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È possibile rendere didattica ed etica una tecnologia aziendale-militare? Riflessione sull’Enciclica “Magnifica Humanitas”
Come docente della scuola media pubblica, formatasi alla fine degli anni Novanta, quando ho ricevuto la notizia della pubblicazione dell’enciclica Magnifica humanitas riguardante le tecnologie digitali e l’uso dell’I.A., pur essendo laica (ma con un lungo passato come cattolica attiva nel sociale), ho avuto un moto di speranza che qualcosa, da fonti autorevoli e influenti, anche se non quelle a cui solitamente attingo per approfondire l’attualità, si levasse per porre un freno deciso all’influenza dei poteri guerrafondai nel mondo educativo-formativo, ultima sventura delle tante a cui l’irreversibile processo di aziendalizzazione della scuola pubblica ci ha tristemente condotto. Avevamo appena affrontato un difficile Collegio docenti dove la discussione sull’uso e sulla formazione di questi strumenti era stato oggetto di divisione tra noi; le nostre figure di riferimento come animatori digitali si sono proposte la lettura dell’Enciclica come studio estivo e ci siamo lasciati con l’idea di aggiornare il nostro confronto dopo un’attenta analisi non solo del documento papale, ma anche di altra bibliografia che, nel frattempo, sembra essere esplosa. Luca De Biase, nel suo podcast “Padroni del mondo”, all’episodio numero 37 cita la “magnifica umanità” di cui parla papa Leone XIV come un possibile antidoto al totalitarismo cognitivo che le informazioni sintetiche della I.A. possono alimentare, inquinando le menti e danneggiando le logiche della convivenza. Spiega chiaramente come i social media rafforzino la propaganda di autocrati quali Elon Musk, le cui finalità sembrano essere quelle, ad ascoltare le sue interviste, di migliorare l’umanità in ogni ambito, da quello sanitario a quello lavorativo, creando un universo tecnologico che risolva miracolosamente ogni problema, e lo afferma con spudorata mancanza di senso del limite e ferma convinzione di onnipotenza. Con atteggiamento più cauto Cristopher Olah, cofondatore di Anthropic, si limita ad esporre le sue ricerche sul funzionamento dell’I.A. considerando quest’ultima una macchina espressione delle capacità umane (e non di una tecnologia magica) che è possibile gestire per rendere fruttuosa l’interazione uomo-macchina. L’introduzione all’Enciclica, al punto 4, recita: «La tecnica non va considerata, in se stessa, come forza antagonista rispetto alla persona: al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto ‘fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo’. Lo sviluppo tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione nuova in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità nell’immaginario collettivo…Le nuove tecnologie aprono un orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora pienamente prevedere. Ciò rende più complesso valutarne l’impatto e gli effetti a lungo termine sulla dignità delle persone e il bene comune». La visione di una “magnifica umanità” che ne emerge potrebbe risuonare alquanto fideistica, se riflettiamo sul fatto che scoperte scientifiche e innovazione tecnologica non hanno avuto uno sviluppo regolare, lineare e progressivo. A volte, in questo modo, le riassumiamo ai giovanissimi, tramite l’uso del manuale, per rendere accessibili i contenuti a studenti e studentesse ancora inesperti nello studio, ma spesso nel percorso di insegnamento c’è bisogno di lavorare sull’analisi delle fonti, dei punti di vista diversi e fare precisazioni nel merito, considerare dei salti all’indietro e dei regressi, parlare dei margini della società, delle eccezioni, degli insuccessi, della massa informe di chi la Storia non l’ha fatta perché i “Vinti” non glielo hanno permesso, introdurre, insomma, delle riflessioni che poco hanno a che fare con le “magnifiche sorti progressive” e i “significativi miglioramenti delle condizioni di vita” a cui la tecnica ci avrebbe condotti come umanità: «Parte di ciò che la modernità chiama progresso si riferisce a quattro secoli di dispostivi che permettono di non dover prestare attenzione all’alterità, ad altre forme di vita, agli ecosistemi» (Baptiste Morizot, Manieres d’etere vivant, Arles, Actes Sud 2020) Potrebbe apparire riduttivo anche parlare di “volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando non orientati al bene”: il “dual use” si potrebbe liquidare così? Come una necessità di mantenere separati due ambiti (civile e militare) del digitale per non arrecare danni o ci sono interferenze tra i due che sono comunque inevitabili per la natura stessa dello strumento aziendale-militare o perlomeno per come è stato concepito e sviluppato negli ultimi 70 anni[1]? Noi sospettiamo che, purtroppo, sia la seconda ipotesi quella più vicina a quanto stiamo vivendo: come Osservatorio contro la militarizzazione della scuola e delle università abbiamo avuto già modo di soffermarci su questi aspetti: “La vera faccia dell’intelligenza artificiale: il motore del riarmo“. L’Enciclica qualifica, senza mezzi termini, certi usi dell’I.A. come violazione della dignità umana (La normalizzazione della guerra, pag. 32 della Lettera Enciclica) e nelle sue indicazioni etico-morali fa comunque pressione affinché si portino in primo piano iniziative, a tutti i livelli, normativo in primis, per un’adozione tecnologica più riflessiva, quindi più lenta, disarmata e riconducibile a una risorsa che venga gestita come “bene comune”. Se pensiamo a uno di questi beni comuni, su cui la cittadinanza negli ultimi vent’anni si è mossa con maggior forza, l’acqua, agli esaltanti risultati referendari del 2010 e a come tutto ciò non sia comunque servito ad arginare l’accaparramento delle risorse idriche da parte dei colossi aziendali globali, ci viene un certo scoramento e ci chiediamo: accadrà la stessa cosa all’I.A., anche se dovesse essere dichiarata “bene comune”? Chi fermerà, in questo caso, l’avanzata degli interessi strategici che non si fanno scrupoli a scatenare conflitti bellici? Riuscirà l’Europa a difendere il principio di precauzione così come per molto tempo aveva fatto (in passato) nei confronti di un’altra tecnologia, gli O.G.M., applicata, in questo caso, all’agricoltura, per salvaguardare diritti, libertà, ecologia e risorse? Nonostante gli ingenti investimenti che lo sviluppo di questi software sta ricevendo e i brillanti risultati delle quotazioni in borsa delle multinazionali che li controllano, vale la pena citare lo stesso documento papale quando ci ricorda che l’indicatore PIL non misura il “ben-essere” delle popolazioni ma solo l’efficienza del capitale, che, a sua volta, si sposta là dove i margini di profitto aumentano, ovvero i titoli azionari prosperano, anche fra i gruppi di produttori di armi. Ma l’I.A., oltretutto, non sta migliorando le condizioni materiali dei più: il 90% delle imprese non registra aumenti di produttività[2] e, anzi, rischia di accelerare le disuguaglianze e introdurre un’automazione, senza occupazione, che distrugge il lavoro senza aumentare la crescita. Le Big Tech detengono un potere finanziario immenso, tramite il quale riescono a controllare i social media e, con essi, il dibattito politico, definendone l’agenda e condizionando pesantemente l’opinione pubblica. L’interdipendenza stretta tra questi colossi e i governi degli stati sta facendo vacillare le democrazie, sempre più in difficoltà a normare l’uso delle tecnologie digitali in base ai principi su cui si sono fondate, fin ora, le carte costituzionali[3]. Stiamo parlando di tecnologie che, trasferite all’ambito militare, alla logistica e all’intelligence, costituiscono occhi ed orecchie per dati (raccolti nell’ambito civile) che il reparto militare usa come controllo e sorveglianza della cittadinanza. Se uniamo a queste considerazioni il fatto che, negli organismi di rappresentanza degli atenei, rappresentanti di destra operano censure e pressioni per ridurre al minimo le critiche verso la partecipazione a progetti di ricerca “duali” (termine eufemistico, dal momento che l’ambito civile ne rappresenta una parte minoritaria rispetto al militare), capiamo bene come anche la libertà di ricerca nel settore pubblico possa essere pesantemente compromessa. Tale concentrazione di potere tecnologico, che riesce a condizionare ricerca e politica, svuotando di efficacia il diritto di scelta delle popolazioni, sta già conducendo ad una moltiplicazione di guerre e interventi militari. D’altronde gli LLM  (Large Language Model) sono stati sviluppati nell’alveo della ricerca sul machine learning statunitense non per scopi scientifici, umanitari o didattici, ma per migliorare servizi on line basati sull’interazione verbale che non fanno altro che fidelizzare il cliente e creare nuovi bisogni[4]. Hanno come scopo di fare in modo che l’utente li usi il più possibile per riuscire a estrapolare dati-linguaggio-parole sui quali basarsi per i propri output. Sono ancora tecnologie estremamente imprecise, per molti versi sovrastimate, sia in senso ottimistico che apocalittico: spesso sono le stesse industrie tecnologiche che illustrano scenari catastrofici per mostrarsi etiche e responsabili, con regolamenti inefficaci, per spostare l’attenzione sugli scenari futuri e distoglierla dal disastro presente[5]. C’è forse bisogno, ancor prima di un codice etico, di allargare la riflessione su una Antropologia per intelligenze artificiali (Filippo Lubrano, 2024): non è una novità, nella storia della ricerca scientifico-tecnologica, l’idea di creare una macchina pensante, come ci hanno insegnato gli scritti di Asimov, Turing, Searle… Il fenomeno mediatico su questi modelli linguistici è esploso ai giorni nostri non in virtù di una nuova scoperta o invenzione, ma perché a un certo punto le aziende si sono ritrovate con la possibilità di avere a disposizione una quantità enorme di dati, come mai prima, che è stata utilizzata con finalità commerciali e di sorveglianza, non per la costruzione del “bene comune”. Rileggiamo le Leggi della Robotica[6]: «0. Un robot non può recar danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno; 1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno; 2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge; 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge» Non ci sembra che oggi ci sia niente di così diverso, a livello etico-morale, rispetto a ciò su cui  anche Asimov si interrogava: alla luce della rilettura di queste leggi fantascientifiche appare forse più macroscopica la distanza tra buone finalità scientifiche, didattiche e di reale progresso umano e il panorama tecnologico, economico e bellicistico attuale, per cui ci domandiamo se, invece di invocare una improbabile o inesistente I.A. etica non sarebbe meglio adottare, almeno per ora, una vera e propria obiezione di coscienza totale. Claudia Giella, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università * [1] D.Tafani, Non senza di noi. Università e docenti che rifiutano i chatbot di sorveglianza,14/04/2026 * [2]Goldman Sachs,Top of Mind, Gen AI: too much spend, too little benefit? * [3] Dario Guarascio, Imperialismo digitale, 2026 * [4] S. Penge, Modelli linguistici opachi e modelli didattici trasparenti, Quaderni della decrescita, ‘26 * [5] Naomi Klein, Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri, 2012 * [6] I.Asimov, Io robot, 1950 -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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15 maggio 1897: i “figli della Luna” tra scienza e pregiudizio
di Bruno Lai 15 maggio 1897: nasce a Berlino il “Wissenschaftlich-humanitäres Komitee”, WhK, o “Comitato Scientifico Umanitario”, il primo nucleo del movimento di liberazione omosessuale. Per capire il clima in cui sorge il “Wissenschaftlich-humanitäres Komitee”, o WhK, a fine Ottocento, dobbiamo guardare alla Germania del Secondo Reich, l’Impero Tedesco. La situazione delle persone omosessuali è determinata da un mix paradossale
Filosofia, etica delle tecnologie e preparazione allievi dell’accademia militare di Modena
Abbiamo già scritto del corso di filosofia per allievi dell’accademia militare di Modena, che ha trovato accoglienza nel Corso di Laurea in Scienze Strategiche (L/DS) dell’Università di Modena e Reggio (UniMoRe) dopo che il Dipartimento di filosofia di Bologna aveva negato la propria disponibilità (clicca qui). Alcune settimane prima la traversata della Global Sumud Flotilla aveva smosso mobilitazioni studentesche e di piazza commoventi per numero e intensità. La ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello hanno strumentalizzato il conflitto sulla questione palestinese, indicando le mobilitazioni quali responsabili di un clima scomodo e del rifiuto a Bologna.(1) In realtà, pare che il dipartimento abbia negato la propria collaborazione al corso per motivi di bilancio e di trasferta dei docenti, ai quali era stato chiesto di fare lezione in accademia a Modena e di organizzare un corso di studi su misura per l’accademia militare. Desideriamo tornare su questa notizia dopo avere letto un articolo del prof. Francesco Bellino, riconosciuto esperto di bioetica e di filosofia morale, che sembra esprimersi a favore del corso attivato all’UniMoRe. Egli, infatti, chiama in causa il potere della filosofia che può risolvere la frammentazione e la perdita di senso dei nostri tempi, caratterizzati da troppa tecnologia «senza vita e volontà» e da una cultura mediatica pilotata da interessi economici-finanziari che ci rende quasi impossibile capire dov’è il vero e dov’è il falso. Per ciascuna citazione del prof. Bellino nel suo articolo, noi aderenti all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vogliamo rimarcare che il fine militare della formazione accademica può solo aggravare le questioni da lui sollevate. Non può muoversi libera la speculazione filosofica, se essa viene costretta in un sistema necrofilo che finge di porsi domande, un sistema che cerca solo giustificazioni per le manovre politiche di rapina dei territori, erosione dei diritti politici, sociali e civili acquisiti. Di particolare interesse, inoltre, sono la presunta “rivoluzione filosofica” nel segno della Difesa e la poca disposizione al dialogo da parte delle gerarchie militari che emergono dal Programma di Comunicazione del ministero della Difesa, vale a dire il documento mediante il quale viene strategicamente avviata l’aggressione delle forze armate nei luoghi della formazione e dell’istruzione. A fine articolo il professore invoca l’introduzione di tutte le articolazioni della filosofia nei luoghi del sapere, anche per l’infanzia. Se mai avverrà, speriamo sia nel segno dell’antimilitarismo. (1) Due anni fa abbiamo pubblicato un dossier sulle collaborazioni tra l’Università di Bologna e il settore produttivo militare internazionale, lo trovate qui. Avere rinunciato ad una collaborazione con l’accademia militare di Modena non la rende una università votata alla pace. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La Flotilla, le piazze e la vita che esonda
NELLE PIAZZE PER LA PALESTINA, NEI PORTI BLOCCATI, NEI GESTI DI SOLIDARIETÀ QUOTIDIANA, SONO AFFIORATE CON FORZA DIROMPENTE ALTRE LOGICHE DI VALORE: È L’ETICA NON COME MORALE PRIVATA MA COME FORZA CHE CREA MONDI ALTRI. LA SFIDA ORA È TRASFORMARE QUELLA SPINTA ETICA IN PRATICA DI OGNI GIORNO. “LE CUCINE COLLETTIVE, LE RETI DI MUTUO AIUTO, I MEDIA INDIPENDENTI, LE ESPERIENZE AGROECOLOGICHE E FEMMINISTE – SCRIVE MASSIMO DE ANGELIS – SONO GIÀ LABORATORI DI QUESTA NUOVA POLITICA… DALLE PRATICHE DI QUARTIERE ALLE RETI INTERNAZIONALI DI SOLIDARIETÀ, LA POSSIBILITÀ DI ALTRI MONDI SI COSTRUISCE SOLO SE CIÒ CHE NASCE IN BASSO RIESCE A COMUNICARE, A INTRECCIARSI, A ESONDARE… OLTRE TUTTI I CONFINI, IDENTITARI, NAZIONALI E TEMATICI… FINCHÉ LA VITA CONTINUERÀ A ESONDARE, LA SPERANZA TROVERÀ SEMPRE IL MODO DI RIMETTERSI IN MARE…” Torino, 3 ottobre. Foto Acmos -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni successivi all’attacco israeliano alla Global Sumud Flotilla, milioni di persone sono scese in piazza in Italia e nel mondo. Non solo per solidarietà con Gaza, ma per dire no all’indifferenza, alla complicità, alla rassegnazione. In Italia in particolare, il movimento ha contato due scioperi generalizzati (che a differenza degli scioperi generali non coinvolgono solo i lavoratori salariati a contratto determinato), e infiniti altri presidi e iniziative. Milioni di persone, in più di cento città, hanno trasformato l’indignazione in movimento. Ma ciò che più colpisce non è la quantità: è la qualità di questo respiro collettivo. Una moltitudine fatta di bambini, insegnanti, anziani, famiglie, operai, lesbiche, migranti, e aggiungete voi tutte le tipologie di differenze più o meno identitarie che volete: erano lì, se non erano in qualche bar a lamentarsi che “tanto non serve a niente” o “ma a me che me ne frega della Palestina”. Perfino i prigionieri hanno scioperato! Le piazze per la Palestina e la Global Sumud Flotilla hanno aperto una breccia nella normalità di un mondo che fa del genocidio uno spettacolo quotidiano disarmante. È un movimento che nasce sicuramente da una pulsione etica — intesa non come insieme di precetti morali, ma come forza immanente della vita che reagisce all’ingiustizia e manifesta un conatus teso alla sovversione della ripugnante gerarchia dei valori che rende possibile il genocidio. Ma l’etica diventa politica quando il respiro dei corpi si fa comune, stravolge vecchi confini e riconosce collettivamente la differenza che fa la differenza, la linea rossa che ci separa da un potere carnefice. Come recita quel bellissimo cartello mostrato a Roma: “Pensavamo di liberare la Palestina, e invece la Palestina sta liberando noi”. Ciò che si è espresso in queste piazze è stata una pulsazione vitale, un alito di vita, come lo ha chiamato Enrico Euli su Comune (La vita dentro e contro la morte): la riaffermazione della vita contro la morte, dell’agire collettivo contro l’anestesia del potere. Improvvisamente, ci siamo scoperti non più solo disincantati, non più solo cinici, né solo rassegnati. Questa esplosione mostra un’oscillazione tra due sentimenti che in tanti, più o meno condividiamo: da un lato la consapevolezza dell’impotenza di fronte al mostro della guerra, del tecno-fascismo globale, della catastrofe ecologica e morale in cui siamo immersi; dall’altro la spinta irresistibile a reagire, a scendere in strada, a dire no, anche sapendo che la battaglia sembra persa. Questa ambivalenza non è una debolezza, ma la condizione reale dell’agire oggi. È il terreno su cui si gioca il rapporto, l’intreccio tra etica e politica. Dentro questa vibrazione si intrecciano etica e politica, pratica e valore, locale e planetario: un nuovo campo di possibilità che abbiamo chiamato sumud — perseveranza, radicamento, respiro. Perché quando la morte diventa sistema e la pace un’industria degli armamenti, ogni gesto di vita che esonda è già politico. Ogni barca che salpa, ogni corteo che attraversa la città, ogni kefiah attorno al collo dice la stessa cosa: non nel mio nome. Una disobbedienza che attraversa il mare per rompere l’assedio, smascherare l’ignavia dei governi occidentali e portare aiuti a una popolazione condannata alla fame. Valori relazionali e d’uso riarticolati di fronte a un sistema che tende a imporre il dominio esclusivo del valore di scambio e del comando imperiale. Franco (Bifo) Berardi (Una sollevazione etica. E adesso?) ha descritto la mobilitazione come una “rivolta etica”, e lo è, ma non nel senso moralistico del termine. L’etica di cui parliamo qui non è un codice, è un campo di forze. È l’emergere e il manifestarsi di altri criteri di valore, di altre misure del possibile, dentro la cooperazione sociale. E questo altro è il portato di corpi che si mettono in gioco. Lea Melandri (I corpi e la responsabilità collettiva) lo ha colto bene: le piazze hanno rimesso al centro ciò che per secoli è stato considerato “fuori tema” – i corpi, la vita intima, le esperienze dell’umano. Come nel Sessantotto, i “soggetti imprevisti” – donne, giovani, persone comuni – sono tornati sulla scena, portando con sé il senso di una responsabilità condivisa. In un tempo in cui la politica istituzionale appare spenta, la politicità rinasce nella presenza: nelle mani, nei passi, nelle voci, negli sguardi. Amador Fernández-Savater (La flotilla è un atto di disobbedienza politica) lo dice con chiarezza: la Flotilla “non è un’iniziativa umanitaria, ma un atto di disobbedienza politica”. È la giustizia che ritrova la propria spada, non nella violenza, ma nella forza dei corpi in movimento. Il linguaggio umanitario separa la cura dalla politica; la Flotilla le ricompone. Portare pane e medicine, in questo contesto, significa sfidare la logica della guerra. È una crepa nel dominio, un atto di valore. E in tanti ci siamo riconosciuti in questo atto di valore. Parlare di etica, in fondo, significa parlare di prassi di valore: l’etica non è un altrove della vita, ma il modo in cui, attraverso la cooperazione sociale e i legami quotidiani che ci intrecciano a molteplici circuiti produttivi, produciamo e riproduciamo non solo beni, ma anche valori, relazioni e significati. Il capitalismo, tuttavia, gerarchizza questi processi, ponendo al vertice il valore di scambio – e i profitti e le logiche di comando che lo accompagnano – e subordinando ad esso i valori d’uso e relazionali. Nel mio lavoro chiamo prassi di valore questo terreno di pratiche attraverso cui le persone producono e riproducono insieme materia e senso: beni, relazioni, significati. Ogni società è attraversata da diversi domini del valore – relazionali, d’uso, di scambio, di comando – in costante tensione. Il capitalismo li ordina in una piramide, ma la vita quotidiana sfugge sempre a tale riduzione: in ogni gesto di solidarietà, di cura o di disobbedienza emergono altre forme di valore che sovvertono la gerarchia dominante e ricompongono i valori relazionali e d’uso. Nelle piazze per la Palestina, nei porti bloccati, nei gesti di solidarietà quotidiana, sono affiorate con forza dirompente queste altre logiche di valore: relazionali, vitali, orientate alla vita e non al profitto. Sono state il luogo in cui la potenza relazionale dei corpi ha sfidato il comando, in cui l’uso e la cura si sono contrapposti alla logica dello scambio e della guerra. L’etica, così intesa, non è una morale privata ma una forza costituente, e quindi politica: il desiderio di riorganizzare la vita e la cooperazione sociale secondo ciò che vale davvero. Viviamo in un mondo che ci chiede ogni giorno di adattarci: di lavorare, consumare, tacere, mentre il sistema distrugge le condizioni della vita. Eppure, nello stesso mondo, affiora una contro-pulsazione: quella di chi non si rassegna, di chi sente che anche un piccolo gesto di cura, una manifestazione, un atto di disobbedienza, ha un valore intrinseco, anche se non produce risultati immediati. Tra l’adattamento disincantato e il desiderio di diserzione, tra la rassegnazione e la speranza, si muove la tensione che chiamiamo etica. Ed è da questa tensione che può nascere, di nuovo, la politica. Ma ogni forza etica è fragile se non trova forme di organizzazione. L’ambivalenza del nostro tempo – tra impotenza e desiderio – non si supera con la sola indignazione. Serve continuità, serve durata, servono contesti di cooperazione reale, dove insieme possiamo liberarci, anche materialmente, anche per gradi, dall’egemonia di questo potere e dalle sue regole di vita. Da qui la sfida: trasformare la spinta etica in pratica quotidiana. Non solo scendere in piazza, ma creare mondi. Le cucine collettive, le reti di mutuo aiuto, i media indipendenti, le esperienze agroecologiche e femministe sono già laboratori di questa nuova politica: non rappresentativa, ma costituente. Queste esperienze – locali, concrete, radicate nei territori – non sono un rifugio, ma punti di partenza. Ogni volta che una comunità si organizza per vivere diversamente, apre una breccia nell’ordine dominante e crea le condizioni per una connessione più ampia. Dalle pratiche di quartiere alle reti internazionali di solidarietà, la possibilità di altri mondi si costruisce solo se ciò che nasce dal basso riesce a comunicare, a intrecciarsi, a esondare. È in questo orizzonte che si colloca il richiamo di Sandro Mezzadra (su Euronomade) Esondare: il movimento deve continuare a esondare, uscire dai confini nazionali, perché solo in questa trasversalità può mettere in discussione la disparità delle forze. Esondare non è solo diffondersi, ma esistere e resistere a ogni scala: dal locale al planetario, dal simbolico al materiale, dal quotidiano all’infrastrutturale. La guerra e il genocidio sono processi globali, che intrecciano finanza, logistica, diplomazia e media. Ma sono anche processi che si giocano nelle quotidianità della vita, come momenti situati di quei processi globali. Per opporvisi, serve una contro-rete di pratiche e solidarietà, un comune transazionale che colleghi le lotte in porti, università, campagne e quartieri del mondo e che apra e riesca a concatenare spazi altri di cooperazione sociale. L’esondazione, in questa chiave, è una prassi del valore che dilata la cooperazione sociale oltre tutti i confini — identitari, nazionali e tematici — facendo comunicare i domini del valore tra popoli e territori, tra il Mediterraneo e l’America Latina, tra i movimenti ecologisti, del lavoro, migranti e di liberazione. Non cancella le differenze, le accorda. Genera un nuovo respiro planetario: una politica senza centro fisso, radicata nel movimento stesso della vita che si difende e della cooperazione sociale che cerca di riconfigurarsi su nuove basi. Nelle piazze per Gaza, questo respiro si è sentito chiaramente. Non l’unità rigida di un partito, ma la polifonia di una jam session: dissonanze e improvvisazioni che cercano armonia. Si è percepito il ritmo del commoning, il fare in comune come arte e come necessità. L’etica diventa ritmo, la politica diventa danza, e il respiro – come nella musica jazz – diventa forza collettiva. La Flotilla, allora, non è un atto isolato, ma un segno di transizione: dall’umanitario al comune, dal soccorso alla solidarietà, dal gesto alla trasformazione. Ogni volta che la vita afferma se stessa contro la morte, si produce una bellezza che è anche potenza materiale. È la politica come creazione di condizioni di vita condivisa. Oggi, di fronte alla catastrofe, il gesto più semplice e più difficile resta quello di continuare a respirare. Ma respirare, da soli, non basta. Le piazze, le barche, le reti di solidarietà ci dicono che il respiro può ancora diventare comune, armonizzato, persistente. Esistere oggi è sempre più resistere e resistere significa trasformare l’etica in politica, la compassione in cooperazione, la semplice sopravvivenza in vita condivisa. Finché c’è respiro comune, la storia non è finita. E finché la vita continuerà a esondare, la speranza troverà sempre il modo di rimettersi in mare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Gridare, fare e pensare mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La Flotilla, le piazze e la vita che esonda proviene da Comune-info.
October 6, 2025
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