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Spilimbergo (Pordenone): polizia, carabinieri e Leonardo S.p.A. insieme all’I.I.S. “Il Tagliamento”
I tentativi di forze dell’ordine, forze armate e industria bellica di penetrare nella scuola pubblica sono sempre più evidenti e, come nostro solito, la seguiamo e commentiamo con dovizia di particolari. Oggi denunciamo l’iniziativa di plurimilitarizzazione di sabato 3 Ottobre, organizzata presso l’Istituto d’Istruzione Superiore “Il Tagliamento” di Spilimbergo e denominata “Technology Day 2”. Partiamo da questa locandina da brividi: C’è “tutto”. I primi tre ingredienti sono a dir poco evidenti: forze dell’ordine, forze armate e industria bellica con Leonardo S.p.A. La Polizia di Stato di Pordenone, che è arrivata in forze con la Questura (in particolare con gli operatori della Polizia Scientifica), la Polizia Stradale e la Polizia Postale e che ha inteso mostrare come la tecnologia sia oggi un elemento fondamentale nell’attività quotidiana delle forze dell’ordine (e su questo teniamo a sottolineare che parte della “lezione” è convenuta sull’utilizzo delle tecnologie nel mondo della sicurezza investigativa). Le forze armate con l’Arma dei Carabinieri ha allestito un banchetto informativo per illustrare le opportunità di carriera e i profili tecnici richiesti nei diversi reparti, fatto di per sé gravissimo. Infine, ai ragazzi sono stati distribuiti volantini e pieghevoli, nel mentre li si incoraggiava a proseguire negli studi scientifici per sviluppare competenze utili… A chi? Beh, non tanto a loro, quanto a «una delle prime dieci aziende globali nei settori di aerospazio, Difesa e Sicurezza». O in altri termini, uno dei fiori all’occhiello della produzione italiana delle armi usate oggi per uccidere e distruggere altrove, soldati forzati al fronte e civili nelle loro case senza distinzione alcuna. Ma oltre al contenuto c’è la forma. E finalmente arriviamo alla “dovizia di particolari”: * nella sezione «scuola» della locandina, troviamo dirigente e sindaco insieme, fianco a fianco, indicando un totale favoreggiamento dell’iniziativa da parte delle istituzioni; * la sezione «istituzioni e forze dell’ordine» presenta una colpevole imprecisione, perché contenendo solo polizia e carabinieri sarebbe stato più corretto chiamarla «forze dell’ordine e forze armate»? Ma forse la nostra Cultura della Difesa non è abbastanza sviluppata… ; * il Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco è «un corpo ad ordinamento civile della Repubblica Italiana incaricato del soccorso tecnico urgente, della prevenzione e dell’estinzione degli incendi e del soccorso alla popolazione in caso di calamità, incidenti ed altre emergenze». Inserirlo a fianco dei veicoli di polizia e carabinieri è un atto simbolico che va a favore della dottrina militare della Difesa Totale; * il «modera la professoressa» indica un supporto da parte del corpo docente stesso. Ma non di tutto. Anzi il collegio docenti ha addirittura la possibilità di impedire queste collaborazioni (clicca qui); * per finire, una sovrastante Harley Davidson tutta stelle e strisce, rigurgito della vicina base dell’aeronautica militare statunitense di stanza ad Aviano e sintomo della colonizzazione culturale e militarizzazione del territorio che ne consegue. Insomma, non solo un modo di fare scuola piegato alle esigenze delle forze armate e dell’industria bellica ma tutto un sistema che lo supporta e lo promuove: non vi sono più soltanto attività di prevenzione e “educazione alla legalità”, ma vere e proprie passerelle orientate a persuadere gli studenti che la filiera bellica e le carriere in divisa offrano meravigliose opportunità di carriera. È un fiume, il Tagliamento, a dare il nome alla scuola. Un’intitolazione che risuona nell’immaginario di molte e molti rievocando la guerra. E con essa la morte di migliaia di soldati e l’imperativo a fare di tutto perché ciò non si ripeta. E il nome urla se portato da una scuola oggi in questo modo. Quale ruolo scegliamo come docenti nella trasmissione della memoria collettiva? Perché non tutte e tutti le docenti si allineano a coloro che si sono prodigate e prodigati per il “Technology Day 2”. E il 4 novembre che si avvicina potrebbe diventare un’occasione per riflettere in classe anche all’I.I.S. Tagliamento. Dal basso più che dai vertici, per creare insieme alle e agli studenti chiavi di lettura altre dall’Onore e dal Valore Militare. Si legge dell’1 novembre 1917, battaglia di Ragogna: « [La Brigata Bologna rimase] intrappolata tra l’avversario preponderante per numero e mezzi (di fronte) e il Tagliamento in piena (alle spalle). Con i Ponti di Pinzano e di Pontaiba interrotti dietro disposizioni superiori, pur accerchiati dall’avversario e colpiti addirittura dalle salve dell’artiglieria “amica”, i resti della brigata prolungarono la difesa per alcune ore, sino all’inevitabile resa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università chiudiamo spezzando una lancia per la pace. Perché se la prassi di un sindaco, una dirigente e un’industria di morte sta portando alla guerra i giovani e le giovani studenti di un istituto tecnico; e se nelle guerre le forze armate risolvono i problemi facendo saltare un ponte con 5000 giovani dall’altra parte, come scuola e come società abbiamo un’altra possibilità. Quella di arrivare prima. E scegliere insieme una strada diversa da quella che porta alla guerra. Abbiamo tutti gli strumenti per farlo. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Palermo: controllo vaccini nelle scuole da parte dei Carabinieri tra militarizzazione e politiche securitarie
Il titolo di questo articolo non rappresenterebbe alcuna novità, visto che arrivano all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continue segnalazioni su attività svolte dalle forze armate, in funzione dimostrativa, e purtroppo educativa, sempre ideologicamente orientate a rendere normale la guerra e la repressione veicolata come ordine pubblico. Tuttavia, stavolta si tratta di altro. Infatti, i Carabinieri sono andati a visitare gli uffici amministrativi di alcune scuole dell’infanzia e primaria di Palermo su imposizione del giudice minorile, della Procura della città, come previsto dalla procedura quando il magistrato ravvisa l’ipotesi di un reato. Un controllo effettuato sugli elenchi degli iscritti (su piattaforma istituzionale SIDI), per individuare i minori ai quali gli esercenti la potestà genitoriale non hanno fatto effettuare le vaccinazioni obbligatorie, previste dalla normativa vigente. Operazione normale, fatta già in tempi non sospetti, non toccati da paranoica difesa della libertà delle famiglie, rispetto alle scelte di cura sui figli e le figlie, ma si sa, il caso della famiglia nel bosco, ha aperto il fronte dei pro e dei contro. Un caso di discuria, come purtroppo se ne incontrano molti altri, celati dietro le porte delle case, sia sottoproletarie che borghesi, fra le macerie a cui la guerra sottopone la parte più fragile delle popolazioni. La vecchia carta stampata della pseudo sinistra radical italiana, Repubblica online, gridava al controllo dei Carabinieri nelle scuole. Direttamente in sezione, in classe? No, ne sono seguiti approfondimenti più o meno corretti con il cenno al caso-pretesto delle verifiche e una sintesi del provvedimento emanato dalla Procura (clicca qui; oppure qui; e anche qui). Brevemente: muore una bambina di quattro anni di difterite (vaccino obbligatorio) e il magistrato decide di indagare per intercettare le famiglie inadempienti e comminare le sanzioni, da pene pecuniarie a misure di restrizione e sospensione della potestà genitoriale, come avvenne nel caso della famiglia nel bosco. Soprattutto riappare il fantasma No Vax, vecchia locuzione quasi infamante nata in Era Covid. La pratica illegale di non vaccinare i minori  è piuttosto vecchia. Molti genitori credono che i vaccini obbligatori siano responsabili di gravi patologie infantili, l’antidoto si commuta in pharmakon, veleno prima di essere cura o prevenzione. Secondo gli obblighi legislativi il/la dirigente è responsabile, cui spetta il primo controllo, il sollecito e la segnalazione ufficiale. Il Dl n. 73  del 7 giugno 2017, emanato dalla Ministra della Salute Beatrice Lorenzin, ha aumentato il numero delle vaccinazioni obbligatorie a 12. Già nel primo anno di applicazione si levarono alcune obiezioni, anche di pediatri, sul numero esagerato di somministrazioni distribuite, oltre al sospetto che dietro il provvedimento ci fosse il suggerimento delle case farmaceutiche, vere e proprie lobbies con pacchetti azionari assai ampi, anche con implicazione nelle ricerche e nelle produzioni legate alla guerra (Cfr. M. Mazzucato, R. Collington, Il grande imbroglio. Laterza. Bari-Roma 2023). In Era Covid si capovolse una intera cultura medica e di saperi farmacologici. Migliaia di persone rifiutarono il vaccino, alcune si organizzarono in movimenti di opposizione, in molti si rassegnarono allo stigma e alle sanzioni. Aspetti drammatici e comici marezzarono il fenomeno, mentre si trascuravano gli aspetti legislativi di rapporto fra legalità e legittimità dei provvedimenti (lockdown ristretto, emissione della carta di transito Gren Pass, controlli stradali). Tragiche furono le sospensioni dal servizio dei funzionari pubblici, dei docenti (successivamente chiusi in sgabuzzini e nelle biblioteche delle scuole), la solitudine degli anziani, le lezioni in video per gli alunni e le alunne (che hanno creato un fenomeno complesso, mai più riassorbito, anzi diventato un modello di didattica), la claustrofobia nelle case e la perdita del salario, la mancanza delle cure ordinarie, e altro ancora. Di fatto, venne sdoganata una forma di governo decretizio, verticalizzato e ideologicamente orientato al controllo securitario della popolazione, resa infantilizzata dal timore. Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo ancora svegli e proviamo a non trascurare anche il senso comune, quello che suggerisce appunto attenzione e prudenza, anche quando si svolge un controllo routinario, che i/le dirigenti fanno apparire come qualcosa di straordinario. Soprattutto quando il luogo è la scuola, che dovrebbe esser luogo non facilmente violabile da forze estranee ai compiti educativi, quelli che preludono al controllo e alla militarizzazione strisciante. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo
PUBBLICHIAMO LA RIFLESSIONE DI DOCENTI PER GAZA, NODO TERRITORIALE DELLA CALABRIA, SCRITTA A PARTIRE DALLA MANIFESTAZIONE DEL 27 LUGLIO A COSENZA PER MOHAMED AMIN BESSIOUD. Il 27 luglio Cosenza ha camminato per Momo. Centinaia e centinaia di persone hanno attraversato la città, trasformando il dolore di una famiglia in una domanda collettiva di verità e giustizia per Momo, morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. Arrivare sotto casa sua, guardare quel balcone e il punto in cui Momo è precipitato fa rabbrividire. Ma ancora più straziante è ascoltare sua madre Nabila. > «Hanno lasciato morire mio figlio davanti ai miei occhi. Sono proprio rotta > dentro, perché ho visto mio figlio morire davanti a me». Nabila ha raccontato di aver visto il figlio in uno stato di forte agitazione, di averlo sentito dire «Mamma basta, mi sta torturando, voglio morire» e ha sostenuto che Momo avesse le manette ai polsi quando è precipitato [ndr: qui un video pubblicato oggi 06/08 a supporto]. Ha inoltre raccontato di pressioni e vessazioni subite dalla famiglia e di un tentativo di sottoporla a un TSO, interpretato come un modo per screditarla quale testimone della tragedia. Sono accuse gravissime che dovranno essere accertate. La dinamica è ancora al vaglio della Procura. Ma una cosa è già certa: una madre ha perso suo figlio e chiede verità. E noi abbiamo il dovere di ascoltarla. Da insegnanti, facciamo fatica a dare un senso non soltanto a ciò che è accaduto, ma anche a ciò che sta accadendo dopo. Perché Momo rischia di soccombere una seconda volta: dalle parole, dalle etichette, dal giudizio sommario. Era fragile. Aveva attraversato la depressione, la perdita del padre, problemi di dipendenza e vicissitudini giudiziarie. Ma nessuna di queste cose cancella la sua umanità. Nessuna condanna trasforma una persona in un bersaglio. Nessuna fragilità autorizza a trattare qualcuno come un nemico. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda politica: che società è quella che sa essere spietata con chi è già fragile, marginale, povero o vulnerabile e che troppo spesso sembra trovare invece strumenti diversi quando davanti ha chi dispone di potere, denaro e relazioni? È la logica dei forti con i deboli e deboli con i forti. Non è soltanto una questione di singole responsabilità. È il prodotto di una cultura securitaria che da anni costruisce nemici: il migrante, il povero, il tossicodipendente, il marginale, chi dissente. Problemi sociali, economici e sanitari vengono trasformati in problemi di ordine pubblico. La sofferenza viene criminalizzata. La fragilità diventa pericolosità. La persona scompare dietro l’etichetta. E quando questo accade, la violenza diventa più facile. È questa la radice che dobbiamo avere il coraggio di guardare. Perché non basta indignarsi davanti alla tragedia di Momo. Dobbiamo interrogarci su quale società stiamo costruendo e su quale ruolo vogliamo assumere noi, dentro la scuola e fuori dalla scuola. Qui entra in gioco un’altra forma di analfabetismo: l’analfabetismo emotivo. Non è soltanto non conoscere. È non saper riconoscere il dolore dell’altro. È non riuscire più a provare empatia per chi è diverso da noi, per chi sbaglia, per chi è fragile, per chi vive ai margini. È imparare a guardare la sofferenza senza sentirsi coinvolti. E allora la scuola deve fare esattamente il contrario. Noi insegnanti abbiamo il dovere di costruire quotidianamente pratiche di ascolto, cura, empatia e gestione non violenta del conflitto. Dobbiamo insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a comprendere il punto di vista dell’altro. Dobbiamo educare alla capacità di distinguere una persona dal suo errore, una fragilità da una colpa, un conflitto da un nemico. Ma tutto questo diventa sempre più difficile in una scuola che ci viene proposta come competitiva, performativa, aziendalizzata, dove il valore sembra essere misurato attraverso prestazioni, classifiche e risultati e dove gli spazi del pensiero critico rischiano di restringersi. Una scuola nella quale la libertà d’insegnamento viene messa sotto pressione e nella quale docenti che prendono pubblicamente posizione contro il genocidio del popolo palestinese possono trovarsi esposti alla minaccia di ispezioni ministeriali. Una scuola nella quale si arriva a chiedere il censimento delle iniziative legate alla cultura e alla religione islamica dietro il paravento della lotta alla “radicalizzazione”. Colpisce una coincidenza: il 23 luglio, mentre Momo perdeva la vita durante la perquisizione nella sua abitazione, il Consiglio dei ministri approvava anche il cosiddetto DDL “anti-maranza”, fondato sull’idea di anticipare e irrigidire la risposta penale nei confronti dei minori. Due fatti distinti, certo, ma che sembrano raccontare la stessa idea di società: una società che, di fronte al disagio, risponde sempre più spesso con la repressione anziché con l’educazione, con il controllo anziché con la prevenzione, con la punizione anziché con la cura. Il rischio è evidente: trasformare la scuola da luogo di confronto e conoscenza a luogo di sorveglianza, autocensura e costruzione del sospetto. È qui che l’analfabetismo emotivo si salda con quello politico: quando non sappiamo più riconoscere la sofferenza dell’altro, diventa più facile accettare che qualcuno venga trasformato in un problema, in una minaccia, in un nemico. Noi insegnanti dobbiamo invece fare l’opposto. E questo significa anche disobbedire quando l’obbedienza pretende di trasformare l’ingiustizia in normalità. È il senso dell’obiezione di coscienza totale e collettiva richiamata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: non soltanto il rifiuto individuale della guerra, ma la scelta collettiva di non diventare ingranaggi di una cultura fondata sulla militarizzazione, sulla repressione e sulla costruzione del nemico. Obiettare significa anche rifiutare una scuola che insegna a competere invece che a prendersi cura, che sorveglia invece di ascoltare, che censura invece di educare alla libertà. È una forma di resistenza civile. Ed è, prima ancora, una responsabilità educativa. Il 27 sera Cosenza ha camminato per Momo. Ora però quella piazza deve entrare nelle scuole, nelle nostre aule, nei nostri discorsi, nelle nostre pratiche quotidiane. Perché la memoria non è soltanto ricordare chi non c’è più. È domandarsi quale società vogliamo costruire perché una storia come quella di Momo non possa più ripetersi. E allora, davanti a quel balcone, davanti al dolore inconsolabile di Nabila, davanti a una morte ancora da comprendere fino in fondo, una cosa possiamo dirla con certezza: Momo non è un caso di cronaca. Momo è una persona. E una società che smette di vedere le persone, prima o poi, smette di vedere anche sé stessa. Docenti per Gaza, nodo territoriale Calabria Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Perché così tanti suicidi tra i carabinieri?
Volendo approfondire gli interrogativi contenuti in un nostro recente intervento sui suicidi in divisa, (clicca qui) provo a dare una risposta al quesito che abbiamo posto nel titolo di questo articolo, attraverso una serie di mie testimonianze dirette che possono avvalorare la tesi più sotto descritta. Ricordo ancora, come se fosse ieri, l’allora ufficiale dei Carabinieri, Sgroi. Nel 1990 era insegnante presso la Scuola Carabinieri di Benevento, proveniente dalla dura gavetta della territoriale nella Locride, nel pieno delle faide tra cosche, col ruolo di sottufficiale e prima ancora di carabiniere semplice. Rosso in volto, alzò gli occhi dal foglio con l’elenco di noi allievi usato per l’appello e rivolgendosi con tono minaccioso, verso un allievo dal cognome a dir poco “imbarazzante”, lo pronunciò scandendolo, lettera per lettera, a voce alta. Tutti noi, militari di leva privilegiati perché parte della prestigiosa arma dell’Esercito italiano e con uno stipendio a fine mese, eravamo tutti coscienti di avere un “asterisco”, accanto al nostro nome che indicava chi “garantiva” per noi. Ma oltre a questo sistema informale, ce n’era uno, parte di quelle regole ufficiali di cui l’Arma andava e va fiera: la procedura imponeva di scandagliare, fino al terzo grado di parentela, la rete sociale di provenienza. Nel caso descritto, però, qualcosa, nel processo di “selezione”, al di là dei test psico-attitudinali, era andato in un verso che non soddisfaceva affatto l’allora tenente Sgroi. Eravamo, all’epoca (1990/91), non solo nel pieno delle faide tra le ‘ndrine, prime fra tutte quelle di San Luca (RC), ma anche dell’offensiva dello Stato contro la mafia con in prima linea Falcone e Borsellino, pur se tra mille polemiche, proprio nei loro confronti, da più parti della politica. Questo era il clima, quindi, alle soglie di ciò che poi fu chiamata la “trattativa Stato-mafia” a seguito non solo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ma soprattutto della strategia che portò alle bombe fatte scoppiare a Roma, Firenze e Milano in altrettanti luoghi simbolo della cultura e dell’economia italiana. Infervorato anch’io da uno spirito giustizialista, che caratterizzava mezza Italia dell’epoca, da destra a sinistra e deciso a passare dalla teoria alla pratica sul campo, a metà del mio percorso di studi universitari giuridico-sociali, entrai dalla “porta di servizio” dell’Arma, cioè come ausiliario, ma senza lasciare nel cassetto l’occhio del giornalista. L’espressione del tenente Sgroi alla vista di un cognome che ben conosceva, fu quindi un fatto che mi fece riflettere, ma che si aggiunse a molte altre contraddizioni. Nelle scuole carabinieri, infatti, i militari di carriera, ci capitavano fondamentalmente per due motivi. Il primo, come pausa da un periodo di stress lavorativo sul campo, il secondo, per riparare alcune “sbavature” durante il servizio, insomma un modo per allontanare il milite dall’operatività e dai riflettori, per esempio dopo un caso eclatante di “mala-polizia” con il solito strascico di polemiche sui mass-media. Questi trasferimenti possono essere visti come “protettivi” a favore del milite, ma anche come trasferimenti totalmente discrezionali in chiave punitiva un po’ come nei polizieschi d’azione degli anni ’70, in cui ogni tanto spuntava la classica battuta vendicativa e minacciosa del superiore: “ti mando a dirigere il traffico”. Casi di eccesso colposo di legittima difesa coinvolgevano, purtroppo, anche militari di leva, per definizione inesperti perché con soli due mesi di preparazione, come fu il caso, sempre in quegli anni, di un ex-allievo della scuola di Benevento che pochi giorni dopo aver preso servizio alla territoriale di Napoli, mentre era in macchina, appartato con la fidanzata, sparò a bruciapelo ad un rapinatore. Dieci anni dopo, la stessa inesperienza, si rivelò altrettanto fatale nel caso di Carlo Giuliani durante il G8 a Genova. Da una parte si diceva di lasciare l’arma, possibilmente smontata, in un cassetto quando non si era in servizio, mentre negli altri casi veniva presentata quasi come un oggetto ornamentale, da usare praticamente mai e semmai solo in caso di estrema necessità partendo sempre dai classici spari, in aria, di avvertimento. Dall’altra parte però, nel mio caso, in servizio presso la Scuola Ufficiali Carabinieri, emergevano altre contraddizioni come le testimonianze dirette di commilitoni sparsi in varie parti d’Italia che raccontavano di armi “aggiuntive” tenute nel portaoggetti della volante, soprattutto se si operava in zone “calde”, così come di proiettili, anch’essi in aggiunta a quelli d’ordinanza in teoria contati e numerati. Nel mio caso, però, furono però i racconti di “banali” e reiterati fenomeni di piccola e grande corruttela, legati agli appalti anche per semplici forniture di materiali, ad evidenziare la contraddizione più eclatante. Analizzando le due tipologie di malversazione, non può bastare una semplicistica riflessione di tipo “statistico” che vorrebbe attribuire tutte queste contraddizioni ad una fisiologica percentuale di “malaffare” e di comportamenti eticamente discutibili che interessa, in modo analogo, anche la popolazione nel suo complesso. Un caso di abuso di potere, di uso delle forza e/o violenza o di corruzione che coinvolge un corpo dello Stato che per sua stessa missione dovrebbe invece combatterlo, non ha lo stesso peso di quelli che si riscontrano in altri ambiti della pubblica amministrazione né tantomeno nella società nel suo complesso. Né la numerosità dei casi, per esempio quelli più eclatanti ed odiosi di mala-polizia, ci legittimano, ogni volta, a riproporre la metafora della mela marcia. Non si tratta, infatti, di pochi casi isolati. Furono ad esempio decine i casi di violenze commesse una quindicina di anni fa, da una ventina di carabinieri nelle caserme di Aulla, Albiano Magra e Licciana Nardi in Lunigiana che secondo il procuratore di Massa Carrara, Aldo Giubilaro, aveva reso l’abuso “quasi una normalità” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/14/massa-carrara-arrestati-4-carabinieri-per-falso-e-lesioni-il-pm-abusi-erano-quasi-una-normalita-nessuno-sopra-la-legge/3659392/). Altrettanti carabinieri a Piacenza, pochi anni dopo, si resero protagonisti di reati quali peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica in atti pubblici, rivelazione di segreti d’ufficio, lesioni personali aggravate, arresto illegale, perquisizioni e ispezioni personali arbitrarie, violenza privata aggravata, tortura, estorsione, truffa ai danni dello Stato, ricettazione, traffico e spaccio di stupefacenti (https://www.quotidiano.net/cronaca/piacenza-carabinieri-arrestati-b899f344). In quest’ultimo caso, i vari filoni di indagine, alla fine hanno coinvolto fino a 30 carabinieri e gli strascichi dei vari gradi di giudizio sono ancora in corso. Dalle testimonianze dirette raccolte dall'”ultima ruota del carro”, ai casi da prima pagina, tutto concorre quindi a formulare come ipotesi che l’elevata percentuale di suicidi nell’arma, in alcuni anni seconda soltanto a quelle registrate nella Polizia penitenziaria, sono da ricollegare a queste profonde contraddizioni vissute tragicamente da alcuni militari che ogni giorno, recandosi in caserma leggevano il motto “nei secoli fedele” in calce allo stemma araldico dell’Arma. Un altro elemento di cui tener conto è il cosiddetto “spirito di corpo”, ovvero le silenziose ed intime connivenze che erigono muri di gomma a volte invalicabili se non a distanza di anni come fu nel caso di Stefano Cucchi dove le coperture e gli insabbiamenti arrivavano fino ai gradi più alti dell’Arma (https://www.today.it/cronaca/caso-cucchi-carabinieri-depistaggi.html): ci vollero ben dieci anni di riflessione affinché il carabiniere Francesco Tedesco trovasse l’energia sufficiente per valicare quel muro e raccontare in Tribunale come andarono effettivamente i fatti. Qui non si vuole affermare che tutti i casi di suicidio siano riconducibili a questi travagli interiori a seguito di queste contraddizioni vissute sulla propria pelle ma nemmeno può essere accettabile che ad ogni suicidio si faccia a gara per individuare tutti quegli elementi di fragilità psicologica individuale che ne spieghino le principali motivazioni di fondo: nessuno, infatti, ad oggi, si è preso la responsabilità di indagare a fondo, tramite un’indagine sociologica, quella zona grigia costituita da quel confine labile tra codice penale militare di pace e codice penale militare di guerra e relativi codici di procedura. In sintesi, nessuno si è mai posto la questione di indagare le ripercussioni psicologiche dei cosiddetti margini di discrezionalità del comando che sussistano lungo tutta la catena di comando militare. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente