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Mezzogiorno di fuoco, e il governo c’entra
Senza che i media diano troppo risalto al fenomeno e mentre il governo Meloni ha approvato i favolosi schemi di intesa definitiva e i relativi disegni di legge per le quattro Regioni del Nord che hanno richiesto l’autonomia, nel Meridione si manifestano numerosi segnali di rivolta sociale. La protesta che […] L'articolo Mezzogiorno di fuoco, e il governo c’entra su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Trasportatori meridionali, un doppia croce
Molti chiedono come mai lo sciopero si stia facendo soprattutto al Sud. Naturalmente la mia è una supposizione, basata sulla mia esperienza personale in quasi 30 anni di carriera. Al Nord il trasporto è completamente diverso dal Sud. Negli ultimi mesi ho lavorato fisso nel porto di Genova, per trasportare […] L'articolo Trasportatori meridionali, un doppia croce su Contropiano.
October 20, 2026
Contropiano
ZES per il Sud e colonialismo interno. Lo sviluppo come grimaldello
di Giuseppe Vinci (*) La ZES unica è la Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno. La sua istituzione nel 2023 risponde alla finalità di promuovere lo sviluppo economico e il riequilibrio territoriale, di rafforzare la competitività e la coesione sociale delle regioni meridionali. Si incentivano investimenti produttivi e nuove strutture industriali attraverso agevolazioni fiscali alle imprese e la semplificazione dei
September 22, 2026
La Bottega del Barbieri
L’Italia di oggi
Marina ha 38 anni, lavora in una cooperativa di pulizie, guadagna 800 euro al mese, vorrebbe sposarsi con il compagno ma l’azienda sta tagliando le ore per risparmiare. Stella lavora in un bar fino al mattino perché il marito ha abbandonato lei e la sua bimba di 4 anni e […] L'articolo L’Italia di oggi su Contropiano.
August 12, 2026
Contropiano
Emoraggia di giovani laureati, a coprire il buco ci sono i migranti
Il report dell’Istat sulle migrazioni interne e internazionali, pubblicato il 3 agosto, conferma un dato di fatto ormai acclarato da oltre un decennio: l’Italia paga per formare giovani altamente qualificati per poi farli “rubare” dai grandi centri del capitalismo europeo. È il fallimento della classe dirigente nostrana e insieme la […] L'articolo Emoraggia di giovani laureati, a coprire il buco ci sono i migranti su Contropiano.
August 5, 2026
Contropiano
#war #iran Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia #sigonella #napoli Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa. Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e NATO di rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio Oriente.https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
July 24, 2026
Antonio Mazzeo
Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa. Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e #NATO di rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio Oriente. #sigonella #muos https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
July 14, 2026
Antonio Mazzeo
La Campania che cresce e non converge, il benessere che manca
Secondo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale della Banca d’Italia “L’economia della Campania” (giugno 2026). Se l’occupazione cresce ma resta fragile, quali effetti produce sulle condizioni di vita delle famiglie? Redditi, povertà, welfare e benessere raccontano una regione che migliora, ma continua a inseguire la media nazionale. Il primo articolo di questo dittico ha documentato, dati alla mano, che il mercato del lavoro campano cresce per flussi ma non per struttura: più occupati nel 2025, ma salari reali erosi nel lungo periodo, tasso di occupazione lontanissimo dalla media nazionale, NEET al doppio del dato italiano. Questo secondo articolo racconta cosa produce quella struttura quando si misura il suo effetto sulle condizioni di vita delle famiglie. Il rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia campana, pubblicato nel giugno 2026, offre su questo terreno una documentazione di rara precisione. Il reddito disponibile lordo pro capite delle famiglie campane nel 2024 — ultimo anno con dati Istat definitivi — era di circa 17.200 euro, quasi un quarto in meno della media nazionale. Nel 2025 è cresciuto in termini reali dell’1,5%, più della media italiana (0,9%). Anche qui vale l’avvertenza già formulata per l’occupazione: crescere più velocemente della media quando si parte da un livello inferiore di un quarto non significa convergere, ma inseguire. E l’inseguimento, a questo ritmo, richiede decenni. La spesa familiare media mensile in Campania nel 2024 era di 2.100 euro, circa tre quarti di quella italiana. I consumi nel 2025 sono cresciuti dell’1,1% in termini reali, in linea con la media nazionale: anche qui la crescita c’è, ma parte da lontano. C’è un dato apparentemente positivo che il rapporto registra e che richiede una lettura attenta. L’indice di Gini — misura sintetica della disuguaglianza nei consumi — è in Campania pari a 0,29, inferiore al valore nazionale di 0,31. Anche il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero è inferiore alla media italiana: 4,2 contro 4,9. Ma la lettura può essere fuorviante: la minore disuguaglianza interna non deriva necessariamente da una redistribuzione riuscita, bensì da una compressione verso il basso. L’intera distribuzione campana è spostata verso livelli di spesa inferiori rispetto a quelli nazionali e le distanze interne risultano minori perché i valori più elevati sono meno elevati. La Campania appare più uguale nel modo in cui lo è una regione in cui la ricchezza è diffusamente assente, non diffusamente condivisa. La povertà relativa colpisce il 21% delle famiglie campane, contro l’11% della media italiana. Quasi il doppio. I dati sulla povertà assoluta, disponibili a livello di macroarea per il 2024, indicano che nel Mezzogiorno circa il 10,5% delle famiglie e il 12,5% degli individui presenta una spesa inferiore al livello minimo considerato essenziale. La distribuzione delle famiglie campane lungo i quinti di spesa nazionali mostra una marcata concentrazione nei primi due quinti, quelli con i livelli di consumo più bassi. In questi segmenti pesano maggiormente le famiglie con minori, quelle con componenti stranieri e quelle in cui la persona di riferimento possiede un basso titolo di studio. La povertà campana ha quindi un profilo demografico preciso: colpisce i bambini, colpisce chi è immigrato, colpisce chi ha minori opportunità formative. Non è una povertà distribuita casualmente, ma stratificata lungo le stesse linee di fragilità che attraversano l’intero Paese, amplificate da un contesto strutturalmente più debole. Su questo sfondo si innestano le misure di sostegno al reddito, che il rapporto documenta con dettaglio. L’Assegno di Inclusione (AdI), introdotto a inizio 2024 in sostituzione del Reddito di Cittadinanza, ha raggiunto nel 2025 poco più di 197.000 nuclei familiari campani, coinvolgendo quasi 528.000 persone. La quota di beneficiari residenti è salita al 9,5% della popolazione, contro il 7,2% della media del Mezzogiorno. La Campania presenta una concentrazione di destinatari dell’AdI superiore persino alla media meridionale: non è un primato, ma una misura della profondità del bisogno. L’importo medio mensile è salito a 819 euro dai 660 del 2024, per effetto dell’innalzamento delle soglie ISEE introdotto dalla legge di bilancio 2025. Più famiglie e importi più elevati: le modifiche normative hanno ampliato la platea. Ma l’ampliamento della platea dell’AdI non rappresenta di per sé un segnale di efficacia delle politiche di contrasto alla povertà: indica piuttosto che il numero di persone in difficoltà era più ampio di quanto la soglia originaria riconoscesse. Il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), destinato ai soggetti considerati occupabili esclusi dall’AdI, ha raggiunto in Campania 48.000 individui, pari all’1,6% della popolazione tra i 18 e i 59 anni, contro lo 0,6% della media nazionale. Quasi tre volte tanto. Questo dato non suggerisce necessariamente una maggiore efficienza delle politiche attive regionali, ma segnala una distanza strutturalmente più profonda dal mercato del lavoro. I beneficiari campani dell’SFL hanno percepito il beneficio per una media di 4,7 mesi: nella maggior parte dei casi il percorso di formazione e accompagnamento non si è tradotto rapidamente in un’occupazione stabile. L’Assegno Unico e Universale ha raggiunto 674.000 famiglie campane nel 2025, con circa 1 milione e 90 mila figli beneficiari. L’importo medio mensile per figlio, pari a 186 euro, è leggermente superiore alla media italiana (173 euro), perché in Campania il 67% dei figli destinatari appartiene a nuclei con ISEE fino a 17.227 euro, contro il 51% registrato a livello nazionale. La componente economicamente fragile è dunque molto più ampia. Il bonus asili nido raggiunge il 25,5% dei bambini sotto i tre anni, contro il 32,8% italiano: un divario che non dipende esclusivamente dal reddito, ma anche dalla minore capacità dei servizi territoriali di soddisfare la domanda. La valutazione sintetica più sistematica proposta dal rapporto è quella degli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES), elaborati dall’Istat. La Banca d’Italia costruisce un indice composito, denominato r-BES, che aggrega dodici domini in quattro macro-ambiti: economia e lavoro, relazioni e istituzioni, capitale umano e sociale, qualità del contesto e ambiente. La Campania si colloca sotto la media nazionale in tutti e quattro gli ambiti. Il divario più marcato riguarda il capitale umano e sociale, dove incidono condizioni di salute peggiori, livelli di istruzione inferiori e competenze giovanili più deboli. Seguono economia e lavoro, con indicatori occupazionali e reddituali che riflettono quanto già descritto, e relazioni e istituzioni, ambito nel quale la regione soffre soprattutto negli indicatori relativi alle relazioni sociali e alla valorizzazione del patrimonio culturale come fattore di sviluppo. Il rapporto registra però anche un elemento positivo che merita attenzione. Tra il 2018 e il 2024 l’indice r-BES campano è migliorato del 24,7%, più del doppio della crescita nazionale (12,1%) e sensibilmente oltre il dato del Mezzogiorno (21,2%). Il recupero è reale. Non si tratta di una narrazione politica, ma di una misurazione statistica. La Campania migliora più rapidamente della media in quasi tutti gli ambiti del benessere. Il problema è che questo recupero parte da una distanza tale dalla media nazionale che anche un ritmo di crescita superiore richiede ancora molti anni per colmare il divario. Sul piano provinciale, Benevento, Avellino e Salerno presentano indicatori migliori della media regionale; Napoli e Caserta si collocano al di sotto, pur con Napoli che mostra risultati relativamente migliori nell’ambito delle relazioni e delle istituzioni. Infine, la ricchezza. Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie campane ammontava a 725 miliardi di euro, circa 130.000 euro pro capite: poco più dei due terzi della media nazionale. Ma il dato più significativo è quello di lungo periodo. In termini reali, tra il 2014 e il 2024, la ricchezza netta campana è diminuita del 10,5%. Le famiglie campane non soltanto guadagnano meno: nel corso dell’ultimo decennio sono diventate più povere anche dal punto di vista patrimoniale. Il calo del valore reale delle abitazioni, che rappresentano la componente principale della ricchezza delle famiglie, ha inciso più dell’aumento delle attività finanziarie. E poiché la casa costituisce per moltissimi nuclei l’unica forma di accumulazione patrimoniale disponibile, questa riduzione del valore immobiliare ha eroso anche quella riserva. Il quadro complessivo delineato dal rapporto è quello di una regione in cui le misure di welfare — AdI, SFL, Assegno Unico e bonus energetici — funzionano come ammortizzatori di una povertà strutturale più che come strumenti capaci di eliminarla. Non è un giudizio sulle singole misure, molte delle quali raggiungono effettivamente la popolazione che ne ha bisogno. È una considerazione sulla loro funzione: sostenere chi è in difficoltà, non trasformare le condizioni che producono quella difficoltà. La quota di beneficiari dell’AdI superiore alla media meridionale, l’incidenza dell’SFL quasi tripla rispetto al dato nazionale e una povertà relativa doppia rispetto alla media italiana misurano la distanza che la politica è chiamata a colmare. Una distanza che nessuna misura redistributiva può eliminare da sola senza una trasformazione strutturale del sistema produttivo, del mercato del lavoro e dei servizi territoriali. La Campania cresce. I dati lo confermano chiaramente e sarebbe scorretto non riconoscerlo. Ma cresce senza convergere. I salari reali si sono indeboliti nel lungo periodo, la povertà relativa resta doppia rispetto alla media nazionale e il benessere multidimensionale continua a essere inferiore in tutti gli ambiti misurabili. Questo non è il racconto di un fallimento totale. È qualcosa di più complesso e insidioso: il racconto di una crescita parziale che tende a legittimarsi attraverso i propri indicatori migliori, mentre quelli più problematici restano sullo sfondo, meno visibili, meno comunicati, ma non per questo meno reali. Fonti * Banca d’Italia – L’economia della Campania (giugno 2026) * ISTAT – Indagine sulle spese delle famiglie * ISTAT – Benessere Equo e Sostenibile (BES) * INPS – Assegno di Inclusione * INPS – Supporto per la Formazione e il Lavoro * INPS – Assegno Unico e Universale Francesco Russo
June 20, 2026
Pressenza
La Campania che cresce e non converge, Il lavoro che non paga
Primo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale della Banca d’Italia “L’economia della Campania”, giugno 2026. Nel giugno 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato il suo rapporto annuale sull’economia campana. È un documento di 112 pagine, costruito su dati originali e indagini dirette presso imprese, banche e amministrazioni locali. Chi lo legge con attenzione trova qualcosa di diverso dalla narrazione corrente: non il racconto di una regione finalmente in recupero, ma quello di una crescita reale che avanza senza intaccare le fratture strutturali che la producono. Il punto di partenza è incoraggiante, almeno in apparenza. Nel 2025 in Campania l’occupazione è cresciuta del 2,6 per cento, le ore lavorate del 6 per cento. Entrambi i dati sono superiori alla media del Mezzogiorno e a quella nazionale. La quota di lavoratori a tempo pieno è salita all’86,7 per cento dall’84,8 dell’anno precedente. Le nuove posizioni lavorative alle dipendenze, al netto delle cessazioni, sono state prevalentemente a tempo indeterminato. Se ci si ferma qui, il quadro sembra quello di una regione che finalmente aggiusta la propria struttura occupazionale. Il problema è che non ci si può fermare qui. Il tasso di occupazione campano nel 2025 è al 46,7 per cento. Quello italiano è stimato attorno al 62-63 per cento. Il divario è di sedici punti percentuali, ed è rimasto sostanzialmente immutato nonostante cinque anni di crescita. La Campania corre più veloce della media nazionale, ma parte da così lontano che la convergenza è ancora una prospettiva teorica, non un processo misurabile nel breve periodo. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro — quante persone attivamente cercano o hanno un impiego — si ferma al 54,4 per cento, dodici punti sotto la media italiana. Il tasso di disoccupazione è sceso di quasi due punti percentuali, ma resta al 13,9 per cento: quasi tre volte il valore nazionale. Tra i giovani dai 15 ai 34 anni che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo — i cosiddetti NEET — la Campania registra il 26,1 per cento, in calo rispetto al 29 del 2024 ma ancora quasi il doppio del dato italiano, fermo al 15,6 per cento. Un giovane campano su quattro è fuori da tutto. Questi sono i dati di stock: la fotografia di ciò che è accumulato nel tempo. I dati di flusso — quanti posti si sono creati nell’anno — dicono che il 2025 è stato un anno relativamente buono. Ma i flussi positivi, se non sono abbastanza grandi rispetto allo stock di esclusione, non spostano la fotografia. Riempiono la vasca mentre il foro nel fondo continua a svuotarla. Il dato più critico del rapporto, e il meno visibile nel dibattito pubblico, riguarda le retribuzioni. Tra il 2008 e il 2023 — quindici anni — le retribuzioni reali medie dei lavoratori dipendenti del settore privato in Campania sono calate dell’11,5 per cento. In termini nominali erano cresciute del 18,3 per cento, ma l’inflazione le ha erose più velocemente di quanto i salari nominali crescessero. Il calo reale campano è superiore a quello della media italiana (-6,2 per cento) e leggermente inferiore a quello del Mezzogiorno (-12,5). Il 2024 ha mostrato una ripresa più intensa della media nazionale, ma la Banca d’Italia la definisce esplicitamente «solo un parziale recupero». La scomposizione del dato per impresa è ancor più rivelatrice. Nelle aziende con salari più bassi — sotto il 90° percentile della distribuzione — le retribuzioni reali sono calate in Campania più che nella media nazionale. Nelle aziende con salari più elevati — dal 90° percentile in su — in Italia le retribuzioni reali nel periodo sono cresciute; in Campania sono calate anche lì. Non esiste una fascia del mercato del lavoro campano che si sia sottratta alla compressione salariale reale del quindicennio. Il calo ha riguardato tutti i settori, inclusi i servizi tecnologici e professionali — ICT, consulenza, attività professionali — che pure hanno visto crescere gli addetti del 45 per cento tra il 2012 e il 2023 e che presentano livelli di produttività superiori al resto dell’economia regionale. Si creano posti avanzati, ma i salari reali in quei posti calano ugualmente, anche se con entità lievemente inferiore rispetto al resto. La dinamica più sfavorevole riguarda commercio e turismo, dove la contrazione è più accentuata che nella media nazionale — e il turismo nel 2025 ha visto i visitatori stranieri crescere del 7,5 per cento con una spesa in aumento del 5,3 per cento. La Campania attrae turismo internazionale ma non riesce a trasformarlo in lavoro meglio pagato per chi ci lavora dentro. C’è un aspetto della questione salariale che il rapporto affronta con strumenti econometrici raffinati e che merita di essere tradotto in termini comprensibili. La Banca d’Italia isola, mediante tecniche di regressione, gli «effetti fissi d’impresa»: il salario medio reale che un’azienda offre al netto delle caratteristiche dei lavoratori — età, qualifica, tipologia di contratto, livello di istruzione. È la politica salariale dell’impresa, depurata dalla composizione della forza lavoro. Ebbene, questa componente è calata in Campania per tutti i decili della distribuzione, dal 5° al 95° percentile. Non è un effetto statistico legato al fatto che sono entrati nel mercato lavoratori più giovani o meno qualificati. È una compressione salariale reale, diffusa, che attraversa tutta la struttura produttiva regionale indipendentemente dal settore e dalla dimensione d’impresa. Nella media italiana, invece, le imprese collocate nelle fasce alte della distribuzione salariale hanno aumentato i salari reali. In Campania no. Questa forbice — che si apre tra la cima della distribuzione campana e quella italiana — è uno dei meccanismi attraverso cui il divario territoriale si riproduce e si consolida nel tempo. A questo si aggiunge il segnale degli ammortizzatori sociali. Le ore autorizzate di Cassa integrazione guadagni sono cresciute del 17,2 per cento nel 2025, contro una media nazionale del 7,5 per cento. La crescita ha riguardato esclusivamente la componente straordinaria, concentrata nel comparto dei mezzi di trasporto — l’automotive campano è in crisi strutturale, con una riduzione della produzione di circa un quinto nel 2025 e un calo analogo nel 2024 — ma anche nel commercio e nei trasporti. Nei primi tre mesi del 2026 le ore autorizzate sono ancora aumentate dell’1,8 per cento, mentre in Italia calano del 22,7. Le domande di NASpI — l’indennità di disoccupazione — sono cresciute dell’1,4 per cento in Campania mentre in Italia si riducevano dell’1,1 per cento. Il flusso di chi perde il lavoro è ancora in crescita, anche nell’anno in cui i posti netti aumentano. Il quadro che emerge dal rapporto è quello di un mercato del lavoro che si muove su due binari paralleli. Sul primo scorrono i dati di flusso: nuovi contratti, prevalentemente a tempo indeterminato, in settori che crescono, con ore lavorate in aumento. Sul secondo scorrono i dati strutturali: salari reali erosi nel lungo periodo, part-time involontario persistente, NEET al doppio della media nazionale, tasso di occupazione lontanissimo dalla convergenza. Il primo binario è visibile, si presta alla comunicazione politica, alimenta narrazioni di ripresa. Il secondo binario è quello su cui viaggia la realtà di chi lavora in Campania o cerca di farlo. La Banca d’Italia non trae conclusioni politiche. Registra, misura, scompone. Ma i dati che ha raccolto pongono una domanda che il dibattito pubblico campano — regionale e nazionale — fatica a formulare con chiarezza: quanto tempo deve durare una crescita che non converge prima che si decida di cambiare qualcosa nella struttura, non solo nei flussi? Le politiche attive del lavoro — il Supporto per la Formazione e il Lavoro, le misure della ZES Unica per il Mezzogiorno, le agevolazioni per i nuovi investimenti — agiscono sul margine. Non aggrediscono la compressione salariale strutturale, non chiudono il divario di sedici punti nel tasso di occupazione, non riducono di per sé la quota di NEET al 26 per cento. La Campania nel 2025 è una regione in cui si lavora di più rispetto agli anni precedenti, si lavora meglio in termini contrattuali, ma si guadagna in termini reali meno di quanto si guadagnasse quindici anni fa. Questa combinazione — più occupazione, salari reali compressi — non è una contraddizione temporanea da attribuire alla fase del ciclo economico. È la forma che ha assunto la crescita meridionale nell’ultimo quindicennio: inclusione nel lavoro dipendente a condizioni che non consentono l’accumulazione di reddito reale, né la riduzione della povertà relativa, né la convergenza con i livelli di benessere del resto del Paese. Il secondo articolo di questo dittico racconterà il lato speculare della stessa storia: cosa significa, per le famiglie campane, vivere in un mercato del lavoro che cresce senza pagare. FONTI Banca d’Italia – L’economia della Campania. Rapporto annuale, Economie regionali n. 15, giugno 2026 ISTAT – Rilevazione sulle forze di lavoro INPS – Osservatorio sul mercato del lavoro ISTAT – Conti economici territoriali Banca d’Italia – Indagine sulle imprese industriali e dei servizi Francesco Russo
June 18, 2026
Pressenza