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Una rivolta delle persone in movimento detenute in base al nuovo Patto Europeo è stata brutalmente repressa dalla polizia bulgara
Nel centro di detenzione di Pastrogor, dopo settimane di mobilitazione delle persone in movimento contro la privazione della loro libertà, la repressione della polizia è ulteriormente aumentata domenica 26 luglio: le telecamere di sorveglianza sono state spente e i detenuti sono stati picchiati e torturati. Questo attacco rappresenta l’ennesimo esempio della violenza di Stato alle frontiere europee, che sta raggiungendo livelli senza precedenti dall’avvio, nel mese di giugno, dell’implementazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per settimane, i detenuti di Pastrogor, a pochi chilometri dal confine con la Turchia, si sono mobilitati collettivamente per protestare contro la loro detenzione. Molti di loro hanno partecipato a uno sciopero della fame, rifiutando il cibo immangiabile fornito dall’Agenzia statale per i rifugiati. Alcuni hanno organizzato diverse contestazioni, rifiutandosi di lasciare la mensa e chiedendo cibo aggiuntivo e di migliore qualità. In risposta, almeno una persona è stata picchiata da un poliziotto, trattenuta in commissariato e costretta a firmare una dichiarazione di impegno a non partecipare ad alcuna futura protesta. La rivendicazione centrale di questa mobilitazione non era soltanto il miglioramento delle insopportabili condizioni del campo di Pastrogor – come le infestazioni di parassiti e il caldo estremo – ma soprattutto la fine della detenzione stessa. In una lettera, molti detenuti hanno rivendicato il rilascio e il trasferimento in un centro di accoglienza aperto per richiedenti asilo. Hanno inoltre chiesto di poter accedere a informazioni legali sulle ragioni della loro detenzione e sulla sua durata, informazioni che le autorità responsabili della gestione del centro di detenzione hanno deliberatamente negato. La mobilitazione si è intensificata il 26 di luglio, quando le persone hanno iniziato a scandire slogan come “Libertà, Hurriya” e “Open camp! Open camp!”, riunendosi gioiosamente mentre all’esterno del centro di detenzione il Collettivo Rotte Balcaniche portava un saluto solidale. Contemporaneamente, alcune persone hanno tentato di evadere. Dopo questo intenso momento di protesta e solidarietà, i detenuti sono tornati nelle loro stanze. Un’ora più tardi, i rinforzi della polizia hanno fatto irruzione nell’edificio: con il volto coperto da passamontagna e dopo aver spento le telecamere, hanno picchiato brutalmente i prigionieri in un evidente atto di rappresaglia. La vendetta è stata brutale: alcune persone hanno riportato decine di ematomi sul corpo dopo essere state colpite con i manganelli, subendo fratture alle mani alle gambe; altre sono state viste ricoperte di sangue; almeno una persona ha perso due denti dopo essere stata colpita con un pugno alla mascella da un poliziotto, e molto altro. Sono stati picchiati anche dei minori (che, per legge, non dovrebbero trovarsi in un centro di detenzione). Nel tentativo di nascondere le violenze commesse, la polizia ha distrutto un numero elevatissimo di telefoni, rendendo molto più difficile la comunicazione con e tra i prigionieri. Dodici persone sono state portate via dal centro, trattenute per 24 ore in una stazione di polizia, costrette a firmare dichiarazioni con cui si impegnavano a non prendere parte ad alcuna protesta in futuro e successivamente ricondotte a Pastrogor. Dopo questi fatti, una persona reclusa afferma: “Abbiamo capito che il governo vuole trattenere le persone in un centro mentre le loro domande di asilo vengono esaminate. Tuttavia, mantenere i richiedenti asilo in un centro chiuso per un periodo fino a tre mesi è ingiusto. Se lo scopo è semplicemente quello di esaminare le loro domande di asilo, dovrebbero invece essere accolti in un centro aperto, dove possano vivere in libertà mentre le loro pratiche vengono valutate. Trattenere le persone in un centro chiuso in queste circostanze è inutile e ingiusto, e questa realtà deve essere resa pubblica”. Il centro di Pastrogor è stato costruito nel 2012 come campo aperto per persone sottoposte alla procedura di richiesta di asilo. Nel dicembre 2025, per attuare il nuovo Patto europeo, le autorità bulgare hanno trasformato questo cosiddetto «centro di transito» in un centro di detenzione, un esito prefigurato dalla sua architettura carceraria e dal suo isolamento. Al suo interno viene applicata la nuova “aslyum border procedure”, uno stratagemma giuridico introdotto dal Patto che rafforza il ricorso alla detenzione prolungata delle persone in movimento. Inoltre, essa intensifica i rigetti sistematici e le deportazioni di massa, spesso attuate sotto forma di rimpatri “volontari” coercitivi con la collaborazione di Frontex e IOM. Mentre la durata delle detenzioni continua ad allungarsi, la nuova procedura di frontiera impone un termine di appena sette giorni per presentare ricorso contro il diniego della protezione. Si tratta di un ostacolo particolarmente grave, considerata l’assenza di informazioni e di assistenza legale fornite dalle autorità bulgare. La rapida attuazione del Patto ha provocato un forte aumento della reclusione delle persone in movimento in strutture di tipo carcerario. Nel solo centro di Pastrogor, il numero delle persone recluse è passato da poche decine prima del 12 giugno a oltre 220 alla fine di luglio. Si tratta di un’ulteriore escalation della guerra condotta dall’Unione Europea e dai suoi Stati membri contro le persone in movimento. Normalizzando la detenzione su larga scala, questi centri rivelano sempre più chiaramente la loro natura di prigioni razziali. Eppure le persone continuano a lottare e a resistere: attraversano le frontiere, scavalcano le reti, gridando “Open camp!” dietro alle sbarre dei centri di detenzione al confine tra Bulgaria e Turchia e dovunque. Siamo con loro e la nostra solidarietà è incondizionata. Le loro rivendicazioni non resteranno inascoltate. Questi muri cadranno.   Collettivo Rotte Balcaniche
August 7, 2026
Pressenza
Regolamento rimpatri: l’Europa di Ursula von der Leyen è vannacciana
L’alleanza trasversale di centristi e estreme destre che ha approvato nel Parlamento Europeo il nuovo ‘Regolamento rimpatri’ conferma che non è Ursula von der Leyen l’alternativa al pericolo fascista e autoritario come raccontano da troppo tempo in Italia gli europeisti acritici. Si profila lo sdoganamento dell’estrema destra in tutta l’UE sulla scia dell’Italia. Con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, il Parlamento Europeo ha approvato ieri un Regolamento vergognoso e ingiusto contro migranti e richiedenti asilo. Un atto di una gravità mai raggiunta finora. Il testo permette perquisizioni domestiche nelle case di “presunti irregolari”, aumenta il tempo massimo di detenzione per chi è in procinto di essere rimpatriato, autorizza la costruzione di “return hubs” anche in paesi al di fuori dell’UE. Le perquisizioni, non solo nelle case, rappresentano la versione europea dell’ICE statunitense. Chi finisce nei CPR, potrà essere detenuto per due anni, prorogabili di altri sei mesi, un periodo che può divenire illimitato per le persone considerate come un rischio per la sicurezza. Chi è espulso si vedrà raddoppiati i tempi di divieto di reingresso a dieci anni. Per chi è considerato un pericolo, il bando sarà a vita. Diminuiranno le garanzie del diritto di difesa. Oggi in caso di ricorso c’è una sospensione dell’espulsione, con l’applicazione del nuovo testo saranno i tribunali a decidere su ogni singolo caso. La parte più inquietante riguarda i “return hubs”, strutture di transito, in attesa di deportazione nel Paese d’origine in cui potenzialmente si potrà essere trattenuti a tempo indeterminato. Luoghi in cui non entreranno i minori non accompagnati, ma in cui sarà permesso tenere le famiglie con bambini. I parlamentari delle destre hanno gridato “Send them back” (Mandiamoli indietro), che tanto richiama alla remigrazione proposta dai gruppi neofascisti. Quella annunciata da inaccettabili proposte di legge o da europarlamentari in divisa da generale diventerà pratica possibile in forma più “elegante” e funzionale al mercato del lavoro. Come Rifondazione Comunista ci riconosciamo in coloro che nell’aula hanno invece urlato “Shame on you!” (Vergognatevi!) e saremo in prima fila nella mobilitazione perché tali azioni xenofobe non vengano realizzate, utilizzando il diritto e le azioni legali. Non è questa l’Europa in cui vogliamo vivere. E come in Europa anche in Italia, il nuovo regolamento non traccia solo un confine fra “utili” e “da cacciare”, ma anche uno, più profondo, fra chi è disponibile a operare dei distinguo e chi, come noi, si schiera per un Paese accogliente in cui gli unici confini da abbattere sono quelli di classe. L’Europa di Ursula è vannacciana. Maurizio Acerbo, segretario nazionale Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea   Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
June 18, 2026
Pressenza
Abusi sistematici sui migranti in Libia: un rapporto delle Nazioni Unite
Il rapporto  “Business as Usual: Human Rights Violations and Abuses against Migrants, Asylum-Seekers, and Refugees in Libya“, pubblicato congiuntamente dall’UNSMIL e dall’OHCHR, mette in luce le modalità con cui sono state perpetrati – in condizioni di impunità – violazioni dei diritti umani e abusi nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in Libia nel corso del 2024 e del
24-28 febbraio: carovana per la strage di Cutro
ripreso da MeltingPot. Il calendario degli incontri. A seguire i nostri link. “Rompere il silenzio”: la nuova Carovana per una Calabria aperta e solidale Dal 24 al 28 febbraio, contro l’oblio: tre anni dalla strage di Steccato di Cutro   Dal 24 al 28 febbraio torna per il secondo anno la Carovana per una Calabria aperta e solidale, un’iniziativa politica
February 24, 2026
La Bottega del Barbieri