Leonardo. NO in mio nome, NO in nome della nostra storia!
Pubblichiamo un articolo scritto per Pressenza da Gianni Alioti, uno dei
maggiori esperti italiani della produzione e commercio di armamenti, attivista e
ricercatore di The Weapon Watch, ex-sindacalista della Fim Cisl.
Le foto allegate, di pubblico dominio, sono di iniziative svoltesi nel sito
Leonardo di Grottaglie
“In questi anni mi sono chiesto spesso, insieme ad altri, il perché di un
imbarazzante silenzio dei sindacati confederali e delle loro federazioni di
categoria sulle responsabilità di Leonardo (e delle sue aziende controllate o
partecipate) nell’economia del genocidio di Israele e nella scelta esclusiva di
puntare sul business militare, alimentato dalle guerre e dalle politiche di
riarmo.
Un silenzio non giustificabile, come in altre circostanze, neppure dalle
naturali preoccupazioni sul terreno del lavoro e delle prospettive
occupazionali.
Per questo l’iniziativa spontanea di un gruppo di lavoratori del sito
industriale di Leonardo a Grottaglie, in provincia di Taranto, con la petizione
lanciata sulla piattaforma “change.org” ha squarciato il silenzio e, in un certo
senso, il velo di ipocrisia e doppiezza che avvolgeva le posizioni dei sindacati
e delle stesse rappresentanze dei lavoratori nel principale gruppo industriale
italiano nel settore aerospaziale e della difesa, 13° al mondo per fatturato
militare.
La petizione «Non in mio nome, non con il mio lavoro» , in pochi giorni ha
raccolto oltre 4 mila firme.
Chiede lo stop immediato da parte di Leonardo delle forniture di sistemi d’arma
ad Israele, nonché l’interruzione di qualsiasi cooperazione in ambito militare
con istituzioni, start-up, università ed enti di ricerca israeliani.
Inoltre, contesta la scelta di Leonardo di voler mettere in discussione la
permanenza della Business Unit Aerostrutture (di cui Grottaglie fa parte)
all’interno del perimetro del Gruppo e l’esclusiva focalizzazione di Leonardo
sul settore militare, disinvestendo negli asset civili.
La petizione, comunque la si pensi, ha due meriti:
– riproporre nell’agenda sindacale la questione etica della responsabilità
sociale d’impresa;
– riaprire una doverosa riflessione e discussione su “cosa e per chi produrre” a
partire dalle fabbriche d’armi.
Un tema certamente sensibile, da troppo tempo colpevolmente rimosso dai
sindacati in Leonardo, che ha visto le sigle maggiormente rappresentative tra i
lavoratori in azienda (Fiom Cgil, Uilm Uil e Fim Cisl) dividersi, come
documentato nell’articolo «Leonardo e il settore militare: così il sindacato si
spacca» di Gianni Bruno pubblicato l’11 ottobre su Buonasera24 .
Mentre la Fiom ha scelto di spalleggiare la petizione dei lavoratori,
sottolineando che la stessa “rilancia con forza quanto sostenuto dalla stessa
Fiom in questi mesi sulla necessità da parte di Leonardo di investire sul
settore dell’aeronautica civile e scongiurare il fatto che l’azienda operi
esclusivamente nel settore militare”; la Uilm riafferma quanto espresso a maggio
da Fim, Fiom e Uilm a livello locale e nazionale, sulla necessità di mettere in
comune il business militare della Divisione Velivoli di Leonardo con quello di
Aerostrutture e valuta positivo l’annuncio dell’azienda, dopo la costituzione
della joint venture con l’azienda turca Baykar, di coinvolgere anche il sito di
Grottaglie tra quelli direttamente coinvolti nella produzione di droni a uso
militare.
E, fino qui, siamo nell’ambito di un confronto rispettoso, in presenza di punti
di vista sulla politica industriale di Leonardo divergenti.
Di tenore diverso, invece, il comunicato della Fim Cisl, che polemizzando
rozzamente con la Fiom Cgil finisce con il dileggiare la presa di coscienza di
quelle persone che, interrogandosi sui fini del loro lavoro, hanno promosso la
petizione.
Con un linguaggio sguaiato e a tratti incomprensibile, evidenzia un
“analfabetismo di ritorno” di chi lo ha scritto, verso quei valori fondativi e
statutari peculiari della storia stessa della Fim Cisl.
https://buonasera24.it/news/cronaca/904950/leonardo-e-il-settore-militare-cosi-il-sindacato-si-spacca.html
Superato lo sconcerto iniziale, ho riflettuto se valesse la pena – da vecchio
sindacalista “riservista” -scrivere di nuovo qualcosa su questi temi.
Facendo una ricerca sul mio computer ho ritrovato una mia intervista di 20 anni
fa al compianto Massimiliano Pilati, pubblicata sulla rivista «Azione
Nonviolenta», con il titolo «E se il lavoro da difendere è in una fabbrica di
armi?».
E, rileggendola, ho deciso di riproporla così com’era.
L’ho trovata attuale, in quanto l’approccio al problema non cambia. Ciò che
cambia, oltre agli attori, sono i contesti e di conseguenza gli obiettivi e le
forme con cui declinare le proprie azioni.
All’epoca in cui la scrissi ero responsabile dell’Ufficio Internazionale Fim
Cisl e rappresentavo l’organizzazione nella Rete italiana Disarmo (RiD).
L’avevamo promossa nel 2004 (con il segretario generale Giorgio Caprioli)
insieme alla Fiom Cgil e a numerose associazioni e movimenti espressione della
società civile, in massima parte di area cattolica.
L’adesione della Fim alla RiD, purtroppo, è venuta meno quattordici anni dopo,
durante la segreteria generale di Marco Bentivogli.
DISARMO
https://www.azionenonviolenta.it/azione-nonviolenta-giugno-2006/
A cura di Massimiliano Pilati – disarmo@nonviolenti.org
E se il lavoro da difendere è in una fabbrica di armi?
Come si concilia il diritto del lavoratore con la produzione di armi? il
lavoratore è solo parte dell’ingranaggio o ha anche lui delle responsabilità?
che significato hanno per il sindacato parole come: nonviolenza, disarmo,
riconversione dell’industria bellica?
Abbiamo chiesto a Gianni Alioti della Fim Cisl di aprire la discussione.
I sindacati, con tutti i loro limiti e difetti, hanno svolto e svolgono tuttora
un grande ruolo di protezione del lavoro dal libero e incondizionato
funzionamento del mercato.
Gian Primo Cella ha scritto che “il sindacato è in fondo una rappresentazione
organizzata degli aspetti più concreti della vita quotidiana, del lavoro, ma non
solo. Per questo riproduce impegno e
dedizione, solidarietà pratica, ma anche egoismi e meschinità. Fornisce
rappresentanza e protezione al lavoro e ai lavoratori, per come essi sono, non
per come dovrebbero essere”.
Parlando di produzione d’armi dobbiamo, quindi, avere coscienza di ciò e delle
contraddizioni che possono manifestarsi tra la difesa corporativa degli
interessi materiali e le scelte di natura etica e
politica.
Una cosa va detta, però, con chiarezza: la decisione di produrre armi da parte
degli Stati (che ne sono i maggiori committenti) non è lo strumento per
garantire il diritto al lavoro (il fine), né per
creare maggiore occupazione.
Chi sostiene questo (fosse anche un sindacalista) fa un’operazione
mistificatoria.
E’ vero piuttosto il contrario: spesso si usa il diritto al lavoro e la difesa
dell’occupazione come argomento per giustificare determinate commesse militari
da parte dello Stato o peggio per forzare i vincoli all’export di armamenti
verso determinati paesi.
In questi casi i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali – sovente
-finiscono per essere colpevolmente risucchiati in azioni di lobby.
Per rompere questa logica subalterna è fondamentale che il sindacalismo svolga
anche un ruolo “educatore”, recuperando la tensione etica, coniugando l’utopia
con la pratica del possibile, rifuggendo viceversa il cinismo e l’opportunismo.
In caso contrario la partecipazione massiccia dei sindacati nel Movimento per la
Pace, come ho più volte sostenuto, rischia di essere schizofrenica.
In questo senso la nonviolenza è un importante antidoto.
Allo stesso modo le parole “disarmo”, “riconversione dell’industria militare”
(concetto più ampio e radicale di quello comunemente usato
di “industria bellica”, perché presuppone il superamento degli Eserciti e della
Difesa Armata) rivestono un’importanza straordinaria, in quanto ci costringono
come sindacati a misurarci concretamente con le nostre contraddizioni.
Il disarmo presuppone un’azione del sindacato globale per ridefinire le priorità
nell’agenda politica degli Stati e della comunità internazionale riducendo le
spese militari e trasferendo risorse ingenti dalla “sicurezza militare” alla
“sicurezza alimentare – ambientale – sanitaria”.
Per quanto riguarda la “riconversione dell’industria militare” dobbiamo partire
da un dato: nonostante si stia verificando una crescita imponente delle spese
militari nel mondo, l’occupazione
in questo settore non è destinata ad aumentare, anzi subisce una progressiva
contrazione (a maggior ragione se riuscissimo ad invertire il trend delle spese
per armamenti).
L’esperienza dei primi anni ’90 ci ha insegnato che una dipendenza esclusiva
delle aziende dal mercato militare è un elemento di maggiore vulnerabilità sul
piano occupazionale.
Per questo occorre lanciare un nuovo programma Konver a livello europeo,
accompagnato da iniziative legislative nelle regioni direttamente interessate,
che rispondano ad esigenze di innovazione,
conversione e diversificazione nel civile dell’industria militare, dettate – più
che da ragioni di crisi di mercato – da scelte di responsabilità sociale e
comportamento etico delle imprese.
Ritornando, invece, alla questione posta sulle responsabilità individuali di
quanti lavorano in fabbriche d’armi, ritengo personalmente sbagliato
colpevolizzare i lavoratori per le cose che si
producono.
L’obiettivo della riconversione nel civile – per avere successo – deve
coinvolgere necessariamente gli operai, i tecnici ed i manager di queste
aziende.
Un atteggiamento antagonista verso questi lavoratori preclude, viceversa,
l’individuazione di alternative alla produzione militare impiegando le
competenze professionali e le tecnologie esistenti.
Se vogliamo dare una risposta a questo problema dobbiamo offrire un quadro
giuridico e normativo che garantisca (sul piano della tutela del reddito e della
mobilità da un posto di lavoro ad un altro) il
diritto all’obiezione di coscienza dei lavoratori occupati nelle fabbriche
d’armi.
Il mio pensiero va a Maurizio Saggioro, operaio della MPR, che nel 1981 – prima
della messa al bando delle mine antiuomo – pagò la sua testimonianza di
obiettore alla produzione militare con il licenziamento.”
Redazione Italia