La nonviolenza attiva spinge verso il disarmo nucleare universale
Una sensibilità nuova sta emergendo. Nasce dal timore non più remoto che la
civiltà umana possa scomparire. Non si tratta di un’allucinazione da racconto di
fantascienza, ma di una possibilità studiata e analizzata da scienziati e
osservatori internazionali.
E tuttavia, dentro questo timore, resiste una fiducia ostinata: che la
nonviolenza, sostenuta dalla forza vitale di Eros, rappresenti ancora la strada
più ragionevole.
Viviamo in un mondo che sembra scivolare verso una “tempesta perfetta”: trattati
nucleari logorati, armi sempre più sofisticate e rapide nell’uso, il rischio
concreto di un inverno atomico generato anche da un conflitto regionale, capace
di oscurare il sole per anni.
Nel frattempo, il pianeta supera i propri limiti: ghiacci che si sciolgono
improvvisamente, specie che scompaiono in silenzio, oceani che si acidificano
come se nessuno dovesse più attraversarli.
Alle minacce storiche se ne affiancano di nuove: tecnologie che avanzano più
velocemente della nostra capacità etica di governarle, intelligenze artificiali
potenzialmente autonome nei fini, biotecnologie capaci di generare pandemie
inedite.
E l’Orologio dell’Apocalisse, ormai a meno di novanta secondi dalla mezzanotte,
continua a ricordarci che il tempo non è infinito.
Ma non è per spaventare che si impone questa riflessione. È per affermare che la
nonviolenza non è soltanto un ideale generoso: è una necessità. Che il disarmo
non è un’utopia: è l’unico modo per evitare che l’umanità documenti la propria
fine.
Serve, però, chiarezza. Non tutto ciò che si oppone alla guerra è autentico
pacifismo. La nonviolenza non accetta il “male minore” della guerra — né della
sua preparazione, come la deterrenza — quando sono in gioco vite umane e diritti
fondamentali.
Allo stesso modo, un movimento per la pace non può farsi trascinare né dalle
strategie militari occidentali né dalle logiche oppressive di regimi autoritari.
Questo vale anche per l’Iran: si può condannare un’aggressione senza ignorare la
repressione interna che colpisce donne e giovani. Definire tutto questo
“anti-imperialismo” rischia di diventare una semplificazione che oscura la
realtà.
Resta aperta anche la questione del nucleare civile, rilanciata proprio mentre
si ricorda il disastro di Disastro di Fukushima. Viene presentato come una
possibile risposta alla crisi climatica, ma i tempi di sviluppo — ad esempio dei
reattori modulari — appaiono incompatibili con l’urgenza attuale.
Inoltre, la filiera dell’uranio resta intrinsecamente ambigua, condividendo
elementi tra uso civile e militare. E il problema delle scorie continua a
rappresentare un’eredità pesante, che non possiamo imporre alle generazioni
future.
Forse, oggi, ciò di cui abbiamo più bisogno è ritrovare un orientamento. Un filo
di sobrietà e responsabilità.
Come quando, in una stanza improvvisamente al buio, si accende una candela: non
per illuminare tutto, ma per vedere almeno il passo successivo.
Perché la nonviolenza, in fondo, è proprio questo: un modo di restare umani
mentre tutto intorno sembra spingerci nella direzione opposta.
Laura Tussi