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Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo
PUBBLICHIAMO LA RIFLESSIONE DI DOCENTI PER GAZA, NODO TERRITORIALE DELLA CALABRIA, SCRITTA A PARTIRE DALLA MANIFESTAZIONE DEL 27 LUGLIO A COSENZA PER MOHAMED AMIN BESSIOUD. Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. > «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta > dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato [ndr: qui un video pubblicato oggi 06/08 a supporto]. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile. È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione islamica dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più. È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona. E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa. Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Perché così tanti suicidi tra i carabinieri?
Volendo approfondire gli interrogativi contenuti in un nostro recente intervento sui suicidi in divisa, (clicca qui) provo a dare una risposta al quesito che abbiamo posto nel titolo di questo articolo, attraverso una serie di mie testimonianze dirette che possono avvalorare la tesi più sotto descritta. Ricordo ancora, come se fosse ieri, l’allora ufficiale dei Carabinieri, Sgroi. Nel 1990 era insegnante presso la Scuola Carabinieri di Benevento, proveniente dalla dura gavetta della territoriale nella Locride, nel pieno delle faide tra cosche, col ruolo di sottufficiale e prima ancora di carabiniere semplice. Rosso in volto, alzò gli occhi dal foglio con l’elenco di noi allievi usato per l’appello e rivolgendosi con tono minaccioso, verso un allievo dal cognome a dir poco “imbarazzante”, lo pronunciò scandendolo, lettera per lettera, a voce alta. Tutti noi, militari di leva privilegiati perché parte della prestigiosa arma dell’Esercito italiano e con uno stipendio a fine mese, eravamo tutti coscienti di avere un “asterisco”, accanto al nostro nome che indicava chi “garantiva” per noi. Ma oltre a questo sistema informale, ce n’era uno, parte di quelle regole ufficiali di cui l’Arma andava e va fiera: la procedura imponeva di scandagliare, fino al terzo grado di parentela, la rete sociale di provenienza. Nel caso descritto, però, qualcosa, nel processo di “selezione”, al di là dei test psico-attitudinali, era andato in un verso che non soddisfaceva affatto l’allora tenente Sgroi. Eravamo, all’epoca (1990/91), non solo nel pieno delle faide tra le ‘ndrine, prime fra tutte quelle di San Luca (RC), ma anche dell’offensiva dello Stato contro la mafia con in prima linea Falcone e Borsellino, pur se tra mille polemiche, proprio nei loro confronti, da più parti della politica. Questo era il clima, quindi, alle soglie di ciò che poi fu chiamata la “trattativa Stato-mafia” a seguito non solo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma soprattutto della strategia che portò alle bombe fatte scoppiare a Roma, Firenze e Milano in altrettanti luoghi simbolo della cultura e dell’economia italiana. Infervorato anch’io da uno spirito giustizialista, che caratterizzava mezza Italia dell’epoca, da destra a sinistra e deciso a passare dalla teoria alla pratica sul campo, a metà del mio percorso di studi universitari giuridico-sociali, entrai dalla “porta di servizio” dell’Arma, cioè come ausiliario, ma senza lasciare nel cassetto l’occhio del giornalista. L’espressione del tenente Sgroi alla vista di un cognome che ben conosceva, fu quindi un fatto che mi fece riflettere, ma che si aggiunse a molte altre contraddizioni. Nelle scuole carabinieri, infatti, i militari di carriera, ci capitavano fondamentalmente per due motivi. Il primo, come pausa da un periodo di stress lavorativo sul campo, il secondo, per riparare alcune “sbavature” durante il servizio, insomma un modo per allontanare il milite dall’operatività e dai riflettori, per esempio dopo un caso eclatante di “mala-polizia” con il solito strascico di polemiche sui mass-media. Questi trasferimenti possono essere visti come “protettivi” a favore del milite, ma anche come trasferimenti totalmente discrezionali in chiave punitiva un po’ come nei polizieschi d’azione degli anni ’70, in cui ogni tanto spuntava la classica battuta vendicativa e minacciosa del superiore: “ti mando a dirigere il traffico”. Casi di eccesso colposo di legittima difesa coinvolgevano, purtroppo, anche militari di leva, per definizione inesperti perché con soli due mesi di preparazione, come fu il caso, sempre in quegli anni, di un ex-allievo della scuola di Benevento che pochi giorni dopo aver preso servizio alla territoriale di Napoli, mentre era in macchina, appartato con la fidanzata, sparò a bruciapelo ad un rapinatore. Dieci anni dopo, la stessa inesperienza, si rivelò altrettanto fatale nel caso di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova. Da una parte si diceva di lasciare l’arma, possibilmente smontata, in un cassetto quando non si era in servizio, mentre negli altri casi veniva presentata quasi come un oggetto ornamentale, da usare praticamente mai e semmai solo in caso di estrema necessità partendo sempre dai classici spari, in aria, di avvertimento. Dall’altra parte però, nel mio caso, in servizio presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, emergevano altre contraddizioni come le testimonianze dirette di commilitoni sparsi in varie parti d’Italia che raccontavano di armi “aggiuntive” tenute nel portaoggetti della volante, soprattutto se si operava in zone “calde”, così come di proiettili, anch’essi in aggiunta a quelli d’ordinanza in teoria contati e numerati. Nel mio caso, però, furono però i racconti di “banali” e reiterati fenomeni di piccola e grande corruttela, legati agli appalti anche per semplici forniture di materiali, ad evidenziare la contraddizione più eclatante. Analizzando le due tipologie di malversazione, non può bastare una semplicistica riflessione di tipo “statistico” che vorrebbe attribuire tutte queste contraddizioni ad una fisiologica percentuale di “malaffare” e di comportamenti eticamente discutibili che interessa, in modo analogo, anche la popolazione nel suo complesso. Un caso di abuso di potere, di uso delle forza e/o violenza o di corruzione che coinvolge un corpo dello Stato che per sua stessa missione dovrebbe invece combatterlo, non ha lo stesso peso di quelli che si riscontrano in altri ambiti della pubblica amministrazione né tantomeno nella società nel suo complesso. Né la numerosità dei casi, per esempio quelli più eclatanti ed odiosi di mala-polizia, ci legittimano, ogni volta, a riproporre la metafora della mela marcia. Non si tratta, infatti, di pochi casi isolati. Furono ad esempio decine i casi di violenze commesse una quindicina di anni fa, da una ventina di carabinieri nelle caserme di Aulla, Albiano Magra e Licciana Nardi in Lunigiana che secondo il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, aveva reso l’abuso “quasi una normalità” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/14/massa-carrara-arrestati-4-carabinieri-per-falso-e-lesioni-il-pm-abusi-erano-quasi-una-normalita-nessuno-sopra-la-legge/3659392/). Altrettanti carabinieri a Piacenza, pochi anni dopo, si resero protagonisti di reati quali peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica in atti pubblici, rivelazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di stupefacenti (https://www.quotidiano.net/cronaca/piacenza-carabinieri-arrestati-b899f344). In quest’ultimo caso, i vari filoni di indagine, alla fine hanno coinvolto fino a 30 carabinieri e gli strascichi dei vari gradi di giudizio sono ancora in corso. Dalle testimonianze dirette raccolte dall'”ultima ruota del carro”, ai casi da prima pagina, tutto concorre quindi a formulare come ipotesi che l’elevata percentuale di suicidi nell’arma, in alcuni anni seconda soltanto a quelle registrate nella Polizia penitenziaria, sono da ricollegare a queste profonde contraddizioni vissute tragicamente da alcuni militari che ogni giorno, recandosi in caserma leggevano il motto “nei secoli fedele” in calce allo stemma araldico dell’Arma. Un altro elemento di cui tener conto è il cosiddetto “spirito di corpo”, ovvero le silenziose ed intime connivenze che erigono muri di gomma a volte invalicabili se non a distanza di anni come fu nel caso di Stefano Cucchi dove le coperture e gli insabbiamenti arrivavano fino ai gradi più alti dell’Arma (https://www.today.it/cronaca/caso-cucchi-carabinieri-depistaggi.html): ci vollero ben dieci anni di riflessione affinché il carabiniere Francesco Tedesco trovasse l’energia sufficiente per valicare quel muro e raccontare in Tribunale come andarono effettivamente i fatti. Qui non si vuole affermare che tutti i casi di suicidio siano riconducibili a questi travagli interiori a seguito di queste contraddizioni vissute sulla propria pelle ma nemmeno può essere accettabile che ad ogni suicidio si faccia a gara per individuare tutti quegli elementi di fragilità psicologica individuale che ne spieghino le principali motivazioni di fondo: nessuno, infatti, ad oggi, si è preso la responsabilità di indagare a fondo, tramite un’indagine sociologica, quella zona grigia costituita da quel confine labile tra codice penale militare di pace e codice penale militare di guerra e relativi codici di procedura. In sintesi, nessuno si è mai posto la questione di indagare le ripercussioni psicologiche dei cosiddetti margini di discrezionalità del comando che sussistano lungo tutta la catena di comando militare. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Un altro morto ammanettato dal braccio della legge
Pubblichiamo un articolo di un docente aderente all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università relativo al suicidio di Mohamed Amin Bessioud, gettatosi ammanettato dal terzo piano di casa sua a Cosenza giovedì 23 luglio durante una perquisizione dei carabinieri. Mohamed soffriva di depressione, aveva già minacciato di togliersi la vita e i carabinieri erano informati della sua fragilità. Nabila è la signora che l’altro ieri pomeriggio, a Cosenza, gridava perché due carabinieri la lasciassero entrare nella camera di suo figlio, dove, alla presenza di lui, Mohamed, stavano eseguendo una perquisizione. Mohamed Amin Bessioud è un ragazzo di 25 anni, cittadino italiano, di cui i giornali riportano che nella sua vita ha conosciuto il calcio, le droghe e la depressione. Tre cose che, sebbene in misure diverse, lo accomunano a davvero tanti giovani di questo momento storico. Per cui ci si aspetta che i due carabinieri avessero un’idea di come gestire la situazione, visto che sono stati appositamente formati da un sistema “educativo” preciso. Sta di fatto che quando Nabila è riuscita a aprire la porta, Mohamed era già ammanettato. Questo perché durante quella perquisizione (da domiciliari) gli erano stati trovati 100g di hashish. Non fa nulla se voleva smettere con la droga e se non vi riusciva anche perché i carabinieri che lo “seguivano” (usando un termine preso dal welfare che non c’è) lo minacciavano che sarebbe tornato in prigione. Non fa nulla perché si stava seguendo o il protocollo o quanto imparato nella formazione o qualsiasi altra dannata cosa abbia portato quei due carabinieri, persone anche loro, a decidere di agire come hanno agito. Come i due poliziotti a Bologna. Sta di fatto che Nabila è riuscita a aprire la porta appena in tempo per vedere suo figlio gettarsi dal balcone del terzo piano. Poi i due carabinieri hanno deciso di tenerla in casa, impedendole di scendere, e Mohamed è morto mentre lo trasportavano in ambulanza. I due carabinieri probabilmente verranno spostati dalla città. Forse gli faranno fare un nuovo periodo di formazione, ma all’interno di sistema educativo che con l’Osservatorio ho imparato a conoscere e denunciare, come è da denunciare e obiettare la presenza stessa dei carabinieri nelle scuole. Quale pedagogia viene da una scuola di repressione machista e militarista? Una scuola per cui in questi giorni si indaga per capire se le sue allieve si tolgono la vita, come all’Aquila il 23 luglio, se i suoi graduati tolgono la vita, come a Bologna il 19 luglio, e se i suoi graduati inducono a togliersi la vita, come a Cosenza sempre il 23 luglio. Forse la pedagogia di cui c’era bisogno domenica pomeriggio per Bessaouid era da cercare fra le parole di una sua insegnante, non dei suoi carabinieri. Un’altra insegnante di Cosenza mi ha scritto perché sapeva che collaboro con l’Osservatorio. Chiede che l’attenzione rimanga alta a livello nazionale, dicono che c’è il rischio che questo fatto venga rinarrato. E invita a partecipare lunedì alle 18:30 alla manifestazione che partirà da casa di Mohamed e Nabila. Quanti giovani devono ancora decidere che suicidarsi è un modo per salvarsi? Quante persone devono ancora morire ammanettate da un braccio di quale legge? Di Stati che uccidono i civili ne abbiamo avuto abbastanza. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
COSENZA: MOHAMED AMIN BESSIOUD MORTO SUICIDA DURANTE UN CONTROLLO DI CARABINIERI. INTERROGATIVI SULL’INTERVENTO E SULLA TUTELA DELLE PERSONE FRAGILI
Altro caso di malapolizia dopo quello di Abderrahim Fakir. A Cosenza è morto Mohamed Amin Bessioud, 25enne italiano di origini tunisine. Già agli arresti domiciliari, si è buttato dal balcone della propria camera mentre aveva le manette ai polsi, durante una perquisizione dei carabinieri. Bessioud soffriva da anni di una grave depressione certificata e aveva un appuntamento fissato per il prossimo mese con il Dipartimento di Salute Mentale di Cosenza. “Mohamed veniva letteralmente tormentato dai carabinieri. Spesso facevano perquisizioni usando anche violenza, lo malmenavano e commettevano veri e propri abusi di potere, anche quando era con la fidanzata, in momenti di intimità. Non si trattava di semplici controlli, ci hanno mostrato anche i segni di queste violenze sulla casa” racconta ai microfoni di Radio Onda d’Urto Vittoria, compagna de La Base. Vittoria aggiunge: “La madre ci ha raccontato di essere stata chiusa fuori dalla stanza. Mohamed è rimasto quindi da solo con i due carabinieri. È importante precisare che quella stanza l’abbiamo vista ieri ed è molto piccola. Il fatto che abbia avuto il tempo, pur essendo ammanettato, di raggiungere il balcone e lanciarsi significa che i carabinieri non hanno fatto nulla per impedirglielo”. Anche la madre di Mohamed denuncia di essere stata trattenuta nell’abitazione dopo la caduta del figlio: “Volevo solo scendere per stargli vicino nei suoi ultimi istanti, ma mi hanno tenuta ferma in casa fino all’arrivo dei soccorsi, senza permettermi di avvicinarmi neanche quando è arrivata l’ambulanza” ha dichiarato. La Procura di Cosenza ha aperto un’indagine per accertare quanto accaduto. Per lunedì 27 luglio invece è stato organizzato un corteo per chiedere giustizia per Mohamed. L’appuntamento è alle 18.30 in via dei Mille, nel quartiere in cui Bessioud viveva. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Vittoria, compagna de La Base. Ascolta o scarica.
July 24, 2026
Radio Onda d`Urto
#Vicenza città militarizzata. Il ruolo della Caserma #Chinotto in un mondo di #guerra Antonio Mazzeo - 2026 Quello che preoccupa è la rete tessuta dalle istituzioni militari (Arma dei #Carabinieri, #USArmy, #NATO, UE, ecc.) che operano alla “Chinotto” con innumerevoli soggetti internazionali e le relazioni costruite con la società civile vicentina.https://www.academia.edu/170396052/Vicenza_citt%C3%A0_militarizzata_Il_ruolo_della_Caserma_Chinotto_in_un_mondo_di_guerra?auto=download&email_work_card=download-paper
July 19, 2026
Antonio Mazzeo
GENOVA: A 25 ANNI DAL G8 “NESSUN RIMORSO”. 19 LUGLIO CORTEO NAZIONALE
Genova si prepara ad una grande manifestazione nazionale in memoria del G8 del 2001 e per il rilancio delle rivendicazioni di allora che “sono più vive che mai”. Appuntamento domenica 19 luglio alle ore 15.30 in piazza Alimonda, luogo simbolico dove i carabinieri assassinarono Carlo Giuliani. Erano tante le politiche già scritte nelle agende dei “grandi del pianeta” venticinque anni fa e che sono state implementate. I risultati sono oggi evidenti, scrivono gli organizzatori di Genova Antifascista e del CPA di Firenze: la guerra come strumento di “comando e controllo”, la finanza come strumento di “coercizione e destabilizzazione”, “la rapina delle risorse a danno dei popoli del Sud Globale”. La repressione ha poi contribuito ad agevolare “la massimizzazione delle rendite e dei profitti”, rappresentando lo strumento per eccellenza che ha portato negli anni all’inasprimento delle leggi sulla cosiddetta sicurezza e anche alla “chiusura di spazi politici e sindacali per eliminare le conquiste di lavoratori e lavoratrici”. Nonostante i traumi, le divisioni e “la distinzione tra buoni e cattivi attraverso cui spaccarono anche quel movimento”, Genova rilancia l’appuntamento il 19 luglio di quest’anno con lo slogan “in nessun caso nessun rimorso”. Infatti Genova 2001 è una storia che il movimento si propone di “raccogliere e porgere alle nuove generazioni”, per contrastare “l’ondata nera che lentamente sta invadendo le nostre città” e per lottare contro chi fomenta “paure, incertezze e spaccature” sociali. 19 luglio quindi non soltanto come una ricorrenza ma un “invito ad aderire ad un nuovo percorso di lotta che non ci veda più soltanto come antagonisti ad un sistema ingiusto e sbagliato ma come protagonisti della costruzione del futuro al quale ambiamo”. La presentazione del percorso che ha portato all’organizzazione del corteo del 19 luglio con Simona del CS Buridda e di Genova Antifascista. Ascolta o scarica
July 7, 2026
Radio Onda d`Urto