Tag - Lucia Montanaro

Le vite che la guerra attraversa – Viola Ardone racconta Tanta ancora vita
Un’intervista alla scrittrice Viola Ardone sul romanzo Tanta ancora vita, tra guerra in Ucraina, infanzia, migrazione e memoria. Le guerre attraversano oggi molte parti del mondo. Si sovrappongono nelle cronache quotidiane, scorrono nelle immagini dei notiziari, rischiano perfino di diventare un rumore di fondo a cui, poco alla volta, ci si abitua. Eppure dietro i numeri che scorrono nelle statistiche ci sono vite interrotte, famiglie divise, infanzie costrette a cambiare direzione troppo presto. Il rischio di assuefarsi è ogni giorno più alto. Per questo il dovere della memoria non dovrebbe mai essere accantonato. A volte, quando le immagini dei telegiornali scorrono davanti ai nostri occhi rese familiari dalla ripetizione quotidiana, anche la scelta di una lettura può fare la differenza e assumere un ruolo decisivo nella memoria. La guerra in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa, continua a produrre distruzione, sfollamenti e vite sospese. Sono molti i libri che negli ultimi anni hanno affrontato questi temi. Oggi abbiamo incontrato il libro della scrittrice e amica Viola Ardone, Tanta ancora vita, che riporta l’attenzione su una guerra che continua a devastare vite e territori ma che, a tratti, sembra scivolare ai margini dell’attenzione pubblica. Il protagonista è Kostya, un bambino ucraino di dieci anni che lascia il suo paese appena invaso per raggiungere la nonna Irina, che lavora a Napoli come domestica. Nello zaino porta poche cose: vestiti di ricambio, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo scritto su un foglio. Suo padre lo accompagna all’inizio di questo viaggio e lo affida alla strada mentre la guerra entra nella vita del paese. Non sappiamo con certezza quale sarà il suo destino. Nel romanzo si parla della possibilità che sia partito per il fronte, ma la sua sorte resta incerta, sospesa come accade a tante vite nelle guerre contemporanee. Il viaggio di Kostya è lungo e difficile. Attraversa frontiere, incontra soldati, sconosciuti che a volte lo ostacolano e altre volte lo aiutano, finché riesce ad arrivare a Napoli. Una mattina Vita, la donna per cui lavora la nonna, apre la porta di casa e lo trova addormentato sullo zerbino. Anche Vita è una figura segnata dalla perdita. Quattro anni prima ha perso suo figlio in un incidente e da allora vive una vita sospesa. Le sue giornate scorrono tra silenzi, ricordi e una depressione che nel romanzo assume persino un nome proprio: Orietta. Non è solo una malattia, ma quasi una presenza con cui la protagonista ha imparato a convivere, qualcosa che entra nelle pieghe della sua vita e che a volte prende spazio nei pensieri e nei gesti quotidiani. Accanto a lei vive e lavora Irina, la nonna di Kostya. È una donna ucraina emigrata da anni in Italia, una domestica che nel romanzo assume una profondità sorprendente. Porta dentro di sé la storia di tante donne dell’Est Europa che hanno lasciato la propria terra per sostenere le famiglie rimaste a casa. È una donna colta, legge Dante e parla italiano con una lingua quasi letteraria, ma sceglie di non sciogliere completamente la distanza linguistica con il paese in cui vive, come se quella distanza fosse anche un modo per custodire la propria identità. Anche Irina è attraversata dalla perdita. A un certo punto della storia decide di tornare in Ucraina per cercare il figlio, dato per disperso nella guerra. È una scelta che riporta improvvisamente il conflitto dentro la vita di tutti i personaggi e che mette in movimento anche Vita, spingendola a uscire dalla sua immobilità. Viola Ardone sceglie però una strada diversa: non racconta la guerra solo attraverso i fatti. Fa camminare il suo libro in avanti attraverso i sentimenti. La storia procede quasi a colpi di emozioni, di fragilità condivise, di momenti intimi che rivelano poco alla volta la vita dei personaggi. Attraverso il viaggio di Kostya il lettore incontra la guerra dal punto di vista di chi la subisce. Il bambino la racconta con una lingua piena di ironia e invenzioni, ma anche con una lucidità sorprendente. A un certo punto dice una frase che colpisce per la sua semplicità: la guerra non dovrebbe uscire mai dai videogiochi. Accanto alla guerra, il libro racconta anche altri temi profondamente contemporanei: la solitudine, la depressione, la migrazione, l’incontro tra vite ferite che può aprire una possibilità di trasformazione. La relazione tra Vita e Kostya non cancella il dolore, ma riapre uno spazio inatteso. In un passaggio del romanzo è la protagonista stessa a riconoscere che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. C’è anche un altro aspetto che rende questo romanzo particolarmente significativo. In un tempo in cui l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da un conflitto all’altro, la guerra in Ucraina rischia a volte di scivolare ai margini dell’attenzione pubblica pur continuando a produrre distruzione e sofferenza. Raccontarla attraverso una storia significa anche restituirle memoria, riportarla dentro il discorso umano e non solo geopolitico. Ho chiesto a Viola Ardone di condividere alcune riflessioni su questo libro e sui temi che lo attraversano. 1) Raccontare una guerra ancora in corso non è una scelta scontata e forse nemmeno commerciale. C’è voluto coraggio per scrivere questo libro? Raccontare una guerra mentre la guerra sta ancora accadendo significa scrivere in un terreno instabile, dove le parole arrivano sempre un attimo dopo i fatti e spesso sembrano insufficienti. Non so se serva coraggio; forse serve piuttosto una certa ostinazione a non voltarsi dall’altra parte. La letteratura non ha il compito di aspettare che la storia diventi polvere da archivio: può provare a stare nel presente, anche quando il presente è doloroso e contraddittorio. Non mi interessava fare un libro “sulla guerra”, ma un libro sulle vite che la guerra attraversa. E quelle vite non smettono di esistere solo perché il conflitto è ancora in corso. 2) Nel romanzo la guerra non è raccontata dal fronte ma attraverso la vita delle persone. Perché hai scelto questa prospettiva così quotidiana e intima? Le guerre ci arrivano quasi sempre attraverso le immagini del fronte: carri armati, macerie, mappe, confini. Ma la guerra vera – quella che cambia le persone – accade spesso lontano dalle linee di combattimento. Accade nelle cucine, nei corridoi delle case, nelle telefonate interrotte, nei silenzi. Ho scelto una prospettiva quotidiana perché è lì che la guerra mostra il suo effetto più radicale: non solo distrugge città, ma incrina la trama invisibile delle relazioni, della fiducia, della memoria. Raccontare quella dimensione intima mi sembrava un modo per restituire alla guerra il suo volto più umano e, proprio per questo, più inquietante. 3) Il romanzo nasce dall’incontro tra tre solitudini: Vita, Kostya e Irina. Alla fine di questo percorso narrativo hai trovato le risposte che immaginavi quando hai iniziato a scriverlo? Vita, Kostya e Irina sono tre solitudini che si sfiorano in un momento in cui ciascuno di loro è in qualche modo sospeso: tra passato e futuro, tra perdita e possibilità. Scrivendo ho capito che le risposte, se arrivano, non sono mai definitive. Piuttosto accade qualcosa di diverso: i personaggi imparano a stare dentro le proprie domande senza esserne schiacciati. E forse è questo il vero movimento del romanzo: non la soluzione dei problemi, ma la possibilità di condividere il peso delle proprie fragilità. 4) Il personaggio di Irina restituisce identità e profondità a una figura spesso invisibile: quella delle donne straniere che lavorano nelle nostre case. Nelle tue intenzioni c’era anche il desiderio di restituire umanità e complessità a queste vite troppo spesso ridotte al solo ruolo che ricoprono? Le donne che lavorano nelle nostre case – badanti, colf, assistenti familiari – sono presenze fondamentali e allo stesso tempo quasi invisibili. Abitano l’intimità delle famiglie, ma raramente entrano nella narrazione pubblica con una loro complessità. Irina nasce proprio da questa contraddizione: è una donna che attraversa la vita degli altri mentre la sua storia rimane spesso in ombra. Restituirle una voce significava ricordare che ogni persona porta con sé un passato, una lingua, una nostalgia, un progetto. Nessuno è mai soltanto il ruolo che svolge. 5) A un certo punto Vita riconosce che avere una speranza è un regalo che non si faceva da anni. Quanto era importante raccontare questo ritorno della speranza dopo il lutto e la depressione? Il ritorno della speranza era per me un passaggio essenziale. Non una speranza ingenua o salvifica, ma una speranza fragile, quasi timida. Dopo un lutto o una depressione la speranza non arriva come una rivelazione luminosa: arriva spesso come un piccolo gesto, una possibilità che all’inizio fa quasi paura. Per Vita riconoscere di poter sperare di nuovo è un momento decisivo, perché significa ammettere che la vita – nonostante tutto – può ancora sorprendere. 6) Oggi l’attenzione del mondo sembra spostarsi rapidamente da una guerra all’altra. Che ruolo può avere la letteratura nel mantenere viva la memoria delle vite coinvolte nei conflitti? La letteratura non può fermare le guerre, ma può fare qualcosa che spesso la cronaca non riesce a fare: restituire durata alle vite. Le notizie scorrono velocissime, le tragedie si accavallano, l’attenzione collettiva si sposta continuamente. Un romanzo invece rallenta il tempo. Permette di abitare una storia, di conoscere i volti, le paure, le contraddizioni delle persone coinvolte. In questo senso la letteratura può diventare una forma di memoria emotiva: non conserva solo i fatti, ma l’esperienza umana che quei fatti hanno prodotto. 7) Molti tuoi romanzi hanno avuto una grande diffusione e Il treno dei bambini è diventato anche un film. Ti immagini Tanta ancora vita trasformato in un film o in una serie? E se accadesse, che cosa ti piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire di questa storia? Quando scrivo non penso mai al cinema, perché il linguaggio del romanzo e quello delle immagini sono molto diversi. Però è vero che le storie, a volte, trovano nuove forme. Se Tanta ancora vita diventasse un film o una serie, mi piacerebbe che il cinema riuscisse a restituire soprattutto il ritmo silenzioso della storia: gli spazi domestici, le pause, gli sguardi, quella dimensione quasi sospesa in cui tre persone molto diverse iniziano lentamente a riconoscersi. Perché, in fondo, il cuore del romanzo non è la guerra, ma ciò che continua a resistere dentro le persone nonostante la guerra. Viola Ardone, Tanta ancora vita, Einaudi Stile Libero. Un ringraziamento sincero a Viola Ardone per la generosità delle sue risposte e per la bellezza delle parole con cui ha voluto accompagnare questa conversazione. Lucia Montanaro
March 12, 2026
Pressenza
Napoli in corteo per l’Ucraina: domenica da Piazza Dante a Piazza del Plebiscito
NAPOLI – QUANDO UNA GUERRA SI PROLUNGA, IL RISCHIO PIÙ GRANDE NON È SOLO LA DISTRUZIONE, MA L’ASSUEFAZIONE. È CONTRO QUESTA NORMALIZZAZIONE SILENZIOSA CHE DOMENICA 22 FEBBRAIO 2026, ALLE ORE 11.30, NAPOLI TORNERÀ IN PIAZZA PER ESPRIMERE SOSTEGNO ALLA POPOLAZIONE UCRAINA. Il corteo partirà da Piazza Dante per attraversare il centro cittadino e concludersi in Piazza del Plebiscito, luogo simbolico della vita pubblica partenopea. L’iniziativa è promossa dall’associazione Dateci le Ali APS, con il patrocinio del Consolato Generale d’Ucraina a Napoli. NON SOLO SOLIDARIETÀ, MA RESPONSABILITÀ EUROPEA Gli organizzatori parlano di una mobilitazione che unisce solidarietà umanitaria e responsabilità civica europea. L’idea di pace richiamata non è una formula astratta né una semplice assenza di conflitto: è una pace “giusta”, fondata su diritti, dignità e convivenza. In un contesto in cui la guerra rischia di scivolare ai margini dell’attenzione pubblica, la manifestazione vuole mantenere viva la consapevolezza collettiva e ricordare che la sofferenza non può diventare routine. “SPERANZA PER L’UCRAINA”: LIBRI E BAMBOLE PER I BAMBINI All’arrivo in Piazza del Plebiscito sono previsti brevi interventi, un flash mob e un momento dedicato ai più piccoli dal titolo “Speranza per l’Ucraina”. Durante l’evento saranno distribuiti ai bambini – di tutte le nazionalità, fino a esaurimento scorte – libri illustrati ucraini con testo a fronte in italiano. L’iniziativa rientra nel progetto Tales of EUkrain, finanziato dalla Commissione Europea, che attraverso la cultura intende rafforzare il riconoscimento dell’Ucraina come parte dell’orizzonte europeo. In collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, l’associazione promotrice sta contribuendo alla distribuzione di 36.000 volumi in Italia. Accanto ai libri, grazie al sostegno del Rotary Club Distretto 2101 e di Ortopedia Meridionale, saranno donate anche bambole ai bambini presenti: un gesto semplice ma carico di significato, simbolo di cura e continuità affettiva. LE PAROLE DEI PROMOTORI La presidente di Dateci le Ali, Tania Genovese, ricorda che sono ormai quattro anni dall’inizio del conflitto e che l’impegno dell’associazione – tra aiuti concreti e integrazione dei rifugiati – prosegue senza sosta. L’obiettivo è sensibilizzare ancora una volta i cittadini sul tema della pace e del sostegno a un popolo duramente colpito dalla guerra. Sulla stessa linea il Console Generale d’Ucraina a Napoli, Maksym Kovalenko, che sottolinea come, nonostante le iniziative diplomatiche, il conflitto sia ancora in corso e sia fondamentale non abbassare l’attenzione. Il corteo di domenica non si presenta dunque come un appuntamento rituale, ma come un momento di partecipazione civile. In una città che negli ultimi anni ha dimostrato attenzione e vicinanza alla comunità ucraina, la manifestazione vuole ribadire un principio semplice: la solidarietà non può diventare silenzio. Redazione Napoli
February 18, 2026
Pressenza
Educazione affettiva: una necessità per restare umani
Azur del mare, Boom Boom Bunny e l’arte come spazio educativo Nel mio percorso tra arte, diritti e pace ho incontrato un progetto curato da Simone Tansini. Un lavoro che intreccia editoria, teatro, musica e formazione e che prende forma anche in due libri illustrati: Boom Boom Bunny e Azur del mare. Non si tratta semplicemente di due volumi, ma di due corpi narrativi inseriti in un progetto più ampio. Storie che non si accontentano della pagina, ma cercano altre strade per continuare a vivere, attraversando linguaggi diversi e generando esperienze condivise. Boom Boom Bunny, scritto da Simone Tansini e illustrato da Silvio Boselli, racconta l’incontro tra le coscienze di due bambine lontane. Una vive in un paese in guerra, l’altra in una città europea. A unirle è Boom Boom, un coniglio di pezza che sembra attraversare distanze, luoghi e confini. Il libro pone una domanda semplice e radicale: e se ogni cosa fosse collegata? Ogni persona, ogni luogo, ogni esperienza? Azur del mare, scritto da Leili Maria Kalamian, illustrato ancora da Silvio Boselli e curato da Simone Tansini, nasce invece da una ferita reale: il naufragio di Cutro del 2023. Ma sceglie di non fermarsi alla cronaca. Il mare diventa confine e porta insieme, soglia che separa e che può trasformare. Una donna che guarda il mare viene cambiata per sempre da ciò che le onde le restituiscono. La realtà è il punto di partenza, ma il racconto prende la via simbolica, dove rivoluzione e accoglienza, silenzio e canto, pianto e speranza convivono. Le tavole di Silvio Boselli aggiungono ai racconti una bellezza silenziosa. Il suo tratto, delicato e insieme inquieto, tiene dentro la stessa immagine infanzia e ferita, leggerezza e vertigine. Boom Boom Bunny lavora sulla connessione, Azur del mare sulla ferita. Entrambi però si muovono nella stessa direzione: portare il lettore in un territorio emotivo più che informativo. Accade nelle immagini, nei silenzi, negli sguardi. Accade quando i morti non sono numeri, ma assenze che interrogano. Quando l’accoglienza non è un concetto, ma un gesto. Quando la speranza non è retorica, ma responsabilità. Le pagine che accompagnano Azur del mare parlano di ascoltare, affiancare, consolare, curare. Parlano di donne che esercitano una particolare forma di maternità che è l’accoglienza. Parlano di umanità che resiste. Qui non si educa spiegando. Si educa mettendo in relazione. Non è un caso che Azur del mare sia diventato anche laboratorio teatrale, spettacolo e percorso con adolescenti. In questo progetto il teatro non è messa in scena, ma spazio educativo. Un luogo in cui la storia non si osserva soltanto, ma si attraversa. Nei testi nati dal lavoro con i ragazzi, la parola “confine” si moltiplica. Diventa gabbia, protezione, paura, incontro, possibilità di vedere l’altro. Non sono definizioni. Sono pensieri in formazione. Più che a un’età precisa, Boom Boom Bunny e Azur del mare sembrano rivolgersi a una relazione. A bambini e ragazzi accompagnati. Ad adulti disposti a non proteggere dal dolore, ma ad abitarlo insieme. Sono libri che chiedono tempo, ascolto e presenza. Trovano nel teatro, nei laboratori e nella comunità una prosecuzione naturale. Parti di un progetto più ampio che tenta linguaggi diversi per raggiungere lo stesso punto: l’umano. C’è una frase che sembra custodire il senso profondo di questo lavoro: Che sia concesso ai bambini. Che sia concesso a noi, che bambini non siamo più, di avere sempre a cuore le umane cose. Forse è qui il centro di tutto. Non parlare dell’infanzia, ma difenderne lo sguardo. Quello capace di lasciarsi scompigliare dalle onde, di vedere nel confine una soglia, di riconoscere nell’altro non una distanza, ma una possibilità. A partire da questo lavoro, ho scelto di fare alcune domande per continuare la riflessione con Simone Tansini. 1. Simone, tu vieni dalla musica e dal teatro, curi progetti formativi e culturali legati all’infanzia e all’adolescenza e, dentro questo percorso, sono nati anche Boom Boom Bunny e Azur del mare. Che tipo di ricerca stai portando avanti attraverso questi lavori? La cosa che mi affascina maggiormente e che perseguo da più anni è la commistione tra linguaggi artistici e comunicativi. Credo fortemente nelle contaminazioni tra i generi, perché permettono di scoprire connessioni inattese. Questo pensiero nasce dalla musica e si è sviluppato nel tempo attraverso la letteratura, il teatro e l’editoria. Ho pubblicato graphic novel dedicate a rivisitazioni moderne di opere liriche e persino un gioco da tavolo incentrato sul mondo del teatro d’opera. Con gli anni ho sentito sempre più forte la necessità di portare le competenze maturate verso temi sociali. Avverto il bisogno di dare un senso umano al mio agire, non solo un senso artistico. Questo non significa fare arte superficiale, ma esattamente il contrario: fare arte dove c’è più bisogno di bellezza e di profondità di pensiero. 2. Nei tuoi libri non si spiegano temi sociali o affettivi: si raccontano, si mostrano, si mettono in scena. Perché senti che queste questioni chiedono una forma narrativa e non discorsiva? Credo che questo dipenda dalla mia formazione musicale e teatrale. La maschera del teatro e l’introspezione del personaggio permettono di arrivare al cuore delle persone lasciando a ciascuno il proprio percorso. Quando vediamo un film o un’opera, ognuno ne ha una percezione diversa. Io non voglio spiegare i temi sociali che mi toccano. Li trascrivo e li affido alla sensibilità di chi entra in contatto con essi. Questo atto creativo è un po’ come affidare un messaggio in bottiglia al mare. 3. In un tempo in cui si discute molto di educazione affettiva, credi che la scuola abbia bisogno anche di spazi non disciplinari, dove lavorare su emozioni, relazione, conflitto e cura? Negli ultimi anni lavoro sia come docente interno alla scuola sia come esperto esterno su molti progetti che vanno dallo sviluppo dell’espressività all’educazione affettiva, dalla lotta alla dispersione scolastica alla musica e al teatro nei contesti di fragilità sociale. La scuola ha bisogno di momenti di riflessione e di spazi di confronto non giudicante, non soggetti a valutazione. I ragazzi hanno un forte bisogno di adulti con cui confrontarsi alla pari, in luoghi di reale condivisione delle conoscenze. Ci sono scuole che operano già in questa direzione ed è importante che sia così. 4. Azur del mare è diventato anche laboratorio teatrale e spettacolo. Cosa cambia quando una storia passa dalla pagina al corpo? La magia accade quando i ragazzi diventano protagonisti e mettono in gioco il proprio bagaglio esperienziale su temi inattesi. Quando ho iniziato a costruire lo spettacolo di Azur del mare non ho spiegato subito tutta la trama ai giovani interpreti. All’inizio non pensavano di far parte di una storia così toccante. Ci sono entrati poco alla volta e hanno sentito crescere la responsabilità di ciò che stavano facendo. 5. Quando lavori con bambini e ragazzi su temi così duri, che cosa impari tu da loro? Osservo sempre i ragazzi con grande attenzione, cercando di cogliere anche le sfumature più nascoste. Quando riesco a entrare in contatto profondo con loro mi sento arricchito emotivamente, come se vivessi anche le loro storie. I bambini mi insegnano soprattutto la loro enorme capacità di adattamento. Vivono tutto con intensità, con ingenuità e strumenti propri, ma anche con una sorprendente capacità di trovare strategie per stare nel mondo che li circonda. 6. Viviamo un tempo in cui infanzia, guerra, confini e paure collettive sono di nuovo centrali. Che responsabilità pensi abbia oggi l’arte, soprattutto quando incontra i giovani? L’arte ha una responsabilità enorme perché parla direttamente alle coscienze e alle sensibilità delle persone. Ancora più grande è la responsabilità di chi dell’arte diventa tramite. L’arte deve essere al servizio della società che racconta ed educa. Tra i progetti che mi stanno dando maggiore soddisfazione ci sono Campus Teatro, una sfida artistico-didattica del Teatro Municipale di Piacenza, e Il Canto della Terra. Linguaggi di vita e solidarietà, un progetto che attraversa teatro, musica, fotografia, cinema e filosofia, nel segno di una socialità viva e multiforme. In questi giorni, mentre questo articolo prendeva forma, Simone Tansini ha avviato un corso di canto e lettura interpretata all’interno del carcere di Piacenza. Un’esperienza che lui stesso racconta come attraversata da inattesi “fotogrammi di felicità”, capaci di restituire senso e umanità anche in contesti complessi. Parallelamente continuano a svilupparsi percorsi come Campus Teatro e Il Canto della Terra, progetto sempre più trasversale che intreccia linguaggi artistici diversi e apre nuove possibilità di relazione. Segni concreti di un lavoro che non resta sulla carta, ma continua ad accadere, incontrare, trasformare. Un ringraziamento a Simone Tansini per la disponibilità, la generosità delle risposte e per il lavoro che continua a intrecciare arte, educazione e responsabilità umana, dentro e fuori i contesti più fragili. Un percorso che può offrire spunti preziosi a educatori, insegnanti e operatori culturali che lavorano con l’infanzia e l’adolescenza, alla ricerca di linguaggi capaci di attraversare emozioni, relazioni e cura.                               Lucia Montanaro
January 30, 2026
Pressenza
“Affinché non accada mai più?” Napoli si interroga sul senso della Giornata della Memoria
Giornata della Memoria 2026. Tra cerimonie, scuole e testimonianze, Napoli vive il 27 gennaio dentro una frattura che interroga il valore stesso del ricordare. La legge 211 del 2000, che istituisce il Giorno della Memoria, non parla solo di celebrazioni. Parla di narrazione, di riflessione, di scuole. E indica uno scopo preciso: “conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico periodo della nostra storia affinché simili eventi non possano mai più accadere.” È questa frase, affinché non accada mai più, che oggi pesa più di tutte. Perché a cosa serve ricordare i genocidi di ieri se non siamo capaci di riconoscere le disumanizzazioni di oggi? A cosa serve pronunciare “mai più” se resta una formula e non diventa responsabilità? È dentro questa domanda che Napoli ha attraversato il 27 gennaio. Una giornata fatta di fiori, letture, musica, studenti. Ma anche segnata da un’assenza che ha pesato più di molte parole: per la prima volta la Comunità ebraica non ha partecipato alle iniziative organizzate dal Comune. Una scelta resa pubblica attraverso dichiarazioni riportate da diversi organi di stampa locali e nazionali, che ha attraversato l’intera giornata e che impone una riflessione sul senso stesso del ricordare. La mattina si è aperta a Borgo Orefici, nella strada intitolata a Luciana Pacifici, la più piccola vittima napoletana della Shoah: una bambina di pochi mesi morta sul convoglio diretto ad Auschwitz. Alla deposizione della corona di fiori erano presenti il sindaco Gaetano Manfredi, il prefetto di Napoli Michele di Bari, le autorità civili e militari e il vicepresidente del Consiglio regionale Luca Trapanese. In quell’occasione il prefetto ha sottolineato come “questi momenti servono soprattutto a fare memoria perché ciò che è accaduto è stata la rottura del patto di civiltà in cui l’uomo ha smarrito il senso dell’umano. Noi dobbiamo doverosamente fare memoria perché sia monito affinché non accada in futuro”. Poco dopo, altri fiori sono stati deposti in piazza Bovio, davanti alle pietre d’inciampo che restituiscono identità a chi fu cancellato. Nei teatri e nei luoghi della cultura la memoria ha assunto forme diverse. Al Teatro Mercadante si è svolta una maratona di lettura integrale di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, affidata agli studenti di numerosi istituti cittadini. Al Teatro San Carlo la commemorazione istituzionale è stata accompagnata dalla musica di Verdi, mentre in altri spazi, come la Certosa di San Martino, i protagonisti sono stati ancora una volta i giovani. Durante un incontro promosso dalla Fondazione Valenzi, centinaia di ragazzi hanno partecipato alle iniziative della Giornata della Memoria, in un confronto che ha ribadito il valore educativo del ricordare. In diversi momenti della giornata, la memoria è passata anche attraverso le testimonianze. Tra queste, quella di Mario De Simone, fratello di Sergio, il bambino napoletano deportato e ucciso dai nazisti, che ha restituito volti, affetti e famiglie ai numeri dello sterminio. Accanto alle iniziative istituzionali e culturali, la Giornata della Memoria ha attraversato anche i territori. In occasione di un incontro con gli studenti alla Municipalità 5 del Vomero, nella sala consiliare, Margherita Siniscalchi ha definito la memoria “un atto di giustizia”, sottolineando il dovere di coltivarla soprattutto nelle nuove generazioni e ringraziando il mondo della scuola per essere presidio quotidiano di valori democratici. All’incontro erano presenti, tra gli altri, la scrittrice e giornalista Titti Marrone e la presidente della Municipalità Clementina Cozzolino. Un richiamo netto al fatto che dietro i numeri dello sterminio c’erano persone, volti, sogni, famiglie, e che la memoria ha senso solo se resta ancorata all’umano. Sempre oggi, anche Lucia Fortini, assessora all’istruzione della Regione Campania, ha affidato a un intervento pubblico una domanda semplice e radicale: a che serve? A che serve parlare, spiegare, raccontare, se non riusciamo a fermare la barbarie del presente, se “mai più” rischia di restare soltanto uno slogan. Fortini ha legato questa domanda all’esperienza di anni di viaggi ad Auschwitz con gli studenti. La risposta che si è data è netta: serve a formare coscienze. Perché nei volti dei ragazzi, davanti ai campi di sterminio, qualcosa cambia. Nasce una consapevolezza della barbarie umana. E forse è proprio questo il compito più profondo della memoria: provare a fare in modo che chi ha visto, chi ha capito, chi ha sentito, fuori faccia la differenza. La memoria ha parlato anche attraverso gesti simbolici. A Napoli, l’ospedale pediatrico Santobono Pausilipon ha illuminato la propria facciata e piantato fiori bianchi nei giardini, richiamando in particolare le vittime più giovani della Shoah e la figura di Sergio De Simone, a cui è intitolato il pronto soccorso. Sempre in Campania, a Benevento, un percorso di luci bianche e rosse ha segnato il Centro Operativo della Soprintendenza nell’ex Convento di San Felice, in un’installazione pensata come spazio di silenzio, riflessione e coscienza civile. Luci accese contro il buio dell’oblio, per ricordare che la memoria non è solo parola, ma anche presenza nello spazio pubblico. Alla dimensione della luce si è affiancata quella della scrittura. Alla Biblioteca Universitaria di Napoli è stata inaugurata la mostra “Raccontare la Shoah: tra testimonianze e memoria scritta”, un percorso tra volumi rari, testi contemporanei e riproduzioni di giornali dell’epoca. Un’iniziativa che richiama il valore delle fonti, dei diari, della letteratura e della ricerca storica come strumenti fondamentali per costruire una memoria consapevole, capace di parlare al presente. Eppure, accanto a questo lavoro diffuso, si è aperta una ferita. La Comunità ebraica napoletana ha scelto di non partecipare alle celebrazioni comunali, denunciando una perdita di senso della Giornata della Memoria e una mancanza di dialogo con le istituzioni cittadine. Il sindaco ha richiamato alla necessità del confronto e alla tradizione di tolleranza della città. Ma il dato resta: oggi Napoli ha ricordato senza una parte fondamentale della propria storia viva. Ed è forse proprio questo a rendere questo 27 gennaio diverso dagli altri. Perché la memoria, quando è autentica, non è mai neutra. Non è mai solo commemorazione. Non è mai un gesto pacificato. La memoria viva non consola: interroga. Disturba. Costringe a prendere posizione. Oggi Napoli ha ricordato Luciana Pacifici, morta a pochi mesi su un treno per Auschwitz. In quella immagine c’è già tutto: la Shoah, ma anche ogni infanzia travolta dalle guerre, ogni essere umano ridotto a carico, ogni vita resa trasportabile. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dal rito, ma dalla responsabilità. Non dal passato, ma da ciò che il passato chiede al presente. Perché la memoria non è ciò che ricordiamo. È ciò che facciamo perché non accada di nuovo. Lucia Montanaro
January 27, 2026
Pressenza
L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta: un ponte fotografico tra Gaza e Napoli
Ci sono immagini che non chiedono di essere guardate in fretta. Chiedono attenzione. Presenza. Responsabilità. Between Gaza and Naples. A Childhood Story è una di queste. Il progetto nasce dall’incontro tra due fotografi e due luoghi lontani: Gaza e Napoli. A realizzarlo sono Mahmoud Abu Al-Qaraya, fotografo di Gaza, e Raffaele Annunziata, fotografo e artista napoletano. Attraverso fotografie parallele raccontano la quotidianità di due bambine: Soso, che cresce sotto assedio a Gaza, e Dede, che vive la sua infanzia a Napoli. Le immagini non cercano l’eccezionale, ma l’ordinario. I gesti semplici, i tempi lenti, la vita che scorre. Ed è proprio in questa semplicità che il progetto trova la sua forza. Fare colazione, giocare, stare in casa, affacciarsi, dormire. Azioni che altrove appaiono naturali e che, sotto assedio, diventano fragili. Precari equilibri. Diritti messi in discussione. La guerra non è quasi mai mostrata direttamente, ma è ovunque. Sta negli spazi, nei corpi, nei silenzi, nella luce. Sta soprattutto in ciò che può venire meno da un momento all’altro. Le fotografie non cercano lo shock visivo. Lavorano piuttosto su un piano più profondo, mostrando ciò che resiste: la normalità come atto di coraggio, l’infanzia come spazio violato ma non cancellato, la vita quotidiana come luogo in cui i diritti umani dovrebbero essere più evidenti e risultano invece più drammaticamente negati. Napoli e Gaza non vengono poste in contrapposizione, ma in relazione. Due città di mare, due infanzie immerse in condizioni radicalmente diverse, unite però dagli stessi bisogni fondamentali: protezione, cura, gioco, futuro. Between Gaza and Naples. A Childhood Story non è solo un progetto fotografico. È un ponte narrativo ed etico. Un tentativo di restituire volto e tempo a ciò che rischia di essere ridotto a cronaca. Le immagini non chiedono di essere consumate, ma attraversate. Accanto al lavoro artistico, il progetto sostiene anche una campagna concreta a supporto di Mahmoud Abu Al-Qaraya e della sua famiglia, oggi sfollati a Gaza. Un elemento che rafforza ulteriormente il senso di questo lavoro: non raccontare da lontano, ma restare in relazione. È in questo spazio che abbiamo incontrato Raffaele Annunziata e, attraverso di lui, Mahmoud Abu Al-Qaraya. Nell’intervista che segue, le loro voci si incontrano per raccontare dall’interno la nascita e il senso di Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Guardando oggi queste immagini, viene naturale pensare che, se fossero scattate adesso, sarebbero forse più scure, più invernali, più fragili. Non sappiamo se in questo momento Soso abbia un tetto, se abbia freddo, dove dorma. Sappiamo invece che Dede è nella sua casa, dentro una quotidianità protetta. È in questa distanza concreta che le fotografie continuano a parlarci. E ci ricordano che ogni infanzia, oggi, non chiede solo di essere raccontata. Chiede di essere difesa. Abbiamo raccolto le voci di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya in un’intervista a due voci, lasciando che il dialogo tra Napoli e Gaza proseguisse anche nelle parole. Ne emerge un racconto che parla di fotografia, ma soprattutto di relazione, responsabilità e infanzia. Come è nato Between Gaza and Naples. A Childhood Story e come si è costruito l’incontro e il dialogo tra voi? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto è nato da un desiderio autentico di creare un dialogo umano che andasse oltre la geografia, l’assedio e i confini. Non è iniziato come un progetto pianificato, ma piuttosto come un bisogno di connettersi e di comprendere. Attraverso immagini, conversazioni e momenti condivisi, ha lentamente preso forma un ponte tra due luoghi molto diversi, uniti dall’infanzia come linguaggio comune. Il dialogo non è stato solo artistico o tecnico, ma profondamente umano. Raffaele Annunziata: Mi sono imbattuto per la prima volta nelle foto di Mahmoud a fine agosto, quando già stavo collaborando con altri ragazzi palestinesi. Sono rimasto impressionato dalla bellezza delle sue foto e gli ho scritto per dirgli che ammiravo il suo lavoro. Di lì è partito un dialogo, prima tra fotografi e poi tra amici, quali siamo diventati, che ci ha portato a elaborare il nostro primo progetto fotografico Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Che cosa rappresenta oggi per voi questo progetto, dopo il percorso che ha già compiuto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi questo progetto rappresenta molto più di una serie di fotografie. È la prova che la connessione umana è ancora possibile, anche nelle condizioni più dure. È diventato parte della mia memoria personale e della mia vita quotidiana, uno spazio sicuro in cui torno per ricordarmi perché continuo a credere nelle immagini e nel loro potere di avvicinare le persone, invece di separarle. Raffaele Annunziata: La dimostrazione che singole persone possono dare un aiuto concreto ad altre singole persone, nei momenti di bisogno. Senza intermediari, senza interessi, senza secondi fini. La restituzione alla fotografia di una valenza politica, umanitaria e concreta. Che responsabilità sentite quando scegliete di raccontare l’infanzia attraverso le vostre immagini? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Sento una responsabilità molto profonda, perché l’infanzia non è solo un soggetto visivo, ma vite reali. Cerco sempre di essere onesto e di non sfruttare mai il dolore o l’innocenza. La mia responsabilità è proteggere queste storie dalla semplificazione o dalla distorsione e presentare l’infanzia con dignità e complessità, esattamente per ciò che è, non per come il mondo si aspetta o vuole vederla. Raffaele Annunziata: Io ho scelto di fotografare direttamente mia figlia Dede, per restituire un racconto quanto più reale possibile. Un modello non avrebbe mai avuto la stessa spontaneità di mia figlia quando si sveglia al mattino. Questo mi ha fatto sentire la responsabilità di un padre che sceglie di pubblicare delle foto di sua figlia, di renderla protagonista di una storia che poi è diventata pubblica. Dede è stata ben felice di aiutarci in questa storia e siamo felici di averlo fatto. Mahmoud, puoi raccontarci in che condizioni stai vivendo oggi e cosa significa continuare a fotografare a Gaza in questo momento? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Oggi vivo a Gaza in condizioni estremamente difficili e instabili, dove non esiste una vera sicurezza e non esiste una vita normale. Ho perso la mia casa e gran parte della mia attrezzatura di lavoro, ma non ho perso il desiderio di raccontare la nostra storia. Continuare a fotografare qui non è solo una scelta professionale, è un atto di sopravvivenza e di resistenza. La macchina fotografica è diventata il mio modo di dire: siamo qui, e siamo ancora vivi, continuiamo a sognare, nonostante tutto. Quali sono state le difficoltà più grandi che hai affrontato nella realizzazione delle immagini di questo progetto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: La parte più difficile è stata fotografare nella paura costante: paura per me stesso, per i bambini che fotografo e per i loro momenti fragili. Ci sono state anche forti limitazioni negli spostamenti, mancanza di elettricità, blackout di internet e la perdita dell’attrezzatura. Ma la sfida più grande è sempre stata il peso psicologico: documentare l’infanzia sapendo che in ogni momento tutto può essere portato via. Cosa significa per te fotografare Soso e l’infanzia mentre distruzione e instabilità circondano tutto? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Fotografare Soso è un tentativo di proteggere l’infanzia dall’essere dimenticata. Lei non è solo un simbolo, ma una bambina reale che vive le sue giornate tra il gioco e la paura, tra le risate e domande difficili. Quando la fotografo, sento di aggrapparmi a un frammento puro di vita, cercando di dire che l’infanzia a Gaza non è solo vittimismo, ma uno spirito che continua a resistere e a respirare. Qual è oggi il tuo rapporto con questo progetto? È solo un lavoro o è diventato qualcos’altro? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Questo progetto non è più solo un lavoro artistico. È diventato una relazione umana e una responsabilità morale. Fa parte della mia vita quotidiana e della mia memoria personale. Mi sento legato a questo progetto prima come essere umano che come fotografo, perché porta con sé storie reali di bambini che conosco e tra i quali vivo. Cosa vorresti che il mondo capisse guardando le tue fotografie? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Vorrei che il mondo vedesse oltre la distruzione e oltre i titoli politici, per vedere l’essere umano, il bambino e la piccola vita quotidiana che lotta per continuare. Le mie immagini non chiedono pietà, ma comprensione e riconoscimento della nostra umanità e del nostro diritto a una vita normale e sicura. Per quanto puoi dirci, come sta oggi Soso e quanto è importante per te continuare a seguirla e a raccontare la sua infanzia? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Soso è ancora una bambina che cerca di vivere la sua infanzia in condizioni dure, crescendo più in fretta di quanto dovrebbe. Seguirla è estremamente importante per me, perché è un promemoria costante che l’infanzia non è un momento fugace, ma un percorso che deve essere protetto. Continuare a raccontare la sua storia è un impegno per fare in modo che la sua vita non venga ridotta a una sola immagine o a un momento di dolore, ma venga narrata come una vita piena e in continuo divenire. In che modo questo progetto si inserisce nel tuo percorso personale e artistico, e cosa ha aggiunto al tuo modo di intendere la fotografia? Raffaele Annunziata: Between Gaza and Naples. A Childhood Story per me rappresenta un continuo di ciò che ho sempre fatto: raccontare attraverso la fotografia semplicemente la realtà, senza mezzi termini, senza finzione. Ho realizzato documentari e reportage fotografici da quando avevo diciotto anni e gli studi di cinema mi hanno portato ad approfondire questi ambiti. Per me la fotografia ha valore solo se ha un impatto concreto sulla realtà, altrimenti è un mero esercizio estetico, che rispetto ma non mi interessa. Com’è stato lavorare in relazione con un fotografo che vive sotto assedio, e cosa ha cambiato in te, come autore e come persona? Raffaele Annunziata: Quello che accade a Gaza da due anni è per me moralmente inaccettabile. In quanto essere umano ho scelto di non restare indifferente di fronte a un genocidio compiuto sotto i nostri occhi, che si è materializzato in tempo reale sui nostri schermi, attraverso i racconti dei palestinesi. Loro sono degli eroi. Mahmoud e Soso sono degli eroi. Guardando Gaza da Napoli, hai scoperto qualcosa di nuovo sulla tua città o sul modo in cui racconti l’infanzia? Raffaele Annunziata: Guardare Soso costretta ad abbandonare la sua casa e fuggire verso il sud di Gaza è stata per me un’esperienza tristissima. Eppure quella bimba continuava a sorridere, a vivere ogni giorno la sua infanzia fatta di bombardamenti, piedi scalzi, traslochi forzati, giornate senza mangiare, tende che volano via, freddo che non si può riscaldare in nessun modo. Chi cresce nel nostro ovattato Occidente capitalista, i nostri bambini, ignora cosa siano la fame, la sofferenza, il desiderio di un pasto caldo, la felicità per un giocattolo nuovo. Guardare i palestinesi dovrebbe insegnarci a rispettare la vita privilegiata che viviamo ogni giorno, in quanto persone fortunate. Che tipo di cammino immagini per questo progetto? In quali spazi, contesti o luoghi senti che questo lavoro dovrebbe arrivare? Raffaele Annunziata: Ad oggi abbiamo portato il progetto in spazi che riflettono il senso profondo di ciò che abbiamo fatto, come l’ex OPG Je so’ pazzo a Napoli, Can Batlló a Barcellona, Scomodo a Milano, l’Asilo a Napoli e tanti altri. Vorremmo continuare a raccontare questa storia e contiamo di farlo in altre realtà importanti nei prossimi mesi. Nel frattempo stiamo sviluppando altri due reportage fotografici, sempre Between Gaza and Naples. Cosa speri che resti a chi guarda queste fotografie? Raffaele Annunziata: Ho visto alcune persone guardare le foto e iniziare a piangere d’istinto. Ho visto altre persone passarci accanto disinteressate. Le foto provocano qualcosa soltanto in chi è disposto a guardarle, in chi riesce a decifrarne i codici, che nel nostro caso non sono così espliciti, perché non abbiamo voluto spettacolarizzare in nessun modo l’infanzia delle protagoniste. Cerchiamo sguardi disposti a capire cosa c’è dietro, cosa c’era prima e cosa non c’è ora. Se lo capisci, dovrebbe restarti addosso una profonda tristezza. E la voglia di cambiare l’attuale stato delle cose. Se doveste racchiudere questo progetto in una sola frase, quale sarebbe? Mahmoud Abu Al-Qaraya: Tra Gaza e Napoli c’è una storia di infanzia che si racconta da due città. Un’infanzia sotto la guerra e un’infanzia nella pace, unite da un solo cuore umano. Raffaele Annunziata: Un giorno Soso e Dede si incontreranno. Ringraziamo Mahmoud Abu Al-Qaraya e Raffaele Annunziata per il tempo, le parole e le immagini che ci hanno affidato. Between Gaza and Naples. A Childhood Story Reportage fotografico di Raffaele Annunziata e Mahmoud Abu Al-Qaraya Una selezione di immagini dal progetto fotografico. Video del progetto Between Gaza and Naples. A Childhood Story. Due sguardi, due città, due infanzie in dialogo:  https://drive.google.com/file/d/1o6wKkB3PfRFiGDHB_mG2XRcBfDKx5YuO/view?usp=sharing   Lucia Montanaro
January 16, 2026
Pressenza
Napoli Felix: un film del GRIDAS mentre il GRIDAS rischia lo sgombero
La proiezione diventa un atto di memoria collettiva su oltre quarant’anni di cultura popolare a Scampia, mentre lo storico centro sociale è sotto sfratto. Domenica 18 gennaio 2026, alle ore 18:00, al Giardino Liberato di Materdei (Salita San Raffaele 3, Napoli) sarà proiettato “Napoli Felix”, film autoprodotto dal GRIDAS – Gruppo Risveglio dal Sonno, per la regia di Alessia Maturi e Maria Reitano. Dopo la proiezione, la serata continuerà in festa con le murge del Frente Murguero Campano. Non è solo un’anteprima cinematografica. È un appuntamento culturale che arriva in uno dei momenti più delicati nella storia del GRIDAS, lo storico presidio sociale e artistico di Scampia che oggi rischia di perdere la propria sede dopo una sentenza che ne conferma lo sgombero. “Napoli Felix” nasce da un lavoro di documentazione avviato nel 2023 durante i laboratori collettivi di costruzione dei carri dei Carnevali Sociali e proseguito nei due anni successivi. Il film prende le mosse dal Carnevale di Scampia, promosso dal GRIDAS a partire dal 1983, e segue il seme che da lì si è diffuso in altri quartieri della città, dando vita a una rete di carnevali sociali. Attraverso le esperienze di Scampia, Materdei, Montesanto e Soccavo, il film racconta cortei, laboratori, momenti di costruzione collettiva, intrecciando l’allegoria e l’ironia del carnevale con le lotte quotidiane per il riscatto sociale dei territori. Ne emerge un racconto corale fatto di corpi, maschere, musica, lavoro manuale, relazioni, in cui il carnevale non è evasione ma linguaggio politico, popolare, condiviso. Uscendo oggi, mentre il GRIDAS vive uno dei momenti più difficili della sua storia, “Napoli Felix” assume inevitabilmente anche un valore di memoria. Restituisce visibilità a un percorso lungo oltre quarant’anni e a ciò che ha generato in città, mostrando quanto è stato costruito nel tempo attorno a quell’esperienza. Lo fa mentre uno dei luoghi da cui tutto questo ha avuto origine è sotto minaccia, e mentre si riapre una discussione pubblica sul destino degli spazi sociali e culturali. Il GRIDAS nasce a Scampia nel 1981 dall’incontro tra Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e altre persone unite dall’idea di mettere capacità artistiche ed educative al servizio della comunità. Il nome richiama una frase di Goya, “il sonno della ragione genera mostri”, e indica fin dall’inizio una direzione: usare arte e cultura come strumenti di coscienza, partecipazione, emancipazione. Felice Pignataro, muralista originario di Mola di Bari, era arrivato a Napoli alla fine degli anni Cinquanta per studiare Architettura e poi Teologia. Qui incontra Mirella La Magna, insegnante, con cui condivide vita e visione. Negli anni in cui Scampia accoglieva migliaia di famiglie provenienti da quartieri popolari e dall’emergenza abitativa del post-terremoto, scelgono di essere presenti in un territorio quasi privo di servizi e presìdi sociali. Da quella scelta nasce il GRIDAS. Se Felice è stato il volto più noto per i suoi murales, Mirella è da sempre una figura centrale sul piano educativo e organizzativo: lavoro quotidiano con bambini e scuole, costruzione di percorsi pedagogici, cura delle relazioni, continuità del progetto. Dopo la morte di Felice nel 2004, è lei a portare avanti il GRIDAS, custodendone la visione e la coerenza. Fin dall’inizio, il GRIDAS utilizza il muro come mezzo di comunicazione popolare. I murales, ispirati all’arte pubblica sudamericana e realizzati collettivamente, diventano strumento per restituire colore e dignità a spazi segnati dall’abbandono. Accanto all’arte visiva si sviluppano pratiche quotidiane di educazione, mutualismo, confronto. Nel 1983 nasce il Carnevale di Scampia. Non una festa decorativa, ma un percorso collettivo fatto di laboratori, costruzione dei carri, riflessioni politiche, allegorie sull’attualità. Un carnevale interclassista e intergenerazionale che negli anni si è intrecciato con altre esperienze, fino a costruire una vera e propria rete di carnevali sociali. Dal 2003 il GRIDAS promuove anche un cineforum gratuito settimanale, pensato come spazio di visione condivisa, discussione e crescita culturale. La sede storica del GRIDAS, in via Monte Rosa, era stata costruita tra gli anni Sessanta e Settanta per attività sociali. Sottratta all’abbandono, è stata mantenuta nella sua destinazione d’uso grazie al lavoro volontario: porte aperte al quartiere, utenze pagate, tentativi ripetuti di regolarizzazione. Una lunga vicenda giudiziaria ha però riportato tutto a una definizione amministrativa: “occupazione senza titolo”, con il riconoscimento della proprietà dell’immobile all’ACER (ex IACP). Nel novembre 2025 la Corte d’Appello ha respinto il ricorso del GRIDAS, rendendo concreto il rischio di sgombero. Qui si apre un nodo che è prima di tutto politico. Chi restituisce vita a un luogo abbandonato viene trattato come un problema. È la stessa contraddizione che Felice Pignataro denunciava già negli anni Novanta, quando scriveva che abusivo non è chi restituisce spazi ai cittadini, ma chi li sottrae per incuria. Dopo la sentenza, il GRIDAS ha rilanciato una mobilitazione pubblica: assemblee, appelli, una petizione che ha raccolto migliaia di firme e l’adesione di numerose personalità della cultura. Non per rivendicare privilegi, ma per affermare che qui non è in discussione solo un edificio, bensì un’idea di città fondata su partecipazione, autorganizzazione, cultura come diritto. In questo contesto, la proiezione di “Napoli Felix” diventa anche un’occasione per interrogare il presente e il futuro. Se davvero si vuole parlare di legalità, rigenerazione urbana, coesione sociale, allora occorre trovare soluzioni che garantiscano spazio, tutela e continuità a esperienze come il GRIDAS. Perché questa cultura non può essere archiviata. E soprattutto non può essere espulsa proprio dai luoghi in cui nasce come risposta a un bisogno. “Napoli Felix” si proietta per una sera. Ma la storia che racconta riguarda il futuro. Link di riferimento Trailer ufficiale: https://vimeo.com/1153769715 Pagina del film (approfondimenti e crediti): https://www.felicepignataro.org/napolifelix Evento Facebook: https://facebook.com/events/s/napoli-felix/1570948240913879/ Lucia Montanaro
January 15, 2026
Pressenza
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
January 10, 2026
La Bottega del Barbieri
“Disunited Nations” a Napoli con Francesca Albanese. Gaza, le bombe, l’inverno
È inverno a Gaza. Fa freddo. Le bombe continuano a cadere, la popolazione civile vive senza riparo, senza acqua, senza cure, mentre l’assedio si stringe e ogni spazio di soccorso viene progressivamente chiuso. Le immagini di distruzione non appartengono al passato, ma al presente. Eppure, lontano da Gaza, nelle società che si definiscono civili, si continua a discutere delle parole. Si polemizza su cosa sia lecito dire, su quali termini siano accettabili, su come nominare ciò che sta accadendo. Genocidio, antisemitismo. Mentre lì si muore, qui si dibatte sul vocabolario. È in questo vuoto tra ciò che accade e ciò che viene detto che nasce l’urgenza di tornare a guardare i fatti. Di mostrare immagini reali. Di ascoltare chi prova a raccontare ciò che accade senza filtri. In questo spazio necessario si colloca il documentario Disunited Nations, presentato a Napoli al Cinema America Hall nell’ambito del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. La serata napoletana del 4 gennaio non è stata un episodio isolato, ma parte di un breve e intenso percorso italiano che ha accompagnato l’uscita del film. Napoli ha rappresentato una tappa centrale di questo attraversamento, articolato in più momenti nella stessa giornata. Al mattino Francesca Albanese è stata ospite dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, nel pomeriggio a Scampia, al Gridas, in un incontro con le comunità territoriali, e in serata al cinema, per la proiezione e il dibattito pubblico. Un passaggio tra luoghi diversi, istituzionali e popolari, che restituisce il senso di un impegno che non resta confinato in spazi protetti. Il film, diretto da Christophe Cotteret, segue il lavoro di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati. Attraverso la sua voce, il documentario racconta ciò che accade in Palestina e a Gaza, ma anche le tensioni che attraversano le Nazioni Unite e il progressivo svuotamento del diritto internazionale di fronte ai rapporti di forza. Alla proiezione delle ore 21 è seguito un lungo incontro pubblico moderato da Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, da anni impegnato nella costruzione di un circuito culturale che utilizza il cinema come strumento di denuncia e controinformazione. Nel dialogo con il regista e con Albanese è emerso il senso profondo del titolo, volutamente provocatorio. Le Nazioni Unite sono nate per garantire la pace, ma oggi appaiono incapaci di fermare il massacro di una popolazione civile. Non si tratta solo della Palestina, ma di un fallimento più ampio dell’ordine internazionale e della sua capacità di tutelare i diritti fondamentali. Cotteret ha spiegato quanto fosse difficile racchiudere tutto questo in un film. La scelta di seguire Francesca Albanese nasce dal fatto che lei occupa una posizione unica, interna ed esterna alle Nazioni Unite allo stesso tempo. Attraverso la sua figura è stato possibile parlare di Gaza, ma anche di ciò che le Nazioni Unite possono e non riescono più a fare. Al centro del film c’è la parola genocidio, affiancata a immagini e volti reali, per sottrarre questa realtà a un linguaggio astratto e restituirla alla sua dimensione umana. Nel suo intervento, Albanese ha chiarito il senso del proprio ruolo. Non si tratta di protagonismo personale. Il film è un progetto del regista. La sua voce è diventata centrale perché, negli ultimi due anni, è stata chiamata a documentare e analizzare giuridicamente ciò che accade nei Territori Palestinesi Occupati. Un lavoro che l’ha costretta a raccogliere una mole enorme di prove, documenti e testimonianze. Ha raccontato quanto sia stato difficile ascoltare le storie di donne che hanno perso figli, talvolta intere famiglie, e quanto questo abbia inciso profondamente sulla sua vita personale. Durante il dibattito è tornata più volte una riflessione centrale. Questo non è il primo genocidio della storia recente, ma è forse il primo genocidio vissuto in tempo reale, attraverso i telefoni cellulari e le immagini che scorrono sui nostri schermi. Altri genocidi del Novecento appartengono oggi alla memoria storica e alla ricostruzione successiva dei fatti. Gaza, invece, si consuma sotto gli occhi del mondo. In questo contesto si inserisce anche la campagna di delegittimazione che ha colpito Francesca Albanese. È emersa con chiarezza la distanza tra la gravità delle accuse che le vengono rivolte e l’assenza di prove concrete a loro sostegno. L’accusa di antisemitismo viene evocata per spostare il dibattito dal merito dei fatti alla persona, confondendo deliberatamente la critica a uno Stato o a una politica con l’odio verso un popolo. Albanese ha ribadito che l’antisemitismo è una forma di razzismo da combattere senza ambiguità, ma non può essere usato per silenziare chi chiede il rispetto del diritto internazionale. Anche Amnesty International e altri organismi indipendenti hanno parlato di atti compatibili con la definizione di genocidio o di rischio concreto di genocidio. Durante la serata è emersa anche una dimensione più intima. Francesca Albanese non appare come una figura distante. È una donna disponibile, sorridente, capace di ascolto. Una di noi. Proprio questa prossimità rende ancora più violenti gli attacchi che la colpiscono. Il prezzo che paga non è solo politico, ma anche di genere. In un contesto segnato da un maschilismo ancora radicato, una donna autorevole, che non arretra e che nomina le cose per quello che sono, viene più facilmente esposta e delegittimata. Non si colpiscono solo le sue parole, ma la sua credibilità come donna. Ed è proprio questa combinazione di fermezza e umanità a renderla scomoda. Albanese non esercita il potere, lo interroga. Non grida, ma documenta. Una verità pronunciata con calma, sostenuta da prove, è più difficile da neutralizzare di qualsiasi slogan. Nel finale dell’incontro, Albanese ha insistito su un punto essenziale. Questo non è il momento di scoraggiarsi, ma di indignarsi. Le proteste servono. Servono ai palestinesi per non sentirsi soli, ma servono anche a chi protesta, perché restituiscono un senso di responsabilità collettiva. La responsabilità non può essere delegata solo agli Stati. Passa dalle scelte quotidiane, dall’informazione, dalla partecipazione civile. In questo senso, il cinema dei diritti umani continua a svolgere una funzione fondamentale. Non offre soluzioni semplici, ma apre spazi di consapevolezza. Non consola, ma interroga. Serate come quella di Napoli non fermano le bombe, ma contrastano l’assuefazione, rompono il silenzio, impediscono che la distanza diventi indifferenza. Continuare a sentire, a immaginare, a partecipare non è retorica. È l’unica possibilità che resta. Le fotografie che accompagnano l’articolo sono di Ludovico Brancaccio. Lucia Montanaro
January 5, 2026
Pressenza
Napoli, 25 novembre: la violenza si combatte molto prima della violenza
Arte, scuola, istituzioni, cultura e testimonianze. Un’unica direzione: educare alla libertà. Le notizie arrivano così fitte che i volti delle donne sembrano quasi sovrapporsi, uno sull’altro, senza il tempo di essere riconosciuti. Quando pensiamo di aver trovato le parole giuste per l’ennesimo femminicidio, arriva sempre un nuovo giorno che ci costringe a riformularle. Riaffiorano allora immagini che l’Italia non riesce a dimenticare. La pancia di Giulia Tramontano, spezzata insieme al figlio che portava in grembo. Il volto giovane di Giulia Cecchettin. La vicenda di Tiziana Cantone, divorata dalla violenza digitale. La vita interrotta di Martina Carbonaro, a soli quattordici anni. La storia di Roua Nabi, uccisa nonostante il braccialetto elettronico al marito. Storie diverse, lontane tra loro, eppure accomunate dalla stessa radice: la cancellazione della libertà altrui. E ancora una volta, la cronaca recente ci obbliga a fermarci. A Qualiano, vicino Napoli, un uomo già denunciato, già sottoposto a codice rosso e ai domiciliari con braccialetto elettronico, ha manomesso il dispositivo, ha raggiunto l’ex compagna e l’ha colpita più volte con un coltello. È viva per miracolo, dicono i medici. Ma quante volte ancora dovremo affidarci alla parola miracolo dopo che tutto il resto non ha funzionato? Questo episodio, come altri, mostra che la repressione, pur necessaria, non basta. Spesso arriva dopo, quando è già tardi. La violenza sulle donne non si esaurisce nelle storie che finiscono in prima pagina, con un nome, una fotografia e una sentenza. Esiste un territorio sommerso, silenzioso e ostinato, fatto di manipolazione, controllo, dipendenza affettiva, svalutazione e isolamento. È una violenza che non lascia lividi sulla pelle, ma scava dentro, corrode lentamente la voce, l’autostima, la libertà interiore. È quella che ti convince che sei tu il problema, che stai esagerando, che forse te la sei cercata. È fatta di parole trattenute, telefoni controllati, amori che diventano confini, e di una casa che, invece di proteggere, diventa prigione emotiva. È una violenza domestica non perché avviene tra quattro mura, ma perché mette la paura dentro la vita. Ha un effetto farfalla. Genera altre fragilità, altre bambine cresciute nella sudditanza, altri bambini educati all’idea del possesso. Perché in un contesto dove non si è liberi non si può insegnare la libertà, e nessuno può trasmettere ciò che non ha il permesso di vivere. I dati ci obbligano a non voltare lo sguardo. In Europa una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale. In Italia il 31,5 per cento delle donne tra i sedici e i settant’anni ha subito violenza. Tra le ragazze più giovani quella psicologica raggiunge il 35 per cento. Nei primi sei mesi del 2024 sono stati denunciati 8.592 atti persecutori, e nel 74 per cento dei casi le vittime erano donne. Il 75 per cento delle italiane ritiene che la violenza psicologica non venga riconosciuta come tale. La prevenzione autentica comincia molto prima della violenza. Prima dei tribunali, delle misure cautelari e dei braccialetti elettronici. Comincia nell’infanzia, nelle famiglie e soprattutto nelle scuole. È un’educazione quotidiana quella che serve, fatta di rispetto, limite, empatia, consenso e libertà. In questa direzione si muovono anche alcuni provvedimenti oggi in discussione in Parlamento: il Disegno di Legge S 979, che propone di introdurre in modo strutturato l’educazione affettiva e sessuale nei programmi scolastici, e due proposte alla Camera, l’AC 2278, che riguarda l’educazione alle relazioni e al riconoscimento dell’identità di genere, e il C 2271, che disciplina le attività scolastiche sui temi dell’affettività e della sessualità prevedendo il consenso informato delle famiglie. È un segnale chiaro. Non è più possibile rimandare. Anche Napoli risponde, e lo fa attraverso linguaggi diversi: l’arte, la cultura, la memoria, l’esperienza, la cura. In Piazza Municipio, la ASL Napoli 1 Centro ha trasformato la riflessione in un’esperienza. All’interno di un grande cubo nero, simbolo del buio e dell’isolamento, si attraversa un labirinto sonoro fatto di voci, rumori, testimonianze e dati. Ogni passo è un frammento di paura, fragilità, controllo, ma anche resistenza. L’uscita è una Porta Rosa, luminosa, simbolo di rinascita. Fuori, operatori e volontari informano sui Percorsi Rosa attivi nei Pronto Soccorso cittadini, offrendo orientamento e protezione. La Direzione regionale Musei nazionali Campania ha diffuso il suo impegno lungo un’intera settimana, dal ventidue al ventinove novembre, trasformando musei e luoghi culturali in spazi di consapevolezza. A Montesarchio, la mostra fotografica Per Lei di Michele Stanzione racconta la presenza femminile attraverso luce, assenza e memoria. A Santa Maria Capua Vetere, l’Anfiteatro Campano si accende di arancione al crepuscolo, in un gesto collettivo che invita a dire insieme: accendiamo il rispetto. A Benevento, il Teatro Romano ospita studenti, psicologi e musicisti per riflettere sull’impatto invisibile della violenza. A Pontecagnano, una serata tra mito, danza e parola prova a immaginare relazioni libere da ruoli imposti. A Eboli, con Clitennestra o del crimine, il mito diventa voce contemporanea, che chiede ascolto e non solo giudizio. Anche il Teatro Trianon Viviani contribuisce a questo percorso. Il 25 novembre, dalle ore 10 alle 13, la Fondazione Campania dei Festival, insieme alla Regione Campania, promuove un incontro dedicato a studenti e famiglie, con interventi di istituzioni, associazioni e realtà impegnate nella tutela dei diritti e nella costruzione di una cultura del rispetto. È previsto anche un breve contributo artistico, con testimonianze e monologhi curati dall’Associazione Forti Guerriere, come forma di narrazione civile e restituzione della voce. Questi sono solo alcuni degli appuntamenti che Napoli e la Campania dedicano, lungo tutta la settimana, non a una celebrazione, ma a un impegno diffuso. Perché la consapevolezza non si costruisce in un giorno, e soprattutto non si costruisce da soli. Il venticinque novembre non è una data. È una domanda. A ciascuno di noi. E Napoli risponde mettendo al centro non solo la tragedia, ma la prevenzione. La cultura, l’ascolto, il linguaggio, la scuola, l’arte, la relazione. Perché la violenza si combatte molto prima della violenza. Nei gesti quotidiani. Nei bambini che imparano a rispettare. Nelle bambine che imparano a non abbassare gli occhi. Se vogliamo cambiare davvero questo tempo, dobbiamo ricominciare da lì. Dalle radici. Lucia Montanaro
November 24, 2025
Pressenza
Fake news, propaganda e linguaggio mediatico: una conversazione con Giuliana Sgrena
Dalla manipolazione dell’informazione alla narrazione dei femminicidi: la riflessione di Giuliana Sgrena risuona oggi con forza e lucidità. Viviamo nell’epoca della manipolazione digitale, dei conflitti raccontati in diretta e delle narrazioni tossiche che deformano la realtà più rapidamente di quanto la si possa verificare. Le fake news non sono più semplici distorsioni: sono strumenti politici, economici e bellici, capaci di orientare masse, polarizzare società, innescare crisi e condizionare decisioni cruciali. Nel corso degli anni, Giuliana Sgrena ha denunciato con forza come la manipolazione dell’informazione non sia un fenomeno isolato, ma una distorsione trasversale che attraversa ogni ambito del dibattito pubblico. Nel suo saggio Manifesto per la verità (Il Saggiatore), compie una diagnosi impietosa dei mali dell’informazione contemporanea, mostrando come la falsificazione della realtà colpisca in modo particolare i soggetti più vulnerabili: le donne, raccontate con un linguaggio che giustifica la violenza; i migranti, la cui verità “si inabissa come un corpo affogato”; le popolazioni in guerra, di cui arrivano solo frammenti distorti, piegati agli interessi dei governi. «Per papa Francesco», ricorda Sgrena, «Eva è stata vittima della prima fake news uscita dalla bocca del serpente». Una metafora che conserva oggi una drammatica attualità e che ben descrive il peso che le narrazioni tossiche continuano ad avere nelle società moderne. Una voce autorevole, rigorosa e sempre attenta a questi meccanismi, Sgrena offre strumenti fondamentali per comprendere il presente. Di seguito, la conversazione integrale. INTERVISTA A GIULIANA SGRENA «Fu un giorno fatale quello nel quale il pubblico scoprì che la penna è più potente del ciottolo e può diventare più dannosa di una sassata», scrive Oscar Wilde. Quanto ritiene sia ancora attuale questa famosa citazione di Wilde? La libertà di espressione è una grande conquista ma è anche una spina nel fianco dei regimi autoritari e dei dittatori che utilizzano ogni mezzo per impedire qualsiasi critica o qualsiasi pensiero libero. Nel suo saggio Manifesto per la verità, racconta come si possano innescare conflitti dalla scintilla di una notizia falsa o manipolata. Come è possibile difendersi e accedere a informazioni sicure? Purtroppo quando una falsa notizia ha l’obiettivo di scatenare una guerra è sostenuta da una campagna di propaganda mediatica che non si può fermare. Lo si è visto nella seconda guerra del Golfo (2003), quando il movimento pacifista portò in piazza milioni di persone, e fu definito dal New York Times la seconda potenza mondiale, ma non riuscì a bloccare l’invasione dell’Iraq. «La fotografia sconfigge le fake news», queste le parole di Oliviero Toscani durante la conferenza stampa del 2017 per la presentazione della seconda edizione del talent show Master of Photography. Ritiene veritiera questa affermazione? Non è vera. Purtroppo oggi anche le fotografie sono manipolabili e falsificabili. Un esempio clamoroso è quello del fotografo brasiliano Eduardo Martins, che si era costruito un profilo perfetto sui social: trentadue anni, alto, biondo, bellissimo, surfista, scampato alla leucemia. Presente in tutte le guerre, dove scattava foto bellissime vendute alle più note agenzie del mondo. Le foto migliori venivano vendute per beneficenza e il ricavato devoluto ai bambini di Gaza. Troppo bello per essere vero e infatti era tutto falso. Martins non è mai esistito e le sue foto erano tutte rubate e falsificate. Ma anche senza arrivare a questo estremo ci sono foto manipolate e altre diffuse con una falsa didascalia. Alcuni politici si servono di Twitter (280 caratteri) per comunicare, a discapito del confronto giornalistico. Cosa pensa della politica ai tempi del social? I politici si sono facilmente convertiti a Twitter che permette loro di lanciare solo slogan, perché in 280 battute non si può esprimere un concetto complesso. I social sono diventati lo strumento per fare politica evitando il confronto con i giornalisti, che vengono sbeffeggiati per minare la loro credibilità. Così possono far circolare fake news e dati falsi senza essere smentiti e, quando lo sono, definiscono le proprie affermazioni «fatti alternativi», come ha fatto Trump. Nelle cronache di violenze verso le donne troppo spesso incontriamo superficialità linguistica. Espressioni come “amore malato”, “raptus di passione”, “era un gigante buono” lasciano nelle donne violate il dubbio sulle loro ragioni. In quale direzione bisognerebbe andare per invertire una rotta così dannosa? Il modo di descrivere la violenza contro le donne è impregnato di cultura patriarcale. La donna stuprata e ammazzata viene descritta come una che se l’è andata a cercare, mentre si cercano le attenuanti o giustificazioni per chi commette un femminicidio. Le giornaliste dell’Associazione Giulia, insieme alle Commissioni Pari Opportunità della Fnsi e dell’Usigrai, hanno elaborato il Manifesto di Venezia, che indica le regole per una corretta informazione. Gli argomenti trattati nei suoi libri mettono spesso sotto accusa il mondo del giornalismo. Non si è mai lasciata impressionare dalle naturali ripercussioni che questo tipo di inchieste avrebbero comportato? Nel mio libro (Manifesto per la verità) ho fatto un’analisi spietata del modo di fare informazione soprattutto su alcuni temi particolarmente sensibili o manipolabili, per responsabilizzare chi fa informazione e chi ha il diritto di essere informato. Presentando questo libro, che è stato utilizzato anche in alcuni corsi di formazione per giornalisti, ho trovato molti colleghi che condividono le mie critiche. Si avvicina una data importante: il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Lei, che si è sempre occupata di condizione femminile, quale pensiero desidera lasciare alle donne abusate che cercano di reagire ai loro carnefici? Le donne devono denunciare le violenze subite, ma le autorità devono proteggerle. Non basta aumentare le pene per chi commette femminicidi: occorre evitarli. E questo si può fare finanziando le case che accolgono le donne che hanno subito violenze; invece questi finanziamenti vengono tagliati e le case chiuse. Giuliana Sgrena venne rapita il 4 febbraio 2005 dall’Organizzazione del Jihād islamico mentre si trovava a Baghdad per realizzare reportage. Fu liberata trenta giorni dopo, in un’operazione in cui rimase ucciso Nicola Calipari. Cosa è cambiato nella sua vita da quel tragico giorno? Preferirei non rispondere a questa domanda. Le parole di Giuliana Sgrena mostrano come la ricerca della verità sia un impegno che non riguarda solo i giornalisti, ma l’intera società. Nel rumore informativo che caratterizza il nostro tempo, riconoscere le manipolazioni, denunciare le distorsioni e pretendere un linguaggio rispettoso e accurato è un atto di responsabilità collettiva. Lucia Montanaro
November 22, 2025
Pressenza