Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia
Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa.
Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e #NATO di
rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in
prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio
Oriente. #sigonella #muos
https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
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La Campania che cresce e non converge, il benessere che manca
Secondo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale
della Banca d’Italia “L’economia della Campania” (giugno 2026). Se l’occupazione
cresce ma resta fragile, quali effetti produce sulle condizioni di vita delle
famiglie? Redditi, povertà, welfare e benessere raccontano una regione che
migliora, ma continua a inseguire la media nazionale.
Il primo articolo di questo dittico ha documentato, dati alla mano, che il
mercato del lavoro campano cresce per flussi ma non per struttura: più occupati
nel 2025, ma salari reali erosi nel lungo periodo, tasso di occupazione
lontanissimo dalla media nazionale, NEET al doppio del dato italiano. Questo
secondo articolo racconta cosa produce quella struttura quando si misura il suo
effetto sulle condizioni di vita delle famiglie. Il rapporto annuale della Banca
d’Italia sull’economia campana, pubblicato nel giugno 2026, offre su questo
terreno una documentazione di rara precisione.
Il reddito disponibile lordo pro capite delle famiglie campane nel 2024 — ultimo
anno con dati Istat definitivi — era di circa 17.200 euro, quasi un quarto in
meno della media nazionale. Nel 2025 è cresciuto in termini reali dell’1,5%, più
della media italiana (0,9%). Anche qui vale l’avvertenza già formulata per
l’occupazione: crescere più velocemente della media quando si parte da un
livello inferiore di un quarto non significa convergere, ma inseguire. E
l’inseguimento, a questo ritmo, richiede decenni. La spesa familiare media
mensile in Campania nel 2024 era di 2.100 euro, circa tre quarti di quella
italiana. I consumi nel 2025 sono cresciuti dell’1,1% in termini reali, in linea
con la media nazionale: anche qui la crescita c’è, ma parte da lontano.
C’è un dato apparentemente positivo che il rapporto registra e che richiede una
lettura attenta. L’indice di Gini — misura sintetica della disuguaglianza nei
consumi — è in Campania pari a 0,29, inferiore al valore nazionale di 0,31.
Anche il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero è inferiore alla
media italiana: 4,2 contro 4,9. Ma la lettura può essere fuorviante: la minore
disuguaglianza interna non deriva necessariamente da una redistribuzione
riuscita, bensì da una compressione verso il basso. L’intera distribuzione
campana è spostata verso livelli di spesa inferiori rispetto a quelli nazionali
e le distanze interne risultano minori perché i valori più elevati sono meno
elevati. La Campania appare più uguale nel modo in cui lo è una regione in cui
la ricchezza è diffusamente assente, non diffusamente condivisa.
La povertà relativa colpisce il 21% delle famiglie campane, contro l’11% della
media italiana. Quasi il doppio. I dati sulla povertà assoluta, disponibili a
livello di macroarea per il 2024, indicano che nel Mezzogiorno circa il 10,5%
delle famiglie e il 12,5% degli individui presenta una spesa inferiore al
livello minimo considerato essenziale. La distribuzione delle famiglie campane
lungo i quinti di spesa nazionali mostra una marcata concentrazione nei primi
due quinti, quelli con i livelli di consumo più bassi. In questi segmenti pesano
maggiormente le famiglie con minori, quelle con componenti stranieri e quelle in
cui la persona di riferimento possiede un basso titolo di studio. La povertà
campana ha quindi un profilo demografico preciso: colpisce i bambini, colpisce
chi è immigrato, colpisce chi ha minori opportunità formative. Non è una povertà
distribuita casualmente, ma stratificata lungo le stesse linee di fragilità che
attraversano l’intero Paese, amplificate da un contesto strutturalmente più
debole.
Su questo sfondo si innestano le misure di sostegno al reddito, che il rapporto
documenta con dettaglio. L’Assegno di Inclusione (AdI), introdotto a inizio 2024
in sostituzione del Reddito di Cittadinanza, ha raggiunto nel 2025 poco più di
197.000 nuclei familiari campani, coinvolgendo quasi 528.000 persone. La quota
di beneficiari residenti è salita al 9,5% della popolazione, contro il 7,2%
della media del Mezzogiorno. La Campania presenta una concentrazione di
destinatari dell’AdI superiore persino alla media meridionale: non è un primato,
ma una misura della profondità del bisogno. L’importo medio mensile è salito a
819 euro dai 660 del 2024, per effetto dell’innalzamento delle soglie ISEE
introdotto dalla legge di bilancio 2025. Più famiglie e importi più elevati: le
modifiche normative hanno ampliato la platea. Ma l’ampliamento della platea
dell’AdI non rappresenta di per sé un segnale di efficacia delle politiche di
contrasto alla povertà: indica piuttosto che il numero di persone in difficoltà
era più ampio di quanto la soglia originaria riconoscesse.
Il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), destinato ai soggetti
considerati occupabili esclusi dall’AdI, ha raggiunto in Campania 48.000
individui, pari all’1,6% della popolazione tra i 18 e i 59 anni, contro lo 0,6%
della media nazionale. Quasi tre volte tanto. Questo dato non suggerisce
necessariamente una maggiore efficienza delle politiche attive regionali, ma
segnala una distanza strutturalmente più profonda dal mercato del lavoro. I
beneficiari campani dell’SFL hanno percepito il beneficio per una media di 4,7
mesi: nella maggior parte dei casi il percorso di formazione e accompagnamento
non si è tradotto rapidamente in un’occupazione stabile.
L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto 674.000 famiglie campane nel 2025, con
circa 1 milione e 90 mila figli beneficiari. L’importo medio mensile per figlio,
pari a 186 euro, è leggermente superiore alla media italiana (173 euro), perché
in Campania il 67% dei figli destinatari appartiene a nuclei con ISEE fino a
17.227 euro, contro il 51% registrato a livello nazionale. La componente
economicamente fragile è dunque molto più ampia. Il bonus asili nido raggiunge
il 25,5% dei bambini sotto i tre anni, contro il 32,8% italiano: un divario che
non dipende esclusivamente dal reddito, ma anche dalla minore capacità dei
servizi territoriali di soddisfare la domanda.
La valutazione sintetica più sistematica proposta dal rapporto è quella degli
indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES), elaborati dall’Istat. La
Banca d’Italia costruisce un indice composito, denominato r-BES, che aggrega
dodici domini in quattro macro-ambiti: economia e lavoro, relazioni e
istituzioni, capitale umano e sociale, qualità del contesto e ambiente. La
Campania si colloca sotto la media nazionale in tutti e quattro gli ambiti. Il
divario più marcato riguarda il capitale umano e sociale, dove incidono
condizioni di salute peggiori, livelli di istruzione inferiori e competenze
giovanili più deboli. Seguono economia e lavoro, con indicatori occupazionali e
reddituali che riflettono quanto già descritto, e relazioni e istituzioni,
ambito nel quale la regione soffre soprattutto negli indicatori relativi alle
relazioni sociali e alla valorizzazione del patrimonio culturale come fattore di
sviluppo.
Il rapporto registra però anche un elemento positivo che merita attenzione. Tra
il 2018 e il 2024 l’indice r-BES campano è migliorato del 24,7%, più del doppio
della crescita nazionale (12,1%) e sensibilmente oltre il dato del Mezzogiorno
(21,2%). Il recupero è reale. Non si tratta di una narrazione politica, ma di
una misurazione statistica. La Campania migliora più rapidamente della media in
quasi tutti gli ambiti del benessere. Il problema è che questo recupero parte da
una distanza tale dalla media nazionale che anche un ritmo di crescita superiore
richiede ancora molti anni per colmare il divario. Sul piano provinciale,
Benevento, Avellino e Salerno presentano indicatori migliori della media
regionale; Napoli e Caserta si collocano al di sotto, pur con Napoli che mostra
risultati relativamente migliori nell’ambito delle relazioni e delle
istituzioni.
Infine, la ricchezza. Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie
campane ammontava a 725 miliardi di euro, circa 130.000 euro pro capite: poco
più dei due terzi della media nazionale. Ma il dato più significativo è quello
di lungo periodo. In termini reali, tra il 2014 e il 2024, la ricchezza netta
campana è diminuita del 10,5%. Le famiglie campane non soltanto guadagnano meno:
nel corso dell’ultimo decennio sono diventate più povere anche dal punto di
vista patrimoniale. Il calo del valore reale delle abitazioni, che rappresentano
la componente principale della ricchezza delle famiglie, ha inciso più
dell’aumento delle attività finanziarie. E poiché la casa costituisce per
moltissimi nuclei l’unica forma di accumulazione patrimoniale disponibile,
questa riduzione del valore immobiliare ha eroso anche quella riserva.
Il quadro complessivo delineato dal rapporto è quello di una regione in cui le
misure di welfare — AdI, SFL, Assegno Unico e bonus energetici — funzionano come
ammortizzatori di una povertà strutturale più che come strumenti capaci di
eliminarla. Non è un giudizio sulle singole misure, molte delle quali
raggiungono effettivamente la popolazione che ne ha bisogno. È una
considerazione sulla loro funzione: sostenere chi è in difficoltà, non
trasformare le condizioni che producono quella difficoltà. La quota di
beneficiari dell’AdI superiore alla media meridionale, l’incidenza dell’SFL
quasi tripla rispetto al dato nazionale e una povertà relativa doppia rispetto
alla media italiana misurano la distanza che la politica è chiamata a colmare.
Una distanza che nessuna misura redistributiva può eliminare da sola senza una
trasformazione strutturale del sistema produttivo, del mercato del lavoro e dei
servizi territoriali.
La Campania cresce. I dati lo confermano chiaramente e sarebbe scorretto non
riconoscerlo. Ma cresce senza convergere. I salari reali si sono indeboliti nel
lungo periodo, la povertà relativa resta doppia rispetto alla media nazionale e
il benessere multidimensionale continua a essere inferiore in tutti gli ambiti
misurabili. Questo non è il racconto di un fallimento totale. È qualcosa di più
complesso e insidioso: il racconto di una crescita parziale che tende a
legittimarsi attraverso i propri indicatori migliori, mentre quelli più
problematici restano sullo sfondo, meno visibili, meno comunicati, ma non per
questo meno reali.
Fonti
* Banca d’Italia – L’economia della Campania (giugno 2026)
* ISTAT – Indagine sulle spese delle famiglie
* ISTAT – Benessere Equo e Sostenibile (BES)
* INPS – Assegno di Inclusione
* INPS – Supporto per la Formazione e il Lavoro
* INPS – Assegno Unico e Universale
Francesco Russo
La Campania che cresce e non converge, Il lavoro che non paga
Primo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale
della Banca d’Italia “L’economia della Campania”, giugno 2026.
Nel giugno 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato il suo rapporto annuale
sull’economia campana. È un documento di 112 pagine, costruito su dati originali
e indagini dirette presso imprese, banche e amministrazioni locali. Chi lo legge
con attenzione trova qualcosa di diverso dalla narrazione corrente: non il
racconto di una regione finalmente in recupero, ma quello di una crescita reale
che avanza senza intaccare le fratture strutturali che la producono.
Il punto di partenza è incoraggiante, almeno in apparenza. Nel 2025 in Campania
l’occupazione è cresciuta del 2,6 per cento, le ore lavorate del 6 per cento.
Entrambi i dati sono superiori alla media del Mezzogiorno e a quella nazionale.
La quota di lavoratori a tempo pieno è salita all’86,7 per cento dall’84,8
dell’anno precedente. Le nuove posizioni lavorative alle dipendenze, al netto
delle cessazioni, sono state prevalentemente a tempo indeterminato. Se ci si
ferma qui, il quadro sembra quello di una regione che finalmente aggiusta la
propria struttura occupazionale.
Il problema è che non ci si può fermare qui.
Il tasso di occupazione campano nel 2025 è al 46,7 per cento. Quello italiano è
stimato attorno al 62-63 per cento. Il divario è di sedici punti percentuali, ed
è rimasto sostanzialmente immutato nonostante cinque anni di crescita. La
Campania corre più veloce della media nazionale, ma parte da così lontano che la
convergenza è ancora una prospettiva teorica, non un processo misurabile nel
breve periodo. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro — quante persone
attivamente cercano o hanno un impiego — si ferma al 54,4 per cento, dodici
punti sotto la media italiana. Il tasso di disoccupazione è sceso di quasi due
punti percentuali, ma resta al 13,9 per cento: quasi tre volte il valore
nazionale. Tra i giovani dai 15 ai 34 anni che non studiano, non lavorano e non
seguono alcun percorso formativo — i cosiddetti NEET — la Campania registra il
26,1 per cento, in calo rispetto al 29 del 2024 ma ancora quasi il doppio del
dato italiano, fermo al 15,6 per cento. Un giovane campano su quattro è fuori da
tutto.
Questi sono i dati di stock: la fotografia di ciò che è accumulato nel tempo. I
dati di flusso — quanti posti si sono creati nell’anno — dicono che il 2025 è
stato un anno relativamente buono. Ma i flussi positivi, se non sono abbastanza
grandi rispetto allo stock di esclusione, non spostano la fotografia. Riempiono
la vasca mentre il foro nel fondo continua a svuotarla.
Il dato più critico del rapporto, e il meno visibile nel dibattito pubblico,
riguarda le retribuzioni. Tra il 2008 e il 2023 — quindici anni — le
retribuzioni reali medie dei lavoratori dipendenti del settore privato in
Campania sono calate dell’11,5 per cento. In termini nominali erano cresciute
del 18,3 per cento, ma l’inflazione le ha erose più velocemente di quanto i
salari nominali crescessero. Il calo reale campano è superiore a quello della
media italiana (-6,2 per cento) e leggermente inferiore a quello del Mezzogiorno
(-12,5). Il 2024 ha mostrato una ripresa più intensa della media nazionale, ma
la Banca d’Italia la definisce esplicitamente «solo un parziale recupero».
La scomposizione del dato per impresa è ancor più rivelatrice. Nelle aziende con
salari più bassi — sotto il 90° percentile della distribuzione — le retribuzioni
reali sono calate in Campania più che nella media nazionale. Nelle aziende con
salari più elevati — dal 90° percentile in su — in Italia le retribuzioni reali
nel periodo sono cresciute; in Campania sono calate anche lì. Non esiste una
fascia del mercato del lavoro campano che si sia sottratta alla compressione
salariale reale del quindicennio. Il calo ha riguardato tutti i settori, inclusi
i servizi tecnologici e professionali — ICT, consulenza, attività professionali
— che pure hanno visto crescere gli addetti del 45 per cento tra il 2012 e il
2023 e che presentano livelli di produttività superiori al resto dell’economia
regionale. Si creano posti avanzati, ma i salari reali in quei posti calano
ugualmente, anche se con entità lievemente inferiore rispetto al resto. La
dinamica più sfavorevole riguarda commercio e turismo, dove la contrazione è più
accentuata che nella media nazionale — e il turismo nel 2025 ha visto i
visitatori stranieri crescere del 7,5 per cento con una spesa in aumento del 5,3
per cento. La Campania attrae turismo internazionale ma non riesce a
trasformarlo in lavoro meglio pagato per chi ci lavora dentro.
C’è un aspetto della questione salariale che il rapporto affronta con strumenti
econometrici raffinati e che merita di essere tradotto in termini comprensibili.
La Banca d’Italia isola, mediante tecniche di regressione, gli «effetti fissi
d’impresa»: il salario medio reale che un’azienda offre al netto delle
caratteristiche dei lavoratori — età, qualifica, tipologia di contratto, livello
di istruzione. È la politica salariale dell’impresa, depurata dalla composizione
della forza lavoro. Ebbene, questa componente è calata in Campania per tutti i
decili della distribuzione, dal 5° al 95° percentile. Non è un effetto
statistico legato al fatto che sono entrati nel mercato lavoratori più giovani o
meno qualificati. È una compressione salariale reale, diffusa, che attraversa
tutta la struttura produttiva regionale indipendentemente dal settore e dalla
dimensione d’impresa. Nella media italiana, invece, le imprese collocate nelle
fasce alte della distribuzione salariale hanno aumentato i salari reali. In
Campania no. Questa forbice — che si apre tra la cima della distribuzione
campana e quella italiana — è uno dei meccanismi attraverso cui il divario
territoriale si riproduce e si consolida nel tempo.
A questo si aggiunge il segnale degli ammortizzatori sociali. Le ore autorizzate
di Cassa integrazione guadagni sono cresciute del 17,2 per cento nel 2025,
contro una media nazionale del 7,5 per cento. La crescita ha riguardato
esclusivamente la componente straordinaria, concentrata nel comparto dei mezzi
di trasporto — l’automotive campano è in crisi strutturale, con una riduzione
della produzione di circa un quinto nel 2025 e un calo analogo nel 2024 — ma
anche nel commercio e nei trasporti. Nei primi tre mesi del 2026 le ore
autorizzate sono ancora aumentate dell’1,8 per cento, mentre in Italia calano
del 22,7. Le domande di NASpI — l’indennità di disoccupazione — sono cresciute
dell’1,4 per cento in Campania mentre in Italia si riducevano dell’1,1 per
cento. Il flusso di chi perde il lavoro è ancora in crescita, anche nell’anno in
cui i posti netti aumentano.
Il quadro che emerge dal rapporto è quello di un mercato del lavoro che si muove
su due binari paralleli. Sul primo scorrono i dati di flusso: nuovi contratti,
prevalentemente a tempo indeterminato, in settori che crescono, con ore lavorate
in aumento. Sul secondo scorrono i dati strutturali: salari reali erosi nel
lungo periodo, part-time involontario persistente, NEET al doppio della media
nazionale, tasso di occupazione lontanissimo dalla convergenza. Il primo binario
è visibile, si presta alla comunicazione politica, alimenta narrazioni di
ripresa. Il secondo binario è quello su cui viaggia la realtà di chi lavora in
Campania o cerca di farlo.
La Banca d’Italia non trae conclusioni politiche. Registra, misura, scompone. Ma
i dati che ha raccolto pongono una domanda che il dibattito pubblico campano —
regionale e nazionale — fatica a formulare con chiarezza: quanto tempo deve
durare una crescita che non converge prima che si decida di cambiare qualcosa
nella struttura, non solo nei flussi? Le politiche attive del lavoro — il
Supporto per la Formazione e il Lavoro, le misure della ZES Unica per il
Mezzogiorno, le agevolazioni per i nuovi investimenti — agiscono sul margine.
Non aggrediscono la compressione salariale strutturale, non chiudono il divario
di sedici punti nel tasso di occupazione, non riducono di per sé la quota di
NEET al 26 per cento.
La Campania nel 2025 è una regione in cui si lavora di più rispetto agli anni
precedenti, si lavora meglio in termini contrattuali, ma si guadagna in termini
reali meno di quanto si guadagnasse quindici anni fa. Questa combinazione — più
occupazione, salari reali compressi — non è una contraddizione temporanea da
attribuire alla fase del ciclo economico. È la forma che ha assunto la crescita
meridionale nell’ultimo quindicennio: inclusione nel lavoro dipendente a
condizioni che non consentono l’accumulazione di reddito reale, né la riduzione
della povertà relativa, né la convergenza con i livelli di benessere del resto
del Paese.
Il secondo articolo di questo dittico racconterà il lato speculare della stessa
storia: cosa significa, per le famiglie campane, vivere in un mercato del lavoro
che cresce senza pagare.
FONTI
Banca d’Italia – L’economia della Campania. Rapporto annuale, Economie regionali
n. 15, giugno 2026
ISTAT – Rilevazione sulle forze di lavoro
INPS – Osservatorio sul mercato del lavoro
ISTAT – Conti economici territoriali
Banca d’Italia – Indagine sulle imprese industriali e dei servizi
Francesco Russo
Il PNRR e il Sud che non vediamo
L’ultimo referto della Corte dei conti mostra un Mezzogiorno che realizza i
progetti più rapidamente, ma spesso perché dispone di interventi più piccoli e
di minori risorse. Tra aree interne, spopolamento e capacità amministrativa, il
divario territoriale resta aperto.
C’è un paradosso al cuore dell’ultimo referto della Corte dei conti sul Piano
Nazionale di Ripresa e Resilienza, delibera n. 12/2026 delle Sezioni riunite in
sede di controllo, approvata il 27 maggio 2026, che merita di essere nominato
con chiarezza, senza eufemismi tecnocratici.
I progetti del PNRR avanzano più velocemente al Sud. Lo dice la Corte stessa: «i
progetti procedono più speditamente nel Mezzogiorno, con una durata media
inferiore di oltre due mesi (64 giorni) rispetto al dato italiano». Al Nord le
durate sono superiori di 40 giorni. Se ci si fermasse qui, si potrebbe leggere
il dato come un successo, perfino come una smentita del pregiudizio che vuole il
Mezzogiorno condannato al ritardo strutturale. Ma la Corte aggiunge una nota
metodologica che ribalta tutto: questa velocità dipende probabilmente dalla
«minore dimensione finanziaria dei progetti», non da una maggiore capacità
realizzativa. Il Sud corre su cantieri più piccoli. Il Nord rallenta perché
costruisce di più.
È questa la trappola concettuale che attraversa il rapporto e che nessun
comunicato istituzionale ha il coraggio di svelare fino in fondo.
IL CLUSTER DELL’ECONOMIA FRAGILE: UN RITRATTO GEOGRAFICO
La parte più densa e preziosa della delibera — la Sezione II, dedicata alle
“aree interne” — introduce una tassonomia che rompe con la semplificazione del
dualismo Nord-Sud e, al tempo stesso, lo conferma, in forma più granulare e
spietata. Attraverso un’analisi cluster condotta su 3.834 comuni classificati
come “Area Interna” secondo la tassonomia Istat 2021–2027, la Corte individua
quattro profili territoriali.
Il primo si chiama “Economia fragile”: comuni caratterizzati da condizioni
economiche sfavorevoli, deprivazione socio-economica mediamente del 49,5%
superiore alla media nazionale, basso tasso di occupazione (54%), copertura
degli asili nido al 5%, scarsa presenza di servizi turistici. «I Comuni
rientranti in tale gruppo sono localizzati quasi interamente nel Mezzogiorno»,
scrive la Corte. Su 1.368 comuni classificati in questo cluster, 1.279 sono nel
Sud e nelle Isole. Non è un dato marginale: è la mappa della marginalizzazione
strutturale del Paese.
La Corte costruisce questo apparato analitico innovativo; la lettura per cluster
supera il vecchio schema delle macro-ripartizioni e poi lo lascia sospeso, senza
che le sue implicazioni politiche vengano tratte con la necessaria radicalità.
Noi proviamo a farlo.
LA CLAUSOLA DEL 40% E LA SUA ELUSIONE
Il PNRR prevedeva, per alcune misure, una riserva del 40% delle risorse a favore
del Mezzogiorno. Era un impegno politico significativo, un argine contro il
meccanismo ordinario che tende a concentrare le risorse lì dove le strutture di
spesa sono già più rodate. La delibera n. 12/2026 registra, quasi di passaggio,
che per la misura di efficienza energetica di cinema, teatri e musei (M1C3) i
bandi prevedevano una quota del 40% a favore del Mezzogiorno, ma il tetto è
stato rispettato solo per il 32,8%, per carenza di candidature idonee dalle
Regioni interessate.
Qui bisogna soffermarsi. La “carenza di candidature” non è un fatto neutro, non
è una libera scelta del territorio. È il riflesso di una capacità amministrativa
e progettuale strutturalmente più debole, che a sua volta è l’esito di decenni
di sottoinvestimento nei sistemi locali. La clausola del 40% nasce esattamente
per compensare questo squilibrio, ma finisce per essere aggirata proprio perché
le condizioni di partenza non sono state adeguatamente presidiate. Il risultato
è che le risorse destinate a colmare il divario si concentrano dove il divario è
minore.
LO SPOPOLAMENTO COME TRAPPOLA AUTO-RINFORZANTE
Tra i dati più perturbanti della relazione vi è la descrizione del circolo
vizioso che governa le aree periferiche: l’assenza dell’asilo nido scoraggia le
giovani coppie dal trasferirsi o dal restare, la popolazione fertile si riduce
ulteriormente, la domanda potenziale scende ancora, rendendo il servizio ancora
meno sostenibile. La Corte chiama questo meccanismo «trappola demografica
auto-rinforzante». Non è una metafora: è la dinamica reale di centinaia di
comuni del Meridione, dove la copertura degli asili nido è al 5% contro il 19%
dei poli urbani.
Il PNRR ha stanziato complessivamente circa 21,9 miliardi di fondi PNRR per
progetti localizzati nelle aree interne. Ma la distribuzione per Missione rivela
una debolezza strutturale: la Missione 3, quella dedicata alle infrastrutture di
trasporto, è la più sottodimensionata, con soli 19 progetti per 335 milioni di
euro. La ferrovia Salerno-Reggio Calabria ad alta velocità è il solo intervento
classificato come “in ritardo” con un grado di criticità di livello alto.
COSA CHIEDE QUESTO REFERTO
La delibera n. 12/2026 non è un documento di denuncia: è un atto di controllo.
Ha il tono pacato e l’architettura argomentativa della magistratura contabile.
Ma tra le righe di quella pacatezza si legge un messaggio inequivocabile: il
PNRR, nella sua configurazione attuale e nei meccanismi con cui viene attuato,
non sta producendo convergenza territoriale. Sta producendo avanzamento, e
questo va riconosciuto, ma non riduzione del divario.
Il Sud corre su cantieri più piccoli, partecipa meno ai bandi, riceve meno
risorse di quelle che gli spetterebbero, abita comuni che la stessa Corte
definisce a “economia fragile” e che sono quasi tutti meridionali. Finché queste
evidenze non diventano il centro del dibattito politico, non il margine tecnico
di una relazione semestrale, il PNRR resterà un’occasione parzialmente mancata.
Non è questione di volontà dei singoli comuni o delle singole regioni. È
questione di come si costruisce una politica di sviluppo che parta dalle
condizioni reali e non presupponga una uniformità che non esiste.
FONTI
Corte dei conti – Delibera n. 12/SSRRCO/REF/2026, Relazione sullo stato di
attuazione del PNRR
Art. 7, comma 7, d.l. 31 maggio 2021, n. 77 – Gazzetta Ufficiale
Istat – Classificazione dei comuni nelle aree interne 2021–2027
Cerqua, Giannantoni, Zampollo, Mazziotta – The Municipal Administration Quality
Index: The Italian case
CENSIS – Supporto operativo alla strategia delle aree interne
Sistema ReGiS – monitoraggio, rendicontazione e controllo PNRR
Struttura di Missione PNRR – Presidenza del Consiglio dei Ministri
Francesco Russo
#war Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia
#sigonella #muos #naples #usnavy #galatina
By Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa.
Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e NATO di
rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in
prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio
Oriente.
https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
1954: basta salari da fame!
14 maggio 1954: proposta di legge (Di Vittorio, Noce, Foa) per l’introduzione
del salario minimo. di Bruno Lai Un’interessante progetto legislativo: «La
proposta di legge trova essenzialmente il suo fondamento nelle gravissime
condizioni in cui versano centinaia di migliaia di lavoratori che sono
regolarmente occupati. La presente proposta di legge, che stabilisce la
fissazione di un minimo salariale,
Terlizzi (Bari): orientamento alle carriere militari al polo liceale “Sylos Fiore”
Il polo liceale “Sylos Fiore” di Terlizzi (BA) ha avviato un progetto POC di
orientamento alle carriere militari per 21 studenti e studentesse scelti tra 11
classi di terzo, quarto e quinto anno.
Il percorso, che ha già previsto una visita al Comando Generale di Bari, potrà
contenere anche esercitazioni, laboratori e incontri con “professionisti del
settore”. Gli studenti e le studentesse in questione stanno partecipando a otto
incontri pomeridiani di 4 ore ciascuno, appuntamenti extracurriculari iniziati
il 18 marzo e che segneranno tutto il mese corrente di aprile.
Si tratta quindi di un percorso di orientamento “rinforzato”, diverso da quelli
che solitamente denunciamo come Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università, che durano una mattinata o una sola ora e che
utilizzano tempo prendendolo dalle ore di lezione. I fondi pubblici destinati al
POC (Programma Operativo Complementare) avrebbero la finalità di contrastare la
dispersione scolastica e rendere più consapevoli gli studenti e le studentesse
circa le loro aspirazioni e attitudini.
L‘Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si
contrappone fermamente alla proposta delle carriere militari nei percorsi di
orientamento in uscita e immagina altre soluzioni per la dispersione scolastica,
non certo cedendo alla dilagante propaganda bellicista. “Offrire” alle nostre
studentesse e ai nostri studenti come “buona soluzione” per il loro futuro di
arruolarsi e diventare un/una professionista delle Forze Armate e di Polizia non
è una soluzione.
Mentre una parte della popolazione mondiale si interroga quotidianamente sulle
alternative possibili ai conflitti armati, un’altra considera le guerre un dato
naturale della Storia e della coesistenza umana, impossibile da risolvere. Se i
mass media mainstream parlano di guerre è sempre all’interno di una narrazione
che le dà per necessarie e indica gli appartenenti alle Forze Armate come
modelli da seguire e garanti dell’ “ordine giusto”.
I fondi POC sono risorse nazionali per le “regioni meno sviluppate”, questo
liceo è del territorio pugliese e sappiamo che gran parte dei militari italiani
è originaria delle regioni del mezzogiorno. Davvero non esistono modi
alternativi di utilizzarli per i giovani che vivono questi territori? Perché in
fondo i percorsi di orientamento alle carriere militari che qui stiamo
denunciando aggancerebbero soprattutto quelle ragazze e quei ragazzi che vedono
davanti a loro una situazione occupazionale precaria.
Il Ministero della Difesa bussa alla porta della scuola, continuamente. Ma per
contribuire all’orientamento nelle nostre scuole ci sono anche soluzioni
accettabili, alternative. Possiamo invitare, per esempio, i soggetti che vivono
questi territori e la loro complessità senza volerne approfittare. Non occorre
andare molto lontano a cercare: questo scorso fine settimana a Cosenza, ad una
due giorni dal titolo “I Sud si organizzano“, hanno partecipato in molte di
queste realtà. Come docenti, possiamo contattarle. Anche perché, come docenti,
eravamo presenti.
Esiste una contraddizione tangibile tra i principi della Costituzione italiana e
le funzioni delle Forze Armate. La presenza dei militari nella scuola viola
principi etici ed educativi. Come comunità educante, ci opponiamo ancora una
volta alla militarizzazione della parte civile della nostra società e all’uso
improprio delle classi scolastiche come fossero una El Dorado di future
reclute.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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Bugie al Mattino
Negli ultimi anni, il quotidiano Il Mattino di Napoli ha intensificato una
campagna mediatica volta a raccontare la città partenopea e il Sud Italia come
protagonisti di una nuova stagione di crescita economica. Titoli trionfalistici,
editoriali ottimistici e interviste a esponenti politici e istituzionali
dipingono un Mezzogiorno in piena espansione, […]
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