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Legge di Bilancio 2026: chi vince e chi perde?
Sono finite le manovre e gli screzi interni alla maggioranza sugli ultimi ritocchi alla legge di bilancio di 22 miliardi. Una manovra stitica, senza misure particolarmente significative, ma che proprio nel suo essere specchio di “vacche magre” illustra chiaramente chi perde e chi vince in termini di classe, o meglio: […] L'articolo Legge di Bilancio 2026: chi vince e chi perde? su Contropiano.
Appunti sulla manovra natalizia fra bonus, accise, pensioni e conflitti d’interesse
Una delle mie astruse linee di ricerca (perché è possibile averne anche senza essere di “ruolo” in un’azienda o nei ranghi di una impresa educativa di Stato) è che l’immaginario abbia prevaricato la sua tradizionale funzione di nodo tra i codici e il corpo, in quella che Zizek chiamò (anticipando l’evento della pandemia) epidemia, o piaga. Un altro libro, mai tradotto in Italia, aveva esposto la distanza tra il contratto e il contagio, collegando a quest’ultimo le forme di una deriva politica postdemocratica. Non c’è rappresentanza di interessi collettivi e, soprattutto, non ci sono soggetti collettivi perché evaporati in quelle nubi che Deleuze descrisse come sciami, illudendosi ancora che potessero in qualche modo sottrarsi al dispotismo delle tradizionali macchine da guerre macropolitiche. Erano i dispositivi e la loro produzione di soggetti collettivi di enunciazione, quelli che erano indagati da Foucault fin dai tempi di Sorvegliare e punire, a tenere ancora il campo a dispetto del “divenire minoritario” di quei percorsi di emancipazione plurali, ma ancora legati al teatro della rappresentazione politica tradizionale. Banalmente, per essere extraparlamentari o movimentisti, deve pur esserci un parlamento e delle istituzioni, altrimenti le mute, le bande e gli eserciti si ibridano fino al punto da confondersi. Ed è questo il punto in cui ci siamo trovati. O perduti. Ma bando alle ciance, faccio un esempio, come spesso ho tentato su questo blocchetto per gli appunti del mattino lasciato aperto su un tavolo. L’altra sera cinque misure sono state «espunte» dalla Manovra. Si trattava di cinque provvedimenti «ordinamentali», senza poste di bilancio ma dai forti dubbi costituzionali. Erano stati infilati di tutta fretta nel maxiemendamento, salvo finire come il famoso gatto in Tangenziale. Tra queste norme ce n’era anche una che consentiva agli imprenditori, che sulla base di quanto stabilito dai giudici non avevano pagato adeguatamente i propri lavoratori, di non corrispondere loro gli arretrati. E poi la revisione della disciplina della Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione), la riduzione da 10 a 4 anni per i magistrati fuori ruolo per rientrare in gioco e poi due iniziative sugli incarichi per chi lavora con le pubbliche amministrazioni. Ebbene la norma che graziava gli imprenditori cattivi pagatori di dipendenti, permettendogli di non pagare arretrati dovuti, è stata promossa a misura di un valore simbolico decisivo. Come dire: questo no, questo è troppo e ora basta! La norma col valore simbolico non è passata alla fine. Il resto sì. Bene, diremmo. Meglio di niente. E invece no, perché quella norma è il resto ed è meno che zero (come la manifestazione per Askatasuna programmata per la notte di fine anno, ma qui non lo spiego). È il presunto valore simbolico che non vale niente perché è separato dal contesto, isolato da uno sfondo, quelli che lo rendevano non solo leggibile, visibile (immagine e somiglianza) ma intellegibile (risparmio il presupposto teologico di questa nota). Perché non è più un discorso e un grande altro a rendere dialettico il processo, ma una parola che è un pezzo da mandar giù senza pensarci. Mi viene in mente un motivetto che cantavo alle mie figlie da piccole: senza pensieri la tua vita sarà, Akuna matata, in libertà! Il patriarcato era già trapassato, ma io canticchiavo una storiella che lo ripeteva ed ero stupidamente felice. Ecco, la manovra è passata e con lei anche altri provvedimenti che vanno tutti in direzioni che nulla hanno a che vedere con quel “regime” di scambi simbolici che chiamiamo costituzione. I bonus, le accise, le pensioni, i conflitti di interesse… la processione è virale, un contagio che non ha letteralmente alcuna disciplina giuridica o riferimento ad un qualche ordine ideale o logico. Un si salvi chi può che non è imputabile alle destre. Anzi, sono proprio loro oggi a rappresentare in forme maggioritarie quel che resta del contratto sociale, come dimostrano non solo i sondaggi ma le elezioni. E come si evince dall’assenza di quei mediatori istituzionali tradizionali (sindacati, socialismo, movimenti come quello studentesco o femminista) che in passato hanno rappresentato un’altra parte (movimento operaio, diritti civili, democrazia). Tutti i treni che partono oggi dalla stazione, (contando qualcosa da quelle apparenti battute improduttive di arresto ai flussi economici, finanziari, militari, migratori…) sono segnati da parole vuote o significanti padroni (green, trans, digitale…) che li fanno viaggiare in compagnia del virus di turno. Prendi una “cosa” qualunque, la butti in mezzo e chiedi: tu che da che parte stai? Altro che dialettica, e penso a quei volumi che Sartre dedicò proprio al superamento di quel capolavoro di studio dell’immaginario che era stato L’essere e il nulla, scoprendo quella dimensione collettiva e politica che era stata il frutto non di una filosofia, forse un po’ anche, ma di pratiche e riflessioni. A mio parere questo oggi è divenuto impossibile, come pensare a una dieta senza tirare in ballo omega 3 o probiotici. Per questo si possono solo regolare e dirigere flussi collegando di volta in volta codici binari e corpi gloriosi, contagiati da una qualche luce nient’affatto teologica o ideale. E allora eccolo un presidente della Repubblica ultimo paladino del dettato costituzionale, “ma anche” il suo esecutore testamentario, un passacarte che firmato praticamente ogni “cosa”. È un ministro della Lega che copia la Fornero, che è immune da qualunque ringhio di Landini, leader di un sindacato che ha indetto e fatto uno sciopero generale per Gaza (che, sia chiaro, meritava una mobilitazione) e un altro poi, ma fuori tempo e fuori gioco. Perché il problema non era quello degli scioperi di venerdì, come malevolmente ha pi volte detto là premier, ma il Natale e le feste. Non si fanno rivoluzioni sotto l’albero e fino alla Befana pensiamo ai regali! Fine quindi del teatro dialettico, della rappresentanza e rappresentazione, del significato univoco e delle metafore? Si naviga a vista e per analogia, ci si collega e si estrae un plus di godimento senza oggetto?   Michele Ambrogio
L’odio del governo per i lavoratori
Il livello delle porcate introdotte o respinte all’ultimo secondo nella “manovra” chiarisce splendidamente come questo governo veda la stratificazione sociale e quali interessi difenda. Al di là della pura propaganda – come “abbiamo alzato i salari”, in realtà una ridicola mancetta ritagliata abbassando di due punti l’Irpef e quindi le […] L'articolo L’odio del governo per i lavoratori su Contropiano.
Elsa Meloni Fornero
Il governo Meloni odia le donne e gli operai. Avevano presentato peggioramenti brutali della legge pensionistica più feroce d’Europa. Poi, di fronte alla vergogna che travolgeva Matteo Salvini che aveva fatto tutte le sue campagne elettorali contro la legge Fornero, hanno fatto una parziale marcia indietro. Si tolgono truffe incostituzionali […] L'articolo Elsa Meloni Fornero su Contropiano.
L’imbroglione
VI ricordate quando Salvini chiedeva e prendeva i voti degli operai opponendosi fieramente alla Legge Fornero? Oggi il governo Meloni ha definitivamente confermato quella legge iniqua e feroce, anzi l’ha peggiorata. Ancora mesi in più di lavoro e ci si avvicina ai 70 anni, mentre il pagamento della pensione viene […] L'articolo L’imbroglione su Contropiano.
Donne e giovani in pensione sempre più tardi
Nel nostro Paese quasi un lavoratore su tre pur lavorando non riesce a farsi riconoscere un anno pieno di contributi, a causa di contratti brevi, part-time involontari e salari troppo bassi. I lavoratori con retribuzioni inferiori ai 15.000 euro annui rappresentano oltre un terzo del totale dei dipendenti del settore privato (circa 6,1 milioni di persone, pari al 34,6%). Si tratta di lavoratrici e lavoratori che, per livello di reddito e intensità lavorativa, non riescono a raggiungere una piena copertura contributiva annuale, con impatti diretti sul diritto futuro alla pensione. In particolare, le due fasce più basse (fino a 9.999 euro annui) includono oltre 4,1 milioni di lavoratori che non solo non raggiungono la soglia necessaria a una vita lavorativa dignitosa, ma spesso non maturano nemmeno 12 mesi utili ai fini dell’anzianità contributiva, poiché i periodi di lavoro non coprono l’intero anno. Un lavoratore su tre percepisce meno di 15.000 € all’anno e quasi il 60% resta al di sotto della soglia dei 25.000 € annui, evidenziando come una parte significativa del lavoro rischi di non garantire una vita dignitosa né una pensione adeguata. E’ quanto si legge nell’Analisi “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi” dell’Osservatorio Previdenza della CGIL. E ad essere maggiormente penalizzati sono i giovani e le donne. La condizione retributiva dei giovani rappresenta infatti uno degli elementi più critici del mercato del lavoro italiano. L’ingresso avviene sempre più spesso attraverso contratti brevi, stagionali o con orari ridotti – in larga parte part-time involontario – che comportano fin da subito salari molto bassi e un numero limitato di mesi lavorati nel corso dell’anno. Le retribuzioni medie annue dei giovani fino ai 24 anni risultano particolarmente contenute: i lavoratori fino a 19 anni percepiscono in media 4.374 euro, equivalenti a pochi mesi di lavoro effettivo, mentre nella fascia 20–24 anni si raggiungono 11.882 euro, un importo ancora insufficiente a garantire un anno pieno di contribuzione utile ai fini previdenziali. Si tratta di una condizione di forte vulnerabilità che si manifesta fin dall’inizio della carriera e che rischia di tradursi, nel tempo, in una difficoltà strutturale nel costruire una pensione adeguata e nel maturare i requisiti minimi necessari all’accesso alla pensione stessa. La dimensione di genere rappresenta, inoltre, uno dei principali fattori di vulnerabilità economica nel mercato del lavoro italiano. La disuguaglianza retributiva non è un fenomeno residuale, ma il risultato di condizioni strutturali che incidono sui salari e, di conseguenza, sulla costruzione dei diritti previdenziali nel corso della vita lavorativa. Le lavoratrici sono maggiormente occupate in posizioni a basso valore aggiunto, con contratti più precari, orari ridotti e carriere più discontinue rispetto agli uomini. La diffusione del part-time involontario, che interessa in modo marcato la componente femminile, amplifica queste criticità: meno ore lavorate (o certificate) significano retribuzioni annue più basse, minore intensità contributiva e un rischio elevato di non riuscire a maturare i requisiti per la pensione. “Come rilevato dall’Osservatorio INPS sulle retribuzioni 2024, si legge nel Report della CGIL, le lavoratrici dipendenti del settore privato percepiscono in media 19.833 euro annui, contro i 27.967 euro degli uomini: una differenza di oltre 8.000 euro corrispondente a un gap retributivo di circa –29% a sfavore delle donne. Questa disparità non è spiegabile soltanto dalle diverse qualifiche o inquadramenti professionali: essa è fortemente correlata alla maggior incidenza del part-time, spesso involontario: 49% delle lavoratrici ha avuto almeno un rapporto part-time nell’anno, contro 21% dei lavoratori uomini.” La distribuzione per tipologia di orario rivela poi una forte asimmetria di genere nel mercato del lavoro italiano: le donne rappresentano appena il 32% dei lavoratori a tempo pieno, ma diventano maggioranza assoluta in tutte le forme di part-time, 67% nel part-time orizzontale, 63% nel part-time verticale e 71% nelle modalità miste. Questa concentrazione femminile nel lavoro a orario ridotto non è il riflesso di una scelta libera, ma di un’organizzazione del mercato del lavoro e delle responsabilità di cura ancora fortemente squilibrata. Ne deriva un effetto diretto sui percorsi retributivi e previdenziali: il part-time comporta retribuzioni annue significativamente inferiori e una minor copertura contributiva, che si traduce in carriere più brevi o incomplete. In sostanza, la diversa distribuzione delle opportunità lavorative tra uomini e donne determina una penalizzazione strutturale che agisce oggi sul salario e domani sulla pensione, alimentando un gender pension gap destinato ad ampliarsi con l’avanzare dell’età lavorativa. Infine, la ricerca dell’Osservatorio Previdenza della CGIL mette in evidenza come il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita non sia un elemento neutro. Al contrario, rischia di aggravare la condizione di vulnerabilità previdenziale di milioni di persone che già oggi vivono un pregresso economico e contributivo debole Qui il Report della CGIL su “L’impatto dell’aumento dei requisiti pensionistici sui redditi bassi”: https://files.cgil.it/version/c:NWJmYmEyMGQtOWEwYy00:MGNiNmI1MDItYzhkYi00/Analisi%20Osseravtorio%20PrevidenzaCGIL_L%E2%80%99impatto%20dell%E2%80%99aumento%20dei%20requisiti%20pensionistici%20sui%20redditi%20bassi.pdf. Giovanni Caprio
Pillole di bancarotta. Proviamo a fare due conti
Il valore complessivo delle società partecipate pubbliche quotate era a luglio di quest’anno pari a quasi 264 miliardi di euro di cui lo Stato e Cdp [Cassa Depositi e Prestiti, ndr] possedevano quasi 90 miliardi. Una prima considerazione su questo dato: in un anno il valore della partecipazione dello Stato […] L'articolo Pillole di bancarotta. Proviamo a fare due conti su Contropiano.
ITALIA: L’INFLAZIONE SI MANGIA LE PENSIONI, IL GOVERNO AUMENTA LE MINIME…DI 3.13 € AL MESE
I pensionati, in particolare quelli con la minima, dall’anno prossimo potranno permettersi ben…tre caffè in più al mese. È il risultato della perequazione all’inflazione fissata, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, all’1,4% (3.13 euro in più al mese): l’assegno passa da 616 a 619 euro al mese. La misura è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 28 novembre 2025. Non va meglio per altri assegni: con 800 euro netti al mese arriveranno 9 euro in più, mentre con 1000 euro netti di pensione, 11 euro in più. Ai nostri microfoni il commento di Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil nazionale. Ascolta o scarica
Ocse: in Italia la pensione arriverà ai 70 anni
Il rapporto appena pubblicato dall’Ocse dal titolo “Pensions at Glance“, che tratta appunto del panorama dell’evoluzione dell’andamento dell’età lavorativa, lancia l’allarme: gli attivi sono in crollo e chi è nato nel 1997 potrebbe finire in pensione a 70 anni. Nello studio si legge: “sulla base della legislazione in vigore l’età […] L'articolo Ocse: in Italia la pensione arriverà ai 70 anni su Contropiano.
Quando all’assenza di lavoro si sopperisce con trattamenti assistenziali
Nel Sud e nelle Isole il numero delle pensioni erogate è nettamente superiore a quello dei lavoratori: nel 2024 a fronte di 7,3 milioni di pensioni pagate, avevamo poco più di 6,4 milioni di occupati. Il Mezzogiorno è l’unica ripartizione geografica del Paese che presenta questo squilibrio. E la regione con il disallineamento più marcato è la Puglia che registra un saldo negativo pari a 231.700 unità. Ad eccezione della Liguria, dell’Umbria e dalle Marche, invece, le regioni del Centro-Nord mantengono un saldo positivo che si è rafforzato, grazie al buon andamento dell’occupazione avvenuto negli ultimi 2/3 anni. Dalla differenza tra i contribuenti attivi (lavoratori) e gli assegni erogati ai pensionati, spicca, sempre nel 2024, il risultato della Lombardia (+803.180), del Veneto (+395.338), del Lazio (+377.868), dell’Emilia-Romagna (+227.710) e della Toscana (+184.266).  Sono alcuni dei dati pubblicati di recente dall’Ufficio studi della CGIA. Con sempre più pensionati e un numero di occupati che, tendenzialmente, dovrebbe rimanere stabile, nei prossimi anni la spesa pubblica è destinata ad aumentare e nel giro di poco tempo queste dinamiche potrebbero compromettere l’equilibrio dei conti pubblici e la stabilità economica e sociale dell’Italia. Occorre far emergere i tanti lavoratori in nero presenti nel Paese, incrementando, in particolare, i tassi di occupazione dei giovani e delle donne che, in Italia, restano tra i più bassi d’Europa.  Nel breve periodo, purtroppo, la situazione – sottolinea la CGIA di Mestre –  è destinata a peggiorare, anche al Centro-Nord: tra il 2025 e il 2029 si stima che poco più di 3 milioni di italiani lasceranno il posto di lavoro. Di questi ultimi, infatti, 2.244.700 (pari al 74% circa del totale) riguarderanno persone che lavorano nelle regioni centro settentrionali. Questi dati non lasciano alcun dubbio: nel giro di qualche anno assisteremo a una vera e propria “fuga” da scrivanie e catene di montaggio, con milioni di persone che passeranno dal mondo del lavoro all’inattività con conseguenze sociali, economiche ed occupazionali di portata storica per il nostro Paese. Lo sanno bene gli imprenditori che già adesso faticano a trovare personale disponibile a recarsi in fabbrica o in cantiere. Figuriamoci fra qualche anno, quando una parte importante dei cosiddetti baby-boomer lascerà l’occupazione per raggiunti limiti di età. “Già oggi ci sono 8 province settentrionali, si sottolinea nel report dell’Ufficio studi della CGIA, che al pari della quasi totalità di quelle meridionali registrano un numero di pensioni erogate superiore a quello dei lavoratori attivi. Esse sono: Rovigo (-2.040), Sondrio (-2.793), Alessandria (-6.443), Vercelli (-7.068), Biella (-9.341), Ferrara (-9.984), Genova (-10.074) e Savona (-13.753). Due province della Liguria su quattro presentano un risultato anticipato dal segno meno, mentre in Piemonte sono tre su otto. Delle 107 province d’Italia monitorate in questa analisi dell’Ufficio studi della CGIA, “solo” 59 presentano un saldo positivo. Infine, le uniche realtà territoriali del Mezzogiorno che registrano una differenza positiva sono Matera (+938), Pescara (+3.547), Bari (+11.689), Cagliari (+14.014) e Ragusa (+20.333)”. La CGIA di Mestre sottolinea nel suo report “che l’elevato numero di assegni erogati nel Sud e nelle Isole non è ascrivibile alla eccessiva presenza delle pensioni di vecchiaia/anticipate, ma, invece, all’elevata diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità”. A dimostrazione che la tanto declamata crescita dell’occupazione su base annuale (250 mila unità, tra l’altro calati di oltre 150 mila rispetto all’anno scorso) è soprattutto dovuta ad un lavoro povero e precario. E la crescita dell’occupazione che si è avuta al Sud,  dove per altro il tasso di occupazione è ancora più basso della media nazionale (dodici punti in meno) e uno dei tassi più bassi d’Europa, dimostra che la metà di chi potrebbe lavorare al Sud è fuori dal mercato del lavoro. Un lavoro comunque povero che riguarda soprattutto gli over 50, mentre soprattutto al Sud resta un’elevata disoccupazione e inoccupazione giovanile e un calo dell’occupazione femminile. All’assenza di lavoro dignitoso, si affianca poi nel nostro Mezzogiorno l’assenza o la scarsa qualità di servizi pubblici, a partire da quelli sociali. E anche il DdL di Bilancio 2026 continua a non prendere di petto la questione dei divari territoriali, sempre più insostenibili. Come ha denunciato la SVIMEZ, tra gli altri: “ L’esperienza recente dimostra che l’obiettivo di attenuare i divari territoriali nei livelli di servizio difficilmente può essere perseguito in assenza di stanziamenti idonei. I LEP indicati dalla manovra sarebbero invece largamente finanziati a parità di risorse; il richiamo alle disponibilità finanziarie dei bilanci locali sembra mettere in discussione il carattere di “essenzialità” delle prestazioni, poiché la loro erogazione sarebbe condizionata dalla capacità fiscale locale (contrariamente a quanto stabilito dalla legge 42 del 2009). Anche a parità di risorse un’attenuazione dei divari territoriali potrebbe essere realizzata attraverso una revisione dei criteri di riparto delle risorse, chiaramente improntata a finalità perequative. Il DDL, tuttavia, prevede che nell’allocazione delle risorse si tenga conto “degli effettivi beneficiari dei servizi”, riproponendo in tal modo il criterio della spesa storica che perpetuerebbe le differenze attuali”. E così, l’assenza di lavoro regolare e dignitoso e la scarsità di servizi trovano una certa compensazione nei trattamenti assistenziali e di invalidità, spesso l’unica possibilità di sopravvivenza. Qui per approfondire: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2025/11/Pensioni-stipend-prov-08.11.25.pdf.   Giovanni Caprio