora di personaggi che cercano di risollevare la reputazione del baraccone Coppa America, ormai inviso alla maggior parte degli abitanti del territorio. Tra le varie scene comiche, c’è stata quella della vicesindaca Lieto che si siede da sola in un banco del parlamentino di via Acate, dopo che attivisti e altri abitanti hanno occupato gli scranni della giunta, e si becca fischi, pernacchi e improperi, mentre tutti gli uomini con lei presenti (il dirigente Auricchio, l’assessore Cosenza, i subcommissari Falconio e De Rossi) se la danno a gambe levate lasciandola da sola in balia della contestazione. Lo stesso Auricchio, che si vanta spesso di essere carabiniere e uomo delle istituzioni, qualche minuto dopo si avvicinava a uno dei cittadini che stava osservando la scena, apostrofandolo con un «ma tu a chi appartieni?», nel tipico slang dei “servitori dello Stato” e dei popoli barbari. Qui alla frontiera cadono le foglie, e benché i vicini siano tutti barbari e tu, tu sia a mille miglia di distanza, sul tavolo ci sono sempre due tazze. (anonimo, dinastia tang – 618-906) a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Luisa Conte in Non ti pago, di Eduardo De Filippo (1964) ² Marco Messeri, Aldo, Giovanni e Giacomo in Tu la conosci Claudia?, di Massimo Venier (2004)
February 22, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Sorriso
(disegno di ottoeffe) Le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà. (francesco guccini, vedi cara) Sorrisi abbastanza amari ha provocato la scorsa settimana la telecronaca dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano-Cortina fatta dal direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, che ne ha combinate di tutti i colori in mondovisione, sbagliando il nome dello stadio San Siro, confondendo Matilda De Angelis con Mariah Carey, la presidente del Cio con la figlia di Mattarella, e allietando gli spettatori con una serie di luoghi comuni del tipo “i brasiliani hanno il ritmo nel sangue” – ma a differenza dei napoletani…: https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/covatta.mp4 (credits in nota1) Il povero Petrecca nulla c’entra d’altronde con lo sport, cosa di cui non si occupava da secoli prima di essere nominato direttore della rete, e per di più non era stato impeccabile nemmeno come direttore di Rai News24, tanto da farsi sfiduciare dal voto contrario al suo piano editoriale da parte dell’83% dei suoi giornalisti. Semplicemente è stato messo lì dal governo nell’ambito della lottizzazione della televisione nazionale, altra pratica che scandalizza solo gli ipocriti, dal momento che è cinquant’anni, più o meno, che funziona così. https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/02/andreotti.mp4 (credits in nota2) La parola “lottizzazione” fu coniata a fine anni Sessanta da Alberto Ronchey, giornalista, saggista e poi pure ministro in un governo Ciampi, che denunciò con una lettera a La Malfa la spartizione delle cariche in Rai. La lottizzazione divenne pratica alla luce del sole qualche anno dopo, con il cosiddetto “patto della Camilluccia”, che prendeva il nome dalla strada romana su cui sorgeva una splendida villa della Democrazia Cristiana. Dopo una divisione dei posti tra Dc (Rai Uno) e Socialisti (Rai Due), negli anni del compromesso storico e dopo la nascita dell’attuale Rai Tre anche il Partito comunista reclamò la sua parte, prendendosi quella che diventerà poco tempo dopo Tele-Kabul. La situazione più difficile da gestire, come racconta Daniele Zaccaria sul Dubbio, riguardava però la rete ammiraglia, con un alternarsi di nomine dovute ai continui cambiamenti dei rapporti di forza interni tra andreottiani, fanfaniani, forlaniani, e demitiani, “in particolare nelle testate giornalistiche con gli inviati ‘a libro paga’ riconoscibili per via degli accenti regionali: all’inizio degli anni Ottanta, per esempio, ci fu l’assalto degli avellinesi incarnato dall’approdo di Biagio Agnes, amico stretto di De Mita, alla direzione generale”. (credits in nota3) Ogni anno, il 14 febbraio, un timido sorriso di nostalgia fa capolino sul mio viso alleviando la tristezza per l’anniversario della morte di Marco Pantani, ricordando il casino che io e un caro amico montammo in un pub quella sera di ventidue anni fa, quando nell’intervallo di un indecente Bologna-Juventus apprendemmo della morte per overdose dell’indimenticato pirata, nel motel Le Rose di Rimini (per uno strano gioco del destino, tra i cantori delle imprese di Pantani c’era il telecronista Auro Bulbarelli, giornalista defenestrato venti e passa anni dopo da Petrecca per motivi ridicoli, a poche ore dalla telecronaca olimpica dello scandalo, e da lui sostituito). Mentre la notizia della morte del nostro eroe colpiva me e U. come un fulmine a ciel sereno, quella sera, a pochi centimetri da noi due compagni di classe continuavano impunemente a pomiciare, palpeggiandosi sulle panchine di legno senza rispetto alcuno per il nostro lutto (non ricordo se gli intervenuti per sedare la rissa che stava per scoppiare era gente seduta con noi al tavolo o altri astanti del locale, ma forse questo dettaglio non ha importanza neppure per questa rubrica). Vale la pena invece ricordare il sorriso fragile dell’antieroe della bicicletta, ammazzato da una macchina infernale che l’aveva schiacciato con una violenza inaudita e per ragioni che neppure i processi sulla vicenda sono riusciti a chiarire del tutto (per approfondire: una bella intervista a Gianni Mura a dieci anni dalla morte del Pirata e una altrettanto bella alla mai rassegnata mamma Tonina, che nemmeno per un secondo ha creduto alla colpevolezza di suo figlio nel caso Madonna di Campiglio, che diede inizio al calvario) (una foto di marco pantani a metà anni novanta) Ho appreso via radio qualche giorno fa della reunion dei Portishead per il concerto Together for Palestine organizzato a Wembley da Brian Eno. Sono andato a sentirmi l’arrangiamento di Roads fatto per l’occasione, dopo qualche ora, a casa, e l’ho trovata più devastante di sempre. Per i fan, oltre alla musica, vale la pena guardare il video, anche perché Beth Gibbons è molto invecchiata ma è bellissima anche a sessant’anni. A proposito di anni che passano e di sorrisi, noto che ad aprile diventerà maggiorenne persino Third (2008), l’ultimo album registrato dal gruppo inglese in studio, e la cui canzone più bella è senza dubbio Nylon Smile. Nel frattempo anche se il trip-hop è morto, e Bristol era una città orribile già nel 2010 quando l’ho visitata, i Massive Attack hanno tolto tutti i loro album da Spotify per protesta contro gli investimenti del suo proprietario nell’AI militare israeliana. I struggle with myself Hopping I might change a little Hopping that I might be Someone I wanna be Looking out I wanna know someone might care Looking out I want a reason to be there ‘Cause I don’t know what I’ve do to deserve you And I don’t know what I’ll do, without you Looking out I want to know some way might clear Looking out I want a reason to repair ‘Cause I don’t know what I’ve done to deserve you And I don’t know what I’ll do without you. a cura di riccardo rosa __________________________ ¹ Stefano Sarcinelli e Giobbe Covatta in Tribuna Politica, 1993 ² Leo Gullotta, Giulio Andreotti, Pippo Franco e Oreste Lionello in Biberon, 1998 ³ Renzo Arbore,  in: FF.SS. – Cioè: “…che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?”, di Renzo Arbore (1983)
February 14, 2026
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La parola della settimana. Assurdo
(disegno di ottoeffe) Organizzate eventi sul fratello minore di Mussolini, sul segretario del Partito nazionale fascista Ettore Muti: vi ritenete un centro di ricerca di destra? «Molti ci vedono a destra, ma abbiamo superato questa vecchia dicotomia. Presto pubblicheremo un libro su Che Guevara». Il titolo? «Che Guevara visto da destra». (ilcentro.it, Ultradestra d’Abruzzo, il responsabile del Centro studi: «È formazione culturale. I nostri iscritti crescono») Credo di aver già scritto, in questa rubrica, di una brava insegnante di francese che avevo alle superiori. Una volta scelta la parola di questa settimana, mi sono ricordato di una sua lezione che mi piacque molto, un lunedì mattina del quarto o del quinto anno a occhio e croce. Va detto che -pr aveva la sfortuna di doversi accollare le prime due ore del primo giorno della settimana, che coincidevano per noi studenti con il momento di conteggio del Fantacalcio (non c’erano le app automatiche di oggi, si faceva tutto con carta, penna e Corriere o Gazzetta dello Sport): una pratica che implicava l’abbassamento da parte di almeno mezza classe di una soglia d’attenzione già di per sé non esattamente elevata. A conteggi finiti anche io incominciai ad ascoltare. Essendomi perso la parte iniziale della lezione, però, per un bel po’ non riuscì a capire come mai dovevamo studiare in letteratura francese la produzione teatrale di un autore irlandese e di un movimento a cui era stato dato nome da un critico ungherese, con un saggio, The Theatre of the Absurd, scritto in inglese. Trentanove anni, oggi, sano come un pesce, a parte la mia vecchia debolezza, e intellettualmente ho adesso ogni motivo di credere sulla… (esita)… cresta dell’onda… o da quelle parti. Celebrata l’orrenda ricorrenza, come sempre in questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Rimasto a sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a separare il grano dalla pula. Buttata giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di nuovo nella mia tana, nei miei vecchi stracci. Appena mangiato, mi spiace dirlo, tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per un uomo nel mio stato. (samuel beckett, l’ultimo nastro di krapp) Ho letto per la prima volta un mesetto fa L’ultimo nastro di Krapp. Personalmente odio le banane, ma per quanto ne sappia hanno un sacco di virtù. Per cui una delle cose che mi sono chiesto mentre leggevo è quale fosse lo stato di quell’uomo per cui queste, mi riferisco alle banane, potessero risultare così micidiali. Ci ho messo un po’ anche a capire – forse per colpa di quei venti minuti impiegati a fare i conteggi del Fantacalcio – come mai il protagonista di quel lavoro ce l’avesse così profondamente con il tempo, tanto da flagellarsi con l’ascolto delle vecchie bobine registrate negli anni precedenti e tanto da consacrare il ricordo di un sé che disprezza e condanna a ultima immagine, anzi ultimo suono, della sua vita. L’opera si conclude con Krapp che fissa il vuoto sul palcoscenico in silenzio, e il nastro, ormai finito, che gira a vuoto nel registratore. (credits in nota1) Beckett mi è sembrato più lineare di un Armony davanti a una puntata di qualche giorno fa di Otto e mezzo, in cui l’ospite principale era tale Leonardo Maria Del Vecchio, giovane miliardario e principale erede del fu padrone di Luxottica. Del Vecchio, trent’anni, si è presentato davanti alle telecamere di La7 in un bel completo blu e uno stato di apparente trance, da far probabilmente temere i propri cari per la sua salute: lunghissime pause, capacità argomentative di un tredicenne strafatto di Diazepam, labbra e altre terminazioni nervose del volto che gli pulsavano all’impazzata non appena il discorso si faceva più insidioso (tipo quando è stata tirata in ballo l’accusa di omissione di soccorso che gli pende sulla fedina penale, dopo un grave incidente stradale nel 2025 sulla tangenziale di Milano). (credits in nota 2)  Come sempre, davanti all’assurdità di questi personaggi, quelli che mi fanno più incazzare sono quelli di sinistra, o presunti tali, e nel caso specifico Gruber e Giannini (chiedo scusa a chi si sente realmente di sinistra, ma è meglio definirli tali che beccarsi una querela qualificandoli in altro modo). Se nella parte del gran cortigiano c’era il tiratissimo Italo Bocchino, che si prodigava in difese d’ufficio al miliardario talmente ruffiane da risultare comiche, il quadretto si completava con le cannonate sulla Croce Rossa che Gruber e Giannini sparavano, credendo di mettere alla gogna il giovane miliardario con continue provocazioni e – questa è una specialità della giornalista ex Rai – facendo di tutto per tirargli di bocca frasi sconvenienti. Come se aspettassimo l’uscita dalle quinte di Godot, io e g. siamo rimasti con occhi sbarrati ad ammirare lo spettacolo, tra la prosopopea di quei due che si compiacevano di aver fatto domande scomode al loro ospite, il giovane che non vedeva l’ora di uscire di lì e fare serata, e una domanda in fondo ingenua che rimaneva latente nell’aria: ma cosa cazzo l’avete invitato a fare? a cura di riccardo rosa ________________________ ¹ Rudiger Vogler in: Lisbon Story, di Wim Wenders (1994) ² Intervista a Filangieri Giuseppe, Cinico tv (1992)
January 31, 2026
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