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Di fronte al trauma di una società intera
È L’ESPOSIZIONE QUOTIDIANA ALLA VIOLENZA, ALLA PAURA, ALL’UMILIAZIONE, ALL’IMPOTENZA A DEFORMARE LA VITA PSICHICA DI CHI VIVE IN PALESTINA. MA NON BASTA METTERE LE PERSONE NELLA POSIZIONE DI PAZIENTI DA CURARE: OCCORRE ACCOMPAGNARLE NEL RICOSTRUIRE COLLETTIVAMENTE I LEGAMI CHE LA VIOLENZA SPEZZA. LA CURA DIVENTA ALLORA UN GESTO PROFONDAMENTE SOCIALE E POLITICO. ANCHE SCRIVERE PUÒ DIVENTARE UN GESTO POLITICO: C’È UN’INTERA MOLTITUDINE DI POETI, GIORNALISTI E GIORNALISTE, STUDENTI E STUDENTESSE, MADRI E MEDICI CHE USANO NOTE VOCALI, DIARI E POST PER LASCIARE UNA TRACCIA E NON LASCIARSI CANCELLARE. NON SI TRATTA SOLTANTO DI TESTIMONIARE CIÒ CHE STA ACCADENDO, LA SCRITTURA È IL MODO CON CUI PROVARE A SOTTRARSI ALLA TRASFORMAZIONE CHE LA VIOLENZA IMPONE: DIVENTARE SOLTANTO UN CORPO IN FUGA, UN NUMERO, UNA VITTIMA. LA POTENZA DI DUE LIBRI: UNA PSICHIATRA PALESTINESE RACCONTA DI SAMAH JABR E SCRIVO PER RESTARE UMANO DI MUHAMMAD AL-ZAQZOUQ Foto Milano InMovimento -------------------------------------------------------------------------------- «Nel nostro paese, come in ogni altro luogo sotto occupazione, è impossibile essere dei buoni medici se non si è anche degli attivisti». È una frase di Samah Jabr, psichiatra palestinese, raccolta nel libro Trauma infinito. Una psichiatra palestinese racconta, scritto con Maria Nadotti e pubblicato da Feltrinelli. Colpisce perché sposta subito il significato della cura. Non basta conoscere bene una diagnosi, né saper intervenire sul dolore di una singola persona, quando quel dolore nasce dentro una realtà che continua a produrlo. Prima ancora della malattia c’è la storia che l’ha generata, e ignorarla significa rischiare di trasformare in problema individuale ciò che individuale non è. Per Jabr il trauma palestinese è «coloniale, deliberato, ripetitivo, cumulativo e transgenerazionale». Non è soltanto ciò che accade in un momento di violenza estrema, ma ciò che si deposita nel tempo quando la violenza diventa una condizione dell’esistenza. È l’esposizione continua alla paura, all’umiliazione, all’impotenza a deformare la vita psichica. E quando una persona arriva a dire di non voler più vivere, non sta necessariamente chiedendo la morte: può stare dicendo, come osserva Jabr, «vorrei vivere senza paura, senza impotenza, senza umiliazione». È una riflessione fondamentale perché restituisce alla sofferenza una dimensione che spesso le viene tolta. Anche il dolore psichico ha una storia. Può essere la risposta di una persona a qualcosa che le è accaduto, ma può anche essere il risultato di una condizione che continua ad accadere, che non lascia il tempo di elaborare ciò che è stato perché già impone qualcosa di nuovo da sopportare. Per questo Jabr parla della necessità di decolonizzare la cura. Non significa negare la dimensione individuale della sofferenza, ma evitare che la persona venga ridotta alla propria sofferenza. Se si guarda soltanto al sintomo, si rischia di non vedere ciò che lo produce e, soprattutto, di considerare malato chi sta reagendo a una situazione profondamente malata. C’è poi un altro passaggio ancora più significativo. Di fronte al trauma di una società intera, dice Jabr, non basta mettere le persone nella posizione di pazienti da curare. Occorre accompagnarle nel ricostruire quei legami che la violenza ha spezzato. La cura diventa allora un gesto sociale e politico: non perché lo psichiatra debba trasformarsi in militante, ma perché non può fingere che la sofferenza sia separabile dalle condizioni nelle quali le persone sono costrette a vivere. È qui che entra la parola sumud, che Jabr aveva già approfondito nel suo libro Sumud. Resistere all’oppressione. È una parola che viene spesso tradotta con «resilienza», ma che lei considera difficilmente traducibile. È bene che rimanga così, perché «resilienza» rischia di suggerire una capacità quasi individuale di resistere agli urti e di tornare come prima. Il sumud racconta qualcosa di diverso. È il continuare a esserci quando ciò che ti circonda cerca di convincerti che non hai più posto, che non hai più futuro, che non hai più la possibilità di incidere sulla tua stessa vita. Non è immobilità e non è rassegnazione. Ma nemmeno una parola eroica. Dentro il sumud ci sono la paura, la stanchezza, il lutto, la fatica. C’è il bisogno degli altri e ci sono le forme quotidiane attraverso cui una comunità prova a non disgregarsi. È una resistenza che passa dalla cura reciproca, dalla memoria, dalla cultura, dal continuare a insegnare, a scrivere, a raccontare. Questo permette di comprendere a fondo il libro di Muhammad al-Zaqzouq, Scrivo per restare umano, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Andrea Puglisi. Al-Zaqzouq è poeta e operatore culturale, nato nel campo profughi di Khan Younis. Dopo l’inizio della guerra, lui, la moglie e i loro tre figli sono costretti a spostarsi continuamente. Ma chiamare tutto questo semplicemente «fuga» non restituisce quello che accade. Non c’è un luogo verso cui fuggire. C’è uno spostamento incessante davanti a una violenza che obbliga a ricominciare continuamente da un altro punto. E lui scrive. Al-Zaqzouq non è una voce isolata: insieme a lui c’è un’intera moltitudine di poeti, giornalisti, studenti, madri e medici che usano note vocali, diari e brevi post per lasciare una traccia e non lasciarsi cancellare. Raccogliere e far circolare questi racconti è la prima responsabilità di chi sta all’esterno. Al-Zaqzouq scrive mentre perde la casa, mentre cerca un posto per i figli, mentre aspetta notizie dei familiari, mentre gli oggetti della sua vita vengono lasciati indietro. Scrive per non perdere se stesso. Il titolo del libro, Scrivo per restare umano, dice già molto. Non si tratta soltanto di testimoniare ciò che sta accadendo. La scrittura diventa il modo attraverso cui una persona prova a sottrarsi alla trasformazione che la violenza vorrebbe imporle: diventare soltanto un corpo in fuga, un numero, una vittima, qualcuno che reagisce soltanto alla paura. In questo senso le parole di al-Zaqzouq incontrano quelle di Jabr in un punto essenziale. Se il trauma tende a produrre impotenza, scrivere è un gesto concreto per tornare a essere soggetti. Non cancella il dolore e non mette ordine nel mondo. Ma permette almeno di affermare: io sono ancora qui, sto guardando, ricordo, provo a dare un nome a ciò che accade. Nel racconto di al-Zaqzouq la guerra non distrugge soltanto gli edifici. Distrugge la continuità della vita. Una casa non è soltanto un luogo dove dormire: contiene fotografie, libri, vestiti, giocattoli, utensili, alberi, abitudini, ricordi. Contiene la storia di una famiglia. Quando quella casa scompare, non scompare soltanto uno spazio fisico. Si interrompe ciò che teneva insieme passato e futuro. Eppure, proprio mentre tutto questo viene distrutto, qualcosa continua a tenere insieme le persone. Sono i legami familiari, l’ospitalità, la capacità di aprire una tenda o una stanza a chi arriva senza più nulla. I parenti si cercano, si aspettano, si dividono quello che hanno. Al-Zaqzouq racconta momenti nei quali non sa dove siano i suoi familiari e aspetta che qualcuno ricompaia. Quando finalmente si ritrovano, piangono insieme: è il sollievo dentro una condizione che continua a essere terribile. Lì si comprende che la resistenza non è necessariamente qualcosa di straordinario. A volte è il fatto che qualcuno apra la porta. Che una famiglia accolga un’altra famiglia. Che si continui a chiamare un parente disperso. Che si cerchi di tranquillizzare un bambino mentre fuori esplodono le bombe. Che si racconti ciò che è accaduto per non lasciare che anche la memoria venga cancellata. Al-Zaqzouq scrive che il tempo della guerra è un flusso continuo di perdita e devastazione, interrotto soltanto dall’attesa della prossima cosa terribile. È una delle immagini che più avvicinano il suo racconto alle parole di Jabr sul trauma. Quando il pericolo non finisce, il corpo e la mente non hanno la possibilità di tornare alla normalità. Il passato non è passato e il futuro non riesce ancora a esistere. E tuttavia, dentro questo tempo sospeso, continuano a esserci gesti che costruiscono una forma diversa di tempo. Scrivere. Ricordare. Aspettare qualcuno. Prendersi cura dei bambini. Ritrovarsi. Raccontare una storia. Sono gesti fragili, ma impediscono che la violenza abbia l’ultima parola sulla definizione di ciò che una persona è. È questo il punto in cui il sumud smette di essere una parola da spiegare e diventa qualcosa che si può riconoscere nelle pagine di al-Zaqzouq. Non come una virtù che chiediamo ai palestinesi di possedere, quasi dovessero dimostrare al mondo la loro capacità di sopportare. Sarebbe un altro modo di caricare sulle vittime il compito di essere esemplari. Il sumud nasce piuttosto dalla necessità di continuare a vivere quando vivere è diventato così difficile. E comprende anche il diritto alla paura, alla disperazione, alla stanchezza. È importante accostare questi due libri. Jabr guarda il trauma dalla parte di chi cerca di curarlo senza separarlo dalla storia che lo produce. Al-Zaqzouq lo attraversa dall’interno e prova a raccontarlo mentre accade. Una parla della necessità di non ridurre una persona al suo sintomo; l’altro scrive per non essere ridotto a ciò che la guerra sta facendo di lui. Entrambi, in modi diversi, parlano di una stessa cosa: della lotta per conservare la propria soggettività quando la violenza cerca di cancellarla. E allora «restare umani» non significa essere migliori della violenza che si subisce, né riuscire a mantenere sempre coraggio, lucidità e speranza. Significa qualcosa di più semplice e più difficile: non permettere che la distruzione degli altri e del mondo finisca per distruggere anche la possibilità di riconoscersi ancora come persone, capaci di relazione, di memoria, di parola. «Nessun trauma può davvero essere infinito», scrive Jabr. Può essere lungo, intollerabile, atroce. Ma non infinito. Anche la scrittura di al-Zaqzouq nasce da questa ostinazione. Scrivere mentre tutto sembra voler cancellare il futuro significa affidare a qualcuno, anche a chi leggerà molto lontano da Gaza, una traccia di ciò che è accaduto. Non per trasformare il dolore in una lezione, né per chiedere ammirazione per chi resiste. Piuttosto per impedire che l’abitudine, la distanza e il tempo trasformino le persone in immagini che abbiamo già visto troppe volte. Scrivo per restare umano. Che cosa facciamo delle parole di chi, mentre cerca di non perdere la propria umanità, prova ancora a raggiungerci? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Di fronte al trauma di una società intera proviene da Comune-info.
September 30, 2026
Comune-info
Dalla parte di chi viene legato
La campagna «Date i numeri» per chiedere che le Regioni superino la contenzione meccanica. Il comunicato del Collettivo Artaud e la reticenza della Regione Toscana. DATE I NUMERI! Per un reale superamento della contenzione meccanica. A partire dalla Regione Toscana «» […] Dopo un brevissimo, direi quasi inutile, colloquio con il medico di turno, uscii dalla stanza convinta di dover
September 25, 2026
La Bottega del Barbieri
La malattia mentale – di Marco Ciambellini
La malattia mentale costituisce il nucleo critico dei saperi psy, ed è al centro di dispute riguardanti i criteri di demarcazione della psicopatologia. La malattia mentale pone problemi sulla relazione tra cultura e biologia, tra cervello e fenomenologia, tra coscienza e sociale, tra esistenziale e linguaggi possibili. Finora, nonostante la grande quantità di letteratura [...]
July 11, 2026
Effimera
La psichiatria che non si racconta in immagini e documenti inediti
La mostra documentario fotografica “Psichiatria e Diritti Umani” in esposizione a Roma dal 30 maggio al 2 giugno e poi a Verona dall’11 giugno è allestita a cura del Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani ODV, che nel pomeriggio di sabato prossimo presenterà il percorso della rassegna. A Roma il Palazzo Colonna Coffee House e a Verona la Sala Espositiva Comunale Renato Birolli si trasformano in uno spazio di riflessione storica ospitando un’esposizione documentaria di rara intensità. Il percorso analizza l’evoluzione delle pratiche psichiatriche dalle origini fino alla contemporaneità, gettando luce sui capitoli più cupi del secolo scorso: dalle derive ideologiche dei lager nazisti e dei gulag sovietici fino alla stagione delle sperimentazioni invasive e alle dinamiche odierne della disciplina. UN ARCHIVIO MULTIMEDIALE TRA STORIA E TESTIMONIANZA L’allestimento si presenta con una struttura profondamente rinnovata, concepita per un’esperienza immersiva e accessibile a un pubblico internazionale. Grazie all’integrazione di supporti multimediali multilingua, quadri sinottici e un vasto repertorio di materiale audiovisivo, i visitatori possono consultare documenti d’archivio che tracciano un filo rosso tra passato e presente. GLI ULTIMI MANICOMI Di particolare rilievo è la sezione dedicata ai “residui manicomiali”, una cronaca visiva che documenta lo stato delle strutture totali oltre un decennio dopo la riforma legislativa del 1978. Attraverso le immagini delle ispezioni parlamentari condotte negli anni ’90, la mostra offre una testimonianza diretta di realtà rimaste a lungo nell’ombra nonostante i decreti di chiusura. Questi scatti, crudi e solenni, non sono solo una documentazione burocratica, ma un invito civile a riflettere sul tema.   ROMA – Palazzo Colonna Coffee House – piazza dei Santi Apostoli, 67 dal 30 maggio al 1° giugno dalle 11 alle 21 / il 2 giugno dalle 11 alle 19:30 conferenza inaugurale : 30 maggio ore 17:00  VERONA – Sala Espositiva Comunale Renato Birolli – via Macello, 17 inaugurazione: giovedì 11 giugno alle 18:30, ospiti speciali i Senza Camice‘, con due brani dedicati ai diritti umani e al dottoro Giorgio Antonucci , il medico che ha dedicato la vita a smantellare i metodi coercitivi della psichiatria tradizionale domenica 14 giugno alle 18:30 presentazione del libro Che cosa non è la malattia mentale di Catterina Verona – L’autrice attraverso la sua opera metterà in luce le ombre dell’attuale sistema psichiatrico italiano, in cui il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) rischia di compromettere le libertà e la dignità dei cittadini. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU) OdV è un’organizzazione di volontariato non a scopo di lucro dedita alla vigilanza e difesa dei Diritti Umani nel campo della Salute Mentale. É stato fondato in Italia nel 1979, diventato una Onlus nel 2004 e trasformato in OdV nel 2023. Per statuto, il CCDU condivide e fa propri i principi sanciti dal Citizens Commission on Human Rights International (CCHR), che ha sede a Los Angeles, fondato nel 1969 dalla Chiesa di Scientology e dal compianto professor Thomas Szasz, professore emerito di psichiatria all’Università Statale di New York a Syracuse e autore di fama internazionale. Riconosciuto da uno speciale rapporto della Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani come fautore di molte grandi riforme che tutelano le persone dagli abusi psichiatrici, il CCHR ha documentato migliaia di casi, dimostrando come i farmaci psichiatrici e pratiche psichiatriche brutali creino insania e causino violenza. Con la sua Dichiarazione dei Diritti Umani sulla Salute Mentale, il CCHR ha tracciato una linea guida che funge da bussola per le riforme nel campo della salute mentale. Il CCHR opera regolarmente come consulente per l’ONU e l’OMS, recentemente, ha collaborato alla stesura delle linee guida Salute mentale, diritti umani e legislazione pubblicate il 9 ottobre 2023 in cui viene esplicitamente citato e ringraziato per il contributo volto a promuovere un approccio basato sulla dignità, l’autodeterminazione e la capacità giuridica della persona. Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
Sestri Levante, 24 maggio: «Pazzi da morire»
al circolo Matteotti dalle 13 (con pranzo) o dalle 15. SESTRI LEVANTE domenica 24 MAGGIO c/o il Circolo Matteotti in via per Santa Vittoria 121 ore 13 pranzo benefit ore 15 il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud presenta : «PAZZI DA MORIRE. Le Storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria» Edizioni Sensibili alle foglie https://www.facebook.com/watch/?v=1338017728178919 106 storie. 106
Eventi estremi e come influenzano la mente e la psiche delle persone
Gli eventi più estremi causati dal cambiamento climatico, sempre più frequenti, non stanno solo modificando l’ambiente a breve e a lungo termine, ma, stanno anche generando gravi problemi di salute mentale che dipendono dai contesti, dalla vulnerabilità dei gruppi e dei singoli cittadini e dall’impatto di tale cambiamento sulle diverse realtà territoriali. Il clima influenza profondamente la società, l’economia e le crisi globali rappresentano una minaccia per il benessere psichico e mentale. Queste trasformazioni complesse fanno emergere nuovi fenomeni psichici di rilievo per la psicologia e la psichiatria, come l’ eco-ansia, stress climatico, paura, vulnerabilità psicologica e gli effetti che eventi estremi come alluvioni, piogge intense, siccità,incendi possono avere sulla salute mentale individuale e collettiva, soprattutto in un territorio fortemente alluvionato. Scenari inquietanti che rendono necessari nuovi strumenti di comprensione e nuove risorse terapeutiche. Questo argomento sarà trattato dal dottor Paolo Cianconi, medico psichiatra, antropologo e ricercatore, conosciuto a livello internazionale per il suo lavoro sui temi della salute mentale, dell’etnopsichiatria e dell’impatto psicologico che gli eventi estremi stanno provocando e su come poterli affrontare. Il dottor Cianconi è particolarmente apprezzato anche per la sua capacità divulgativa e comunicativa, capace di rendere interessante e piacevole l’ascolto. Il convegno si svolgerà sabato 23 maggio dalle ore 9 alle ore 12 presso la Sala Campostrino di Forlì. L’evento è gratuito ed è organizzato da WWF Forlì-Cesena e da ISDE Forlì-Cesena nell’ambito del BiodiversyFest 2026 in collaborazione con il Comune di Forlì. Porterà i saluti istituzionali il Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Forlì, Vincenzo Bongiorno. Interverranno inoltre: – Alberto Granata, presidente ISDE Forlì-Cesena -Monica Paccetti, Centro Studi G. Donati AUSL Romagna – Leonardo Belli, Associazione Romagnola Ricerca Tumori I cittadini sono invitati a partecipare a questo importante momento di approfondimento e confronto, rivolto a tutti ed in particolare ai giovani Redazione Romagna
May 21, 2026
Pressenza
Modena non è Taranto ma la propaganda ignora sempre…
… le tragedie vere e i problemi da affrontare il giorno prima. Anche il malessere psichico è strumentalizzato – il giorno dopo – da chi ci sgoverna e dai media compiacenti. di Vito Totire (*) Sul grave e drammatico “fatto” di Modena … Non abbiamo visto tanti ministri né il presidente della Repubblica a Taranto alla manifestazione indetta per l’omicidio